SINISTRA. I candidati del Pd devono dire ora come evitare il disastro in Lombardia e Lazio. Il M5S non pensi solo alle sue convenienze, se crolla il possibile alleato si ritroverà all’angolo
Dentro Schlein, fuori Ricci, le candidature per sostituire Letta sono in campo. Manca oltre un mese al termine fissato, ma i candidati sono già partiti. A cosa serve il lavoro degli 87 saggi se la linea politica dipenderà da chi vincerà le primarie ? Tra loro ci sono compagne e compagni di valore, ma non basta.
Il Pd rappresenta un coagulo di persone e voti di sinistra che, se venisse travolto da una crisi dissolutoria, difficilmente si ritroverebbero tutti da altre parti. La crisi è evidente, palpabile. I “padri” fondatori tacciono. Andrebbe indagato cosa è andato storto e compiere una revisione politica. D’Alema ha detto che il Pd è guarito da solo dal renzismo, sbagliava, purtroppo anche da qui occorre partire.
La destra è ora al governo per gli errori dell’opposizione, con il 44% dei voti ha preso il 59% dei parlamentari. Non è stato cambiato il “rosatellum”, legge elettorale devastante voluta dal Pd dell’epoca e approvata con la fiducia posta da Gentiloni. Le sinistre neppure sono riuscite ad usare in modo difensivo questa pessima legge elettorale, individuando nella Costituzione l’unità politica. Al contrario le destre si sono unite e hanno vinto, non per guadagno dei voti ma per difetti dell’alternativa che ha regalato loro il governo del paese. Un errore epocale.
La rottura tra Pd e 5 Stelle è stata un disastro. Tanti elettori di sinistra delusi non hanno votato. Se il 12/13 febbraio ci fosse la sconfitta in Lazio e Lombardia potrebbe esserci un tracollo. Una mossa del cavallo (Vittorio Foa) potrebbe ancora unire le forze (la destra in Lazio non ha candidato) per non perseverare negli errori delle politiche. Rassegnarsi alle divisioni e alla sconfitta è un suicidio politico.
I candidati alla segreteria del Pd debbono dire ora cosa fare per evitare il disastro in Lombardia e Lazio. Il M5Stelle non può pensare solo alle sue convenienze, se crolla il suo possibile alleato si troverà in un angolo.
Eppure oggi esistono condizioni per convergenze, perché il M5Stelle non è più il “né di destra, né di sinistra” delle origini, ha fatto una scelta progressista. Sinistra e verdi possono dare un contributo importante. Anche altri possono essere coinvolti. Ciascun soggetto rappresenta una parte, solo facendo sintesi si può uscire da questa fase. Questo è l’imperativo categorico.
Fare coincidere il Pd con il perimetro del governo Draghi è stato un errore. Nella maggioranza che sosteneva Draghi c’erano anche le destre. Conte ha capito prima l’errore.
Ci sono punti dirimenti per il futuro delle sinistre. La pace in Ucraina è stata accantonata, fatta coincidere con l’invio delle armi. La pace deve tornare la priorità, a partire da chi ha sostenuto militarmente l’Ucraina. La posizione di Letta nel dibattito del 13 dicembre alla Camera è inadeguata.
Il missile (ucraino) caduto in Polonia ha ricordato a tutti che la guerra Nato/Russia è una possibilità che va scongiurata ad ogni costo. L’escalation militare va fermata. Affermare che è l’Ucraina che deve decidere sulla pace è un trompe oeil. Il Papa, Macron, altri premono per una trattativa, la manifestazione del 5 novembre ha confermato che l’opinione pubblica italiana vuole la pace. E’ il momento di rilanciare l’iniziativa di pace prima che sia troppo tardi.
Le disuguaglianze sono state considerate inevitabili, ora la destra vuole distruggere il reddito di cittadinanza dipinto come male assoluto. Le disuguaglianze cresceranno a dismisura. Vengono fatti favori a chi ha di più (flat tax, contanti, condoni) mentre le tutele dall’inflazione e le risposte sull’energia sono inadeguate e scadono il 31 marzo. Il lavoro resta la cenerentola.
Non c’è una svolta verso le rinnovabili che in Italia sarebbe possibile. Terna documenta 305 GW di domande di allaccio. Invece chiuderemo il 2022 con un quinto di quanto promesso da Cingolani.
La guerra in Ucraina ha spinto la crisi climatica in secondo piano. Mentre la crisi energetica dovrebbe spingere a moltiplicare l’impegno e a tagliare i tempi per l’alternativa alle fonti fossili, verso l’autonomia dell’Italia.
Difesa e attuazione della Costituzione antifascista, anche contro l’autonomia regionale differenziata a trazione leghista che minaccia diritti fondamentali come salute e istruzione. Bonaccini ci ripensi. I candidati si esprimano prima delle primarie.
Questi ed altri punti richiedono l’unità dell’opposizione. La destra ha contraddizioni che non risaltano perché l’opposizione è divisa. La crisi della destra potrebbe trovare impreparata l’opposizione
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Stefano Bonaccini e, sullo sfondo, il sindaco di Firenze Dario Nardella - Ansa
Dubito che Bonaccini sia la soluzione delle tante criticità che affliggono il Pd. Per molte ragioni inscritte sotto la voce “continuismo”. A fronte della portata della crisi del Pd – politica prima che elettorale, al punto da evocare una nuova costituente, un nuovo inizio, un nuovo Pd – come si può pensare di sortirne con una soluzione convenzionale, che, sotto più profili, reitera i problemi di sempre?come si può pensare di sortirne con una soluzione convenzionale, che, sotto più profili, reitera i problemi di sempre? Con il rischio di vincere dentro il partito e (continuare a) perdere nella società. L’opposto di ciò di cui ci sarebbe bisogno: discontinuità e persino rottura. Una candidatura che innovi, allarghi, sparigli. Mi spiego così il “paradosso Franceschini”, il più professionale dei dirigenti Pd che, con il suo freddo realismo, mostra di avere inteso che, senza la scossa di un nome “fuori sacco”, ne va della vita stessa del partito e, a ricasco, delle stesse correnti.
Solo per titoli. Ci vorrebbe una figura che fornisca plasticamente l’idea che un certo digiuno dal potere farebbe bene a un partito “ministeriale”. Non esattamente il messaggio trasmesso da chi cumulerebbe due cariche che, entrambe, esigerebbero un impegno senza distrazioni. C’è poi il nodo del “renzismo”. Tutti i più zelanti sostenitori di Bonaccini, oltre a lui stesso, sono stati organici a quell’esperienza. A cominciare da quelli che ci hanno inflitto lo spettacolo mediocre di finte autocandidature per poi puntualmente mettersi al carro del favorito. Da Nardella a Ricci.
Nel mentre ci si propone di marcare una discontinuità rispetto al passato come si può pensare di non farlo rispetto alla stagione più controversa e, va detto, comunque la si giudichi, politicamente più significativa della vicenda del Pd e della sinistra italiana? Un deragliamento mai davvero elaborato.
Ancora: il nodo da tutti evocato dello strapotere delle correnti delle quali sarebbe stato sempre ostaggio il leader di turno. Sono bastate poche settimane per registrare il riallineamento della più parte di esse a sostegno del candidato giudicato in vantaggio. A dispetto delle smentite di rito. Facendo ricorso a uno scoperto escamotage: il territorio, la rete degli amministratori locali. Come se le correnti fossero un male circoscritto ai vertici romani.
Né si capisce come chi si candida alla guida di un partito nazionale possa qualificare politicamente la sua proposta con la retorica dei territori. Ove semmai è richiesta una visione politica nazionale e oltre, un orizzonte largo e lungimirante. Ben oltre la buona amministrazione. Affonda le radici qui la vecchia convinzione, di scuola Pci, secondo la quale i dirigenti emiliani del partito fossero meno versati per una leadership nazionale. Tesi certo discutibile.
Si vorrà tuttavia convenire che è presuntuosa e superficiale la convinzione che chi vince in Emilia – e ci mancherebbe – disponga della ricetta sicura per vincere in Italia. Come se fosse la stessa cosa e come se la buona amministrazione emiliana fosse merito del presidente di turno e non di una lunga, consolidata tradizione. Da Fanti a Bersani ad Errani (mi sovviene Formigoni che vantava come merito suo la circostanza che la Lombardia fosse messa meglio delle regioni del sud).
E qui si pone appunto, per il Pd, il problema del mezzogiorno. Alludo al sistema di potere personale messo su dai due “governatori” De Luca ed Emiliano. Si dice che starebbero per convergere su Bonaccini. Tanto peggio. Un sostegno di peso, ma che, va detto, rischia semmai di avallare una patologia anziché di inaugurare una nuova, buona politica e, segnatamente, un rapporto sano tra partito e amministratori. I quali, nei suddetti casi, il partito lo ignorano o addirittura lo sbeffeggiano.
E non si fanno scrupolo di raccogliere sostegni e di intessere legami trasversali, con reti a strascico da destra a sinistra. Emiliano altresì avrebbe posto una condizione: un veto contro ogni alleanza con il Terzo Polo. Non ce lo vedo Bonaccini a sottoscrivere tale condizione. Una discriminante, va detto, non priva di plausibilità perché semplifica a dismisura chi, per il Pd, in tema di alleanze, mette sullo stesso piano M5S e Terzo Polo.
Conte, è vero, è un competitor (fa parte delle regole del gioco) ma sta comunque alla opposizione del governo di destra, Calenda e più ancora Renzi – lo dichiara lui stesso – si ripromettono di distruggere il PD e, per essere generosi, stanno a cavallo tra maggioranza e opposizione.
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INTERVISTA SULLA LEGGE DI BILANCIO. Il segretario generale dello Spi Cgil: «Domani alle 14 manifestazione nazionale a piazza Santi Apostoli a Roma. Da 11 anni tagliano le pensioni. Meloni usa i contributi pagati dai lavoratori per finanziare autonomi e evasori»
Una manifestazione dello Spi Cgil - Foto LaPresse
Ivan Pedretti, segretario generale dello Spi Cgil, domani alle 14 a piazza Santi Apostoli a Roma si terrà la vostra manifestazione nazionale contro la manovra del governo Meloni. I pensionati sono i più colpiti dalla legge di Bilancio con il taglio dell’indicizzazione.
Per quello che il governo ha messo in campo la manifestazione era il minimo che potevamo fare. Il governo Meloni usa i contributi versati dagli ex lavoratori per finanziare la flat tax fino a 85 mila euro agli autonomi, per aumentare le pensioni minime a chi i contributi non li ha versati come commercianti e artigiani. In pratica stanno appoggiando la loro lobby in parlamento. I pensionati invece vengono da 11 anni di blocco dell’indicizzazione degli assegni all’inflazione, 11 anni in cui ci sono stati sottratti 200 miliardi. Siamo stanchi di essere usati come il bancomat dei governi di tutti i colori. I pensionati non ce la fanno più.
Il taglio dell’indicizzazione (o perequazione) proseguirà per gli assegni pari a 4 volte il minimo e cioé per pensioni lorde da 2.100 euro ma pari a 1.600-1.700 euro nette, valore che in pochi mettono in evidenza. Assegni non certo alti…
E difatti il governo e i media citano sempre il valore lordo e non il netto. Si tratta delle pensioni degli operai siderurgici e metalmeccanici, dei ferrovieri, dei dipendenti pubblici: lavoratori che hanno in media oltre 40 anni di contributi, soldi loro che ora gli vengono tolti. È come se Confindustria decidesse di tagliare i salari: succederebbe il finimondo. Solo che i pensionati passano per privilegiati tanto che Conte ci diede degli «avari» quando anche lui tagliò l’indicizzazione.
Il taglio alle pensioni è la prima voce di entrate (risparmi) della legge di Bilancio: 3,7 miliardi nel 2023, ben 17 nel triennio. Ma Giorgetti, Meloni e i grandi media parlando di pensioni aumentate e di soldi dati ai giovani…
Giorgetti è ipocrita quando dice che aiuta i giovani, se così non fosse sarebbe demenziale quello che sostiene visto che ai giovani la manovra non dà niente, nessun investimento, mentre si tolgono soldi già pagati dai pensioni con i contributi e non dalla fiscalità generale. La verità è che questa manovra è classista: favorisce il lavoro autonomo, commercianti e artigiani e favorisce l’evasione fiscale con condoni.
Il resto della manovra come lo valutate? I tagli sostanziali alla sanità colpiscono soprattutto gli anziani.
Certo, i tagli alla sanità sono inaccettabili e colpiscono per primi i più deboli. Ma viene tagliato tutto il welfare e non c’è una riga né un euro per finanziare la legge quadro sulla non autosufficienza che coinvolge oltre 3 milioni di famiglia varata da Draghi e per utilizzare i soldi del Pnrr per costruire le strutture di prossimità che chiediamo da anni.
Domani scendete in piazza all’interno della settimana degli scioperi regionali di Cgil e Uil in 13 regioni, mentre la Cisl ha deciso di non seguirvi e punta sugli emendamenti alla manovra giudicata in parte «buona».
Appoggiamo e partecipiamo a tutti le manifestazioni regionali della Cgil e della Uil. Con la Fnp Cisl ci siamo aggiornati a dopo le mobilitazioni messe in campo. Credo che la loro posizione sia illusoria, lo dimostra il fatto che gli emendamenti alla manovra del governo e della maggioranza di destra non migliorano di una virgola il taglio all’indicizzazione delle pensioni. Penso che ci ritroveremo presto uniti anche con i pensionati della Cisl per una lunga mobilitazione su tanti temi su cui il governo Meloni non ci ascolta.
La mobilitazione arriva in piena campagna congressuale della Cgil. Un congresso unitario, molto diverso da quello del 2019.
Un congresso molto sul merito che ci permetterà di approfondire i cambiamenti della società. Un congresso che parte dal tema della guerra e che deve arrivare a disegnare un nuovo welfare che ridefinisca la dimensione socio-sanitaria e previdenziale, tarati sulle nuove generazioni. Per noi la priorità deve essere ripartire dal fatto che i giovani abbiano un lavoro stabile e ben pagato perché, se non è così, si va avanti nel dramma sociale a cui stiamo assistendo. In questa battaglia la nostra controparte non è solo il governo, sono anche quelli che una volta si chiamavano i padroni che devono capire che il lavoro va pagato degnamente
SCENARI. Mai come in questo frangente si sente l’urgenza di ridare al mondo del lavoro una rappresentanza politica, che manca oggi a una sinistra per essere riconosciuta come tale
L’opera "Flower Thrower" di Banksy - Ap
* È in uscita il nuovo numero di Infinitimondi Bimestrale di pensieri di Libertà, il 26/2022. Al suo interno, tra gli altri interventi, un originale dialogo tra Mario Tronti e tre giovani di Associazioni campane Antonio Avilio, Michele Grimaldi e Giovanni Sannino. Pubblichiamo una anticipazione dalla risposta di Mario Tronti ( Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)*
Il piglio antagonista, con incorporato un punto di vista di parte, da primi anni Sessanta, in alcuni di noi, sopravvissuti, non è spento. È il fuoco che cova sotto la cenere. È quel «fuoco nella mente» che sempre è stato alla base delle tante dimenticate insubordinazioni degli ultimi. Sta a voi, nuove generazioni, rimuovere la cenere e riaccendere questo fuoco. Perché, sarà il taglio di discorso più efficace per affrontare, nel tempo che sta per venire, l‘inevitabile caduta agli inferi di questa decadente postmodernità.
Naturalmente occorrerà con intelligenza adattarlo alle contingenze delle forme, oggettive e soggettive, radicalmente mutate.
UNA COSA È CERTA: mai come in questo frangente si sente la necessità e l’urgenza di ridare al mondo del lavoro una rappresentanza politica: esattamente quello che manca oggi a una sinistra per essere riconosciuta come tale. Bisogna ripartire dalle piazze sindacali, in primo luogo con la Cgil, allargandole alle nuove forme di lavoro, oltre che materiale, anche immateriale, a quelle insopportabili dei lavoratori precari, a quelle in difficoltà dei lavoratori autonomi, a quelle drammatiche dei lavoratori immigrati, persone in carne ed ossa sottoposte alle tante nuove situazioni di sfruttamento.
MI È CAPITATO di usare un’immagine che riprendo, perché passata come al solito sotto silenzio: richiamare in patria un popolo del lavoro in esilio, attualmente addirittura nella Babilonia della destra. Lo ripeto qui perché vedo che (in questo dialogo ndr), con parole e sensibilità diverse si consente su questo punto. Il nome di patria, in questo caso, indica un soggetto politico organizzato a sinistra che riparta da lì. Politico, non antipolitico. Raccomando: non è roba da grillismo, più o meno riverniciato in salsa stancamente progressista. È una cosa seria.
Si tratta di ricomporre, quasi dal nulla, una grande forza popolare, spendibile, credibile, direi quasi futuribile. Un impegno che ha bisogno di un tempo scandito, controllato, che va coltivato, non improvvisato. Una scommessa ben calibrata, discussa, pensata. Il Pd ha ormai un consenso abbastanza stabilizzato che io chiamo di borghesia medio-grande illuminata. È bene che lo mantenga.
Ha sofferto per la sua insufficiente capacità di coalizione. Ho chiesto al Pd di mettere al centro del suo congresso una semplice domanda: perché la povera gente vota la destra? Dalla risposta a questa domanda deriva tutto il resto, identità, classe dirigente, leadership, forma di organizzazione. Se su questo si continua a tacere, allora vuol dire che c’è bisogno, alla sinistra del Pd, di una presenza politica, di un’offerta elettorale, consistente, non minoritaria, autorevole, affidabile, che rappresenti quella parte di società che ha soprattutto nelle frammentate figure di lavoro la sua forma di vita.
È NECESSARIO SU QUESTO progetto richiamare in campo politico personalità che hanno avuto una frequentazione con il mondo del lavoro subordinato e sfruttato, e quindi da esso vengono riconosciute: dal sindacato, dai movimenti, dall’associazionismo cattolico, dal volontariato laico.
La sinistra ha una sola strada per tornare a vincere: togliere popolo alla destra, riprendersi quello che è suo proprio, la rappresentanza delle persone che una volta chiamavamo semplici.
QUESTO PER L’IMMEDIATO. Ma non fermarsi qui. C’è di fronte, accanto, sopra di noi, il mondo grande e terribile. In vorticoso mutamento. Quello ormai è il terreno decisivo. Le vicende interne alle singole nazioni appaiono come liti di cortile rispetto al grande gioco, cioè a questo ridisegnarsi geopolitico in atto degli equilibri tra blocchi di potenze. Il ritorno della guerra nel cuore dell’Europa ne è il segno eloquente. Non è un incidente della storia, è la storia stessa che torna a far valere la tragica regolarità del suo cammino. E che solo la grande politica può possedere e contrastare.
Ragazzi, leggete Kissinger, leggete Huntington, che vi dicono come stanno le cose, scegliete tra i numeri di Limes il racconto vero di cause e andamenti degli eventi, che tutti vengono da lontano, e hanno un senso più profondo di come vogliono farci credere con l’asfissiante narrazione dominante, non date retta ai giornali di regime, alle chiacchiere televisive, tutto sotto dettatura di un pensiero che pretende di essere unico in un mondo che di nuovo si divide in due. L’ Occidente euro-atlantico non si rassegna ad essere ormai quello che è, una minoranza dell’umanità che solo in virtù della sua pretesa «ragione», tra l’altro più che armata, vuole imporre le sue forme di vita al resto del mondo, popolato da miliardi di essere umani, che escono da una secolare condizione di colonialismo e imperialismo, per rivendicare un proprio autonomo riscatto.
IN MEZZO C’È QUESTA Europa, ridotta a terra dei mercati e delle monete, che ha rinunciato ad essere terra di cultura e di politica. Desolante lo spettacolo di quelle riunioni dei capi di Stato e di governo che si incontrano, si abbracciano, si sorridono, mentre tutti sappiamo che non contano un bel niente nell’immane problema dell’attuale riassetto del mondo. E stanno lì alla cuccia agli ordini del padrone americano. La fine della storia è in realtà la fine della loro storia.
CARI GIOVANI compagni, avete davanti un futuro difficile, aperto ad esiti oggi imprevedibili. Seguitelo, giudicatelo, con spirito libero e pensiero forte, soprattutto combattetelo, rovesciatelo, perché per ora quel futuro non è nelle vostre mani ma in quelle dei vostri nemici. Strappatelo da quelle mani.
Commenta (0 Commenti)IL BUSINESS DI DOHA. La metà (47%) dei finanziamenti e degli investimenti infrastrutturali per i Mondiali di calcio in Qatar (200 miliardi in totale) è arrivata da banche, fondi pensione e compagnie assicurative europee
Qui in Europa siamo tutti qatarini. Il Fondo di investimento del Qatar ha a disposizione una cifra stimata in 400 miliardi di dollari (quello del principe assassino saudita, il Pif, che paga il senatore Renzi ne ha il doppio), 45 sono investiti in Gran Bretagna.
E ancora, 25 miliardi di euro in Francia, qualche dozzina in Italia e in Germania. Doha è il secondo produttore al mondo di gas liquido e un importante acquirente di beni, servizi e armi. Quante tangenti, oltre alle mance a quei quattro cialtroni di Bruxelles, sono passate in Europa in questi anni?
La metà (47%) dei finanziamenti e degli investimenti infrastrutturali per i Mondiali di calcio in Qatar (200 miliardi in totale) è arrivata da banche, fondi pensione e compagnie assicurative europee, che hanno chiuso un occhio, o anche due, sulle documentate violazioni dei diritti umani, soprattutto dei lavoratori migranti.
Secondo Fair Finance International – una rete internazionale di organizzazioni della società civile che cerca di incoraggiare banche e istituzioni finanziarie a rispettare gli standard sociali – la sola Deutsche Bank ha contribuito con il 42% dei finanziamenti europei, 15,7 miliardi di dollari. È bene ricordare che in Germania il Qatar – con quote di Porsche, Volkswagen e accordi energetici importanti – detiene una partecipazione del 6,1% in Deutsche Bank (ma anche nel Credit Suisse) attraverso l’ex premier Sheikh Hamad bin Jassim al-Thani. Il maggiore investitore europeo nel settore in Qatar e in obbligazioni sovrane qatariote è Allianz, con oltre 4 miliardi di dollari.
Con il Qatar gli Stati europei hanno una fitta rete d’affari cui nessuno vuole rinunciare. Il tutto condito di un’ipocrisia assoluta: con una mano sui media si denunciano le violazioni dei diritti umani e dei gay, con l’altra gli europei vanno all’incasso dei soldi di Doha, così come di tutti i Paesi del Golfo, sauditi compresi, tra i maggiori acquirenti di armi del mondo, che con il viaggio di Xi Jinping a Riad si sono rivolti ai cinesi perché infastiditi da americani ed europei. Ma attenzione a proteggere gli investimenti qatarini in Europa non è solo la lobby stracciona carica di sacchi di contanti, scoperta a Bruxelles: sono direttamente i nostri governi e capi di Stato.
Prendiamo la Gran Bretagna, dove la municipalità di Londra ha bandito la pubblicità del Qatar sui trasporti per protesta contro i diritti violati. La decisione risale in realtà a tre anni fa, quando il sindaco Sadiq Khan impose il divieto di pubblicità sui mezzi di trasporto per tutte le aziende che violano i diritti Lgbtqia+ comprese società di Pakistan, Brunei e Arabia Saudita.
Il Qatar ha reagito dichiarando che saranno «rivisti» alcuni investimenti nella capitale, dove la Qatar Investment Authority possiede i grandi magazzini Harrods, l’iconico edificio Shard, è comproprietaria di Canary Wharf, possiede Chelsea Barracks, gli hotel Savoy e Grosvenor House e ha una partecipazione del 20% nell’aeroporto di Heathrow.
In realtà gli investimenti futuri di Doha saranno «ridiretti» in altre città britanniche e resta invariato il piano presentato in maggio a Londra dall’Emiro Tamin bin Hamad al Thani all’ex premier Ben Johanson che prevede in Gran Bretagna un flusso di denari qatarini per 11,6 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, Rolls Royce inclusa.
In Francia il 24 novembre è intervenuto direttamente Macron, per smorzare le polemiche sulla Coppa del Mondo a Doha, con una dichiarazione dove si afferma che in Qatar «sono in corso cambiamenti reali» riguardo al trattamento dei lavoratori migranti. Il Qatar possiede mezza Parigi nel portafoglio del Fondo statale o direttamente tra i beni della famiglia dell’emiro Al Thani, l’Assemblea Nazionale francese già nel 2008 aveva votato una legge per l’esenzione fiscale degli investimenti immobiliari qatarioti e sulle loro plusvalenze mentre il capo della sicurezza della squadra del Paris Saint Germain è un ex prefetto amico di Sarkozy.
E neppure in Italia facciamo troppo gli schizzinosi visto che il Qatar ha investito – oltre che nel marchio Valentino – una decina di miliardi (ufficialmente 5) in alberghi di lusso tra Roma, Venezia, Milano, Costa Smeralda e sarà il traino del prossimo futuristico quartiere di Porta Nuova a Milano.
E forse qualcuno ricorda anche i legami in Italia tra Qatar e Fratelli Musulmani. Ne parlava un libro dal titolo “Qatar Papers”, scritto dai giornalisti francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot che rivelava i finanziamenti nel 2014 di Doha a moschee e centri islamici in Europa: 72 milioni di euro di cui 22 soltanto in Italia. Allora avevamo venduto all’emiro Al Thani (che ha una quota in Airbus), in poco più di un anno, 9 miliardi di euro tra navi ed elicotteri.
Magari così ci spieghiamo meglio come stanno le cose. Da noi l’indignazione per i mondiali in Qatar è stata espressa dal comico Rosario Fiorello che in tv a Raidue ha detto che «i qatarini sul loro zerbino hanno scritto “diritti umani”, e loro li calpestano ogni giorno». Che screanzato…
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Il 12 dicembre 2019, cinquantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana, l’allora deputata Giorgia Meloni postò sul proprio profilo twitter un messaggio in cui (pur non indicando chi e perché avesse compiuto il massacro) invitava a «non dimenticare le vittime innocenti di quella barbarie» esortando tutti a «non smettere di cercare verità e giustizia».
Leggi tutto: Piazza Fontana, verità e giustizia secondo Meloni - di Davide Conti
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