CONGRESSO PD. Il presente e il futuro democratico del nostro Paese dipendono strettamente dal peso politico e sociale delle forze progressiste e di sinistra. Un peso che in questa fase storica, soprattutto […]
Elly Schlein presenta la sua candidatura a Segretaria del Partito Democratico - Lapresse
Il presente e il futuro democratico del nostro Paese dipendono strettamente dal peso politico e sociale delle forze progressiste e di sinistra. Un peso che in questa fase storica, soprattutto dopo la vittoria delle destre alle elezioni del 25 settembre, è poco rilevante, indefinito, nutrito da rissose polemiche che in realtà appaiono come il surrogato di blande identità politiche, particolarmente evidenti rispetto a una destra che, invece, della propria identità ha fatto la chiave della scalata al governo del paese.
Di questo appannamento, della profonda sconnessione tra il nome e la cosa, il Pd rappresenta l’emblema perché, dopo la botta delle urne (più politica che elettorale), è il partito che ha accusato il colpo di immagine più forte, tanto da indurre il segretario Letta a farsi da parte per avviare, attraverso un processo costituente, una radicale rifondazione. Nella direzione di una nuova forza politica e di una nuova segreteria.
Nonostante l’altezza della sfida, il primo atto dello spettacolo non è entusiasmante visto che, al momento, quasi tutto sembra ruotare intorno alle candidature alla segreteria anziché dare corso al confronto sui contenuti, sul programma, sulla natura e collocazione del nuovo Pd. Come se il processo costituente fosse in realtà una mossa gattopardesca, il vano tentativo di coprire la verità di un partito ancora con un considerevole seguito, ma giunto al capolinea.
Un partito presente ma inerte perché profondamente diviso, avvelenato dalle lotte di potere, dallo spirito correntizio, dalla eredità distruttiva del renzismo, epifenomeno, ultimo fuoco d’artificio di una lunga crisi.
Ma una novità si è appena palesata di fronte all’opinione pubblica progressista. Una novità di rottura con il decennio che, dal 2011 a oggi, ha trasformato il Pd in una forza governativa, centrista, neoliberale, perdendo per strada larga parte di quella identità socialdemocratica che lo aveva portato ad essere il più forte partito erede della sinistra storica. Erede e dissipatore, fino a cancellare la parolaccia «sinistra» persino dal nome.
Elly Schlein, con la sua candidatura, vorrebbe invece ridare vita a questa anima di sinistra perduta, senza tuttavia nascondere che il suo vissuto politico non è legato alla storia post-comunista, essendo e dichiarandosi una «nativa democratica». E lo fa mettendo in campo la sua carta d’identità, il suo essere femminista, lesbica, ambientalista, socialista (come del resto testimonia la storia della sua famiglia).
Una donna giovane libera dai condizionamenti, aperta agli altri compagni di strada (nell’assemblea romana di presentazione della propria candidatura, si è rivolta ai presenti con un tradizionale e significativo «compagne e compagni»). Per molti versi sorella di altre leader delle forze ambientaliste e progressiste delle democrazie europee.
I temi che lei ha indicato come prioritari spingono il Pd verso una radicalità politica dimenticata, perché mette ai primi posti le diseguaglianze, la precarietà, l’ambiente, la giustizia sociale, puntando ad un diverso modello di sviluppo che abbandoni il liberismo economico, cavalcato anche dall’ultimo Pd, irretito dall’agenda Draghi (spesa pubblica senza visione, senza riforme strutturali). In definitiva mettendo al centro del campo la sfida di creatività e inclusività che già connotava la sua lista «Coraggiosa» alle ultime amministrative emiliane.
È pur vero che desideri e parole restano tali finché non si trasformano in realtà. D’altra parte la montagna che dobbiamo scalare, per allungare la prospettiva, la vediamo tutti. Ma il solo annuncio della sua candidatura ha acceso un fuoco di sbarramento, visibile sui giornali, nei dibattiti tv, sul mondo dei social.
I giornali della destra usano l’arma del dileggio («Schlein è una fuori di testa»), o del complotto («I suoi padrini sono Prodi e Soros»). La macchina del fango (definirla “lesbica accanita” è sessismo violento) si è messa in moto.
Nel Pd se la deve vedere soprattutto con gli orfani del renzismo, sostenitori degli altri candidati alla segretaria del Nazareno, tra i quali spunta il tandem Bonaccini-Nardella, figliocci prediletti del rottamatore toscano. L’asse del toscanello-emiliano invoca il partito dei sindaci, abbassa l’orizzonte del cambiamento facendolo coincidere con il pragmatismo: sempre necessario e sempre insufficiente a ridare senso all’utopia di una forza ecosocialista di questa epoca.
Non è difficile immaginare una forte reazione di rigetto verso l’intrusa, che, tuttavia, è stata negli anni passati inscritta al Pd, per uscirne dopo la congiura dei 101 contro Prodi, quindi parlamentare europea con un bel bottino di preferenze.
A noi, che siamo partecipanti al dibattito e non solo osservatori, interessa la candidatura di Elly Schlein perché se non altro è una boccata d’ossigeno per quella cultura politica di sinistra da tempo sepolta, nascosta, negata.
Ormai molti anni fa, titolammo un’inchiesta politica con «C’è vita a sinistra», dando la parola a una vasta community politico culturale. Con Schlein potremmo dire che c’è ancora nuova vita a sinistra. Probabilmente lei non riuscirà a vincere la battaglia per la segreteria del Pd, ma riportare la sinistra alle luci della ribalta è già un tentativo che merita la giusta attenzione.
Commenta (0 Commenti)I RAPPORTI. Il mercato della spesa militare ha raggiunto nel mondo la cifra di 592 miliardi di dollari. Nel bilancio italiano più 800 milioni. Un ciclo perverso: «bisogna» riempire di nuovo gli arsenali
Eurosatory, la fiera internazionale della Difesa e Sicurezza Terrestre e Aerea Terrestre a Villepinte, Francia - Ap
Per l’industria globale degli armamenti non c’è pandemia che tenga, né crisi della logistica, né difficoltà nella catena di distribuzione delle merci. Le armi continuano a viaggiare nonostante tutto e la spesa totale per farne rifornimento continua ad aumentare in barba alla crisi. Lo dice il Sipri di Stoccolma, l’istituto svedese che monitora il commercio mondiale delle armi.
E se l’Unione europea ha appena dato luce verde all’erogazione di oltre un miliardo per finanziare progetti «in collaborazione» nel settore della Difesa, l’Italia fa la sua parte nella compagnia internazionale che smercia sistemi d’arma nel pianeta: se intanto vende armi all’estero, nel Belpaese fa lievitare di 800 milioni la spesa militare nazionale del 2023 rispetto al 2022, come ha appena reso noto il rapporto Milex, l’Osservatorio sulle spese militari italiane, nato nel 2016, che ha analizzato le linee di spesa della nuova Legge di bilancio.
È un quadro amaro per il mondo e per l’Italia. E soprattutto per chi questo commercio lo subisce: le vittime civili che crescono di pari passo alla vendita di armamenti e alla spesa militare.
IL RAPPORTO del Sipri sulle «Top 100 arms companies» è stato reso pubblico ieri mattina. Dice che le vendite di armi e servizi militari da parte delle 100 più grandi aziende del settore hanno raggiunto 592 miliardi di fatturato nel 2021, un aumento dell’1,9 per cento rispetto al 2020 in termini reali. Aggiunge che l’aumento segna il settimo anno consecutivo nella crescita globale della vendita di armi.
I dati sono di prima della guerra in Ucraina che però rientra nei commenti a margine del rapporto: già colpita dagli effetti della pandemia, l’industria delle armi ha sofferto i buchi nella catena di distribuzione e approvvigionamento globale ma ciononostante è riuscita a crescere pur se in parte la produzione è diminuita anche per carenze di manodopera.
Sui reali effetti della guerra sulle vendite – di cui abbiamo per ora dati sommari – ne sapremo di più nel 2023 ma il Sipri spiega che l’invasione russa dell’Ucraina ha aggiunto problemi alla catena di approvvigionamento anche «perché la Russia è un importante fornitore di materie prime utilizzate nella produzione di armi» e che «ciò potrebbe ostacolare gli sforzi in corso negli Stati Uniti e in Europa per rafforzare le loro forze armate e ricostruire le scorte», dopo aver svuotato gli arsenali spedendo armi a Kiev.
Problemi dunque per «alcuni dei principali produttori di armi» che faticheranno a soddisfare «la nuova domanda creata dalla guerra ucraina».Problemi che non hanno impedito al settore di aumentare il suo fatturato.
QUANTO ALL’ITALIA, il Belpaese si distingue per la presenza di Leonardo e Fincantieri tra i grandi produttori mondiali. Godono di ottima salute, tanto che Leonardo è tra le prime 12 nella “Top100” delle aziende listate dal Sipri secondo il valore delle armi vendute nel 2021: ha guadagnato due gradini in classifica dal 2020 dopo colossi come la Lockheed Martin (tra le prime cinque, tutte americane), l’inglese BAE Sistem e cinque società cinesi. Fincantieri è solo a metà del guado, ma sale dal 48mo posto al 46mo.
Sul fronte interno, le stime preliminari dell’Osservatorio Milex – basate sull’elaborazione dei dati contenuti nelle Tabelle dei bilanci previsionali del Ministero della Difesa e degli altri dicasteri che contribuiscono alla spesa militare italiana (ex Mise e Mef) – prevedono un nuovo incremento complessivo della spesa militare di oltre 800 milioni di euro
. La spesa prevista dalla Legge di Bilancio 2023, inviata dal Governo al Parlamento, passa infatti dai 25,7 miliardi previsionali del 2022 ai 26,5 miliardi stimati per il prossimo anno. Dopo che la Legge di Bilancio verrà approvata, Milex pubblicherà una revisione più approfondita sulle spese militari italiane 2023 e si potrà dunque fare la stima anche del cosiddetto «bilancio integrato in chiave Nato» e quindi della sua incidenza percentuale sul Pil nazionale.
A trainare l’aumento in Italia è il bilancio ordinario della Difesa che prevede una maggiorazione dei costi del personale di Esercito, Marina e Aeronautica (oltre 600 milioni in più) e maggiori risorse dirette destinate all’acquisto di nuovi armamenti (quasi 700 milioni in più).
Altra voce fondamentale della spesa militare – dice ancora il rapporto – è quella dei costi per le missioni militari all’estero, che vengono finanziate da un fondo assegnato al bilancio del Mef e poi trasferito alla Difesa. Quanto agli investimenti per nuovi armamenti il budget annuale complessivo destinato al riarmo nazionale è di oltre 8 miliardi di euro.
È IMPORTANTE COMUNQUE sottolineare un dato: se si può accusare il Governo Meloni di non avere una strategia di lotta alla povertà in Italia e di voler anzi contenere le poche iniziative per contrastarla, va detto che l’aumento complessivo registrato nel bilancio della Difesa non è solo merito del suo esecutivo: va infatti considerato circa un miliardo che viene da fondi previsti dalla «legislazione vigente» e che si deve quindi alle scelte degli anni precedenti, in particolare a quelle del Governo Draghi e del ministro della Difesa Lorenzo Guerini in quota Pd.
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«Difesa comune», dall’Ue 1,2 miliardi
La Ue investe 1,2 miliardi di euro in 61 progetti di cooperazione industriale della difesa: coinvolte 700 imprese di 26 paesi Ue più la Norvegia. I settori sono: prossima generazione di aerei da combattimento, carri armati, veicoli e navi blindate, nuove tecnologie “di rottura” (quantiche, nuovi materiali), Intelligenza artificiale, cloud, semi-conduttori, cyber-spazio, contro misure mediche.
È la prima iniziativa del Fed, Fondo europeo di difesa, che nel giugno 2021 ha ricevuto un finanziamento Ue di 7,9 miliardi di euro nel bilancio 2021-27. Il Fed si aggiunge alle politiche nazionali, spesso molto dipendenti dagli Usa. La Ue non ha un esercito, ma punta ad una politica comune di difesa.
C’è un Alto rappresentante della politica estera e di difesa, Mr.Pesc, oggi Josep Borrell. Nel marzo 2021 è nata la Fep, Facilità europea per la pace, con 5 miliardi per finanziare dimensione militare politica estera. Al via il 25 marzo lo Strategic Compass con obiettivi di sicurezza verso il 2030.
Commenta (0 Commenti)Su Repubblica del 29 novembre è stato pubblicato un importante articolo di Laura Pennacchi.
Si può leggere anche sul sito “Vincitori e vinti”. Da lei arrivano sempre contributi di alto livello. Anche questo non delude.
In questo caso, sento il bisogno di esternare alcune valutazioni.
Pennacchi, a un certo punto, in sostanza afferma che la sinistra e il PD devono porsi alcune domande, che lei elenca chiaramente: Il Pd e la sinistra tutta debbono chiedersi: perché i processi di svalutazione del lavoro sono stati così poco contrastati anche sul piano teorico e culturale? Perché ci si è attardati nella puerile esaltazione della “fine del lavoro”? …… Perché, anche a sinistra, si è stati così frettolosi nell’archiviare il Novecento, “secolo del lavoro” e a tacciare la Costituzione italiana di “lavorismo” novecentesco? Perché non si è riusciti a intercettare la “mobilitazione del risentimento” operata dai populismi e si è lasciato spazio alla capacità di un seduttivo “populismo di destra” di “rubare” temi propri della sinistra?
Poi aggiunge che “La sinistra e il PD possono rispondere a queste domande soltanto se si danno una più perspicua rappresentazione di ciò che ha rappresentato l’avvento del neoliberismo e della globalizzazione sregolata e iniqua, facendo fino in fondo i conti con essi.”
Ebbene, secondo me, questa operazione non può essere fatta dai “capitani” delle numerose occasioni perse e dalle altrettanto numerose sconfitte. Questi vanno superati, come le strutture partitiche da loro costruite. Strutture da superare o da trasformare radicalmente. E’ necessario, perché gran parte di quel personale politico è impregnato di cultura liberista, conseguentemente convinto che il “riformismo è equivalente di moderatismo.” C’è una parte, minoritaria e finora ininfluente, estranea al liberismo. Vedremo cosa saprà fare.
Poi ci sono i ”pragmatici”, i praticoni, estranei ad ogni linea di pensiero ideale e politico.
Voi non so. Io ne conosco uno. Questo ha rilanciato la sua corsa verso l’alto, cominciando a curare meglio la sua barba e a farsi disegnare gli occhiali da uno stilista, nel frattempo operando per conto dell’ENI, lasciando mangiare il territorio dal cemento, favorendo la privatizzazione della sanità, aderendo al progetto di autonomia differenziata, la quale ci porterà alla trasformazione della nostra Repubblica, “una e indivisibile”, ad uno spezzatino di repubblichette.
In giro, da qualche parte, ci sono anche i segretari di piccoli partitini. Questi partitini non si capisce se sono nati per creare un segretario, oppure se sono stati fatti da aspiranti segretari.
E’ necessaria una rivoluzione culturale e poi politica, che si fondi sulla necessità di imbrigliare lo strapotere del “finanzcapitalismo”, con la politica e le istituzioni pubbliche a tutti i livelli, fino a quello globale. Che assuma l’obbiettivo di una radicale lotta alle disuguaglianze, non quindi nei limiti di uno smussamento degli eccessi, mirando al centro delle sue cause, e perciò vivendo dall’interno il conflitto di classe (non dimentichiamo che i nostri antagonisti hanno dichiarato che la guerra di classe l’hanno vinta loro), avendo presente che dentro il conflitto generale, sono presenti molteplici e multilaterali conflitti da non ignorare.
Da li possono emergere i protagonisti della necessaria rivoluzione culturale, dalla quale può nascere la sinistra politica. Protagonisti meritevoli e capaci di salire sulle spalle dei giganti della nostra storia, perché ne hanno assimilato la lezione e perché si abbeverano alle fonti dei grandi intellettuali progressisti dei tempi moderni. Per esempio: Bobbio, Amartya K. Sen, Anthony B. Atkinson, Noam Chomsky, Tony Judt, Thomas Piketty, Mariana Mazzucato.
Rino Gennari
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VACCINI. I giudici costituzionali si sono attenuti a un modello imperniato sulla discrezionalità del legislatore, da esercitare secondo precauzione quanto alla valutazione del rischio, secondo necessità e proporzionalità per l’incidenza su interessi contrapposti, e con fermo aggancio alle risultanze della scienza medica
Manifestazione No vax a Roma - LaPresse
La Corte costituzionale ha respinto le questioni sollevate in tema di vaccinazione e contrasto alla pandemia. Ha ritenuto infondate quelle relative all’obbligo vaccinale del personale sanitario e alla sospensione dello stipendio per il personale inadempiente. Inammissibile, invece, la questione sollevata sulla sospensione dal lavoro di personale sanitario nel caso di assenza di contatti interpersonali. L’informazione data dal comunicato della Corte è inevitabilmente scarna. I rumors ci consegnano il quadro di una camera di consiglio segnata da tensioni e contrasti.
Attendiamo le motivazioni. Ma intanto alcune immediate considerazioni sono possibili, anche perché la decisione era prevedibile nei tratti generali. Come era giusto e opportuno, la Corte si è attenuta al solido modello che ha costruito negli anni. Un modello imperniato sulla discrezionalità del legislatore, da esercitare secondo precauzione quanto alla valutazione del rischio, secondo necessità e proporzionalità per l’incidenza su interessi contrapposti, e con fermo aggancio alle risultanze della scienza medica. La Corte è guardiano di ultima istanza, sostanzialmente un ruolo residuale, da esercitare con prudenza e self-restraint. Come il legislatore, la Corte è legata al modello che ha disegnato. Soprattutto considerando che nel decidere guarda alla pandemia di oggi, ma rimane attenta al possibile impatto della pronuncia sulla pandemia che verrà.
Nel modello descritto si risolve il bilanciamento tra diritto individuale e interesse collettivo di cui all’art. 32 della Costituzione. È decisivo il ruolo del sapere medico. Un esempio. Se tale sapere fosse unanime nell’indicare una specifica scelta legislativa, quella sarebbe per il legislatore l’unica possibile, e la Corte non potrebbe che seguire. Il punto è che il sapere medico non è mai univocamente granitico. La verità medica è inevitabilmente statistica, mai assoluta. E la scienza medica è in un continuo divenire, con un cambiamento accelerato dall’avanzamento tecnologico.
Allora la domanda è: quale verità, scuola, orientamento il legislatore deve seguire nell’assumere le proprie decisioni? Quale sua scelta sarà razionale? Ovviamente, deve seguire gli orientamenti prevalenti, come consegnati dalla ricerca scientifica e dalle istituzioni preposte alla vigilanza e tutela del bene salute su scala nazionale e internazionale. Così, se per l’orientamento prevalente la vaccinazione è necessaria, e gli effetti collaterali sono statisticamente accettabili, la scelta legislativa di imporre una vaccinazione sarà razionale. Potrebbe poi la Corte affermare il contrario, dichiarandone la incostituzionalità? E in base a cosa? A una diversa valutazione del rischio? Al pensiero medico minoritario? Ci sarà sempre qualcuno che sosterrà l’inutilità o persino la dannosità del vaccino.
Ma non sarebbe corretto assumere quelle convinzioni come parametro di razionalità della scelta legislativa.
Il rigetto delle questioni era prevedibile perché nei fatti il legislatore ha seguito il pensiero medico prevalente, in Italia e sul piano internazionale. Forse, spiragli potevano aprirsi per punti che nel quadro generale rimanevano sostanzialmente marginali e ininfluenti. Ad esempio, l’assegno alimentare, o la sospensione dal lavoro pure in assenza di rapporto interpersonale. Vedremo leggendo le motivazioni.
È possibile che si alzi una critica alla Corte sulla linea di una subalternità agli interessi di Big Pharma, o magari al complotto mondiale autoritario di compressione delle libertà costruito da alcune rappresentazioni oniriche no-vax sull’obbligo o suggerimento di vaccino. Certo, le scelte fatte hanno toccato enormi interessi economici, generato profitti stellari per alcuni, persino inciso su profili geopolitici globali. Ma non c’è da inventare complotti. Sono soprattutto gli effetti dell’aver rimesso al libero mercato la salute e la ricerca scientifica ad essa indirizzata.
La pandemia ha senza dubbio suggerito di ripristinare il ruolo di politiche e soggetti pubblici smarrito in molti anni di mercificazione della salute, tagli alla spesa sanitaria, privatizzazioni più o meno striscianti, sostanziale dissolvimento del servizio sanitario pubblico nazionale. Una correzione di rotta rilevante, e un compito – ci permettiamo di sottolineare – assolutamente proprio per una sinistra che volesse abbreviare la propria lista di attesa e uscire dal coma vegetativo in cui è caduta.
Commenta (0 Commenti)INTERVISTA. Il vicepresidente 5S della Camera ed ex ministro: «Legge di bilancio: nel 2023 i fondi per il dissesto idrogeologico vengono mantenuti ma nel 2024 c’è un taglio del 25% e nel 2025 del 45%.Una seria ipoteca sul futuro»
«La sagra dell’ipocrisia»: è il commento di Sergio Costa, vicepresidente 5S della Camera ed ex ministro dell’Ambiente negli esecutivi Conte, alle proposte del governo in tema ambientale.
L’attuale ministro Pichetto Fratin alla Camera, interrogato sull’abusivismo, ha replicato: attueremo il Piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico. Basta?
Il Piano nazionale di adattamento e mitigazione del cambiamento climatico dice un’altra cosa. Galletti avviò il lavoro nel 2016, io nel 2018 ho trovo una bozza significativa. Per completarlo occorreva definire la programmazione sulle energie utilizzate, ad esempio fossili o rinnovabili. A dicembre 2018 ho fatto il Piano nazionale integrato energia e clima, quindi ho cominciato le audizioni con gli stakeholder per definire il Piano di adattamento e mitigazione ma è intervenuta la pandemia e poi è cambiato il governo. Cingolani ha cominciato d’accapo perché c’è stata la crisi energetica. Ma il punto è: cosa c’entra questo con gli abusi?
C’entra però il consumo di suolo, il governo ha stabilito un fondo al contrasto di 160 milioni.
Però manca la legge da almeno 5 o 6 legislatura. Ci sono progetti di legge e non si arriva mai all’approvazione. Questo tipo di norma sì che avrebbe un impatto vigoroso sugli abusi, sui piani regolatori, sul dissesto. Includerebbe i servizi ecosistemici che oggi non hanno patria, le pratiche urbanistiche e l’edilizia. Il bosco lo taglio oppure no? Cosa riconosco a chi il bosco me lo tiene bene ed evita che le pendici scendano a valle, come a Ischia? potrei finanziare la cura del deflusso delle acque, gli argini.
Carta geologica nazionale, il governo ha detto che entro dicembre saranno pronti 67 fogli.
Divento ministro e, su segnalazione dell’Ordine degli geologi, dei senatori Franco Ortolani (compianto esperto) e Ruggero Quarto, scopro che sono 15 anni che la Carta non viene finanziata, ferma al 45%. Nella legge di stabilità finanzio il lavoro per i tre anni successivi. In Italia il 94% dei comuni è fragile ma se conosco che tipologia di fragilità c’è in modo puntuale allora posso fare i progetti di contrasto al dissesto, il piano alluvionale, la ricostruzione degli argini. In termini progettuali sono operativo perché so la litologia dei suoli. Se ti manca la progettazione di base, devi fare i rilievi perdendo la visione d’insieme e sprecando tempo. Siamo arrivati al 60% ma nella legge di bilancio non c’è neppure un euro per completarla. Eppure occorrono 15 milioni all’anno, in 6 o 7 anni si finisce. Se si rompe la continuità ci vorranno più soldi per riattivare il percorso e più tempo.
Ha denunciato il taglio dei Fondi per il dissesto idrogeologico.
La tabella programmatica allegata alla legge di bilancio mostra che nel 2023 lo stanziamento viene mantenuto, nel 2024 scende del 25% e nel 2025 del 45%. Gli interventi vanno programmati con un piano di riparto pluriennale. Se l’anno prossimo il governo decide di ripristinare i fondi andrà rifatta la programmazione. Si perdono 8, 9 10 mesi anche se trovano i soldi, una seria ipoteca sul futuro.
Iv la accusa di aver smantellato Italia sicura.
La struttura nasce nel 2014 con Renzi, l’intento anche nobile era creare una cabina di regia presso la presidenza del Consiglio dei ministri perché i fondi per il dissesto sono in capo a 4 o 5 ministeri. Quello che ho notato è: arrivava la richiesta del comune, veniva vidimata dalla regione (che è commissario straordinario per il dissesto idrogeologico dal 2014) e passata alla statura di missione che faceva un elenco di desiderata. Poi scriveva all’Ambiente che elaborava il lavoro e poi scriveva alla strutta di missione che rivedeva la pratica, la mandava all’Ambiente che scriveva alla regione e poi al comune. Si perdevano 12 mesi con un costo della struttura stessa di un milione l’anno. Meglio avere una cabina di regia presieduta dal ministero dell’Ambiente come coordinatore. L’idea andava sburocratizzata, la Corte dei conti ci ha dato ragione.
Dl Genova, siete accusati di aver fatto un condono nel 2018.
Art 25, relativo al terremoto di Casamicciola del 2017: nel preconsiglio dei ministri non concordavo sul testo ma trovammo una sintesi. Nella zona del cratere erano pendenti 1.100 richieste di condono, abbiamo obbligato il comune a decidere entro 6 mesi: se la domanda viene accettata c’è il ristoro per i danni altrimenti l’abbattimento. Le 1.100 domande sono state verificate, sei immobili condonati più una 50 che riguardavano finestre, cantine e altro. Nel testo si cita il condono Craxi ma il regio decreto 3.267 del 1923 pone il vincolo di inedificabilità assoluto sulle zone di dissesto che posso cagionare danni a persone, cose e case. Le maglie larghe del 1985 erano sui volumi.
De Luca dice che non è possibile abbattere gli abusi perché i comuni non hanno i fondi.
Abbattimento e ripristino dello stato dei luoghi costano 800, mille euro a metro quadrato. Provvede il comune con il recupero in danno. Se la famiglia è incapiente (magari artatamente) il comune va in dissesto. Serve un fondo di garanzia pluridecennale, garantito dallo Stato, staccato dal bilancio del comune. Se il sindaco non agisce allora deve intervenire lo Stato.
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CRISI UCRAINA. La questione dell’invio di armi a Kiev contro l’aggressione russa propone ormai dopo più di nove mesi di conflitto sanguinoso, temi ineludibili, domande scomode e irritanti, e un giudizio perlomeno critico
In un parlamento egemonizzato in chiave bipartisan da forze organiche a quello che Bettini forse definirebbe «estremismo atlantista», le mozioni contrarie all’invio routinario – al seguito delle precedenti decisioni di Draghi e dopo un emendamento che nascondeva la decisione – di nuove armi per la guerra in Ucraina non potevano che essere sconfitte. Fatto singolare, mentre i putiniani veri, i sovranisti e gli iper-nazionalisti strabici che vedono la Nato al posto dell’Ue – si annidano nei banchi della destra e destra estrema che vuole l’invio di armi, il Pd e Az-Iv , con astensioni incrociate alla fine sorreggono l’esecutivo Meloni e si oppongono
Leggi tutto: Invio di armi, domande necessarie - di Tommaso Di Francesco
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