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INTERVISTA. L’ex presidente dem: il progetto del 2007 non ha funzionato e ora va rifondato. Presuntuoso pensare che bastino le primarie. Chi ha difeso le ragioni della sinistra dentro il partito in anni difficili ora ha il dovere di valutare quale candidatura sia più capace di portare nel congresso una proposta che tanti attendono

Cuperlo: «Il Pd resterà la casa della sinistra. Io candidato? Vedremo» Gianni Cuperlo - LaPresse

Gianni Cuperlo, entro febbraio ci sarà il nuovo leader del Pd. Mai come adesso l’identità e la sopravvivenza del partito sono in gioco. Il progetto nato nel 2007 è ancora valido? O è meglio che la sinistra ricostruisca una sua casa?

Capisco la necessità di un nuovo leader, ma la domanda è quale partito si ha in animo di rifondare. Perché dopo la sconfitta e con una destra presa tra le cambiali elettorali e la disumanità mostrata su poveri e migranti, non è coi gazebo delle primarie che il sole tornerà a splendere. Lasciamo stare il temine identità se appare troppo vago, il nodo però rimane e investe l’attualità del progetto. Nel 2007 il traguardo era chiudere la pagina di una sinistra divisa per tutta la seconda metà del ‘900 tenendo assieme il mondo del lavoro, dell’impresa sana e della cultura, a partire da scuola e università. Non ci siamo riusciti per gli errori compiuti e politiche sbagliate, dal jobs act alla legge elettorale, per alleanze mancate come in quest’ultima campagna e per un eccesso di governismo disposto a sacrificare una seria redistribuzione fiscale a vantaggio di quel ceto medio che in buona misura si è rivolto altrove. Se sommiamo una scena globale con la guerra nel cuore dell’Europa e un largo fronte anti-occidentale che si compatta in chiave di valori si capisce come ridurre il congresso a una conta prima che un limite sarebbe un peccato di presunzione.

Crede che la fase costituente sia utile per rifondare il partito oppure sarà vissuta solo come una sorta di pre-partita?

Avrei voluto che quella fase vivesse del tempo necessario a coinvolgere pezzi di società che non siamo più riusciti a intercettare e rappresentare. Detto ciò, se crediamo in un percorso capace di includere forze, persone, in una comunità che ripensa il suo modo di essere, di organizzare la partecipazione, di selezionare la classe dirigente, allora è bene che il processo non si fermi con l’elezione del nuovo leader, ma prosegua con una semina di idee e rotture col nostro passato perché quello sarà il banco di prova sulla volontà di dar vita a una forza diversa.

Come dovrebbe essere il Pd del futuro?

Noi abbiamo una priorità ed è attrezzare l’opposizione a una destra incattivita che a fronte di promesse impossibili da mantenere cercherà i capri espiatori del suo fallimento. Hanno iniziato coi diversivi scandalosi su povertà e disperati del mare. Poi toccherà alle istituzioni e alla democrazia, eviteranno solo di attaccare l’Europa perché dipendono dai suoi fondi e almeno questo lo sanno. La prima manovra è un inno alle ingiustizie, bastone per gli ultimi e carota agli evasori, non uno straccio di visione sulla politica industriale, la conversione ecologica, gli investimenti pubblici necessari. Con una mano sfasciano l’unità del paese, con l’altra accentuano le disuguaglianze. Il Pd dev’essere la forza cardine di un’alternativa a questa deriva di cui vediamo solo il prologo. La sfida è essere baricentro di un’alleanza segnata da principi sociali e una cultura istituzionale opposti alla loro. Lo dobbiamo fare pensando ai mesi che abbiamo davanti, ma anche all’eredità delle forze a fondamento di questo partito. Parlo di culture che hanno segnato la vicenda repubblicana: non aiuta se le consegniamo all’archivio della storia.

Bonaccini si è candidato con un attacco alle correnti interne e al gruppo dirigente romano. Condivide questo approccio?

Nessuno può dirsi estraneo ai modi sbagliati che il Pd si è dato per organizzare vita e democrazia interne. Il problema delle correnti è che non si è mai scelto di pesarne davvero il consenso con regole chiare e trasparenti. Il risultato è che a consolidarsi non sono state aree e sensibilità capaci di produrre idee elaborando un pensiero critico. Si sono imposte logiche di potere e filiere di fedelissimi al leader di turno. Questo ha finito con l’allontanare risorse e competenze che avrebbero potuto evitare errori pagati poi nelle urne.

Si parla di una probabile candidatura di Elly Schlein, che non è ancora iscritta. E la sinistra interna che farà? Tra i nomi che vengono evocati per una candidatura c’è anche il suo.

Penso che la sinistra abbia il dovere di ragionare con serietà su quale candidatura sia più capace di portare nel congresso un pensiero e una proposta che in tanti si attendono anche per avere difeso con fatica quel punto di vista e quelle coerenze in stagioni complicate.

Immagino si riferisca al 2017, quando lei rimase nel Pd di Renzi e non seguì la scissione di D’Alema e Bersani.

Sono rimasto, non senza fatica, perché credo che un Pd ancorato alla sua matrice di sinistra serva in primo luogo all’Italia.

Come si dovrebbe gestire la concorrenza del M5S?

Non mi appassiona la sfida delle piazze. Credo si debba lavorare al dialogo tra le forze che sentono il dovere di unirsi perché è la condizione se vogliamo strappare oggi dei risultati e domani sconfiggere questa destra.

Voterebbe sì all’invio di nuove armi a Kiev?

Penso che questa guerra debba finire il prima possibile e non si possa avere una pace giusta consentendo a Putin di rivendicare una vittoria, lui è il primo responsabile di una tragedia costata oltre duecentomila morti di una parte e dell’altra. Avere sostenuto l’Ucraina anche dal punto di vista militare è stata la condizione per non vederla capitolare in un pugno di settimane. Noi siamo parte di un sistema di alleanze, non ne siamo succubi, quindi certo che il parlamento dovrà discutere qualunque nuovo invio di armi. Decisivo sarà accompagnare quel confronto al massimo sforzo diplomatico per una trattativa e una tregua nella volontà di non abbandonare gli ucraini al loro destino.

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INTERVISTA. "Dal governo Meloni una manovra confusa tecnicamente, ma ideologicamente molto chiara. E chi perderà il sussidio si indebiterà e sarà ancora più ricattabile. Togliere il «reddito di cittadinanza» non significa trovare un lavoro, servono tempo e investimenti"

 La sociologa Chiara Saraceno

Professoressa Chiara Saraceno nel libro con David Benassi e Enrica Morlicchio «La povertà in Italia» (Il Mulino) parlate di «aporafobia», cioè di paura o disgusto dei poveri. Quanto è «aporafobico» il governo Meloni che taglia il «reddito di cittadinanza»?
Qui c’è proprio il disprezzo, ancora di più che la paura. Un disprezzo molto diffuso a destra a sinistra, e al centro. Pensi alla filosofia del divano che ci ha tormentato in questi anni. L’«aporafobia» riguarda chi dorme per strada. Nei confronti di chi prende il reddito di cittadinanza c’è una mancanza di conoscenza da cui nasce il disprezzo. È impressionante il modo in cui vengono viste queste persone, dai media e dalla popolazione. L’altro giorno ho dovuto mettermi un simbolico bavaglio quando ho sentito delle signore che

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Alfonso Gianni (il Manifesto): «Dalla riunione dei Paesi ...

L a fine della legislatura e la fissazione delle elezioni politiche il 25 settembre sono intervenute in un periodo solitamente dedicato all’adempimento degli atti della legislazione di bilancio per l’anno successivo. Questo ha provocato una compressione dei tempi, durante i quali si prevede la presentazione dei vari documenti indispensabili a definire le scelte di politica economica e finanziaria per il nostro paese.

Un simile affastellamento non ha certo contribuito alla chiarezza. Cosicché alcune scelte e propositi dichiarati del governo sono quasi passati in sordina, e sarà bene invece che l’opposizione accenda i riflettori su quanto sta accadendo. La Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Nadef), approvata dal Consiglio dei ministri il 4 novembre, non fa altro che rivedere e integrare quella decisa il 28 settembre dal precedente governo.

La nuova Nadef presenta una novità rispetto alle dichiarazioni fatte prima da Draghi e poi dalla Meloni in campagna elettorale: lo scostamento di bilancio. Nella Relazione al Parlamento si legge infatti nelle prime righe che “il Governo intende ricorrere alla procedura prevista … con cui richiedere l’autorizzazione al ricorso all’indebitamento” che quindi eleverebbe il deficit del 2022 al 5,6% (dal 5,1%), al 4,5% nel 2023 (in luogo del 3,4%), portandolo al 3,7% e al 3% nel 2024 e nel 2025. Il tutto previo parere della Commissione europea – anche da ciò si capisce l’improvviso filoeuropeismo della Meloni – e l’approvazione a maggioranza assoluta del Parlamento.

Naturalmente la giustificazione starebbe nelle misure da assumere per fronteggiare il caro energia. Ma i 21 miliardi previsti per il 2023 appaiono del tutto insufficienti allo scopo dichiarato, a meno che non si abbia una visione ottimistica del tutto fuori luogo, vista anche la permanenza della guerra e l’assenza di iniziative serie per arrivare a un cessate il fuoco sia da parte dei diretti belligeranti che della Ue, della Nato e, last but not the least, degli Usa, e considerando il comportamento delle banche centrali votate all’innalzamento dei tassi per frenare l’inflazione a scapito dell’economia reale.

Del resto il decreto “aiuti quater” varato il 10 novembre chiarisce la direzione di marcia del governo. Oltre agli interventi contro il caro-energia e alla riduzione del superbonus edilizio dal 110% al 90%, il decreto - a quanto si sa, visto che alla chiusura di quest’articolo non è ancora stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale - autorizza le trivellazioni in mare alla ricerca del gas tra le 9 e le 12 miglia dalla costa, e ci infila anche l’innalzamento a 5.000 euro del tetto del contante, in modo da rendere più arduo il tracciamento dei pagamenti e quindi la lotta all’evasione fiscale.

Invece la tassazione degli extraprofitti delle imprese si ferma al 33%, quando sarebbe stato logico portarla almeno al 90%, dal momento che si tratta di guadagni realizzati grazie alla differenza del prezzo pagato al momento dell’acquisto rispetto a quello della vendita.

Che il tema fiscale stia particolarmente a cuore alle destre è cosa nota. Infatti le dichiarazioni di esponenti di governo anticipano alcune direttrici che dovrebbero informare i prossimi provvedimenti. Una corposa relazione di esperti, allegata alla precedente Nadef e resa nota a fine settembre, aveva dimostrato che il tax gap, cioè la propensione alla fuga dal fisco (misurata dalla distanza fra gettito potenziale e quello reale) era aumentato al 68,7%, il massimo storico, fra gli autonomi e le imprese. Ma il governo attuale ha in animo di estendere il tetto della tassa forfettaria del 15% (una forma di flat tax) dai 65mila euro agli 85mila, inglobando così circa 2 milioni di partite Iva, con una maggiore perdita di gettito fiscale per lo Stato.

Non solo, ma il governo intende venire incontro ai propositi di Salvini di introduzione di una flat tax anche se per ora non generalizzata. Si tratta della proposta di una “tassa piatta incrementale” con esclusione dei lavoratori dipendenti, per i quali si penserebbe ad una tassazione più leggera dei premi di produttività, ma allo stesso tempo la sparizione di un terzo della riduzione del cuneo fiscale che andrebbe a favore delle aziende.

La cosa funzionerebbe così: sulla parte del reddito che è aumentato rispetto al migliore nei tre anni precedenti si applicherebbe la tassazione del 15%. Si parla di una misura sperimentale, ma è rivelatrice della tendenza anticostituzionale su cui si muove il governo Meloni. Infatti la sua ratio è quella di premiare fiscalmente chi è riuscito a guadagnare di più. Il contrario esatto del principio della progressività.

Non solo ma si realizzerebbe una violazione patente del principio dell’equità “orizzontale”, dal momento che due soggetti aventi lo stesso reddito finirebbero per pagare al fisco cifre diverse a seconda dei tempi di realizzazione dei loro guadagni. Se ci aggiungete un nuovo ritorno dei capitali illegalmente all’estero senza pagare pegno il quadro è completo. Quasi.

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COMMENTI. Si sono fatti passi indietro rispetto allo Statuto che, nella prima fase, prevede il dibattito su documenti politici e programmatici poi posti al voto in alternativa tra loro

 

Nonostante i fieri propositi (“le idee prima dei nomi”), il congresso del Pd, oggi riunito in assemblea, sembra avviato sui binari consueti: lo dicono le modalità della fase di apertura all’esterno. Del resto, se la fase di apertura all’esterno viene concepita come una sorta di mega-consultazione per dare indicazioni al comitato dei saggi che dovrebbe riscrivere il Manifesto dei valori, allora si finisce per dare ragione a coloro che spingono per “fare presto”: si vada ai gazebo, piantiamola con le chiacchiere filosofiche e torniamo subito nei bar….

Il gruppo dirigente del Pd dovrebbe spiegare perché si è scelta questa via, e non invece quella del tutto plausibile che partiva dalla stesura di un testo, preparato da una commissione nominata dal segretario o dalla Direzione, aperto e emendabile, su cui sollecitare un dibattito, fuori e dentro il partito. Si sono fatti passi indietro rispetto allo stesso testo vigente dello Statuto che, nella prima fase del percorso congressuale, prevederebbe la discussione di “documenti politici” e “contributi programmatici” poi “posti al voto in alternativa tra loro”.

Certo, nell’attuale versione dello Statuto, sarebbero stati solo gli iscritti a votare i documenti, mentre poi piombano sulla scena i candidati e tutto finisce nei gazebo, dove naturalmente va a votare chi nulla sa di quanto discusso e approvato in precedenza. Ma volendo fare un “congresso aperto”, nulla impediva di aprire anche agli aderenti esterni il voto sui documenti della prima fase. Non lo si è voluto fare, per una precisa ragione: c’era il rischio di non poter controllare gli esiti di questo confronto.

E così si affida ad un consesso di sapienti (espressione, vien detto, di diversi “mondi sociali”: ma anche di diverse culture politiche? Chi lo sa…) il compito di distillare gli orientamenti che emergono dalla discussione. E’ evidente che non può certo partire in questo modo una vera ricerca di una nuova possibile identità del Pd. Ma, in ogni caso, staremo a vedere se, in corso d’opera, qualcuno prova a rompere un cammino che sembra già segnato.

Le cosiddette primarie si confermano ancora una volta come una iattura. Perché mai il Pd è così inchiodato su questa concezione delle primarie? Perché non si è mai riusciti a ridiscuterne? Perché, se ogni tanto qualcuno solleva anche solo una timida riserva, le “primarie aperte” (che sono pur sempre solo un metodo per eleggere il segretario) divengono addirittura un “tratto identitario” del Pd?
Credo che, oramai, a distanza di anni, si sia compreso come questo attaccamento patologico ad un modello che nel tempo si è rivelato fallimentare, nasca dal fatto che oramai questo modo di selezionare i gruppi dirigenti è profondamente connaturato alle dinamiche del potere interno: semplicemente, è in questo modo che si controlla il partito.

I candidati-segretario contrattano il sostegno con i capo-corrente, questi attivano le loro filiere e, infine, i referenti locali lavorano per mobilitare la gente che va a votare ai gazebo. Da un parte si discetta sui “valori” e sui “nodi”, dall’altra poi il partito viene affidato a chi è maggiormente in grado di attivare le proprie reti di relazione. Il trionfo dell’ipocrisia: ed è una mistificazione bella e buona presentare queste primarie come l’apoteosi del cittadino-elettore.

D’altra parte, tutto lascia presagire come si sia giunti oramai ad un punto di non ritorno: tutta la querelle sulle possibili alleanze alle regionali nasce fondamentalmente dall’indeterminatezza dell’esserci del Pd (potremmo dire, civettando con il lessico filosofico), dall’assenza di un’identità condivisa e riconoscibile.

C’è un noto modo di dire, «dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei», usato in genere quando si vuol mettere in guardia dalle cattive compagnie. In politica, vale l’inverso: «dimmi chi sei, e ti dirò con chi puoi andare». Chi scrive viene da una scuola politica per cui non è per nulla motivo di scandalo, di per sé, il fatto che una forza di sinistra possa fare alleanze elettorali e anche compromessi programmatici con forze centriste o moderate. Ma solo se sai chi sei, puoi reggere alleanze con il diverso da te. Se non sai chi sei, sono le alleanze che definiscono la tua identità. Solo quando le culture politiche erano forti e ben identificabili, si potevano concepire grandi compromessi (storici e costituzionali).

Perché il sostegno a Letizia Moratti in Lombardia (prima della candidatura ufficiale di Pierfrancesco Majorino) si rivelava una scelta suicida, nonostante le insistenze di tanti, da ultimo l’ingegner De Benedetti? Perché l’incerta identità del Pd in questo momento comporta che ogni alleanza – anche solo tattica, elettorale, limitata, ecc. – diventa l’unica occasione per definire un’identità: ma in modo subalterno. E non verrebbe accettata dall’elettorato, privo di un metro di giudizio se non le alleanze elettorali.

“E’ lo sfarinamento delle culture politiche che porta a far precipitare” tutto sulla questione delle alleanze: quante volte, anche durante la recente campagna elettorale abbiamo sentito risuonare la frase: “vai con quelli? E allora non ti voto!”. L’incertezza sul tuo essere porta alla paura della contaminazione.

La questione vale per il Pd ma vale anche per altri, in particolare il Movimento Cinque Stelle: è comprensibile che, in questa fase, punti a consolidare la sua autonomia, ma non può essere un gioco a tempo indeterminato. Il M5S deve considerare che, tra i motivi della credibilità acquisita e premiata dagli elettori, c’è stata anche la rivendicazione dei risultati (pur parziali) dell’azione di governo, proprio grazie ai compromessi con altre forze. Una qualsiasi idea di autosufficienza, per il M5S, così come per il Pd la velleità e la nostalgia di pensarsi ancora in nome della “vocazione maggioritaria”, sarebbe esiziale, per tutti. Speriamo che lo si comprenda.

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COMMENTI. C’è urgente bisogno che lo scossone parta dai luoghi di lavoro, dalle scuole, dalle piazze, quindi dell’apertura di un largo conflitto sociale. Fino a programmare uno sciopero generale

Il salario del nostro scontento 

È ufficiale. Abbiamo raggiunto un record di cui avremmo fatto volentieri a meno. L’inflazione a ottobre è all’11,8%, bisogna tornare al 1984 per trovare un simile livello. A settembre era all’8,9%, quindi è aumentata di tre punti in un mese, non succedeva dal 1954. Ma per il mondo del lavoro, delle pensioni e del non lavoro l’inflazione reale è ancora più alta poiché si abbatte su consumi essenziali incomprimibili. Il dato italiano è tra i peggiori in Europa. E il pensiero corre, o dovrebbe, a chi vive di reddito fisso e assiste alla sua riduzione senza strumenti di difesa. Già i salari italiani in trent’anni erano diminuiti del 2,9%. Ma ora la prospettiva è ancora peggiore. E’ chiaro che, sic stantibus rebus, già l’inflazione acquisita per l’anno in corso, non meno dell’8%, non potrà essere recuperata dalla contrattazione sindacale.

Come se non bastasse il governatore di Bankitalia ammonisce che non è possibile alzare i salari, timoroso dell’innescarsi della spirale con i prezzi. Ma il paragone con gli anni settanta non regge da nessun punto di vista, non ultimo il fatto che le cause della violenta spinta inflazionistica sono in grande parte legate alla guerra in corso in Europa e alle sue conseguenze sui prezzi, a cominciare dall’energia. In più la Bce nel suo rapporto di novembre stima probabile una recessione tra l’ultimo trimestre di quest’anno e il primo di quello prossimo. E non è detto che si fermi lì. La stagflazione – questa sì ci ricorda gli anni settanta – è tornata: ovvero la presenza congiunta di inflazione e di recessione. Quando se ne parlava su queste pagine, più d’uno sosteneva altrove che era una previsione fuori dal mondo. Purtroppo avevamo ragione.

Ed ha ancor più ragione da vendere Landini, quando afferma che i bonus sono pannicelli neppure troppo caldi e che i fringe benefit e la detassazione del salario di produttività sono armi spuntate in partenza, dal momento che la contrattazione aziendale riguarda solo il 20% dei lavoratori e tra i leitmotiv delle analisi economiche sulla crisi italiana compare sempre lo scarso aumento di produttività, che peraltro non andrebbe riferita al lavoro ma al sistema in generale. Fermo restando che anche il sindacato dovrebbe rivolgersi qualche domanda su come mai si sia lasciato sfuggire di mano quella potestà salariale che orgogliosamente rivendica quando invece si propone – come sarebbe giusto e necessario – l’introduzione per legge di un salario minimo indicizzato all’aumento dell’inflazione.

Il segretario della Cgil chiede ora giustamente, di fronte alla drammatica emergenza salariale e al crollo del potere d’acquisto dei pensionati e dei precari, di usare lo strumento fiscale. Ma a parte che questo non dovrebbe sostituire l’apertura di un fronte di lotta per gli aumenti retributivi, (in Germania l’IgMetall minaccia lo sciopero per ottenere l’aumento dell’8% dei salari) non può sfuggire ad alcuno che il governo si muove in tutt’altra direzione. Mentre il decreto “aiuti quater” si preoccupa di autorizzare le trivellazioni tra le 9 e le 12 miglia dalla costa o di aumentare il tetto del contante a 5mila euro, esponenti governativi corrono in soccorso della Confindustria, promettendo che il taglio del cuneo fiscale andrà almeno per un terzo a loro vantaggio, anziché interamente per alleviare la crisi dei salari reali. Mentre si prevede che la tassazione degli extraprofitti delle imprese energetiche si fermi al 33%, quando vista la natura di quei guadagni tassarli almeno al 90% sarebbe una misura di normale equità.

Ma il governo non sembra limitarsi a questo. La tassazione forfettaria del 15% si allargherebbe a circa due milioni di partite Iva, portando il limite da 65mila a 85mila euro, ampliando quindi quel tax gap, messo in rilievo da una corposa relazione di esperti, che porta ad un’ulteriore riduzione delle entrate fiscali. A ciò possiamo aggiungere l’intenzione di riaprire il condono per i capitali fuggiti illegalmente all’estero (la chiamano voluntary disclosure per confondere le acque). Se non bastasse il governo Meloni ha in testa di istituire un flat tax “incrementale” per gli autonomi, per cui i guadagni superiori al migliore degli ultimi tre anni, godrebbero di una tassa al 15%. Due ingiustizie (e violazione dei principi costituzionali) in una: chi guadagna di più pagherebbe meno tasse e tra due cittadini a pari reddito risparmierebbe chi lo ha maggiormente incrementato nell’ultimo anno.

Ci si augura che l’opposizione parlamentare faccia la sua lotta fino in fondo. Ma nelle condizioni in cui si trova il parlamento questa non basterebbe in ogni caso. C’è urgente bisogno che lo scossone parta dai luoghi di lavoro, dalle scuole, dalle piazze, quindi dell’apertura di un largo conflitto sociale. Fino a programmare uno sciopero generale.

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INTERVISTA. Il capodelegazione a Bruxelles: «Una discussione aspra sull’identità è inevitabile. Altrimenti saremo un partito-minestrina, insapore. Su lavoro e fisco le ricette devono cambiare radicalmente. Ora parli la diplomazia, basta armi a Kiev»

Brando Benifei: «Il nuovo Pd sarà di sinistra. Chi la pensa come Renzi andrà via» Brando Benifei - Ansa

Brando Benifei, capodelegazione del Pd al Parlamento europeo. Nel suo partito hanno deciso di anticipare il congresso. Le sembra una buona idea?

Il Pd deve ridefinire la sua identità. Siamo nati nel 2007 quando l’Italia era divisa in due dal fenomeno Berlusconi, non c’erano state tutte le crisi che abbiamo attraversato. La fase costituente richiede il tempo necessario: quello previsto, da qui a gennaio, è già piuttosto serrato. Serve una discussione vera sui nodi identitari, dal congresso non può uscire un partito-minestrina, insapore, dove tutti si vogliono bene perché non si discute davvero. Quello che ci univa nel 2007 non basta più. Di fronte a una destra ideologica al governo, la nostra gente ci chiede di saper fare la sinistra, alternativa sia al polo liberale che a quello grillino.

C’è una ipotesi di fare le primarie il 19 febbraio invece del 12 marzo.

Se si accorcia la fase finale del voto tra gli iscritti e delle primarie non è un problema. Quello che conta è fare bene il lavoro delle prossime settimane, aprire la fase costituente a chi sta fuori.

Nel 2007 si disse di voler unire i diversi riformismi. È una formula ancora valida?

In tutti i partiti socialisti europei c’è un pluralismo culturale. Il problema è fissare i cardini: per me sono il lavoro, l’emancipazione dal bisogno, i diritti e la democrazia.

Non sono gli stessi di 15 anni fa?

In questi anni abbiamo avuto pericolosi cedimenti sul tema del lavoro, penso al Jobs Act che non ha risolto il tema della precarietà e ci ha spinti ad inseguire idee degli anni 90, una sorta di flex-security senza sicurezza per i lavoratori; ma abbiamo anche sbagliato tagliando le province, il finanziamento pubblico ai partiti, il numero dei parlamentari. Abbiamo ceduto alla spinta antipolitica.

Pensa che oggi sia possibile trovare punti comuni?

Chi la pensa come Renzi su temi come il lavoro o il fisco, chi non vuole politiche vere di redistribuzione e ritiene che non si debba colpire la rendita a favore dei redditi da lavoro, forse dovrebbe chiedersi perché sta nel Pd. Lo stesso vale per chi ritiene che difendere i diritti dei migranti faccia perdere voti, come è si è visto col silenzio di Conte su Catania.

Vuole fare un repulisti?

Dico che bisogna fare chiarezza, distinguerci in modo chiaro dal terzo polo e dai 5 Stelle. Non c’è più spazio per elogiare acriticamente il Jobs Act, pensare di abolire tout court il reddito di cittadinanza o sostenere posizioni antipolitiche. Questo non significa voler cacciare qualcuno. Ma metto in conto che a qualcuno il nuovo Pd possa non piacere.

Crede davvero che nel suo partito abbiano voglia di fare una discussione così profonda? Non vede il rischio di una scissione?

Penso che possiamo essere ancora un partito largo, che sa fare sintesi. E tuttavia aggirare i problemi per garantire la pace interna sarebbe pericoloso: se ci limitiamo a cambiare il segretario lasciando tutto il resto così com’è, a partire dal gruppo dirigente, sarebbe un disastro, anche in termini di consensi. Non andremmo lontano. No, non è più il momento si stare nella comfort zone, bisogna prendersi il rischio di una discussione aspra.

Lei ha organizzato il 29 ottobre una iniziativa di giovani dem, «Coraggio Pd». In coro avete chiesto di azzerare tutto il gruppo dirigente. Vi hanno definiti i nuovi rottamatori.

Una formula in cui non mi ritrovo affatto. Quel termine fu usato da Renzi per cooptare i suoi amici e far fuori tutti gli altri. Noi diciamo che già ci sono forze nel Pd che si sono sperimentate sui territori e nelle battaglie per lavoro e ambiente. Il rinnovamento c’è già, non deve essere concesso dall’alto. Ma finora non ha fatto irruzione nel dibattito nazionale, dove parlano sempre gli stessi da 10 anni. Se vogliamo essere credibili non possiamo non sostituire i protagonisti, e anche le parole d’ordine.

Elly Schlein ha citato la vostra iniziativa nel discorso con cui si è iscritta al congresso Pd. La sosterrete in una eventuale corsa per la segreteria?

Ho molto apprezzato che abbia menzionato «Coraggio Pd», l’obiettivo di aprire all’esterno è comune. Sulle candidature ci esprimeremo al momento opportuno e ad oggi resta forte l’ipotesi di esprimere una nostra candidatura. Ma sono scelte che andranno fatte dopo aver sciolto i nodi di fondo.

La guerra sarà un tema decisivo per il nuovo Pd? Servono altri invii di armi a Kiev?

Nei mesi scorsi il sostegno militare si è rivelato necessario. Oggi non si può continuare ad inviare armi se non è chiaro cosa stiamo facendo. Questo è il momento in cui l’Europa deve fare fino in fondo il suo ruolo sul fronte diplomatico, senza farsi scavalcar dalla Turchia. Grandi potenze come Cina e India si stanno muovendo, non possiamo restare schiacciati sulle posizioni americane. E il Pd deve superare una postura troppo militare.

 

 

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