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*Questa intervista all’ultimo segretario del Pci andrà in onda mercoledì 31 gennaio alle ore 21 sul nostro sito, manifesto.it. Il progetto di manifesto tv è stato accolto con grande partecipazione e sostenuto economicamente dai nostri lettori. «C’eravamo tanto odiati» è il titolo del programma dedicato al trentennale della «discesa in campo» di Berlusconi e alla sua eredità nell’Italia di oggi, governata dalla estrema destra.

ACHILLE OCCHETTO. La destra non dice mai la stupidaggine che sento dire alla sinistra: che non si fa la battaglia «contro». Ci sono momenti storici in cui il «contro» contiene in sé potenzialità positive

 Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi - LaPresse

Segretario tutti ricordano quello storico faccia a faccia negli studi di Canale5. A un certo punto Berlusconi rilancia la promessa di un milione di posti di lavoro. È la prima fake-news, la prima bufala del berlusconismo.
Come dissi già dopo quell’incontro, senza peraltro essere creduto, ci trovavamo di fronte a una fase nuova della politica, che non era tanto, come si è detto, del passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica, ma del passaggio dalla repubblica dei partiti alla repubblica del populismo. Quello fu il primo esempio di comunicazione populista. Basti pensare che in quella trasmissione mi industriavo a spiegare che bisognava passare, anche a sinistra, da una vecchia visione statalista a un nuovo rapporto tra pubblico e privato, in cui naturalmente ci fosse una preminenza del pubblico che trasformava anche il privato. Improvvisamente mi sento uno che dice, io do ai cittadini italiani un milione di posti di lavoro in più. Populismo per populismo cosa dovevo dire “e io ne do 1 milione e mezzo!”? Ed è chiaro che qui nasce la difficoltà di comunicazione tra pensiero politico e fake-news populista.

Dopo 30 anni, al posto di Berlusconi abbiamo il governo di Giorgia Meloni. Questa destra rispetto a quella di allora, è più forte. E se sì, perché?
Se sia più forte non lo so perché Berlusconi è durato abbastanza, anche se dentro un quadro che non era ancora destra-destra. Oggi abbiamo una novità forte di cui Berlusconi è stato l’apprendista stregone: l’elemento di menzogna che c’era allora, ovvero la rivoluzione liberale, che ha ingannato molti, non c’è più, c’è invece la destra-destra che ha una maggiore forza come violenza comunicativa ma che probabilmente ha i piedi d’argilla. Non credo possa durare il tempo che è durato il berlusconismo in Italia.

La classe politica di allora era politicamente più qualificata di quella che ci ritroviamo oggi?
Sicuramente, in tutti gli ambiti, anche nell’ambito berlusconiano, bisogna ammetterlo. Proprio perché Berlusconi si era presentato con tante facce: la faccia giustizialista, la faccia nazionalista rappresentata dall’alleanza con il Movimento sociale, e quella invece di destrutturazione dello Stato con la Lega. E soprattutto quella di mallevadore sociale di una pretesa rivoluzione liberale che ha ingannato anche uomini di prima qualità, come Antonio Martino, che ho apprezzato diventando poi suo amico e che, non a caso, è di quelli che hanno abbandonato Berlusconi.

 Achille Occhetto

Tra le teste pensanti ricordo un intellettuale come Lucio Colletti….

E c’erano persino i radicali…

Trent’anni dopo, al posto di Occhetto e Berlusconi abbiamo Elly Schlein e Giorgia Meloni. Due donne, un cambiamento antropologico, profondo, radicale, segno dei tempi. Ma è tutto oro quel che luce? È un cambiamento destinato a durare?
Che nei punti alti della politica italiana, ci siano oggi due donne, è un fatto storico importante. Naturalmente non è tutto oro, dobbiamo valutarlo sul comportamento. Perché già il fatto che si parli prevalentemente di uno scontro al femminile è qualcosa di antifemminista, somiglia a una ghettizzazione di donne che si considera possano parlare dentro un arco che non è l’arco generale della politica. La misura sarà se queste donne sapranno portare il femminismo al governo del paese, il che vuol dire se non accetteranno di entrare nel sistema di potere maschile costruito sulla loro esclusione. A partire, lo voglio dire subito, da un punto centrale: quello della lotta alla personalizzazione e al leaderismo.

Veniamo al nostro campo. Rispetto a trent’anni fa, ai tempi dell’Ulivo, quando lo schieramento era ampio e articolato, ora che abbiamo il Pd, i 5Stelle, e forze minori, è più debole?
Lo schieramento, in partenza e in teoria, rispetto alle potenzialità di voto del ’94, direi che è più forte. Noi abbiamo un’area disponibile all’alternativa più ampia di quella che poi concretamente si manifesta nella capacità politica di federare questa area, come si dice adesso. Non mi riferisco tanto ad alcune differenze programmatiche, certo non irrilevanti, ma soprattutto al fatto che, nelle elezioni che ci attendono, c’è più il tentativo di fare una lotta dentro le coalizioni piuttosto che l’esigenza di una prospettiva unitaria.

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Ma perché la destra riesce sempre, anche se divisa (come nello scontro per le elezioni regionali), a marciare compatta, mentre la sinistra sembra condannata alle divisioni perenni?
La destra-destra è più realistica e più cinica. È più disposta, quando si deve fare la lotta contro l’avversario, a mettere da parte le divisioni interne e unirsi. La destra non dice mai la stupidaggine, che sento dire a sinistra, che non si fa mai la battaglia “contro”. La destra fa la battaglia “contro”, perché nella battaglia “contro” c’è anche la battaglia “per”, ed è una cosa che la sinistra non capisce: tu certamente devi essere organico sulle prospettive, ma ci sono dei momenti storici in cui il “contro” contiene in sé delle potenzialità positive e quindi, in questo caso, devi essere disposto a mettere da parte quello che divide e privilegiare quello che unisce.

Tra le cose che dividono il Pd dai 5Stelle c’è anche il giudizio su come comportarsi nella guerra in Ucraina, e anche all’interno del Pd c’è maretta.
È una divisione che speriamo legata a un periodo, perché già sull’altro momento drammatico di Israele e Palestina, invece, vediamo che questo non si sta manifestando. Sull’Ucraina si dovrebbe trovare una via d’uscita che non è il mantenere puntigliosamente la posizione di partenza. La sinistra potrebbe unirsi sulla prospettiva, perché su un nuovo ordine internazionale ha molto da dire. Basterebbe che si capisse che sulla vicenda della guerra in questo periodo non influisce nessuno in Europa, mentre l’Europa può influire per offrire un’altra visione del mondo. Basta cambiare tema e invece il tema viene utilizzato per dividersi.

Stiamo correndo verso cruciali elezioni europee, il momento è drammatico, attraversato da guerre, oltre che da elezioni in mezzo mondo, dagli Stati uniti alla Russia. Siamo giunti a un momento di svolta?
Purtroppo non stiamo comprendendo che queste sono elezioni decisive: se l’Europa sposta il suo asse politico a destra, sullo sfondo di elezioni americane che portano al potere Trump, addio democrazia occidentale, la liberal-democrazia sarà sempre di più una pelle di zigrino che si restringe, circondata, ad est e a ovest, da poteri autoritari. L’Europa deve capire che intanto c’è una crisi della democrazia liberale. Indubbiamente bisogna fare un tagliando a questa democrazia, ma andando nella direzione opposta da quella della personalizzazione, dell’elezione diretta del premier. Bisognerebbe muoversi nella direzione della cittadinanza attiva, della partecipazione popolare, di un rapporto democratico più intenso con le persone, con la popolazione. Per questo dico: siete degli irresponsabili se ritenete che questa campagna elettorale serva per misurare i rapporti di forza interni ai vari partiti e tra i partiti, non capite il pericolo storico che sta di fronte a noi. Siete irresponsabili di fronte alla storia.

A proposito di questioni di piccolo cabotaggio: la segretaria Schlein deve candidarsi?
Sono abbastanza d’accordo con i consigli di Prodi, però voglio dire che non sono disposto al mainstream dell’ipocrisia che finge di non vedere che non c’è nobiltà nelle preoccupazioni di quelli che oggi stanno assediando Schlein, ma soltanto strumentalità. Qualcuno ha detto che se si candida perde, se non si candida perde lo stesso perché diranno che non ha avuto coraggio. Io dico invece che c’è una via d’uscita semplice: consultare il proprio partito, magari non così capillarmente perché non si fa in tempo. Per mettere sul piatto della bilancia una questione di carattere molto realistico: il gioco vale la candela? Io non so dirlo, non sono nei giochi. Ma si deve capire fino a che punto violare un principio per cui, come è anche giusto, non ci si può candidare per poi non andare in parlamento. Perché, invece, se questo, lo dico francamente, fosse la carta vincente per sconfiggere Meloni, non avrei dubbi. Bisogna calcolare costi e benefici.

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INTERVISTA. Il segretario Si Nicola Fratoianni su guerra, destre e voto europeo: «Ci saremo, con la pace come primo punto. Ma coi nostri simboli»

Nicola Fratoianni foto LaPresse Nicola Fratoianni - LaPresse

«A Gaza è in corso uno sterminio, Netanyahu sia processato per crimini di guerra»: la petizione lanciata qualche giorno fa da Alleanza Verdi Sinistra ha raccolto finora trentamila adesioni. «L’abbiamo lanciata per chiedere che l’Italia sostenga la causa aperta dal Sud Africa alla Corte dell’Aja – spiega Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana – Siamo di fronte a uno sterminio, forse un genocidio. Come dovremmo chiamare una guerra che si abbatte da settimane contro gli abitanti di Gaza, che muoiono solo perché palestinesi? Non esiste più un luogo sicuro, bisogna solo sperare di non finire sotto le bombe. Occorre un sussulto della comunità internazionale e dei governi. Io credo che l’unica cosa che non sia più consentita sia il silenzio o i timidi appelli al senso di responsabilità rivolti a un governo, quello israeliano, che ha dimostrato di non avere alcune responsabilità e travolgere i principi del diritto umanitario internazionale»

Come mai il governo Meloni non prende parola?

In questi mesi ha detto che Israele poteva difendersi ma nell’ambito del diritto internazionale, proteggendo la popolazione civile e nella prospettiva del ‘Due popoli, due stati. Quando prenderanno atto che il diritto internazionale è stato travolto, che la popolazione civile viene colpita e che Netanyahu ha dichiarato esplicitamente che fin quando sarà lui al governo non nascerà mai uno stato palestinese? Serve discontinuità, lo dico per palestinesi soggetti al massacro e per Israele e la sua sicurezza: se la comunità internazionale non mette fine a questo massacro si va incontro alla cancellazione di ogni prospettiva di pace.

Le parole di Elly Schlein degli ultimi giorni rappresentano un salto di qualità?

Noi fin dal 7 ottobre abbiamo detto con fermezza che condannavamo Hamas ma che non avremmo consentito trasformare il bisogno di giustizia in ricerca di vendetta. Lo abbiamo fatto con le interrogazioni, nei question time, nel dibattito parlamentare. È positivo che su questo Schlein si sia espressa e si possa creare un fronte ampio. Non riguarda solo l’opposizione al governo, ha a che fare con la pace e con l’evidenza di una necessità di un sussulto. Serve un salto di qualità, non possiamo rifugiarci nel cortile della retorica. Ma di tutto ciò non abbiamo visto traccia perché è evidente che senza iniziativa internazionale che fermi la guerra di sterminio non è possibile neanche un intervento di carattere umanitario.

Lei aveva lanciato dal pulpito del congresso di Si la proposta di agire in comune alle altre forze d’opposizione, a partire da alcuni temi sui quali esiste già unità d’azione. Il suo appello non ha raccolto grandi consensi…

Mi pare che si continui ad andare colpevolmente in ordine sparso, anche sulle proposte sulle quali c’era convergenza. Tanto più che la convergenza bisogna costruirla anche su altri temi. Il dato preoccupante è che la maggioranza costruisce la propria unità attorno al potere mentre opposizione continua ad essere indietro e immatura. La costruzione dell’alternativa non può essere derubricata né rinviata a ultimo momento. Immaginare che la coalizione si faccia alla fine è un errore esiziale. La destra ha costruito un’idea di società e sulla base di essa ha creato egemonia e consenso. Non ha la maggioranza nel paese, per questo occorre rimotivare al voto le persone e costruire un’alternativa possibile. Noi, con le nostre posizioni, continuiamo a dire agli altri: «Se non ora, quando?».

Le elezioni europee si giocheranno sul tema della pace e della guerra?

Da anni e anni che le forze della sinistra ed ecologiste a ogni elezione cambiano simbolo, nome e forma. Invece serve la continuità di un proposta politica e della sua rappresentazione simbolica. Alleanza Verdi Sinistra ci sarà attorno a tre nodi. Intanto, la pace: perché immaginare un mondo diverso senza pace è impossibile. Se c’è la guerra non si può pensare alla transizione ecologica e alla giustizia sociale, le due grandi contraddizioni che si tengono una con l’altra. L’Europa non è solo decisiva con la sua unità, il futuro passa dalla sua autonomia strategica sul terreno della pace e del disarmo e sul terreno delle scelte ambientali e sociali. Senza questi temi l’Europa rischia di scomparire

 

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L’APPELLO ALLA SINISTRA. Abbiamo letto l’appello per una lista unica alla sinistra del Pd in occasione delle prossime elezioni europee di giugno, pubblicato dal manifesto, a firma di Emilio Molinari e Basilio Rizzo. […]

Europee, l’obiettivo da non mancare

Abbiamo letto l’appello per una lista unica alla sinistra del Pd in occasione delle prossime elezioni europee di giugno, pubblicato dal manifesto, a firma di Emilio Molinari e Basilio Rizzo. Lo condividiamo nella sostanza e siamo ben felici se si comincerà finalmente a prendere apertamente un’iniziativa che vada in quel senso: lista unica o almeno passi concreti in quello spirito.

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L’estendersi dei teatri di guerra ha messo a nudo l’inerzia della Unione europea, adattatasi rapidamente al più piatto filoatlantismo. L’ultimo voto di Strasburgo su una proposta del Ppe, sostenuta non solo dalle destre, ma anche da rilevanti settori progressisti, nella quale si è voluto anteporre condizioni al cessate il fuoco, mostra non solo l’assenza di un ruolo a favore della pace da parte del Parlamento europeo, ma l’assuefazione della attuale maggioranza ad una logica di prosecuzione di un conflitto che sta portando allo sterminio dei palestinesi e alla distruzione di Gaza. E ciò stride con il fatto che alla Corte Internazionale di Giustizia si discute dell’accusa di genocidio portata dal Sudafrica nei confronti di Israele.

Le cose non vanno meglio sul terreno delle politiche economiche e sociali, visto che si sta preparando un ritorno di fatto delle vecchie regole del Patto di Stabilità e Crescita, sospese durante la pandemia. Proprio la mancata crescita declina la stessa approvazione del Mes con la vecchia e inefficace politica dell’austerità. Le linee del Next generation Eu rimarrebbero, quindi, una parentesi da cancellare, anziché l’apparire di un possibile percorso verso un bilancio europeo utile per sostenere la transizione ecologica, nonché gli investimenti di carattere sociale, capaci di dare risposte occupazionali e di sostegno al welfare state.

In tale quadro, si impongono soluzioni istituzionali autoritarie, come è evidente in Italia, funzionali ad orientamenti economico-sociali regressivi, xenofobi e razzisti, di cinica chiusura verso i processi migratori.

Per tali ragioni il voto di giugno diventa importante, se si vuole mantenere viva la speranza. Purtroppo, le sinistre di alternativa hanno subito in diversi paesi sconfitte e divisioni. A maggior ragione è necessario che non si disperdano voti alla sinistra del Pd.

Le scadenze elettorali non sono l’occasione propizia per dare vita a nuovi soggetti politici. Quest’ultimo compito va ben al di là delle urne. Tuttavia, se nessuna lista di alternativa ottenesse il quorum nel voto, tale obiettivo si allontanerebbe ulteriormente.

Per questo, chi ha la responsabilità di guidare forze politiche che si collocano alla sinistra del Pd dovrebbe porsi l’obiettivo di un’unica lista, costruita attorno a un programma essenziale, nel quale trovino posto la pace, la difesa del pianeta dalle alterazioni climatiche, una svolta nelle politiche economiche caratterizzata da un intervento pubblico in settori innovativi in grado di creare occupazione, la tassa patrimoniale, la difesa e l’estensione dello stato sociale contro le privatizzazioni, la tutela e l’ampliamento dei diritti, la lotta contro il patriarcato, l’istituzione di un reddito di cittadinanza e del salario minimo, l’apertura delle frontiere e l’attuazione di una politica di accoglienza per i migranti, la salvaguardia del pensiero critico e della libertà di informazione.

Tutto ciò mette in discussione i pilastri e i vincoli del Patto di Stabilità e punta ad una riforma in senso solidale dei Trattati su cui si basa l’Ue.
Sono solo alcuni punti di riferimento, da approfondire e articolare ulteriormente in un confronto aperto e reale.

Ed è quello che si può e si deve fare assieme ai movimenti politici e sociali che in questi anni hanno fatto vivere una sinistra diffusa nel paese. Dare a quest’ultima una rappresentanza, pur caratterizzata da diverse ma non confliggenti sensibilità, è un obiettivo alla nostra portata. Non manchiamolo

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GAZA E LA CORTE DELL'AJA. L’identità israeliana si costruisce nell’identificazione con le vittime della Shoah fino al punto di iscriversi nel concetto di genocidio. E dunque che il genocidio sia perpetrato invece che subito, è inconcepibile

Il team legale sudafricano alla Corte internazionale di Giustizia lo scorso 11 gennaio Ap/Patrick Pos Il team legale sudafricano alla Corte internazionale di Giustizia lo scorso 11 gennaio - Ap/Patrick Pos

«Lo stato di Israele sa fin troppo bene perché la Convenzione sul genocidio, che è stata invocata in questo procedimento, fu adottata». Si apre così l’arringa di Tal Becker, il primo avvocato della squadra di difesa israeliana alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja. La «memoria collettiva di Israele» è evocata immediatamente dopo, insieme con il richiamo a Raphael Lemkin, il giurista ebreo polacco che coniò il termine.

Non gli bastava – aggiungiamo noi – il termine «sterminio» usato a Norimberga, e neppure «crimine contro l’umanità», coniato da Hersch Lauterpach, un altro giurista sopravvissuto alla Shoah. Uccidere persone perché appartenenti a un certo gruppo e con l’obiettivo di sradicarlo è peggio che ucciderle senza questa specifica intenzione. Che è poi la parte dell’accusa più difficile da provare, nonostante le oltre 60 citazioni e le 9 pagine di riferimenti ad alti funzionari israeliani, non sanzionati dal loro governo.

È di questo «elemento soggettivo» che vogliamo occuparci: delle sue implicazioni psicologiche e morali ma anche filosofiche, sia dal punto di vista degli accusatori che degli accusati. Sgombriamo anzitutto il terreno dagli equivoci. La Corte non è chiamata nell’immediato a un verdetto di innocenza o colpevolezza: ma solo a determinarsi sulla possibilità che un genocidio sia in atto, e solo in questo caso ad accogliere (eventualmente) la richiesta di misure precauzionali come il cessate il fuoco. Sarebbe ridicolo che quel verdetto pretendesse di anticiparlo chi scrive.

La questione è un’altra. Qual è il senso dell’accusa? Ancora. La Corte ha giurisdizione sulle controversie fra stati, ma solo se questi l’accettano, o una tantum o nelle clausole dei loro trattati. Israele l’ha accettata praticamente solo per questo trattato così fondante per la sua legittimità: la Convenzione sul genocidio.

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Per questo ha dovuto prima sorgere una controversia fra il Sudafrica e Israele, perché i Sudafricani potessero presentare alla Corte la loro accusa di genocidio, prima comunicata a Israele e respinta. A questo punto l’Art. 9 della Convenzione «obbligava» Israele a difendersi in Corte.

E ora torniamo alle arringhe difensive. L’argomento di Becker torna continuamente: che sia accusato di genocidio proprio Israele, fondato sulla «memoria collettiva» del male «unico», «eccezionale», «assoluto» subito dagli ebrei, per il quale fu inventata questa fattispecie di reato, è inaudito. Una sorta di contraddizione «genetica» (Giacomo Costa, Affaritaliani.it, 16/1).

«L’accusa è assurda perché mossa nei confronti di uno stato nato, lo ricordo, dalla Shoah». Questa stessa tesi, espressa il 9 gennaio dall’avvocato internazionalista Giorgio Sacerdoti, la trovate come argomento cardine di tutte le arringhe difensive, insieme all’altra complementare: accusare proprio Israele di genocidio svuota di senso il termine, lo banalizza. Ecco: ma perché? Come comprendere più in profondità il senso di questo che sarebbe di per sé evidentemente un non sequitur?

Perché ci sia intento genocida, la vittima designata deve essere presente, e in modo quasi ossessivo, alla mente del suo carnefice. Ora, onestamente, chi potrebbe dire che i palestinesi siano stati presenti alla mente della maggioranza degli ebrei israeliani in una società che, come quella israeliana, era letteralmente costruita come un sistema di invisibilità – architettonica, logistica, segnaletica, linguistica e culturale – nei confronti delle popolazioni dei territori occupati, ridotti allo status generico di «stranieri» – o al più soltanto «terroristi» – da cui difendersi, invece che sfollati superstiti di una popolazione residente da una dozzina di secoli almeno in Palestina?

È questo «elefante nella stanza» che nessuna delle crisi passate ha reso tanto visibile quanto il tremendo eccidio del 7 ottobre. Si parva licet, conosciamo questo meccanismo. Distolgo istintivamente lo sguardo da qualcosa, senza volerlo sapere. Ma se qualcuno mi costringe a guardare, la mia reazione può essere feroce. In fondo, l’othering, la disumanizzazione annichilante, era già nel sogno dei padri fondatori: una terra «senza popolo» per un popolo senza terra.

Ecco perché l’argomento principale dell’accusa è stato la «contestualizzazione» dello sterminio di Gaza: certo in rapporto all’eccidio criminale del 7 ottobre, ma anche in rapporto all’intera storia della pulizia etnica della Palestina storica, prima e dopo il 1967 e il regime di occupazione dei territori destinati dall’Onu alla Palestina. Come dire: ignorare la vittima che stermini, mentre la stermini, non solo non cancella l’intento genocida, ma semmai l’aggrava, come se tu avessi anticipato l’annientamento in forma di negazione del vero: «Non esistono».

Nurit Peled Elhanan, già docente alla Jerusalem University, illumina questo buio nel suo ultimo libro (Holocaust Education and the Semiotics of Othering, 2023), riconducendo la rimozione (l’elefante ignorato) proprio a una politica della memoria: l’identità israeliana si costruisce nell’identificazione con le vittime della Shoah fino al punto di iscriversi nel concetto di genocidio. E dunque che il genocidio sia perpetrato invece che subito, è inconcepibile. Ma questa è una memoria centripeta: dice «mai più questo deve accadere a noi». E non invece «a nessuno». Solo quest’ultima sarebbe una memoria «universale». L’avevo chiamata kantianamente «memoria del diritto» (17 gennaio). Nurit la chiama «memoria centrifuga».

Questo vorrei rispondere a Roberto Della Seta, che ieri ha avanzato riserve sulla portata etica dell’accusa sudafricana (oltre che sulla sua correttezza giuridica e opportunità politica). In etica – e relativamente alla mente umana – le questioni sono più complesse di come paiono. È bene ricordarlo, alla viglia della Giornata della Memoria.

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INTERVISTA AL PARLAMENTARE INDIPENDENTE DEL PD. Il rappresentante di Demos: le parole della segretaria? Più che una svolta, l’evoluzione davanti a un dramma di oltre 100 giorni. Il «cessate il fuoco in cambio del rilascio degli ostaggi» si sta facendo strada ovunque

Ciani: «Il pacifismo sia l’asse portante del campo largo: solo così vinceremo» Pacifisti alla marcia Perugia-Assisi

Onorevole Paolo Ciani, seppur da indipendente, lei che è stato il primo nel Pd a portare avanti le tematiche pacifiste, le parole della segretaria Elly Schlein a Gubbio sono una svolta nella posizione del partito?
Più che una svolta sono l’evoluzione davanti al dramma a cui stiamo tutti assistendo a Gaza. La preoccupazione di Elly Schlein per il dramma umanitario non è una novità ed stata ribadita nelle ultime settimane con grande forza e attenzione.

Però è la prima volta che parla esplicitamente di «crimini di guerra» rispetto al comportamento di Israele, tanto è vero che gli ex renziani sono già sul piede di guerra…
Non ho colto differenze. Negli atti parlamentari e negli interventi pubblici, va riconosciuta grande coerenza nei suoi comportamenti. A partire dalla denuncia della gravità degli atti perpetrati da Hamas il 7 ottobre, Schlein ha prima certamente appoggiato la reazione di Israele ma poi è prevalsa la preoccupazione per l’escalation degli attacchi su Gaza. Ora sono passati oltre 100 giorni ed è sotto gli occhi di tutti come la strategia di Israele non stia portando da nessuna parte. Peraltro la richiesta di “cessate il fuoco” legata alla liberazione degli ostaggi è ormai largamente condivisa a livello internazionale, in primis dall’amministrazione Biden. È evidente che esiste una sensibilità diffusa per il cessate il fuoco che aumenta giorno dopo giorno.

La novità riguarda però anche il no all’invio di armi tout court, una sorta di tabù per il Pd, fin dalla nascita…
Sulla vendita delle armi in realtà l’Italia ha già una legge che vieta la vendita a paesi in guerra e la segretaria ha fatto bene a ricordare anche la posizione del parlamento europeo.

Lei comunque ora si sentirà meno solo, finora era l’unico a portare avanti le istanze pacifiste nel Pd…
In realtà ci sono molti altri che nel Pd stanno portando avanti la proposta di cessate il fuoco: da Arturo Scotto a Roberto Speranza che sono andati in Palestina in questi mesi a Peppe Provenzano. Io sono un pacifista storico e queste istanze le ho portate avanti anche sulla guerra in Ucraina, ma sono esterno al partito. Devo però sottolineare che, pur facendo parte di Demos, ho potuto farlo con grande libertà e senso di responsabilità. Se all’interno del Pd non ho avuto problemi, mi lasci dire che sono state riprovevoli alcune caricature grottesche delle mie posizioni – «amico di Putin» – da parte di chi – la destra – amica di Putin è sempre stata.

Non pensa che il Pd avrebbe preso molti più voti sposando prima e meglio le posizioni pacifiste?
Già in campagna elettorale avevo avuto la sensazione che il pacifismo facesse breccia fra gli elettori e dunque rivendico la giustezza della mia posizione. Io continuerò con Demos a portare avanti queste posizioni che sono di contrarietà alla guerra e di lotta per la pace che hanno grande spazio nel paese denunciando come l’Unione europea sia silente: l’unica che non ha un rappresentante per la pace, a differenza del Vaticano e della stessa Turchia.

Il pacifismo può essere la leva per costruire il famoso «campo largo» del centro sinistra?
Penso che dovrebbe esserne l’asse portante. Il tema della pace è molto sentito. Finora il Pd aveva posizioni più defilate rispetto a quelle di M5s e Alleanza Verdi Sinistra. Lo sono molto meno i cosiddetti centristi che dovrebbero far parte dell’alleanza di centro sinistra. Detto questo, dovremmo preoccuparci di più della sensibilità sul tema degli elettori rispetto a quella dei partiti. Sono loro che devono votarci.

In vista delle Europee, il risultato del Pd potrebbe essere decisivo per il futuro politico di Elly Schlein. Lei le consiglierebbe di mettere in lista molti pacifisti?
Non so se sarà decisivo per il suo futuro. Io di certo lo auspico fortemente e mi sto impegnando e lavorando giorno dopo giorno perché nelle liste del Pd alle Europee siano candidati esponenti della società civile convintamente su posizioni pacifiste

 

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REPORTAGE. Nel Triangolo d’oro sono sparsi avamposti cinesi. E se il vecchio villaggio del Kuomintang non fa più oppio ma caffè, la Las Vegas dei nuovi tycoon di nome Kings Romans produce davvero di tutto
Van Pak Len (Laos), il casinò del Kings Romans, la «zona speciale» dove si paga solo in yuan e la polizia laotiana non può entrare foto Emanuele Giordana /il manifesto Van Pak Len (Laos), il casinò del Kings Romans, la «zona speciale» dove si paga solo in yuan e la polizia laotiana non può entrare - Emanuele Giordana /il manifesto

Chissà quali ideogrammi cinesi significano rien ne va plus. Forse li en qù jia. Ma al casinò “laotiano” di Van Pak Len c’è solo una roulette elettronica e i tavoli sono tutti da baccarat, circondati, nelle salette adiacenti, da svariate slot machine. I clienti però sono soprattutto cinesi. Qualche thailandese forse.

I croupier e in genere il personale, di servizio o della sicurezza, di diverse nazionalità: cinesi, laotiani, birmani. E birmana è una gentilissima cameriera che ci accompagna al ristorante dell’albergo che ospita il casinò. I prezzi dei piatti sono tutti in yuan e sono anche piuttosto accessibili. Non quelli dell’albergo, le cui camere variano dai 300 ai duemila dollari a notte. Sconto nel weekend.

BENVENUTI al Kings Romans Casino, la più pacchiana, sfavillante e controversa attività di imprenditoria cinese in odore di mafia del territorio laotiano. Anzi della Golden Triangle Special Economic Zone, un’area di 10mila ettari affittati per 99 anni in gran parte a privati. Gode sostanzialmente di extraterritorialità e, per poterci entrare, la polizia laotiana deve chiedere il permesso al Kings Romans Group con cui Vientiane fece un accordo nel 2007.

Sulle attività della Kings Romans Group e del suo padrone, il tycoon cinese Zhao Wei, si è già detto tanto e di tutto (l’ultimo è un rapporto dell’International Crisis Group (Icg) con un titolo che parla da solo: Transnational Crime and Geopolitical Contestation along the Mekong). Nondimeno, la città che visitiamo è in piena espansione: gru ovunque, sbancamenti, palazzi in costruzione e addirittura una sorta di grande mall in stile “austroungarico rivisitato” che sembra voler emulare qualche parco giochi di Disneyland.

NELLA ZONA speciale, che si trova sul Mekong all’incrocio tra Laos, Thailandia e Myanmar, ci siamo passati sulla rotta per un altro avamposto cinese fuori dalla Cina: una delle tante città che i soldati del Kuomintang, rifugiatisi in Myanmar per riorganizzare la resistenza dopo la vittoria di Mao, hanno creato prima in Birmania e poi in Thailandia.

Ma se Ban Rak Thai si è dimostrata una delusione, il reame del Kings Romans Casino è davvero una sorpresa.

Potreste immaginare che questa enclave urbana cinese – dove si compra e vende in yuan e le scritte sono solo ideogrammi – e che per ora si espande urbanisticamente su tremila ettari nella libera Repubblica del Laos, si spaccia per un “modello asiatico di sviluppo” in uno dei Paesi più poveri del Sudest asiatico? E che si sviluppa pur avendo collezionato denunce e sanzioni oltre a una serie di nomignoli non proprio edificanti, come Scam City (città della truffa) o Hub of Illicit Activity, sede di sospetti crimini transnazionali che vanno dalla tratta di animali esotici a quella di esseri umani passando per il traffico di stupefacenti?

DIFFICILE DIRE se la cameriera birmana che ci fa una breve visita guidata all’interno del gigantesco e pulitissimo hotel-casinò faccia parte di quel gruppo di vittime che ciclicamente viene alla luce del sole quando riesce ad andarsene dalle favolose promesse di guadagno a cui abboccano ragazzi e ragazze dei Paesi vicini. Tornati casa, quando ci riescono, raccontano di ore di lavoro chiusi in stanze dove si traffica con cellulari e siti web per accalappiare i conti correnti di qualche arzillo vecchietto in cerca di avventure virtuali.

International crisis group
Quell’area tra Myanmar e Laos è diventata una zona contigua di esuberante criminalità, in gran parte fuori dalla portata delle autorità statali

INUTILE DIRE che la guerra in Myanmar è uno dei miglior viatici per i birmani che cercano di uscire dal buio del conflitto. Basta attraversare la frontiera. “Lo Stato Shan del Myanmar e la provincia di Bokeo nel Laos settentrionale (dove si trova il Kings Romans, ndr) sono diventati una zona contigua di esuberante criminalità, in gran parte fuori dalla portata delle autorità statali. Il fiume Mekong che taglia in due la zona – scrive il rapporto di Icg – è anche un asse di competizione geopolitica che complica gli sforzi per combattere la criminalità organizzata”. La “competizione politica” è quella tra Usa e Cina.

AL KINGS ROMANS Casino nessuno è colpito dalla nostra presenza. Qualche europeo in cerca di avventure in carne e ossa non stupisce da queste parti e si confonde con i torpedoni dei turisti. Il sistema di sicurezza è discreto anche perché sembra godere di ampia impunità.

Venendo dal Laos, le autorità laotiane controllano i passaporti – come si fa alle frontiere – all’ingresso della zona speciale cui si può accedere comodamente anche dalla Thailandia in 5 minuti di battello. È in costruzione persino un aeroporto. L’aerostazione potrebbe portare dalla Cina o dalla Thailandia squadroni di giocatori incalliti che vengono da Paesi dove il gioco d’azzardo è vietato. Come in Laos peraltro (salvo rare eccezioni).

Il punto di domanda è se dietro le luci del casinò si nasconda in qualche segreta stanza anche il “gambling online”, vietatissimo e già nell’occhio del ciclone in altre zone del Laos (Boten) o della Cambogia (Sihanoukville), dove per anni è stato possibile praticarlo. Poi, improvvisamente, le leggi sono cambiate e sia Boten sia Sihanoukville si sono svuotate di imprenditori mafiosi e ludopatici. I prezzi di terreni e immobili sono crollati e Boten è risorta (ora ci passa la mega ferrovia Vientiane – Kunming); Sihanoukville è ancora nel limbo.

Il Kings Romans (ormai questa città si chiama così) potrebbe fare la stessa fine?

PER ORA il denaro circola, pulito o sporco che sia e la città si espande nonostante i dossier sempre smentiti dal boss Zhao Wei, che per il Tesoro Usa è a capo di una Transnational Criminal Organization. Il lavoro non manca e i cinesi – tanto meno i laotiani – non battono ciglio.

Finché ci si limita a qualche sanzione o a qualche denuncia, le cose sembrano andare a gonfie vele. Ma nonostante lo sfavillio il luogo resta avvolto dalle tenebre. Forse anche per il nome che porta e che – visti i picchi di produzione nuovamente alti in Myanmar e Laos – potrebbe far ritornare il Triangolo d’oro ai fasti di oppio ed eroina da accompagnare alla pastiglie di metanfetamina, droga sintetica molto richiesta. Traghettarla lungo il Mekong non è un’impresa.

MOLTO PIÙ A SUD, nella provincia tailandese di Mae Hong Son, il villaggio di Ban Rak Thai promette tutt’altro. E alla luce del sole.

Se una volta gli ex Kuomintang si davano davvero molto da fare a piantare e incidere papaveri nel Triangolo d’oro, ora non è certo l’oppio che li fa ricchi. La Thailandia ha fatto una gran pulizia delle piantagioni nelle zone di produzione e imposto la sostituzione delle coltivazioni.

A Ban Rak Thai, molto più a sud del Triangolo, è in espansione la pianta del caffè. Ma anche il turismo. Un turismo soprattutto locale ma che ha trasformato la piccola cittadina fondata dai nonni “bianchi” scappati dalla vittoria rossa: una trasformazione pacchiana con decine di villette monofamiliari in serie che scimmiottano la tradizione cinese classica ma sembrano un misto di edilizia popolare e vorrei ma non posso.

I residenti continuano a vivere in fatiscenti case tradizionali: le villette sono per i turisti. Affacciate su un laghetto, punteggiato da ristoranti e negozi di spezie e aromi cinesi, danno l’idea di un paesaggio finto dove le vestigia e i racconti che affascinavano i viaggiatori sono solo un ricordo sbiadito.

Come quella foto in bianco e nero che vediamo appesa in un negozietto cinese. Non c’è più traccia del Kuomintang e di una battaglia che Chiang Kai-shek ha perso ma che il capitalismo ha vinto. Del resto anche in Cina Deng Xiaoping aveva assicurato che «arricchirsi è glorioso».

I figli del Kuomintang lo sapevano già e da qualche anno a questa parte hanno superato i cinesi con questo business pacchiano che però non ha niente di illegale. Chissà non sia un modello anche per Zhao Wei

 

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