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SCONFITTA. Noi di sinistra, come ogni cittadino democratico e antifascista, dobbiamo chiederci come mai siamo stati sconfitti tanto duramente, per quali ragioni ci ritroviamo la destra al potere, perché non siamo riusciti a diventare una maggioranza solida, credibile, duratura

Adesso comincia l’incubo

Per chi è di sinistra, l’immagine di una ex missina che sale al Colle per ricevere dal presidente Mattarella l’incarico di formare il nuovo governo, è una sorta di shock politico e culturale. Nessuno, fino a qualche tempo fa, avrebbe mai potuto presagire un avvenimento così devastante per la storia di un Paese che affonda le proprie radici nella Resistenza al nazifascismo.

Ancora oggi, con tutti i rituali che accompagnano la presa del potere da parte della destra, sembra di aver fatto un brutto sogno e di vivere un orrendo risveglio.

Perfino alcuni esponenti della maggioranza, fascisti non pentiti, non credono alla realtà del passaggio dal Colle Oppio (nota sede di fasci picchiatori di Roma), al governo. Ma questo è. Dobbiamo prenderne atto, non stiamo dentro il set di un orribile film fanta-politico.

Giorgia Meloni sarà il prossimo presidente del Consiglio, sostenuta da una maggioranza solida, da un gruppo di fedelissimi nei ruoli chiave della compagine, nonostante i balletti ministeriali degli ultimi giorni, e le temerarie, comiche, patetiche uscite del Cavaliere, pronto a tutto per strappare la luce dei riflettori, e difendere il patrimonio familiare.

Si è molto discusso poi sul significato, storico per il nostro arretrato paese, della nomina di una donna alla guida di Palazzo Chigi. Ma, almeno in questo caso, la differenza di genere ha contato nulla.

Perché la giovane Meloni non ha

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SANITÀ. Il sistema pubblico, sotto la dittatura dei vincoli finanziari, mira a liberarsi il prima possibile di coloro che risultano affetti da patologie croniche, specie tramite l’adozione di regolamenti regionali.

Ultimo atto del governo contro i non autosufficienti

Con l’approvazione, il 10 ottobre scorso, del disegno di legge delega sulla non autosufficienza, il governo Draghi ha compiuto il suo ultimo intervento di carattere normativo.

Una scelta discutibile, sul piano della correttezza costituzionale, essendo il governo dimissionario da mesi, e tuttavia potenzialmente giustificabile alla luce della vera e propria emergenza rappresentata dalle centinaia di migliaia di malati abbandonati ai loro familiari dal Servizio sanitario nazionale: al prezzo di sacrifici finanziari, sociali e umani (specie per la componente femminile delle famiglie) nella gran parte dei casi insostenibili. Un’emergenza, oltretutto, destinata ad aggravarsi nel tempo, a causa del progressivo invecchiamento della popolazione; e dunque da affrontare non con misure-tampone, ma tramite una riforma strutturale del sistema, idonea a rivitalizzare le chiarissime parole della legge n. 833/1978 per cui spetta al Servizio sanitario nazionale farsi carico, tra l’altro, della «diagnosi e cura degli eventi morbosi quali che ne siano le cause, la fenomenologia e la durata» (art. 2, co. 1, n. 3).

Il punto è che difficilmente la condizione di non autosufficienza è destinata a rientrare: la gran parte dei malati ascrivibili alla categoria rimangono tali. Sono inguaribili, ma non per questo incurabili. Anzi: proprio per questo, maggiormente bisognosi di cure. Esattamente ciò che rifiuta di accettare il sistema pubblico che, sotto la dittatura dei vincoli finanziari, mira invece a liberarsi il prima possibile di coloro che risultano affetti da patologie croniche, specie tramite l’adozione di regolamenti regionali (atti subordinati alla legge) che prevedono misure quali: (a) il differimento temporale della presa in carico delle persone malate, (b) la subordinazione della presa in carico all’esistenza di ulteriori requisiti privi di rilevanza sanitaria (tra cui: il disagio economico, la mancanza di familiari, l’isolamento sociale), (c) l’ascrizione di prestazioni aventi natura sanitaria all’ambito, legislativamente meno tutelato e soggetto alla compartecipazione alla spesa, delle prestazioni assistenziali o sociali, (d) la predeterminazione della durata temporale dell’erogazione delle prestazioni sanitarie.

Erano queste le misure che andavano eliminate. E che, invece, proprio all’ultimo miglio del suo cammino, il governo Draghi, con Roberto Speranza alla Sanità e Andrea Orlando alle Politiche sociali, cristallizza in un disegno di legge delega «in materia di assistenza agli anziani non autosufficienti» (ministro proponente Orlando).

Due sono gli assi portanti della nuova normativa. Il primo – ripetuto come un mantra – è che tutte le misure previste nel Ddl sono disposte «nell’ambito delle risorse disponibili a legislazione vigente». Il che, considerata la pletora dei malati già oggi scaricati dal Ssn sulle famiglie vale, di per sé, a palesare l’inadeguatezza dell’intervento normativo.
Inadeguatezza destinata, per di più, a sfociare in incostituzionalità, se è vero che la sentenza n. 275/2016 della Corte costituzionale sancisce che «è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione». O il governo intende sostenere che la legge ordinaria prevale sulla Costituzione?

Il secondo è la sottrazione dei malati non autosufficienti dal Servizio sanitario nazionale (Ssn) e la loro assegnazione all’istituendo Sistema nazionale per la popolazione anziana non autosufficiente (Snaa). Una misura volta a complicare la tutela in giudizio dei diritti dei malati, dal momento che l’esigibilità di tutto quel che è ascrivibile al diritto alla salute è, all’atto pratico, incomparabilmente più solida di qualunque altra prestazione assistenziale.

Ecco, allora, il vero obiettivo del ddl: superare la giurisprudenza che oggi regolarmente condanna le Asl a fornire cure sanitarie e socio-sanitarie illimitate nel tempo ai malati non autosufficienti, costringendoli a procurarsi privatamente le prestazioni indifferibili di cui necessitano una volta superata la fase acuta della malattia.

Una privatizzazione di fatto della fase post-acuzie (su cui, non a caso, già volteggiano gli interessi delle assicurazioni) da cui potrà salvarsi, compatibilmente con le risorse disponibili, solo quel 4% di malati che, secondo i calcoli della Fondazione Promozione Sociale, rientra nei parametri dell’indigenza Isee.

 

 

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Kiev è tornata sotto le bombe russe, lì eravamo pochi giorni fa con la nostra carovana di aiuti. Siamo dalla parte delle vittime e il 5 novembre lo testimonieremo a Roma

Immaginare la pace  durante la guerra "La grande famiglia" di Renè Magritte

Puntare a distruggere le infrastrutture della capitale ucraìna, colpire edifici residenziali, terrorizzare i civili, è un crimine di guerra. La guerra stessa è un crimine.
La Russia deve fermare l’aggressione, l’Ucraina accettare un negoziato. Il ruolo della comunità internazionale può essere determinante.

Kiev oggi è sotto attacco. Pochi giorni fa eravamo in quella splendida città, a sostenere i gruppi della società civile che vogliono vie di pace. Dobbiamo unirci alla loro voce, che grida insieme ai cittadini russi che non vogliono partecipare a questa guerra.
Abbiamo portato aiuti in Ucraina, abbiamo dato rifugio a chi lo cercava. Ora dobbiamo anche lavorare per facilitare una soluzione pacifica. Prima che sia troppo tardi.

Le mobilitazioni nelle città italiane dei giorni 21, 22 e 23 ottobre e la manifestazione nazionale per la pace del 5 novembre a Roma, assumono ancor più significato: siamo tutti coinvolti.
Sarà una manifestazione popolare, e quindi di popolo. Un lungo corteo, per le vie della capitale, aperto a tutti. Sono invitate le persone che

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Due esperienze nel Lazio, organizzate da giovani e anziani, con il sindacato e le università, su progetti con al centro la vita nelle periferie, per ripensarle con un lavoro collettivo
Ri-generazioni di una sinistra che lavora sul territorio Un murales a Corviale, Roma - Ansa

I Due eventi positivi perché progettuali che ho pensato sarebbe stato utile condividere e così sono qui a raccontarveli. Il primo, promosso dalla nuova associazione Nuove Ri-generazioni, inventata dallo Spi (Cgil-pensionati) e dalla Fillea (Cgil edili), disegnata da Gaetano Sateriale, ex sindacalista ma anche ex sindaco di Ferrara. Il nome dice tutto: bisogna riparare e reinventare il nostro modo di abitare e di lavorare, e per farlo occorre ripartire dal territorio sul quale i suoi abitanti devono assumere un ruolo determinante.

Un compito da affidare in primo luogo alla nuova “generazione”, ma anche ai vecchi – i pensionati, appunto – ancora disposti a fare la propria parte insieme a loro per ringiovanire anche il nostro modo di fare politica, per ripensarsi come sinistra, ciascuno nel proprio campo ma insieme.

Riscoprire il valore dell’agire collettivo sta infatti al primo posto del nostro «che fare», per bloccare il dominio del principio cardine dei Trattati dell’Unione europea e dei valori “occidentali”: la competitività anziché la collaborazione (“Io da solo forse ce la faccio”).
All’odg della assemblea, il battesimo della associazione Nuove Ri-generazioni del Lazio, di cui è stata eletta presidente una giovane architetta pensionata, Linda Mosconi, e poi due tavole rotonde: una sul punto cui si è arrivati nella realizzazione di comunità energetiche; la seconda sul valore politico della costruzione di nuove forme di democrazia organizzata.

Protagonisti i rappresentanti di neo associazioni collegate (e anche non ) con i municipi capitolini, molti animatori di gruppi informali giovanili che in modo crescente occupano la scena metropolitana. (Fra questi anche i compagni del Quarticciolo con cui ormai da tempo lavora anche la nostra taskforce Natura e Lavoro). Così come, ovviamente, i militanti sindacali, che dovranno, anche loro, convertire i mestieri destinati a costruire nuovi giganteschi complessi edilizi (la cementificazione del suolo è arrivata in Italia a 64 ettari al giorno), in quelli adatti a riadattare le costruzioni esistenti che vanno non solo riparate, ma di cui occorre reinventarsi le funzioni per rispondere ai tanti nuovi bisogni del vivere.

Il territorio cui si sono riferiti nel dibattito è la grande cerchia della periferia di Roma, la zona più politicizzata della capitale. Ed è stato assai interessante che nelle loro conclusioni Ivan Pedretti, segretario dello Spi, Alessandro Genovesi, segretario della Fillea, e Michele Azzolla, segretario Cgil del Lazio, abbiano sottolineato proprio l’importanza di questo impegno per ridar sangue alla nostra democrazia. (Sono contenta che Pedretti abbia persino ripreso il mio accenno ad una innovativa esperienza sindacale dei primi rossi anni ’70 : i Consigli di Zona, figli di quelli di Fabbrica, una indicazione oggi rilanciata da Landini con il nome “sindacato di strada”. )
Tutt’altro scenario, ma stessa tematica, nel convegno, qualche giorno dopo, promosso da due docenti di urbanistica della Sapienza di Roma e membri della nostra taskforce, Eliana Cangelli e Carlo Cellamare ( non a caso soprannominato “urbanista di strada” ).

Analoga grande partecipazione che ha riempito l’Aula Magna del Rettorato, titolo dell’incontro “La periferia e/è Roma”. Le due “e” a sottolineare lo stato delle cose presenti – due mondi separati – e come dovrebbe esser invece percepito quanto c’è dentro l’area contenuta dal Gra, e quanto sta fuori, dove vivono 800.000 persone, che in comune hanno il non aver quasi niente.

Nel dibattito alla Sapienza ricorrono gli stessi nomi dell’incontro di Ri-generazione – Corviale, Tor Bellamonica, Malagrotta,i più antichi San Basilio o Quarticciolo – ma anche quelli delle periferie di Napoli, di Bari, di Milano eccetera perché a partecipare all’incontro e a illustrare i loro progetti sono venuti anche dalle altre università italiane. Che si sono assunte l’impegno di lavorare nelle rispettive aree geografiche per raccogliere, e sostenere, tutti coloro, giovani soprattutto, che in questa concreta attività collettiva ritrovano l’interesse e il gusto della politica. Che ha già dato vita a non poche mobilitazioni, anche se raramente queste vengono riconosciute come politica.

Non poche delle persone impegnate non vanno a votare, ma non perché sono spoliticizzate, al contrario, perché molta della politica istituzionale non le rappresenta.
Questo intreccio fra soggetti diversi che hanno però in comune la coscienza che la partecipazione si produce quando ai cittadini viene dato protagonismo, è, credo, il punto da cui ripartire. Mi riconduce all’esperienza preziosa vissuta nel Pci romano degli anni ’40/50, quando andavamo nelle borgate per aiutare, e imparare, come i sudditi possano trasformarsi in soggetti, premessa dell’impegno politico.

Non scrivo queste cose per nostalgia del passato. Le ricordo perché credo che animare protesta sia essenziale ma non basti a riempire il vuoto che separa sempre più la società dalle istituzioni se non si consolidano nuove forme di democrazia diretta.
Lo so che ci vuole un partito, e cioè un progetto strategico che indichi dove si deve e si può arrivare. Lo so, ma quello che voglio dire è che non è rimettendo insieme pezzetti di sinistra provati da molte sconfitte che costruiremo il partito necessario. Non è, per carità, un invito a disertare le urne. Ho fatto con impegno la campagna elettorale e sono contenta che nel pessimo quadro che ne è emerso il mio partito, Sinistra Italiana, sia ora presente in Parlamento, un sia pur piccolo ma chiaro riferimento per la battaglia che dobbiamo condurre.

Ho solo cercato di spiegare perché non ho voglia di partecipare al presente dibattito post elettorale sui destini della sinistra: per farne una che serva il processo sarà lungo, e il primo passo è prendere atto che non siamo in un tempo qualunque, ma a un passaggio d’epoca – la crisi del capitalismo – che può portarci alle barbarie sociali ma anche a al mondo liberato per il quale Carlo Marx ci ha insegnato a lottare.

 
 
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Per il primo ricercatore presso il Cnr, "chi ha guadagnato dall'inquinamento deve impegnarsi per limitare i danni sociali della transizione energetica"

Mario Tozzi, biografia

"Se la transizione energetica ricadesse sulle spalle dei lavoratori, sarebbe una tragedia sociale". Il geologo e divulgatore sociale, Mario Tozzi, non ha dubbi sulle misure da adottare per un passaggio più giusto e democratico a un modello economico che limiti il surriscaldamento del pianeta: "Le società petrocarbonifere devono investire parte dei propri profitti per raggiungere questo obiettivo".

Secondo il professore, tornato da ieri in onda su Raitre con la prima di sei nuove puntate di "Sapiens, un solo pianeta", il programma che pone domande sulla natura, sullo spazio, sulla Terra e sul futuro dell'uomo, l'obiettivo delle compagnie petrolifere è di addossare alla collettività il prezzo del loro sviluppo: "Proprio per questo – ha spiegato a margine di un incontro sulla transizione energetica organizzato a Ravenna dalla Filctem Cgil – non dovrebbero più ricevere nemmeno un euro di finanziamenti pubblici".

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"Oltre a impegnarsi a investire sulle rinnovabili per far diminuire le bollette – ha sottolineato Tozzi – il nuovo governo dovrebbe ripristinare il ministero dell’Ambiente". Secondo lo scienziato, ora che tutta l'attenzione è spostata sulla transizione ecologica è necessario tornare a occuparsi delle questioni ambientali e naturalistiche, oltre all'impegno supremo per abbandonare definitivamente i combustibili fossili. "Ma se il ministero della Transizione ecologica venisse affidato a qualcuno che viene proprio dal mondo delle compagnie petrocarboniere – ha chiosato – allora non ci saremmo proprio".

 

 

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Il direttore di Limes Lucio Caracciolo riflette sui possibili scenari legati alla guerra in Ucraina: tra la minaccia atomica che potrebbe essere utilizzata da Putin come risorsa di ultima istanza e complessi rapporti tra potenze

In conferenza stampa ad Astana, in Kazakistan, dove ha incontrato il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, Vladimir Putin ha dichiarato che non vede necessità di colloqui con il presidente degli Stati Uniti Joe Biden in Indonesia, a margine del prossimo G20. "Non è il momento di parlare di negoziati diretti con lui - ha chiarito -, dobbiamo ancora vedere come la Russia parteciperà al vertice di Bali", ma ha anche ribadito che uno scontro diretto tra la Russia e la Nato comporterebbe "una catastrofe globale". La conferenza asiatica Cica si era aperta all'indomani della risoluzione Onu che ha bocciato l'annessione russa dei territori ucraini. In molti in Europa si aspettavano un segnale dall'incontro tra il capo del Cremlino e Erdoğan, magari nella direzione di un cessate il fuoco. Così non è stato. In questa intervista a Lucio Caracciolo, il direttore di Limes - che da oggi, 15 ottobre, è in edicola e in libreria con il nuovo numero - alcune riflessioni sui possibili scenari che ci troviamo davanti a partire dal temuto rischio nucleare.

Quanto è realisticamente elevato questo pericolo? 

Nella questione della bomba atomica c’è una forte componente

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