SINISTRA ALLE EUROPEE. Il dibattito sulle elezioni europee e le formazioni di sinistra continua sul manifesto. Il contributo di Giacomo Russo Spena
Ho aderito con gioia all’appello «pace, terra, dignità», sia per l’amore verso Raniero La Valle, sia perché mi appassiona la ricerca sul «confederalismo democratico» di Ocalan, anticapitalista, antipatriarcale, meticcio. Sostengo, quindi, la lista di scopo, che sarebbe piaciuta molto anche a Dino Frisullo e a Eugenio Melandri. Condivido completamente l’intervento su questa pagine di Luigi De Magistris, portavoce di Unione Popolare, della quale sono anche io attivista.
Una lista per la pace con idee e candidati che siano credibili
Una lista per la pace, ma anche contro la Nato, per il disarmo unilaterale è soprattutto una critica radicale verso questa Unione europea, strumento della nuova guerra fredda, nemica del Sud globale. Spero che il fondamentale ricorso del Sudafrica alla Corte internazionale abbia posto il tema, anche da noi rimosso, della rifondazione del diritto internazionale. L’imperialismo lo distrugge; noi non possiamo rimuoverlo.
La militarizzazione pervasiva ha svuotato completamente le sedi della cooperazione internazionale. È un pericoloso ossimoro storico; perché, contemporaneamente, matura l’esigenza di un governo multipolare. Anche perché, come scrive Emiliano Brancaccio, l’evidenza scientifica supporta una «legge di tendenza» verso la centralizzazione del capitale, che produce le guerre, costruisce un rapporto tra capitale e catastrofe ambientale, distrugge la democrazia costituzionale. Le catene del valore del capitale si stanno ricostruendo nell’intreccio assoluto con il potere politico/militare.
Elezioni europee, uniamoci per una nuova storia collettiva
L’articolo 11 della Costituzione, irride il ministro Crosetto, è l’anticaglia di un mondo che fu. È l’autobiografia della nazione, oggi. Allora «pace, terra, dignità» non è un progetto marginale; è fondativo, perché si proietta sulle insorgenze (Gkn, Ilva, Val di Susa…), sui conflitti sociali, sul mutualismo antiliberista; ma anche sull’attuazione della Costituzione. Autonomia differenziata e premierato non sono un tecnicismo istituzionale ma un possente processo di revisionismo storico contro la Repubblica nata dalla Resistenza. Il diritto costituzionale, spinto ormai ai margini non solo della statualità ma della stessa formazione sociale, è un limite ineludibile all’orrore, perché è critica e limite dei poteri. Israele esercita il «diritto materiale di difesa»? E quali sono i limiti? E quale organismo li attiva? In assenza, vi è l’attuale genocidio, ci sono i crimini di guerra.
Costruiamo, allora, questa lista unitaria. Che, per lo meno, allude timidamente a un progetto. Ma che sappia superare i limiti del giacobinismo e dei personalismi. Tentiamo di rompere le gabbie della delega e dell’indifferenza. E si discuta, perché su alcuni punti emergono certamente articolazioni e accentuazioni diverse. Parlo del mio piccolo campo, per esempio. Io vorrei che tutta Unione Popolare (e, quindi, ovviamente, anche Potere al Popolo, che ne è parte integrante) costruisse la lista. Tentiamo e ritentiamo, ricomponiamo le differenze, non le alimentiamo. L’unità è un traguardo. Il resto è noia, coazione a ripetere frantumazioni.
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Commenta (0 Commenti)RIFORME. Parte alla camera dei deputati il disegno di legge sull’autonomia differenziata firmato da Calderoli, proprio mentre la maggioranza sembrerebbe essere in dirittura di arrivo sulla riforma costituzionale del premierato. Si […]
Roberto Calderoli e Giorga Meloni - Ansa
Parte alla camera dei deputati il disegno di legge sull’autonomia differenziata firmato da Calderoli, proprio mentre la maggioranza sembrerebbe essere in dirittura di arrivo sulla riforma costituzionale del premierato. Si precisano dunque contenuti e tempi della nuova Italia vagheggiata dalla destra di governo.
Al voto finale sull’autonomia di Calderoli si giungerà probabilmente prima delle elezioni europee di giugno, e le opposizioni non potranno – per un regolamento che non consente un ostruzionismo insuperabile – impedirlo. Il massimo impegno rimane però indispensabile, perché potrà fornire argomenti per il contrasto al disegno leghista dopo l’approvazione, ad esempio con ricorsi alla Corte costituzionale. Non ci aspettiamo che le opposizioni fermino la legge ma che combattano in prima linea sì.
Gli argomenti non mancano. Si punta a un’Italia di regioni speciali, stravolgendo l’assetto vigente del rapporto tra lo stato e le regioni. Cos’è in fondo l’autonomia in salsa leghista se non la specialità della singola regione, diversa nella forma ma nella sostanza analoga a quella delle regioni in senso tecnico speciali? In entrambi i casi l’autonomia si sottrae alla legge ordinaria e al referendum abrogativo. Ma dobbiamo ricordare che la Consulta dichiarò costituzionalmente illegittima la legge regionale che prevedeva il quesito referendario «vuoi che
Leggi tutto: La nuova Italia disegnata dalla destra - di Massimo Villone
Commenta (0 Commenti)INTERVISTA. L’ex ministro Pd: «Serve chiarezza. Anche nelle regioni, se non ci uniamo resta la destra. Su Gaza auspico una linea comune, basta coi risentimenti. Capisco la fatica di guidare i 5S, ma il prezzo non lo può pagare il Pd. Pensare di prendere più voti da soli è miope». «Il governo non si faccia ricattare da Stellantis. Lo Stato entri nel capitale se può davvero incidere sulle scelte. Le promesse fatte dagli Agnelli nel 2020 sull’occupazione sono state tradite, anche il governo giallorosso ha commesso errori sul prestito da 6 miliardi: mai più incentivi senza garanzie sull'occupazione»
Andrea Orlando, deputato Pd, ex ministro del Lavoro. Nei giorni scorsi la tensione tra Pd e M5S è salita oltre il livello di guardia. Conte ha mostrato sintonia con Trump e vi ha accusato di «bellicismo». Un’alleanza è ancora possibile o si tratta di una relazione tossica?
Una coalizione tra le forze alternative alle destre è una strada obbligata e anche possibile guardando ai contenuti, corrisponde a una domanda che c’è nell’elettorato. Di Conte apprezzo il senso di responsabilità e anche il coraggio con cui ha gestito la pandemia. E il modo in cui ha accompagnato sino a qui l’evoluzione del M5s. Quando però Speranza gli ha fatto notare lo stupore per le sue posizioni su Trump, lui ha dato una riposta piccata e risentita, quasi sul piano personale, accusando il Pd di bellicismo. Come se non fosse il leader di una forza politica che, come il Pd, ha la necessità di costruire una coalizione.
Quell’accusa vi ha fatto insorgere e ha aperto lo scontro.
Mi domando come abbia fatto il leader 5s a non accorgersi che quell’accusa avrebbe messo in moto un meccanismo che intralcia il percorso unitario: le parole pesano, quello è un marchio che ci indica come persone che amano le guerre. E proprio nel momento in cui nel Pd matura una posizione più avanzata sul conflitto in Medio Oriente.
Nei prossimi giorni il Parlamento discuterà le mozioni sul conflitto in Palestina. È ancora possibile una posizione comune tra voi?
Mi auguro di sì e credo che ci siano le condizioni, se non prevale la logica del risentimento personalistico. Ricordo a chi ha simpatie per Trump che su questo conflitto ha avuto posizioni molto distanti dalla parola d’ordine “Due popoli due stati”. Una ragione in più per evitare di distribuire patenti di bellicismo.
Schlein ripete che da lei non partono mai polemiche contro le altre opposizioni. Stavolta però la sua postura zen non è durata. Condivide l’idea di evitare il fuoco amico o rischia di farvi apparire arrendevoli?
Serve un giusto dosaggio. Credo che gli elettori apprezzino il nostro atteggiamento unitario, questo però non deve impedirci forme di deterrenza: Elly ha fatto bene a marcare questo punto con equilibrio. A chi giova una escalation che sposti il conflitto dentro il fronte progressista?
Il Conte di questi giorni sembra quello del passato: né di destra né di sinistra, genericamente populista.
Non condivido l’etichetta di trasformismo che gli vogliono affibbiare. Non è semplice guidare le spinte diverse che ci sono nel M5S fin dalle origini, conseguenza anche della crisi del sistema politico: si tratta di un lavoro faticoso che rispetto, ma che non può essere fatto a spese dei potenziali alleati. Oppure, se qualcuno pensa di collocarsi stabilmente all’opposizione lasciando il governo a Meloni a tempo indeterminato, meglio che lo dica subito. La postura radicale si combina male con l’inconcludenza nella costruzione dell’alternativa.
Sta succedendo in Piemonte e Basilicata: Conte non arriva mai all’intesa. Perché?
Forse pensa che, correndo da solo, il Movimento possa raccogliere più voto di protesta, magari ottenendo l’1% in più: un calcolo miope. Una forza politica si misura anche dalla capacità di indicare una prospettiva. E correre sapendo già di perdere non dimostra una grande visione.
C’è un problema di disagio dei cattolici nel Pd? O i moderati usano il tema cattolico per contestare una leader più spostata a sinistra?
C’è in effetti un utilizzo improprio della questione, che non aiuta ad affrontare i temi che realmente richiamano la coscienza. Mi spiego: oggi dove sta scritto che cattolico sia sinonimo di moderato? Spesso sulla critica al capitalismo sono più netti dei laici. Evitiamo dunque i retaggi del secolo scorso. Poi è vero che nel Pd occorre evitare polarizzazioni sui temi etici, riaffermando il principio della libertà di coscienza.
Teme fuoriuscite di cattolici?
Non vedo questo rischio, non c’è nessuna messa al bando di posizioni che hanno piena cittadinanza.
Spesso si legge che le europee saranno dirimenti per la leadership di Schlein. Perché nel Pd ogni elezione diventa una resa dei conti sul leader pro-tempore?
Se ci fosse questo atteggiamento vorrebbe dire che non abbiamo imparato nulla dagli errori del passato. Se si fa di ogni passaggio elettorale l’ultima spiaggia non si costruisce niente: rifondare il Pd è più complicato che costruire Roma. E allora non bastò un giorno.
Il Pd sembra essersi svegliato sul caso Stellantis.
Gradualmente sì. Oggi chi critica l’ex Fiat per il disimpegno in Italia non subisce più il fuoco amico dai compagni di partito. Serve però una posizione più compiuta, mi pare che Schlein sia sulla strada giusta.
Lo Stato deve entrare nell’azionariato?
Se fosse una partecipazione come quella dello stato francese, in grado di incidere sulle scelte, potrebbe servire. Il governo vada a vedere le carte E verifichi la possibilità di incidere effettivamente. Certo, se lo Stato avesse messo i soldi spesi negli incentivi per l’auto in azioni, oggi sarebbe uno dei soci principali di Stellantis…
Chi è più colpevole per il rischio di chiusura di Pomigliano e Mirafiori? L’azienda o il governo che non fa abbastanza?
La responsabilità principale è dell’azienda che continua nella storica linea di minacciare licenziamenti per avere sovvenzioni. Il problema del governo non è solo essere subalterno a queste richieste, ma di essere schizofrenico: Meloni fa la voce grossa, il ministro Urso tratta con Tavares. Se il governo fa due parti in commedia è ancora più debole nella trattativa: bisogna essere meno muscolari davanti alle telecamere ma più stringenti nel vincolare i finanziamenti alle garanzie sull’occupazione in Italia.
Nel 2020 lei chiese vincoli sul prestito da 6 miliardi a Fca: la accusarono di essere sovietico.
Mentre la Francia entrava nel capitale e chiedeva garanzie, da noi chi avanzava dubbi sul prestito veniva subissato di critiche, in particolare dai giornali del gruppo che fa capo agli Agnelli. Il premier Conte e il ministro dell’Economia Gualtieri dissero che c’erano le dovute garanzie per la produzione in Italia: non è andata così, visto che oggi si torna a parlare di chiudere stabilimenti. Ci fu una certa sufficienza verso chi lanciava allarmi, anche nel nostro campo.
Calenda accusa la Cgil di aver smesso i toni duri dei tempi di Marchionne, di non fare abbastanza contro Stellantis.
Mi pare un rimprovero eccessivo, forse qualche autocritica rispetto all’apologia delle scelte di Marchionne dovrebbe farla anche Calenda. Ma oggi, invece delle recriminazioni, occorre costruire un fronte comune di chi vuole difendere i livelli produttivi. Invece che querele tra Landini e Calenda, nel tribunale della battaglia politica portiamoci chi non ha rispettato gli impegni presi col governo.
Il governo, al dunque, cosa dovrebbe fare?
C’è la leva delle risorse pubbliche, che copre gran parte degli investimenti sull’auto in Italia: bene, la si usi fino in fondo invece di farsi ricattare da Tavares. Un cane che abbaia e non morde non fa paura a nessuno
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Intervengo in seguito a quanto scritto sul manifesto in questi giorni dai compagni sulle prossime elezioni europee. Mi rivolgo subito a Michele Santoro, visto che sulle questioni prioritarie fortemente dirimenti, della pace e della cessazione immediata degli scontri armati, delle violenze sui civili inermi, dello stop all’invio di armi ai paesi in guerra, la sua è stata la voce più convincente.
A Riace, lo scorso 20 dicembre, abbiamo portato avanti lo stesso tentativo, abbiamo proposto un appello per l’unità delle sinistre, immaginando una sinistra autentica, unita e aperta all’incontro con tutti i movimenti, gli attivisti e le organizzazioni di base, da sempre schierate per la pace, l’accoglienza e la solidarietà tra i popoli.
Il tema che sento più urgente è senza dubbio legato alle emergenze umanitarie, alla drammatica attualità che stiamo vivendo per le guerre in Palestina, Ucraina, Rojava ed altre parti del mondo. Mentre però la resistenza ucraina è stata sostenuta e ugualmente, l’accoglienza dei profughi ha avuto corsie preferenziali, nulla è stato fatto per la questione palestinese, per il dramma di quel popolo, per il genocidio che si sta consumando sotto gli occhi del mondo.
Così come nulla si sta facendo per il popolo curdo del Rojava che ha avuto un ruolo fondamentale per contrastare l’Isis, per poi essere abbandonato e subire la violenta repressione fascista del governo turco. Non dimentico che l’accoglienza ai rifugiati politici a Riace si è avvalsa nella fase iniziale di un grande amico del popolo curdo, il compianto Dino Frisullo.
Oggi siamo di fronte al dilagare della destra portatrice dappertutto di una visione disumana della società, che crea segregazioni, lager, centri di detenzione e di deportazione, a volte appaltandoli a stati esteri come il governo Meloni con l’Albania che danno l’idea, per dirla con l’insegnamento di Franco Basaglia, di «un’enorme sala anatomica dove la vita ha l’aspetto e l’odore della morte».
Di fronte a tutto ciò è necessario ribadire una visione non personalistica dell’impegno politico ma con l’entusiasmo di allargare l’orizzonte ai contributi che provengono dai territori e con la consapevolezza di partecipare ad un progetto più grande. Al contempo, mi rivolgo a tutti coloro che hanno a cuore le sorti di chi subisce oppressioni e umiliazioni, alle forze della sinistra radicale e moderata, ai tanti giovani e adulti laici e cattolici impegnati nel volontariato sociale e aperti ad una società multiculturale, a quanti pensano che questo mondo sia ingiusto e non si arrendono, impegnandosi nella resistenza contro la sopraffazione di mafie e potentati economici. Insieme abbiamo la speranza di un altro mondo possibile.
Una speranza che si rinnova attraverso segnali incoraggianti che colgo dalle parole di De Magistris, Acerbo, Santoro, Fratoianni, Bonelli, di tutti i compagni che si sono riconosciuti intorno all’esperienza di Riace.
Occorre in primo luogo sconfiggere l’indifferenza. Ciò significa in primo luogo trovare il coraggio della propria differenza. La vicenda giudiziaria che ha riguardato me, la comunità di Riace, credo sia intrinsecamente legata a questa visione. Un aiuto fondamentale alla comprensione di quello che è avvenuto a Riace è stato per me avere incontrato Luigi Ferrajoli, giurista di fama, il quale ha affermato, dopo aver approfondito l’argomento e leggendo gli atti, che la cabina di regia è stata il neoliberismo e i corposi interessi messi in campo per distruggere un messaggio politico giudicato pericoloso, che si basava sul riscatto degli oppressi e si collegava alla rinascita delle aree interne, dei borghi, abbandonati a seguito dell’avanzare della società dei consumi, plasmata dal libero mercato e dal profitto. Così come Luigi Manconi è stato determinante nel rilanciare l’accoglienza a Riace attraverso la raccolta fondi lanciata all’indomani della sentenza di primo grado, quando tutto sembrava essere perduto e che ha dato, invece, nuova linfa al “villaggio globale”.
Oggi è quanto mai necessario ripartire da questa connessione con i luoghi e con le persone che subiscono la privazione dei diritti umani fondamentali avendo come stella polare l’uguaglianza sociale: senza uguaglianza non ci può essere umanità, né legalità.
Il neoliberismo ha nella sua struttura il tarlo perenne dell’ingiustizia e della barbarie. È questa la dimensione della destra, facciamo in modo di costruire insieme tante sacche di resistenza. La mia ambizione è quella di riuscire a svolgere un ruolo di cerniera tra le diverse anime della sinistra, un ponte tra le sinistre sparse in mille rivoli. Vi è un intero popolo di sinistra in Italia che vuole impegnarsi e tornare a scrivere una nuova storia collettiva fatta di diritti, di benessere diffuso e di umanità e a cui bisogna, insieme dare gli strumenti per essere rappresentata. Questo è l’appello che mi sento di rivolgere a tutte le sinistre in vista delle elezioni europee: uniamoci
INTERVISTA. Francesco Silvestri, capogruppo del Movimento 5 Stelle alla Camera: «Trump è lontano da noi, ma rivendichiamo il diritto di criticare Biden sulla guerra»
Francesco Silvestri e Giuseppe Conte - Ansa
«Se qualcuno ha bisogno di categorizzare e semplificare, faccia pure». Così Francesco Silvestri, capogruppo del Movimento 5 Stelle alla Camera, smentisce che l’equidistanza manifestata da Conte tra Biden e Trump rappresenti il ritorno del vecchio M5S «né di destra nè di sinistra». «Nell’ultimo anno – prosegue Silvestri – Ci hanno dato dei putiniani perché volevamo fermare le armi in Ucraina e degli antisemiti perché ci siamo battuti, e ci stiamo battendo, per fermare il massacro a Gaza».
Anche lei non sceglie tra i due contendenti?
Trump è molto lontano da noi e dalle logiche progressiste, ma rivendichiamo di poter criticare Biden per le strategie militari del governo statunitense. Il punto è che la nostra identità non si poggia sulle bandiere di altri, ma sulle nostre convinzioni, che sono forti e radicate. Per noi contano i cambiamenti che riusciamo a ottenere per i cittadini.
Non crede neppure che queste polemiche possano inficiare il vostro avvicinamento al gruppo dei Verdi europei?
No, non ho questo genere di timori. La nostra storia dimostra che non snaturiamo le nostre convinzioni per opportunismo. Non si possono vincere battaglie nelle quali non si crede.
Elly Schlein dice che il suo avversario è il governo Meloni, e che vuole evitare divisioni con il M5S. Cosa rispondete a questo invito all’unita d’azione?
È innegabile che con il Partito democratico esistano posizioni differenti su temi come la guerra e l’ambiente. Ci tengo però a dire che è sbagliato leggere queste differenze di opinioni come uno scontro.
Dunque, i distinguo sono destinati a proseguire fino alle europee di giugno?
Per noi quello con il Pd è un confronto politico che ci auguriamo possa essere costruttivo, ma perché lo sia deve finire la stagione in cui la diversità sono un problema e non una ricchezza. Per essere alternativi al governo Meloni, per prima cosa bisogna essere sinceri e leali. Il 31 gennaio per alcune banche scadeva il termine in cui, sulla base della norma del governo Meloni, dovevano decidere se pagare le tasse sugli extra profitti o ricapitalizzare.
Cosa c’è che non funziona in questo meccanismo?
Niente. Non funziona niente. Ed è anche una presa in giro verso le famiglie in difficoltà. Dopo tanti annunci trionfalistici, dove sembrava che Meloni volesse fare sua la mia proposta di legge, evidentemente qualche colletto bianco ha chiamato la presidente del consiglio e le ha fatto fare marcia indietro. Alla fine di questa penosa sceneggiata, per le banche è stata fatta una tassa «facoltativa» che ovviamente hanno scelto di non pagare. In un momento storico come questo, dove milioni di cittadini versano in condizioni critiche, serviva tassare gli istituti di credito che hanno fatto margini miliardari proprio sulle sofferenze di queste persone. Meloni però se n’è guardata bene. La tattica della premier è sempre la stessa: parla al popolo, ma poi si siede con i banchieri.
È stata calendarizzata la sua proposta sugli extra profitti. In cosa si caratterizza?
La mia proposta è estremamente semplice, prevede di tassare gli extraprofitti bancari derivanti dall’aumento dei mutui per istituire un fondo che aiuti chi non riesce a pagare le rate e rischia di perdere la casa.
Avrà il sostegno delle altre forze d’opposizione?
Mi auguro che tutte le opposizioni convergano su questa proposta che io e il Movimento 5 Stelle giudichiamo di buon senso. È inutile riempirsi la bocca delle sofferenze dei cittadini se poi non si ha il coraggio di affrontare chi li mette in difficoltà.
Insomma, invece di tassare le banche il governo fa cassa con le privatizzazioni?
Sì, il che significa smantellare i principali asset del paese e perdere migliaia di posti lavoro, con nuove tasse e tagliando ogni tipo di sostegno sociale per le persone in difficoltà. Questo esecutivo non ha esitato nemmeno un attimo prima di cancellare il reddito di cittadinanza, gli sconti sulla benzina e tutte quelle misure che potevano dare un po’ di sollievo ai tanti cittadini in crisi. Il governo Meloni fa così: cerca di nascondere i suoi clamorosi fallimenti economici e non ha uno straccio di idea per lo sviluppo del paese, ma intanto fa cassa sui più fragili e non se ne vergogna
Gli interventi di Michele Santoro e Luigi de Magistris richiamano la necessità storica, morale e politica di una “lista per la Pace” per le prossime elezioni europee. I due interventi condividono un aspetto cruciale, una base importante per la costruzione di un percorso comune. L’idea che “la Pace” non è una categoria dello spirito, ma – come ricorda spesso Emiliano Brancaccio su questo giornale – un obiettivo che chiama in causa le logiche di potenza, i meccanismi di accumulazione del capitale, i modelli di civiltà e le “grandi sfide” (ecologica, tecnologica, di legittimità, socio-economica) che il mondo sta affrontando.
Sfide di fronte alle quali l’Europa è muta, se non complice. Sfide, va sempre ricordato, di fronte alle quali le destre si stanno attrezzando per arrivare all’appuntamento pronte: con i più forti seduti dalla parte dei vincitori e i più deboli a pagarne i costi. Anche, e forse soprattutto, per questo una “lista per la Pace” non può e non deve essere separata dalle più ampie questioni politiche, economiche e sociali. La Pace è neutrale, ma non neutra. Il rischio, altrimenti, è di costruire una pace-tofu: un ingrediente che assorbe il sapore del cibo che ha vicino. Una pace priva di personalità, buona per tutte le stagioni. Come, effettivamente, sta accadendo nel dibattito pubblico, dove la Pace è un abito adatto a ogni taglia, anche se non soprattutto invocata da chi fa di tutto per allontanarla.
Una connotazione politica di questo tipo include ma non coincide solo con il campo della sinistra. Lo include, perché i temi costitutivi sono storicamente propri di tale campo; non coincide, perché non sono solo temi di sinistra. Sono, cioè, temi-di-confine dotati di una certa plasticità, adattabili a diversi “mondi” (ma non a tutti…), che acquistano significati parzialmente diversi in relazione agli interlocutori, pur conservando un nocciolo duro condiviso. Inoltre, non può coincidere con una campo esclusivamente di sinistra perché la Pace non è monopolio di questo campo e perché tanto Michele Santoro che Luigi de Magistris hanno – per biografia politica e identità progettuale – un raggio non solo e non completamente coincidente con quello che, politicamente e storicamente, caratterizza la sinistra in questo Paese. Se la Pace è un tema-di-confine, potremmo dire, Santoro e de Magistris sono figure-di-confine, connettori potenziali tra campi.
Certo, questo lavoro di connessione richiede alcune condizioni di processo. Diventa vera forza politica aggregante solo se rispetta un metodo di lavoro. Anzitutto, una lista per la Pace non è e non può essere un nuovo partito: si deve configurare come “un’alleanza miope”, quindi un’alleanza che si impone di non progettare più in là delle europee. Un’alleanza “di scopo”, come la definisce il segretario di Rifondazione Comunista nel suo intervento, che, come Ulisse con l’ammaliante ma mortale canto delle sirene, disegna in anticipo i propri vincoli per raggiungere l’obiettivo, senza però morire nel farlo.
Un’alleanza, poi, che si configura come una dialogo tra persone e organizzazioni che, pur piccole, hanno esigenze politiche. Organizzazioni nascenti che, come Unione Popolare, stanno cercando faticosamente di federare un campo frammentato e che soffre del monopolio della rappresentanza a sinistra del PD. Organizzazioni che, tra loro, si devono parlare e non devono avere solo relazioni indirette e “a raggiera”, connesse solo da un centro che, come il mazziere nel poker, distribuisce le carte a giocatori tra loro in competizione. Se, come ricorda sempre Acerbo, la lista per la Pace non può essere una mera sommatoria, da ciò vanno tratte alcune conseguenze logiche, prima che politiche.
La ricerca di una sintesi politica, infatti, passa solo da confronto acceso, informato, aperto e ragionevole che sottoponga scelte e alternative all’esplosione paritaria dei diversi punti di vista, interessi e priorità. Centralizzare senza un centro, senza un’organizzazione e in assenza di un ruolo formale legittimo, è davvero inutile e sbagliato. Inoltre, la ricerca della sintesi non deve fomentare divisioni e vivere di tatticismi (questi sì, dannosamente “miopi”). Ciò vale tanto per chi propone la lista per la Pace, quanto per le singole forze politiche che vi partecipano: pensare di correre e di salvarsi da soli è una pia illusione. Occorre un ritmo comune, non fughe in avanti o scambi bilaterali nel retroscena. Infine, il tempo di farlo è ora. Stare alla finestra o trascinare in avanti le decisioni importanti è un suicidio politico.
Sono, queste, le condizioni minime affinché l’obiettivo di una “lista per la Pace” non entri in tensione distruttiva con l’assenza della “pace in una lista”. Porsi obiettivi nobili senza essere capaci o pronti a fare un passo di lato, senza farsi tentare dalle fughe solitarie, senza essere pronti a mediazioni pragmatiche e ad “alleanze miopi”, sono contraddizioni che non ci si può permettere. Il tempo è poco e la posta in gioco è troppo alta
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