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CONTRO LA GUERRA. In Russia ci sono migliaia di giovani che non vogliono andare a combattere: sono loro il punto debole del regime guerrafondaio di Mosca. E i giovani obiettori ucraini sono più di 5mila

La resistenza degli obiettori russi e ucraini 

Stare dalla parte delle vittime, sempre, è il primo dovere della nonviolenza. Siamo impegnati ad aiutare, a sostenere e a soccorrere chi subisce le atrocità della guerra. Condividiamo la compassione verso il popolo ucraino. L’aggressore, il carnefice, deve essere fermato. Ma come? Questo è il punto.

In Russia ci sono migliaia di giovani che non vogliono andare a combattere, che rifiutano il servizio militare, che si dichiarano obiettori di coscienza, renitenti alla leva, disertori. Sono loro il punto debole del regime guerrafondaio di Mosca; sono loro che obiettano concretamente alla guerra.

Anche in Ucraina sono tante e diverse le voci che si alzano per difendere la propria patria dall’aggressione. Ammiriamo la tenacia della resistenza ucraina, che non è incarnata solo dai giovani chiamati a «mettere mano alle armi», ma è anche quella messa in atto dai giovani che le armi rifiutano e privilegiano la resistenza civile, la forma praticata dalla maggioranza del popolo.

Papa Francesco ha indicato come esempio ai giovani europei la figura di Franz Jägerstätter, giovane contadino cattolico obiettore che «quando venne chiamato alle armi si rifiutò, perché riteneva ingiusto uccidere vite innocenti. Franz preferì essere assassinato piuttosto che uccidere. Riteneva la guerra totalmente ingiustificata».
Oggi in Russia e Ucraina ci sono tanti Franz Jägerstätter che obiettano al servizio militare e per questo vengono incarcerati.

Dicono – con papa Francesco – che «fabbricare armi è un commercio assassino» e per questo rifiutano di usarle. Chiedono asilo e protezione, ma le porte d’Europa per loro rimangono chiuse. Chiedono che venga loro riconosciuto lo status internazionale di rifugiati politici, poiché l’obiezione di coscienza deve essere tutelata come dice la Convenzione europea dei Diritti umani.

Se è vero che «non esiste guerra giusta» e che la guerra «non risolve mai i problemi che intende superare», gli obiettori di coscienza sono gli artefici di questa visione e la rendono concreta già nell’oggi.
Gli obiettori di coscienza, i nonviolenti russi e ucraini, che già oggi si parlano, lavorano insieme, creano ponti di pace, devono essere sostenuti perché veri operatori di pace.

Sono circa 5000 i giovani ucraini che si sono dichiarati obiettori di coscienza e vorrebbero svolgere un servizio civile alternativo al servizio in armi, ma la legge marziale in atto glielo nega. Alcuni di loro sono già sottoposti ad un procedimento penale. In particolare stiamo seguendo i casi di due obiettori ucraini: Ruslan Kotsaba e Vitaliy Alekseinko ai quali forniamo assistenza legale.

Ruslan è riconosciuto come «prigioniero di coscienza» da Amnesty International, è stato arrestato e imprigionato per 524 giorni per aver espresso le sue idee pacifiste; l’accusa ha chiesto una condanna a 15 anni di carcere con l’imputanzione di «tradimento e spionaggio». Ora Ruslan ha deciso di lasciare l’Ucraina per continuare il suo lavoro di pace dall’estero; attualmente si trova negli Stati Uniti, ma il procedimento penale va avanti.

Vitaliy è stato giudicato colpevole di «elusione del servizio militare durante la mobilitazione» e condannato a un anno di carcere; ora ha presentato un ricorso in cui ha chiesto di essere rilasciato con un periodo di libertà vigilata; la prossima udienza si terrà il 12 dicembre alla Corte d’Appello di Ivano-Frankivsk dove i nostri avvocati saranno presenti a tutela di un giusto processo e per il rispetto dei diritti di difesa.

Il Movimento Nonviolento lavora con il Movimento Pacifista Ucraino e con il Movimento degli obiettori di coscienza russi, insieme alle Reti internazionali nonviolente e antimilitariste War Resisters’ International (Wri), Ufficio Europeo per l’Obiezione di Coscienza (Ebco), International Fellowship of Reconciliation (Ifor), e con altre Ong italiane come Un Ponte per, Stop The War Now e Rete italiana Pace e Disarmo.

Con la Campagna “Obiezione alla guerra” sosteniamo ogni singolo obiettore, dell’una e dell’altra parte: patrioti disarmati che non vogliono odiare la patria altrui.

* Presidente del Movimento Nonviolento

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ROJAVA. Dichiarazione della Presidenza del coordinamento per la democrazia costituzionale

Young man holding white paper with black slogan SAVE ROJAVA, protests against Turkish invasion in northern Syria

Il Presidente turco Erdogan ha ordinato attacchi aerei che hanno causato morti, feriti e distruzioni nella zona del Rojava dove si trova la città martire di Kobane.

Kobane è stato un centro decisivo di resistenza contro i terroristi dell’Isis, come del resto lo è stata la zona curda dell’Iraq. Hanno subito perdite e distruzioni ma alla fine hanno contribuito alla sconfitta dell’Isis.

Aggredire questo presidio è un’azione odiosa e irresponsabile. Per di più in quel territorio si è sviluppata una realtà politica e sociale di partecipazione molto avanzata che si è concretizzata nella Federazione Democratica della Siria del Nord.

Erdogan annuncia che dopo i bombardamenti arriverà l’attacco di terra per scacciare queste e questi combattenti che hanno resistito all’Isis. L’attentato a Istambul, attribuito a una fazione curda senza prove, non può essere un alibi per giustificare gli orrori che hanno colpito e rischiano di farlo ancora di più questa realtà martirizzata e tante volte tradita, perché la responsabilità penale è personale e quindi non può dar luogo a punizioni collettive.

Non si può mascherare un atto di aggressione contrario allo statuto dell’ONU e allo stesso Patto atlantico contrabbandandolo per un’azione difensiva. E’ inaccettabile che Erdogan utilizzi il suo presunto ruolo di mediazione nel conflitto ucraino per coprire atti di aggressione verso quelli che ritiene suoi nemici.

E’ assurdo che la Nato accetti che un suo importante membro si comporti come la Russia verso l’Ucraina senza ricevere nemmeno un altolà per bloccarne le peggiori intenzioni.

La verità è che il conflitto in Ucraina che ha fatto seguito all’invasione russa non può giustificare in alcun modo le violazioni del diritto internazionale compiute dalla Turchia. La NATO e l’UE non possono condannare la Russia e chiudere gli occhi dinanzi alle azioni odiose del governo turco, fingendo di non vedere.

Chiediamo che il governo italiano condanni decisamente l’aggressione della Turchia contro la Federazione Democratica della Siria del Nord e faccia valere questa posizione in tutte le sedi internazionali.

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INTERVISTA. Il dirigente dem: le culture socialista e liberale possono convivere. Ma si scelga una linea. Letta ha ritenuto di non propormi nel comitato costituente, ma non me ne dolgo. Bonaccini e Schlein? Dicano cosa vogliono, la sinistra interna ritrovi solidarietà per combattere nel congresso

 Goffredo Bettini - LaPresse

Goffredo Bettini, oggi sono due mesi dalla sconfitta del Pd alle elezioni. In questi 60 giorni sono stati gettati i semi per una rifondazione del partito o si è perso tempo?

Il processo avviato è molto aperto. L’esito è incerto. I tempi sono serrati. Le adesioni alla fase costituente da parte di forze e energie esterne, se non si allarga l’orizzonte, rischiano di essere un po’ burocratiche. Tuttavia non si è perso tempo. Il confronto tra opinioni diverse è iniziato, anche se non in modo esplicito e chiaro. Ognuno si deve impegnare perché diventi via via più ricco.

Lei sta chiedendo ai dem di fare una scelta netta tra socialismo e liberalismo. Crede che queste due culture possano ancora convivere nello stesso partito o dovrebbero separarsi? C’è il rischio di una scissione alla fine del congresso?

Il Pd ha unito diverse culture; non solo il socialismo e il liberalismo. Nessuna è incompatibile con l’altra. Il punto è un altro: al congresso occorre scegliere con nettezza una linea politica, un punto di vista sulle contraddizioni del mondo di oggi, un programma fondamentale da perseguire, un’alternativa di governo. Tutto questo manca. Chi perde non deve separarsi, piuttosto con spirito unitario prepararsi a prevalere al prossimo congresso. D’altra parte ci chiamiamo democratici. Sarebbe un disastro annacquare tutto nella diplomazia degli stati maggiori. Scontro solo sui nomi e altrettante alleanze solo sui nomi. Allora non ci sarebbe la scissione, ma la consunzione e dispersione del Pd, la sola forza in grado di reggere con solidità l’urto della destra.

La direzione ha approvato un comitato costituente di circa cento persone. Lei non c’è. È stata una sua decisione?

No. Nessuno mi ha consultato. Letta ha ritenuto di non propormi. Come sa, molti mi definiscono “potente”; ma alla stretta degli incarichi anche i più modesti e naturali (l’ho ripetuto all’infinito) non sono preso quasi mai in considerazione. Ma non me ne dolgo. Al contrario, conservo una felice libertà. Consideri poi che ho l’occasione di parlare spesso anche sui giornali o in tv. Il mio contributo al congresso del Pd lo sto dando con il mio ultimo libro «A sinistra. Da capo» e con le presentazioni che sto svolgendo in molte parti d’Italia; per ora tutte affollate e appassionate.

Crede in questa fase costituente? Funzionerà?

Ci credo. Funzionerà se a chi chiamiamo a partecipare offriamo dilemmi chiari, proposte innovative sulla forma partito, scelta su linee alternative. Se ci sarà solo un contributo generico, tutto ritornerà come prima. È necessario abbattere ogni forma di reticenza. Non abbiamo altri “tempi” da giocare. La partita è questa e non va sprecata. Non so cosa uscirà dal comitato di quasi cento persone che dovrà ridisegnare la cornice dei valori. Ma i valori senza un indirizzo politico convincente, qui ed ora, rischiano di rimanere appesi ad un unanimismo senz’anima. Il Pd quando nacque fece bene ad indicarli, come fondamento e ragione della sua esistenza. Ora, francamente, è l’identità politica che va definita. D’altra parte, alla fine, i nostri valori sono quelli scritti nella Costituzione italiana. Mi aspetto analisi, previsioni per il futuro, autocritica sugli errori commessi, valutazioni sull’attuale sviluppo della modernità. Questo serve.

In campo per ora c’è sostanzialmente Bonaccini. Come valuta questa candidatura?

Una persona seria, ottimo amministratore, combattivo e convinto delle sue idee. Aspetto con curiosità un suo programma completo e più organico.

La sinistra interna pare in difficoltà, quasi appesa alle future decisioni di Elly Schlein. Come se non riuscisse a esprimere una propria candidatura.

Schlein non si è ancora candidata. Ha espresso in una lunga intervista le sue prime elaborazioni. Molte le condivido. Ma anche per lei vale quanto detto per Bonaccini. Occorre intendere meglio la sostanza di questo approccio iniziale. C’è tempo. Ricordo che, insieme a loro, si sono già candidati Paola De Micheli e Matteo Ricci. Da non sottovalutare perché potrebbero, per diverse ragioni, allargare molto i propri consensi. La prima è stata importante come supporto alla segreteria di Zingaretti, il secondo è, da quasi dieci anni, il sindaco strepitoso di Pesaro; intelligente e veloce anche sui temi della politica nazionale. Ripeto: al di là dei nomi, che si possono ulteriormente aggiungere nelle prossime settimane, personalmente mi interessa quanto i candidati almeno in parte raccolgano le riflessioni che ho messo in campo. Non voglio votare una faccia ma un programma di intenti. La sinistra del partito non è in difficoltà. Sta ragionando. Avrebbe ottimi candidati. Autorevoli, colti, solidi. Ma, forse, non ha ancora trovato quel filo di solidarietà interno che può permettere di combattere questa battaglia così difficile. Vedremo.

Lombardia e Lazio, ci sono spiragli per una intesa con Conte?

Alle regionali vedo, purtroppo, assai difficile un’intesa con Conte. Debbo dire non per colpa del Pd. Le divisioni nazionali hanno pesato nei territori. Peccato. Non sostenere Majorino, ottimo candidato e tra i migliori dirigenti di una nuova generazione del Pd, e smontare l’attuale alleanza che comprende i 5Stelle nel Lazio mi paiono due grandi favori alla destra. Sulla Lombardia c’è un’apertura di Conte, che verificherei positivamente fino in fondo.

E sulla manovra ci sarà una mobilitazione comune?

Almeno sulla manovra le opposizioni dovrebbero fare fronte comune. Ma vedo valutazioni diverse. Per me, come ha detto Orlando in direzione, non è una manovra solo improvvisata e inadeguata. È una manovra di classe. Senza umanità verso i poveri, penalizzante per i lavoratori dipendenti colpiti dall’inflazione, generosa con gli evasori e l’economia in nero, ossequiosa con i ricchi a cui non si chiede alcuno sforzo per uscire dalla crisi. Al di là delle promesse elettorali, la destra ha subito cominciato a fare la destra; che sta sempre lì: gerarchie e difesa dell’ordine; quello voluto dai potenti e dai più protetti.

Condivide la scelta di quegli europarlamentari che, come Smeriglio, hanno votato contro la risoluzione che definisce la Russia “sponsor del terrorismo”?

Il tema è delicatissimo. Non ho mai avuto dubbi nell’appoggiare l’Ucraina orribilmente aggredita, anche con l’invio delle armi. La pace non è arrendersi. Ma difendersi con una forza da contrapporre alla forza che ti vuole distruggere. Ma mentre sostieni il popolo ucraino, devi pensare anche a come costruire le condizioni di una pace duratura, di un compromesso, da raggiungere in un mondo multipolare. Definire la Russia uno stato «sponsor» del terrorismo significa esasperare il conflitto. Portarlo al suo estremo. Si rischia di fare le “anime belle” sulla pelle degli ucraini, che muoiono. Biden mi pare più misurato dell’Europa. E l’Europa sta delegittimando il proprio ruolo di mediazione e di impegno per la pace; che sarebbe naturale svolgesse. E poi rifiuto il clima (che soprattutto alcuni Paesi dell’Est europeo suscitano) secondo il quale ogni valutazione diversa circa il sostegno all’Ucraina e la via per la pace vengono messi all’indice come manifestazioni pro-Putin.

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EUROPA-UCRAINA.

IL NUOVO PARLAMENTO EUROPEO

Nell’ultima seduta plenariaria dell’Europarlamento ho espresso il mio voto favorevole a tre risoluzioni su assistenza finanziaria immediata a Kiev per 18mld di Euro; solidarietà all’opposizione democratica in Bielorussia; disconoscimento dei passaporti rilasciati dai russi nelle regioni occupate di Ucraina e Georgia. Solo per ricordare le ultimissime tra le tante scelte fatte, sempre a sostegno della popolazione ucraina. Mentre ho espresso voto contrario alla risoluzione che riconosce la Russia come stato sponsor del terrorismo perché ciò assume, ai miei occhi, un significato diverso, un salto di qualità pericoloso. Questo per ribadire che non ho dubbi su aggrediti e aggressori, sulle responsabilità e i massacri delle truppe di occupazione russe. I dubbi, casomai, riguardano la strada da prendere per uscirne.

La risoluzione è peraltro ispirata da un’iniziativa dell’Assemblea Nato, riunitasi la settimana scorsa a Madrid, in cui si è affermato che «lo Stato della Russia, con il suo regime attuale, è uno Stato terrorista».

Ma L’Unione e il Parlamento Europeo non sono la Nato, non sono un’alleanza militare, ma organismi democratici che possono e devono giocare un ruolo di fermezza, mantenendo sempre aperti i canali diplomatici. Dire che la Russia è sponsor del terrorismo significa tagliare tutti i ponti. Ad esempio, dovremmo cacciare l’ambasciatore russo a Roma o vietare i voli di compagnie russe? La stessa risoluzione, inoltre, dichiara la propria inadeguatezza quando invita gli Stati nazionali ad adeguare i propri standard giuridici a questa novità tutta politica. Novità perché l’Europa sin qui aveva indicato persone o gruppi come terroristi, ma mai gli Stati. E mentre per i crimini di guerra esistono tribunali e procedure certe in questo caso non si capisce come dovremmo rendere operativa questa decisione.

Accade così che mezz’ora dopo l’approvazione di tale risoluzione, il presidente francese Macron ha annunciato a mezzo stampa che avrà un contatto diretto con Putin nei prossimi giorni. I negoziati del resto si fanno con i nemici. E la preoccupazione di chi si è opposto alla risoluzione, rimane come arrivare ad un cessate il fuoco cioè, appunto, a una tregua che permetta a chi oggi è sotto le bombe di tornare a respirare.

Esiste un’area di dissenso e di dubbio rispetto alle scelte che si stanno portando avanti al Parlamento europeo. È un’area composta da circa 150 parlamentari tra chi ha votato no, chi si è astenuto e chi NON ha ritirato la scheda di voto.
Rispetto i colleghi che hanno votato a favore. Invidio le certezze granitiche, ma ribadisco: pur avendo chiare le responsabilità della guerra e dell’invasione, ritengo che in questo modo si corra verso il disastro. Il rischio è che resti in campo la sola opzione militare.

Peraltro, se mai dovesse riaprirsi un dialogo, a questo punto difficilmente potrebbe essere l’Ue a svolgere un ruolo di mediazione, perché questa risoluzione induce un salto di qualità enorme nell’allontanare qualsivoglia relazione con la Russia. Al punto 5, la risoluzione approvata invita addirittura «l’Ue e i suoi Stati membri ad agire per avviare un isolamento internazionale completo della Federazione russa». Per me un errore che lascerebbe il campo diplomatico a Cina e Turchia.

E in questo senso torna centrale il tema di quale ruolo debbano svolgere l’Unione e il Parlamento europeo. Di quale strategia politica e diplomatica vogliamo dotarci. Quali obiettivi debba perseguire la nostra assemblea democratica, sovrana ed autonoma. Sempre che si mantenga l’ambizione di dare dignità e forza alle istituzioni comunitarie nel nuovo contesto geopolitico.

Da ultimo, ieri mattina insieme agli altri parlamentari che si sono espressi contro la risoluzione abbiamo subito un atto grave di intimidazione: sulle porte dei nostri uffici, dentro il Parlamento Europeo, abbiamo trovato dei manifestini con scritto “With my votes I support terrorist” e l’immagine della faccia di Putin insanguinata. La presidente Metsola ha espresso la sua vicinanza e a dichiarato che si attiverà immediatamente per identificare i responsabili. Siamo contenti di aver ricevuto la solidarietà dei nostri colleghi. La dialettica democratica, la libera espressione del pensiero, non possono in nessun modo, soprattutto in una aula parlamentare, essere messi in discussione.

Continueremo a fare il nostro lavoro a fianco del popolo ucraino, come abbiamo fatto oggi votando tutte le risoluzioni a sostegno di Kiev, senza smettere di ricercare tutte le strade possibili per avvicinare il cessate il fuoco.

* Europarlamenare indipendente eletto nelle liste del Pd, Coordinatore della Commissione per la cultura e l’istruzione del Parlamento Europeo

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Verso il partito che non c’è con una carta d’identità nuova, non scritta sempre dagli stessi, per un processo costituente vero capace di fare i conti con il 2007 e con l’89

Una nuova casa senza deleghe in bianco 

Un congresso ordinario servirebbe a ben poco. Non basta posizionare le correnti in vista dei gazebo, della incoronazione del nuovo re o della nuova regina. Non solo non sarebbe sufficiente, ma tradirebbe anche un approccio sbagliato. Se tutto si risolvesse in questo, sarebbe saggio risparmiarsi da subito la fatica dell’attesa e fare altro.

Occorrere invece prendere sul serio l’opportunità del processo costituente e impegnare i prossimi due mesi – mentre si fa opposizione, in Parlamento e nelle piazze – in una riflessione severa e sincera sui fondamentali.

Il Manifesto dei valori del 2007, con cui nacque il Pd, non è soltanto inattuale e non lo è da oggi. Era a nostro avviso inattuale già nel 2007, a pochi mesi dallo scoppio della bolla speculativa dei subprime e dalla crisi dei debiti sovrani. Quella carta poggiava — come l’intera impalcatura ideologica del Pd — su di una lettura inadeguata, fallacemente ottimistica della globalizzazione e del rapporto tra Stato e mercato. Lo pensavamo allora e lo pensiamo oggi, con il massimo del rispetto per chi è di altro avviso e ha tra l’altro ottenuto in questi anni risultati elettorali molto più significativi dei nostri. Ma possiamo dirlo senza essere accusati di presunzione? E possiamo aggiungere che non ci pare abbia molto senso che la nuova carta d’identità sia scritta sostanzialmente solo dagli stessi che elaborarono quella del 2007?

Il punto è affrontare, insieme, una discussione sui limiti di quell’impianto e dunque sulla prospettiva. Altrimenti non si capisce su cosa poggi l’esigenza costituente, l’urgenza del ripensamento strategico.
Quale partito serve di fronte alla guerra, di fronte a un processo europeo incompiuto, di fronte allo scandalo delle diseguaglianze, a una società frammentata, culla delle solitudini e di uno «sviluppo senza progresso»?

Che valore può avere l’eco-socialismo, la riscoperta della dimensione politica integrale dell’umano contro la prepotenza della tecnica e della tecnocrazia?
Che ruolo hanno i corpi intermedi, quale lettura diamo dei rapporti di produzione, quale volto ha oggi il lavoro, a quale sistema di relazioni e di potere allude, quali sentimenti scatena nella percezione individuale e collettiva di milioni di giovani, di precari, di subordinati?

Occorrono luoghi aperti in cui provare a rispondere collettivamente a questi interrogativi. Non recinti burocratici cui affidare mediazioni o compromessi tra posizioni precostituite. È necessario coinvolgere giovani intellettuali, energie vive, realtà associative, centri culturali, amministratori e volontari e dare loro il tempo e lo spazio per elaborare percorsi trasformativi.

«Costituente» vuol dire insomma una cosa precisa, a meno che non si voglia scherzare con le parole. È qualcosa in più persino della «rifondazione». Implica l’impegno a dare vita a ciò che non c’è, a un soggetto politico nuovo: con una nuova carta d’identità, una nuova forma, la possibilità di un nuovo nome.

Noi pensiamo che occorra aprire e fare sul serio. Aprire, dando a tutti coloro i quali parteciperanno al percorso il diritto di esprimersi sui fondamentali, anche attraverso un voto, a cominciare dal nome del partito. Non è vero che i nomi non contano e contano solo i contenuti. I nomi anticipano e qualificano i contenuti. Essere democratici oggi vuol dire ben poco. Occorre dirsi democratici socialisti, democratici e socialisti. Cogliere la sfida di un nuovo partito del socialismo democratico, con una storia collettiva nella quale riconoscersi, da rielaborare criticamente, e un orizzonte condiviso. Fare i conti con il 2007 ma anche, finalmente, con i nodi irrisolti che stanno alle spalle, a partire dal 1989.

È soltanto la nostra opinione. Il punto è capire se questa opinione ha diritto di cittadinanza oppure no, se può essere discussa in un dialogo che attraversi il Paese, le sezioni e i circoli, i comitati costituenti territoriali, oppure se è vissuta come una fastidiosa eresia, come un’indebita occupazione di campo.

Dobbiamo battere la tentazione a chiamarsi fuori e partecipare, sollecitando anche le forze a sinistra del Pd a un lavoro comune. Ma partecipare non vuol dire consegnare deleghe in bianco a gruppi dirigenti che hanno spesso dimostrato di non essere all’altezza. Non vuol dire accodarsi, dire ciò che non disturba il manovratore. Significa dare battaglia. Con le nostre idee, per la prospettiva di un soggetto politico che torni alleato di chi lavora e di chi soffre. E poi darsi appuntamento a fine gennaio per verificare la distanza tra le nostre aspirazioni e la realtà. E decidere se e come andare avanti.

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SILICON MONEY. Oggi Trump è tornato su Twitter, per gentile concessione di un altro narcisista patologico qual è Elon Musk, ma non è detto che Twitter fra un mese, o un anno, esista ancora

 

Molti anni fa il grande economista Samir Amin scrisse un agile libretto intitolato L’empire du chaos, l’impero del caos. La sua tesi era che gli Stati uniti dominavano il mondo non attraverso un ordine internazionale ben organizzato, con istituzioni multilaterali funzionanti, trattati rispettati e una pace rotta soltanto da brevi conflitti locali: al contrario, Washington manteneva e rafforzava il suo dominio precisamente con l’uso di invasioni o almeno bombardamenti di paesi vicini e lontani (dal Vietnam all’Iraq, dall’isola di Grenada all’Afghanistan). Questo si accompagnava a un’intensa attività di sovversione di governi regolarmente eletti come quello di Salvador Allende (Cile, 1973) e decine di altri. Samir Amin era stato buon profeta: nell’ultimo mezzo secolo presidenti democratici e repubblicani hanno bombardato il Sudan, la Serbia, la Libia, Panama e molti altri paesi.

Uno dei problemi del caos è che, per

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