Dopo lo scioglimento del gruppo Consiliare di Coraggiosa e la scelta di alcuni membri di entrare nel PD
Dopo un lungo tergiversare, è stato fatto il rimpasto della giunta a Faenza. Ai nostri occhi, una sola cosa appare chiara, l’esclusione da ogni sede amministrativa di tutta quella parte di Coraggiosa che non è entrata nel PD, che ne è buona parte.
E’ prevalsa, come d’abitudine, una logica autoreferenziale ed escludente; questa volta, in aggiunta, è mancato anche il bon ton istituzionale.
Oggi, dopo l'ufficializzazione dello scioglimento del gruppo consiliare di Coraggiosa con l'entrata dei due consiglieri nel gruppo del PD, sta al Sindaco e ai partiti di maggioranza dare prova concreta, soprattutto sui problemi della città, di volere continuare ad avere il nostro sostegno.
Ai coordinatori di Coraggiosa chiediamo di convocare l'assemblea dell'associazione per gli adempimenti formali.
Noi, in ogni caso, politicamente non ci sciogliamo. Le prossime settimane verificheremo, con tutti i cittadini disponibili al confronto, quali forme organizzative dare alla nostra area, dialogando pubblicamente con le altre esperienze di sinistra civica che stanno sorgendo nella nostra Regione. Alla fine di questo percorso renderemo pubblico un manifesto d’intenti politici.
Di sicuro parteciperemo al dibattito politico locale. Vogliamo essere promotori d’idee e proposte; sempre disposti al dialogo e a trovare sintesi più avanzate, ma mai silenti. In questa città non si parla più di politica tra la gente; tra paura e disillusione, il “palazzo” sembra temere reazioni scomposte, mentre tra i cittadini crescono disaffezione e rabbie buie. E invece, soprattutto dopo le due terribili alluvioni di maggio, che hanno devastato la città, manomesso i conti pubblici e messo a durissima prova cuori, menti e corpi, ci sarebbe bisogno di un dibattito vero, di una politica che si confronta, che ascolta, che cerca di capire, che offre soluzioni condivise.
Non si va molto lontano se si allarga la distanza tra amministratori e cittadini. Per quel poco che potremo, lavoreremo per costruire quel ponte senza il quale non solo si è tutti più lontani, ma si corre il rischio di diventare anche indifferenti ed ostili.
Siamo di sinistra e, in questa congiuntura storica, il nostro un campo incolto.
Tutte le rilevazioni politiche lo confermano: è l’elettorato di sinistra quello più disilluso e quello, ad oggi, più orientato verso l’astensione alle prossime elezioni Europee. Nonostante le buone intenzioni, l’attuale sinistra organizzata, sia all’interno del PD, sia nelle piccole formazioni autonome – parlamentari ed extraparlamentari – non riesce a ripartire, al livello di cui oggi la società e la politica avrebbero bisogno.
Le ragioni sono molteplici, ma la più importante è la sua incapacità di incidere sull’immaginario collettivo: la sinistra non propone né un’analisi critica del presente né una prospettiva di cambiamento radicale. Solo l’elaborazione di un paradigma politico alternativo a quello oggi prevalente in Europa e in Occidente - un confuso, ma micidiale insieme di sovranismo, capitalismo selvaggio, egoismo, irrazionalismo e plebeismo, che fomenta guerre, violenze pubbliche e domestiche, smantella le conquiste sociali del secondo dopoguerra, in particolare la sanità e la scuola pubbliche e riduce il lavoro a mera prestazione d’opera al costo minore -, solo un pensiero politico che a partire dalla crisi ecologica planetaria riqualifichi i concetti di sviluppo e progresso a beneficio delle nuove generazioni può tentare di riconquistare maggioranze politiche solide, unite e solidali.
Nei nostri prossimi incontri, proveremo a parlare anche di come riprendere, dopo la fine di Coraggiosa, il filo della riorganizzazione della sinistra fuori dal PD.
Faenza, 24 gennaio 2024
I sottoscritti: Martino Albonetti, Luigi Albonetti, Leonardo Altieri, Marco Bandini, Vittorio Bardi, Nicola Bassi, Luigia Carcioffi, Edward Necki, Alessandro Messina, Raffaele Morani, Souad Khaldoune
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SINISTRA. Massimiliano Smeriglio esce dalla delegazione dem in Europa: «Ora un’alleanza nuova su ambiente e giustizia sociale»
Massimiliano Smeriglio - LaPresse
«Con Schlein c’è stato un dialogo, credo dovessero fare delle verifiche, poi più nulla. Non nascondo un dissenso politico importante, ma in un grande partito non dovrebbe essere un problema. C’è una assenza di agibilità determinata da logiche territoriali autoreferenziali. Sempre le stesse. Prendo atto, con disappunto, dell’indifferenza verso il lavoro svolto e l’imbarazzo per le battaglie fatte. Soprattutto quelle ambientaliste e pacifiste». Con queste parole Massimiliano Smeriglio, parlamentare europeo indipendente eletto nel Pd annuncia il suo abbandono della delegazione a Bruxelles.
Cosa succede, Smeriglio?
Ho deciso di fare una scelta difficile, coerente con la mia storia e con le posizioni assunte in parlamento, lasciare la delegazione Pd e dedicarmi al rafforzamento di una alleanza per la giustizia climatica e sociale e un’Europa soggetto di pace.
Non può farlo stando nel Pd?
Nel tempo, su questioni di fondo, la distanza è aumentata, soprattutto su transizione ecologica e guerra. Neanche come Coordinatore S&D della Commissione Cultura c’è stata interlocuzione con il gruppo dirigente.
Eppure quel partito sta cercando di dar vita a un nuovo corso…
Il tema è come ricostruire la credibilità. Manca, nel Campo democratico, una discussione sul profilo politico culturale e programmatico. Una riflessione critica sui dieci anni di governi tecnici, di unità nazionale, di tutti che hanno governato con tutti e che hanno determinato una profonda modificazione del Paese gonfiando le vele della destra estrema. Per molti, noi siamo l’élite e la destra il popolo: non è solo un tema di percezione. Per questo con European green party e Left ho votato contro il ritorno al vecchio Patto di Stabilità pre-pandemia che strangola persone e enti locali.
In diverse altre occasioni ha avuto posizioni differenti da quelle del Pd.
Certo. Il massacro di Gaza, la guerra in Ucraina, la richiesta del il cessate il fuoco, la folle corsa al riarmo di 27 Stati, la centralità della questione ecologista (imballaggi, nucleare, pesticidi), la gestione dei flussi migratori, l’assenza di un sussulto garantista, l’equiparazione fascismo comunismo. E poi le questioni sociali come quelle affrontate da Sanchez e Diaz in Spagna: patrimoniale, difesa del reddito e del salario, contrastare la subalternità al liberismo e alla supremazia tecnocratica. O come declinare il femminismo anche tra i diritti sociali, dentro il conflitto capitale lavoro e dentro il ciclo della produzione e riproduzione sociale.
Da qui la scelta di lasciare la delegazione?
Una scelta sofferta, visto il buon rapporto con i miei colleghi, ma continuerò a battermi. Guardo con attenzione a Europa Verde e Sinistra Italiana. Avs è diventata punto di riferimento per tante reti, vertenze, conflitti territoriali e esperienze di governo come quella di Roma con Gualtieri.
Correrà con loro alle europee di giugno?
La mia è una scelta essenzialmente politica. Più avanti parleremo di elezioni e candidature.
Da cosa riparte?
Dai fondamentali, giustizia ambientale e sociale, l’alleanza per il clima, le modificazioni del lavoro al tempo dell’intelligenza artificiale e dello strapotere delle piattaforme, la difesa del pianeta, la limitatezza delle risorse e la loro redistribuzione sociale. E poi il reddito universale vista la contrazione del lavoro e il dispiegarsi del lavoro povero.
A questo punto viene da chiedersi: cosa ci faceva nelle liste del Pd?
Sono arrivato in orbita Pd, da indipendente, con Piazza grande, movimento che coordinavo e che ha accompagnato Zingaretti alla segreteria. Ho accettato quella sfida per modificare le forme dell’organizzazione politica, spostando l’asse a sinistra. Molta gente ci ha creduto. Quella stagione è finita malamente, con le dimissioni incomprensibili di Zingaretti motivate da giudizi durissimi sulla natura irriformabile del Pd a cui è seguito solo silenzio.
Poi più nulla?
C’è stata una coda, le Agorà di Letta, tramite le quali Schlein è arrivata al Pd. Niente più. Per me la partecipazione, l’autoriforma dei partiti e del campo, insieme ad un robusto investimento sulla cultura politica e al rapporto oggi inesistente con gli intellettuali, continuano ad essere tema strategico. Rimpiango la fase in cui di questo tema si discuteva, anche nel Pd, grazie alle iniziative di Bettini. A proposito un partito plurale che non utilizza uno come Bettini rimanda una immagine non proprio edificante.
Riconoscerà tuttavia che la crisi della rappresentanza non riguarda solo il Pd.
Bisogna adeguare le forme della rappresentanza alle modificazioni della società, dei luoghi di lavoro e di vita delle persone. Così come le primarie, nella scelta dei candidati presidenti di Regioni e sindaci, restano un’approssimazione democratica più efficace dei caminetti.
Con un occhio ai movimenti di questi anni?
Ecco: tra Ultima Generazione e il paternalismo o le ramanzine della sinistra per bene, scelgo i ragazzi, anche quando faccio fatica a comprendere forme di lotta estreme, in cui mettono in gioco persino la loro incolumità. Oltre a indignarci per i saluti romani e i 500 fascisti di Acca Larentia che a differenza nostra non hanno dimenticato i loro caduti, dovremmo cogliere e combattere le forme del fascismo diffuso, culturale e giudiziario, che come dimostrano le scelte del governo (dai rave agli ecoattivisti) cerca di colpire e normare qualsivoglia comportamento antagonista, i corpi, i generi, le generazioni.
Non crede a un antifascismo per via giudiziaria?
Appellarsi solo alla «legge» quando si è di fronte a fenomeni di recrudescenza neofascista senza porsi il tema della partecipazione, della vigilanza democratica e del presidio dei luoghi, non è una grande idea. Il legislatore e i giudici interpretano lo spirito del tempo, noi dovremmo restare fedeli all’antifascismo come pratica di liberazione di massa, come valore non negoziabile e non come artificio retorico strumentale per prendere qualche voto in più. È l’uso elettorale dell’antifascismo che lo umilia e rimpicciolisce.
Il modo di interpretare l’antifascismo diventa centrale.
Sì, perché la destra reinventa il senso comune, il campo democratico cerca di contrastarla con il buon senso di salotti e opinionisti. Non basta. Serve rimettere insieme un movimento fondato su un’altra idea di società, sui servizi pubblici come scuola e sanità, sulla svolta verde, sulla politica che emancipa le persone trasformandole in popolo. La politica serve a questo: è un argine alla barbarie che sa coniugare coscienza di classe e coscienza di luogo. Se la destra è guerrafondaia, egoista, proprietaria, patriarcale, misogina, razzista, negazionista sul clima, nazionalista, atlantista, giustizialista noi dovremmo costruire una narrazione del tutto opposta. Ecologista, pacifista, solidale, comunitaria, libertaria, fluida, europeista, garantista e di sinistra. Per questo è tempo di scelte coraggiose.
Archiviazione respinta, il genocidio di Gaza è «plausibile»: con una decisione storica la Corte internazionale dell’Aja accoglie la richiesta sudafricana di giudicare Israele. Che ora deve evitare qualsiasi azione contro i civili palestinesi. Tel Aviv: «Tribunale antisemita»
ISRAELE/PALESTINA. La sentenza di ieri dichiara plausibile la violazione della Convenzione sul genocidio da parte dello Stato d’Israele, non ordina il cessate il fuoco
Dalle macerie del diritto internazionale, dopo tante guerre che l’hanno devastato, e dell’Onu le cui sedi il governo israeliano ha bombardato, fa capolino la voce di una sentenza insieme storica e sibilante, quasi di svolta, ma che allo stesso tempo, per gli attuali rapporti di forza nel mondo peggiori della Guerra fredda, rischia di apparire come alta posizione di principio ma lontana dalla necessità di fermare subito la mattanza in corso a Gaza. Perché la guerra continuerà.
La Corte internazionale di giustizia dell’Aja, i principale organo giudiziario dell’Onu nelle controversie tra Stati, era chiamato ieri in questa prima sentenza non a decidere se quel che commette Israele è genocidio o meno. Ma «solamente» se aveva giurisdizione sul caso e se era accettabile l’imputazione per genocidio richiesta dal Sudafrica; se insomma in quello che è accaduto in questi tre mesi e mezzo nella Striscia di Gaza, dopo l’attacco criminale di Hamas del 7 ottobre, si può raffigurare una violazione della Convenzione contro il genocidio della quale è firmataria Israele stessa. Bene, la Corte, respingendo la richiesta di Israele di archiviare l’accusa sudafricana, dichiara che atti riguardanti l’offensiva militare israeliana «plausibilmente» raffigurano il genocidio, quindi accetta – e ci vorranno anni per sentenziarlo però – che lo Stato d’Israele sia imputato di genocidio all’Aja.
Non era scontato. Del resto era assai difficile nascondere i più di 25mila morti (finora) per gran parte civili, le migliaia di bambini uccisi, le decine di migliaia di feriti e mutilati, il 70% delle abitazioni rase al suolo, il sistema umanitario della Striscia fatto a pezzi, gli aiuti alimentari e sanitari negati per un milione e 700mila persone in fuga sotto le bombe e alla fame, mentre il personale sanitario e i giornalisti finisce nelle fosse comuni.
«L’Olocausto è unico. La memoria si pratica nella lotta per i diritti»
Il fatto non è da poco. Basta vedere la reazione del premier Netanyahu che accusa la Corte di «oltraggio» e di molti ministri israeliani, quello della sicurezza, il fascista Ben Gvir, che bolla la Corte dell’Aja come «antisemita», e quello della Difesa Yoav Gallant per il quale «la Corte è andata oltre accogliendo la richiesta antisemita del Sudafrica». E sì che a decidere per la risoluzione votata dai 17 giudici – con maggioranze da 15 a 2, o da 16 a 1 – ci sono ostati membri “indipendenti” ma di Paesi dichiaratamente filoisraeliani come Usa, Gran Bretagna Germania, Australia.
E basta ascoltare le reazioni, quelle palestinesi: l’esponente di Hamas Sami Abu Zuhri dichiara che la decisione della Corte «isola Israele»; l’Anp con il ministro degli esteri Riyad al Maliki «plaude alla sentenza a favore dell’umanità e alle misure provvisorie necesse arie, e vincolanti, ordinate dalla Corte contro Israele per evitare il genocidio»; e quelle della Commisione europea, Josep Borrell, Alto rappresentante per gli esteri, insiste quasi sullo stesso tema: «Le ordinanze della Corte di giustizia sono vincolanti per le parti e queste devono rispettarle: l’Ue si aspetta la loro piena, immediata ed effettiva attuazione».
Ecco il punto, la sentenza di ieri che dichiara plausibile la violazione della Convenzione sul genocidio da parte dello Stato d’Israele, non ordina il cessate il fuoco. La giudice americana Joan E. Donoghue, presidente della Cig ha altresì chiesto con chiarezza alle autorità israeliane di adottare «misure per prevenire atti di genocidio nella Striscia di Gaza», di «prevenire e punire l’incitamento diretto e pubblico a commettere un genocidio dei palestinesi», inoltra dà un mese di tempo a Tel Aviv per riferire alla Corte sulle misure prese, senza «alterare prove», e Israele deve consentire subito e in modo efficace l’ingresso degli aiuti umanitari. La Corte, che ha chiesto anche la liberazione degli ostaggi, obbliga dunque Israele ad adottare misure per proteggere i palestinesi. Ma, fatto dirimente, non gli ordina di porre fine alle operazioni militari nella Striscia di Gaza.
Chi può farlo allora? Né serve ricordare che la stessa Corte invece nel 2022 impose il cessate il fuoco alla Russia per la guerra all’Ucraina, perché l’imposizione fu tutt’altro che ascoltata. È abbastanza evidente che questa sentenza indirettamente, richiami il ruolo del Consiglio di sicurezza dell’Onu, già bloccato su questa crisi però dal veto Usa e ostaggio di Usa, Gran Bretagna, Russia e Cina.
Così accade che ieri sera l’Algeria, membro permanente dal 1 gennaio del Consiglio di sicurezza, ringraziando il Sudafrica, abbia chiesto la convocazione del massimo organismo Onu «per dare effetto vincolante alla decisione della Corte internazionale di giustizia sulle misure temporanee imposte all’occupazione israeliana».
Ecco che torna quel protagonismo e quella solidarietà post-coloniale di una parte del Sud del mondo che non dimentica i massacri coloniali nel nord-Africa, né Mandela che paragonava la liberazione dall’apartheid del Sudafrica a quella della Palestina, né il sostegno dei governi israeliani ai misfatti bianchi del regime razzista di Pretoria, né il genocidio tedesco degli Herero in Namibia; e che sa bene che la litania «due popoli e due stati» è una chiacchiera offensiva se non si riconosce che c’è un solo Stato, quello d’Israele, e che quello palestinese impedito con le guerre in questi decenni dai governi israeliani a cominciare dallo stesso Netanyahu – che ha sempre intrattenuto buoni rapporti con Hamas in chiave anti-Fatah -, ora è letteralmente cancellato dalla miriade di insediamenti coloniali che ne impediscono la continuità territoriale.
È un protagonismo che sfida sulla tragedia di Gaza apertamente gli Stati uniti – tra l’altro Biden, Blinken e Austin sono accusati da ieri in casa, da un tribunale della California, di concorso in genocidio con Israele . Perché da oggi in poi, se è «plausibile» che atti militari di Israele a Gaza siano genocidio, vuol dire che può altrettanto essere imputato di «plausibile genocidio». ogni nuovo veto, invio di armi e sostegno militare, ogni reticenza politica che riconosce la vita e i diritti dei palestinesi solo a belle parole
Commenta (0 Commenti)Martina Scheggi, Anpi: "Da qualche anno le destre cercano di normalizzare la storia dei crimini nazifascisti"
Oggi 27 gennaio, celebriamo la Giornata della Memoria, istituita dalle Nazioni Unite per ricordare tutte le vittime dell'Olocausto, nel giorno della storica liberazione del campo di Auschwitz, il 27 gennaio 1945. Una data simbolica per ricordare tutte le vittime cadute durante la seconda guerra mondiale per mano del nazifascismo.
Per Martina Scheggi, presidente della sezione Anpi "Adele Bei", si tratta di un'occasione importante per ampliare la portata della memoria rispetto ai crimini che fascisti e nazisti hanno perpetrato in Italia e in Europa: "Il concetto di memoria rovesciata – sottolinea Scheggi – è particolarmente attuale. Le destre si stanno appropriando di alcune parole d'ordine tipiche dell'antifascismo, cercando di svuotarle di significato e quindi, sostanzialmente, di rovesciarne il valore".
"Questo processo – secondo Scheggi – ha lo scopo di annullare le differenze in un'ottica di pacificazione nazionale tentando di azzerare il patrimonio della memoria antifascista". Una pratica inaccettabile per la dirigente dell'associazione dei Partigiani: "Riteniamo - conclude – che sia sempre più importante parlare con le giovani generazioni per non rischiare di perdere il filo logico, la successione degli eventi storici che hanno caratterizzato la seconda guerra mondiale e gli anni successivi".
Commenta (0 Commenti)ISRAELE/PALESTINA. Intervista al sociologo israelo-tedesco Moshe Zuckermann: «Israele l’ha utilizzata a fini ideologici: il sionismo come risposta»
Moshe Zuckermann è un sociologo israelo-tedesco e professore emerito di storia e filosofia all’università di Tel Aviv. È autore di libri sul conflitto in Medio Oriente, tra cui Il destino di Israele. Come il sionismo porta avanti il proprio declino. Fa parte del gruppo di studiosi della storia dell’Olocausto, studi ebraici e studi sul Medio Oriente che nel 2021 ha elaborato la Dichiarazione di Gerusalemme.
Il Sudafrica, lo stato che ha come elemento costitutivo la sconfitta dell’Apartheid, ora accusa di genocidio lo Stato che ha come elemento costitutivo la memoria del genocidio e che allo stesso tempo è accusato di essere uno Stato di Apartheid. Cosa significa per Israele il fatto che sia stato proprio il Sudafrica a portarlo davanti alla Corte Internazionale di Giustizia?
Vorrei iniziare dicendo che non penso che Israele stia commettendo un genocidio. Quello che sta facendo è già abbastanza grave, una catastrofe umanitaria con moltissimi crimini di guerra. Ma così come non sono del parere che il 7 ottobre ricordi l’Olocausto come qui è stato detto, non penso che quello sta succedendo a Gaza sia un genocidio. Preferirei conservare questa categoria per accadimenti storici come quello che la Turchia commise nei confronti degli armeni, per il Ruanda o anche il sudest asiatico e naturalmente per l’Olocausto. Per me l’uso del termine è determinato anche dall’entità dell’evento.
Israele è però senz’altro uno Stato di Apartheid. Basta dire che ci sono due sistemi giudiziari, uno per Israele e uno per la Cisgiordania. E il fatto che entrambi siano sotto sovranità israeliana è già una prova del fatto che i palestinesi sono discriminati, svantaggiati, ecc. È evidente anche perché Israele non ha mai voluto riconoscere che già l’occupazione stessa viola la legalità internazionale e produce costantemente crimini di guerra, a partire dalla costruzione degli insediamenti che sono illegali, fino ad arrivare quello che da decenni in Cisgiordania si verifica ogni giorno e ogni notte.
Che sia stato il Sudafrica a sollevare l’accusa di genocidio, potrebbe avere un significato simbolico perché ha vissuto l’Apartheid e sa di che si tratta. Ma nella lotta contro l’Apartheid tutto il mondo aveva preso la decisione monolitica che il Sudafrica andava boicottato. E chi non lo faceva era oggetto di sanzioni. Per Israele questo non avviene. Che Israele sia uno Stato di Apartheid non è condiviso da tutti. Se ci fosse una votazione, sarebbero in molti a difendere preventivamente Israele o a mettere veti. Sappiamo che in Sudafrica resta ancora molto da fare perché possa dirsi un Paese davvero liberato. Ma per me resta un’istanza morale, appunto perché ha vissuto la sofferenza di quell’esperienza, quali che siano le ragioni particolari che oggi hanno fatto sentire al Sudafrica l’urgenza di portare Israele davanti alla Corte de L’Aia.
Se la forza dell’atto di accusa si potesse usare rispetto all’Apartheid, sarebbe molto più utile. E riguarderebbe anche la guerra a Gaza che come sappiamo è iniziata con ciò che l’ha preceduta, con il 7 ottobre da cui Israele ha tratto il diritto di difendersi. I crimini di guerra che ora commette sarebbero stati un capo di accusa forte. Ma se qualcosa andava fatto penso che sia un bene che sia stato questo Paese farlo. Non credo però che potrà esserci qualche esito giuridico rispetto all’accusa di genocidio.
Quanto la memoria dell’Olocausto incide sulla narrazione interna israeliana, sia individuale che collettiva, e quanto gli attuali eventi hanno effetti sulla psiche politica israeliana – in un senso o nell’altro: la rimozione del massacro di Gaza, ad esempio, o al contrario l’affermazione di aver subito un genocidio il 7 ottobre come ribadito a L’Aia dal team di difesa.
Se il team di difesa ha detto questo è una distorsione. Semplicemente non è vero. C’è stato chi ha detto che l’esperienza di ebrei massacrati in territorio israeliano per lui ha evocato l’Olocausto. Non è stato né un genocidio né Israele è stato minacciato nella sua esistenza. Ciò che è successo il 7 ottobre è abbastanza grave di per sé senza arrivare a un’affermazione del genere.
Negli anni mi sono occupato molto della strumentalizzazione dell’antisemitismo nella cultura politica israeliana. L’Olocausto e la memoria dell’Olocausto che subito dopo la fondazione dello Stato avevano un impatto molto forte sulla psiche collettiva degli ebrei in Israele, molto presto si sono deteriorati in un’ideologia e così si è arrivati a una strumentalizzazione di questa memoria che ora va nella direzione di apostrofare o rappresentare qualsiasi critica nei confronti di Israele come antisemita. Più che di memoria si tratta di funzionalizzazione per un uso più o meno a proprio favore per questioni che con l’Olocausto c’entrano niente. La maggior parte delle volte questo avviene quando Israele viene criticato per aver fatto qualcosa di illecito. In particolare se le critiche arrivano dall’estero, soprattutto dall’Europa e di certo se arrivano dalla Germania – in effetti dalla Germania a livello ufficiale critiche non ne arrivano – la risposta immediata è “noi abbiamo vissuto l’Olocausto, voi non siete nella posizione di criticarci”.
All’interno di Israele, in politica interna, oggi l’Olocausto ha solo la funzione di autorassicurazione, nel senso di dire che Israele non è mai in torto, non ha mai commesso crimini, abbiamo l’esercito più morale del mondo, tutti quegli slogan che probabilmente conoscete. Si dice quindi “noi non possiamo essere in qualche modo fascisti perché i fascisti ci hanno inflitto quello che abbiamo vissuto, non possiamo essere immorali perché abbiamo vissuto sofferenze a causa dell’amoralità del mondo” e così via.
Oltre a questo però direi che la narrazione interna sull’Olocausto in Israele ha portato una tale quantità di banalizzazioni che mi sento di azzardare la tesi che in Israele l’Olocausto viene banalizzato più di quanto avvenga in qualsiasi altra parte del mondo. Per l’uso inflazionistico che se ne fa, direi che la memoria dell’Olocausto e l’approccio all’antisemitismo nel mondo, in sostanza non hanno niente a che fare né con l’Olocausto né con l’antisemitismo. Anche questo uso sbagliato è una banalizzazione. E siccome la memoria dell’Olocausto in Israele viene usata in modo così teleologico rispetto al sionismo, nel senso di dire che il sionismo è la risposta all’Olocausto, è stata completamente distorta. E Israele non ha mai combattuto l’antisemitismo. Per non essere troppo radicale non voglio dire che l’esistenza di antisemitismo nel mondo era benvenuta, ma non ci si indignava più di tanto perché per l’ideologia sionista quando gli ebrei nella diaspora stanno male, vengono in Israele e questo è ciò che il sionismo ha sempre voluto.
In Israele per altro in realtà non c’è nemmeno un buon lavoro di ricerca sull’antisemitismo. La ricerca consiste unicamente in una statistica che dice che c’è stato un certo numero di eventi nel mondo e questo viene poi presentato ogni anno: è aumentato dell’1,2% o calato del 3,2%, questo è tutto ciò che viene fatto. Ma le ragioni sociali, di psicologia sociale, psichiche, psicologiche e ideologiche del perché esiste l’antisemitismo nel mondo, non vengono studiate quasi per niente.
Allo stesso modo quanto la memoria dell’Olocausto definisce l’Europa di oggi? In termini di politiche e di diplomazia ma anche di rimozione del proprio ruolo strutturale nella persecuzione degli ebrei nei secoli, di antisemitismo profondo fino all’annientamento nazista. Insomma, l’Europa ha mai fatto i conti con se stessa o usa Israele per ripulirsi la coscienza?
L’Europa è un campo ampio, ci sono tanti Paesi e bisogna capire di cosa si parla. Io direi che l’unico Paese che ha fatto davvero un’elaborazione del passato – anche se oggi ormai la cosa si è rovesciata, è diventata scivolosa – è la Germania. Certo va detto anche che la Germania aveva da elaborare più di tutti gli altri Paesi perché quello che ha fatto nel ventesimo secolo è stato così eclatante, basti pensare ai campi di sterminio.
Ma soprattutto nella Germania occidentale l’elaborazione ormai è talmente consolidata, reificata e feticizzata che qualsiasi critica a Israele produce accuse di antisemitismo. Si sono specializzati nel definire antisemita chiunque e in questo modo la vera lotta contro l’antisemitismo viene completamente abbandonata, se non tradita.
Se Israele oggi viene usato per lavarsi la coscienza, non sono in grado di valutarlo perché devo dire che Israele stesso oggi commette un sacco di crimini e questo fa sì che l’antisemitismo oggettivo, intendo l’antisemitismo riferito a Israele, in Europa e nel mondo possa prosperare. Il fatto che oggi in Europa ci sia antisemitismo nei confronti di Israele e degli ebrei – qui parliamo dell’antisemitismo riferito a Israele – dipende molto dal conflitto in Medio Oriente e dal rapporto che Israele ha con i palestinesi. Ma le cose vanno distinte.
Penso che in Europa ci sia un problema enorme perché tanti Paesi che avrebbero molto da elaborare, per esempio i francesi o gli inglesi per quanto riguarda il colonialismo. Ma penso sia avvenuto solo in modo marginale. L’Italia ha avuto anche il fascismo oltre al colonialismo in Africa. La dimensione del colonialismo è stata minore rispetto ad altri, ma non meno crudele. Poi c’è anche il colonialismo classico come in Spagna, in Portogallo o in Olanda.
Il colonialismo e l’imperialismo sono stati un’invenzione dell’occidente e in particolare dell’occidente europeo e sono partiti proprio dalla parte più moderna del mondo (come le guerra mondiali), dalla parte di mondo dove è stato inventato l’illuminismo. Ed è esattamente quello che persone come Horkheimer e Adorno con la dialettica dell’illuminismo hanno cercato di affrontare dal punto di vista teorico. L’Europa in parte si è impegnata, ci sono democrazie funzionanti, ma se si vanno a vedere tutti i crimini che sono stati commessi nel corso della storia, penso che siamo ancora ben lontani da un’elaborazione del passato.
Oggi le persone nemmeno si pongono più il problema che ci sia ancora qualcosa da elaborare. Si chiedono cos’è che dobbiamo elaborare con tutti i problemi che abbiamo? Nel 2014 Angela Merkel ha detto “prendiamoci un milione di profughi”. Quanti Paesi in Europa hanno accolto un numero simile di profughi? E pensando proprio all’Italia, quante persone crepano sulle coste del Mediterraneo? Questo oggi sarebbe un insegnamento da trarre dall’Olocausto e dal colonialismo, che le persone che soffrono la fame, che fuggono dal terzo e dal quarto mondo devono essere fatte entrare nel primo mondo dove ci si abbuffa fino quasi a vomitare.
Cosa nel capitalismo occidentale e europeo abbia generato il terzo e quarto mondo, oggi non se lo chiede più nessuno: quale sia il nesso globale della modalità di produzione che fa sì che l’occidente possa vivere così bene che se non sbaglio il 5% del mondo consuma il 60 o 70% di quello che nel mondo viene prodotto. E questa è anche la logica interna del capitalismo. Se oggi non viene messa in discussione è anche perché non è nata un’alternativa al capitalismo a livello globale. Una vera elaborazione basata su un sistema umanistico alternativo avrebbe potuto produrla. Si ragiona ancora nei termini delle categorie dei crimini commessi e si cerca più o meno di porre rimedio e di materializzare un’espiazione. E all’epoca dando aiuti economici si pensava di aver riparato al danno, senza alcuna riflessione su come si era arrivati alla condizione dei Paesi in via di sviluppo e sulle responsabilità dell’occidente.
Questo rovesciamento da parte della Germania si può considerare una ragione per cui la Germania ora ha deciso di costituirsi alla Corte Internazionale dalla parte di Israele?
Non è una novità. Succede già fin dagli anni ‘50. Negli anni ‘60 c’era la stampa del Gruppo Springer che per un periodo aveva quasi il monopolio dei media tedeschi. E c’erano i cosiddetti Springer Essentials che spiegavano quali erano i valori della stampa Springer: noi crediamo nella democrazia, nello Stato di diritto, ecc. ecc., e al terzo posto c’era che Israele non deve mai essere attaccato, noi ci schiereremo sempre con Israele. La politica tedesca si è accodata. Già nell’accordo sulle compensazioni del 1952 era completamente chiaro non solo che la Germania paga e che in cambio Israele riconosce la Germania, ma che c’era in un certo senso anche un tacito accordo sul fatto che la Germania non avrebbe mai attaccato Israele. Ai media e alla politica si è aggiunto anche che con il rafforzamento delle comunità ebraiche tedesche ogni volta che la Germania diventava troppo critica, veniva alzato l’indice morale: voi siete antisemiti.
Oggi in Germania – lo dico metaforicamente – già solo pronunciando la parola “ebreo” e si vede come tutti impallidiscono, come non siano proprio in grado di affrontare il fatto che proprio la parola “ebreo” sia stata pronunciata, di gestirlo. Io stesso, pur essendo figlio di sopravvissuti all’Olocausto, ho sperimentato personalmente come si può essere definiti un ebreo che odia se stesso o un antisemita. Tedeschi che definiscono me, un ebreo, un ebreo che odia se stesso… Ormai mi sono abituato, non è più un problema, ma naturalmente questo è un sintomo di quello che succede.
Lei fa parte dei 50 accademici che hanno scritto un lettera Yad Vashem chiedendo di condannare gli appelli alla distruzione e allo sterminio a Gaza pronunciati da politici israeliani perché nella storia questo spesso si è rivelato essere il primo passo di crimini che possono arrivare anche al genocidio. Avete ricevuto una risposta che minimizzava la portata di quelle affermazioni. Che tipo di istituzione è oggi lo Yad Vashem? E qual è il significato universale che i firmatari della lettera attribuiscono a questo luogo?
Da un lato è un luogo dedicato alla ricerca e alla memoria e da questo punto di vista ha attraversato diverse fasi. Come museo è nato immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale e dopo la fondazione dello Stato di Israele già negli anni ‘50, all’epoca era il più importante. Dopo c’è stata la fondazione del Museo dell’Olocausto a Washington e di diversi diversi altri musei. L’impostazione è cambiata. Il concetto originario si è spostato dall’Olocausto come matrice per la lotta per i diritti umani verso il sionismo. Fin dall’inizio però è stato anche un’istituzione strumentalizzata dallo Stato di Israele. Per esempio non esiste alcun politico di una certa importanza che arriva in Israele e che non preso direttamente dall’aeroporto e portato allo Yad Vashem dove viene subito indottrinato per bene perché abbia chiaro cosa può dire e cosa no.
Si vede anche dalla risposta che il direttore dello Yad Vashem ha dato alla nostra lettera. Avrebbe potuto dire, sì lo vedo, voi denunciate come momento universale che proprio gli ebrei che hanno vissuto la catastrofe nel ventesimo secolo avrebbero un dovere di combattere i crimini di guerra e tutto ciò che fa pensare a un genocidio, e qui invece abbiamo politici e personaggi pubblici che chiedono il genocidio – e il modo in cui questo viene chiesto rispetto a Gaza è eclatante, è per questo che abbiamo scritto la lettera. Avrebbe dovuto dire che è proprio così, perché il compito dello Yad Vashem è di condannare questo tipo di cose.
Siccome per dirlo avrebbero dovuto condannare anche il governo, importanti politici, pubblicisti e altri personaggi di spicco, hanno detto che si tratta solo di una minoranza. Cosa vuol dire che è una minoranza? In parte è proprio il governo a parlare in questi termini. E hanno aggiunto che comunque bisogna tenere conto di quello che successo il 7 ottobre. Ma non c’entra niente. Il 7 ottobre è il 7 ottobre e va condannato. Ma è diverso da quello che è successo dopo. Il fatto che esponenti molto in vista della politica israeliana abbiano parlato della distruzione di Gaza, di bombe atomiche e di cose che non è possibile interpretare diversamente da un genocidio e da una pulizia etnica, tutte cose che gli ebrei nel ventesimo secolo hanno vissuto, e che questo sia stato minimizzato nella risposta per me non è solo deludente, ma solo un’altra prova che Yad Vashem pur restando un importante istituto di ricerca e un importante luogo della memoria – e chi viene in Israele dovrebbe vedere il museo perché si può imparare molto – è sempre stato un ente propagandistico al servizio dello Stato di Israele e della strumentalizzazione che fa dell’Olocausto.
Con la lettera abbiamo fatto quel poco che qui in Israele potevamo fare. E la reazione è disperante, un circolo vizioso che non può essere spezzato. Più si commettono crimini, più si cerca di razionalizzarli e più si fa questo, più si rivendica quello che abbiamo vissuto e in questo modo si tradisce la memoria delle vittime nei Lager. Il modo in cui oggi agisce Israele tradisce la memoria delle vittime.
La memoria andrebbe sempre contestualizzata. Quindi come dovremmo affrontare quest’anno la Giornata della Memoria?
I luoghi della memoria non possono farlo perché vogliono essere monolitici, non vogliono affrontare le cose in modo dialettico, ma io parlerei della disumanizzazione delle persone che è avvenuta il 7 ottobre e di quello che ora fa Israele con enorme barbarie e brutalità per dire che dobbiamo lottare per un mondo diverso in cui questo non sia più possibile. Come marxista sono del parere che l’unica possibilità di praticare la memoria dell’Olocausto sia la lotta per una società umana invece di ripetere slogan vuoti nelle giornate della memoria. Ma questo sono io e questo è marxismo, e il marxismo non è una cosa che oggi è particolarmente ben accolta e non penso che succederà.
La mia tesi che ho esposto dozzine di volte è che è necessario ricordare le vittime nella loro condizione dell’essere vittime, così come i colpevoli nel loro essere tali e questo significa che quando parliamo di vittime e di colpevoli, è necessario capire come è possibile che ci siano ancora vittime nel mondo e cosa si può fare perché non ce ne siano più. Ma questo è esattamente ciò che Israele non vuole: siccome noi siamo per così dire il popolo vittima, e gli altri sono i colpevoli, si permette di diventare lui stesso colpevole, e lo fa rivendicando che noi abbiamo vissuto l’Olocausto.
Cosa pensa della proposta di Marek Halter di istituire il 7 ottobre una giornata contro l’antisemitismo?
Se volesse ricordare non solo ‘Olocausto, ma se si potesse celebrare una Giornata della Memoria all’insegna della lotta contro la xenofobia, l’islamofobia, l’antisemitismo, l’antiziganismo, contro il razzismo in tutte le sue derivazioni, direi subito di sì. Una proposta del genere da parte di un sopravvissuto avrebbe una grande forza morale. Ma parlare solo di antisemitismo, degli ebrei e in un momento come questo in cui nel mondo gli ebrei non sono proprio in una buona posizione perché Israele, sionismo e ebraismo vengono confusi e sovrapposti, penso che sarebbe solo un autogol.
Ormai il mondo è andato fuori asse e ovunque si uccide, si discrimina, si tormenta, e è questo va combattuto ovunque. Includerei anche la lotta per la parità di diritti delle donne e degli omosessuali. A Auschwitz non sono stati uccisi solo ebrei, ma anche omosessuali, rom e sinti, includerei tutto questo in una giornata della memoria. Ma questi sono solo sogni a occhi aperti. Israele insisterà perché non venga globalizzata, internazionalizzata e generalizzata, mentre invece è proprio questo che va fatto.
Anche per questo Israele non vuole riconoscere ufficialmente il genocidio degli armeni?
Ci sono due ragioni. Per un certo periodo Israele teneva a avere buoni rapporti con la Turchia e in caso di un riconoscimento del genocidio degli armeni, la Turchia avrebbe aperto una crisi diplomatica. Ogni volta che si levava qualche voce da parte di studiosi israeliani e di altri per includere anche la Shoah degli armeni, veniva subito risposto che non si potevano fare paragoni. Si voleva avere l’unicità: a nessuno al mondo è successo qualcosa come quello hanno subito gli ebrei. Esiste un momento di unicità nell’Olocausto, ma proprio questo andrebbe generalizzato nel senso di dire che gli esseri umani sono in grado di fare questo ad altri esseri umani, che di questo sono capaci.
*Ha collaborato Shmuel Sermoneta-Gertel
Commenta (0 Commenti)*Questa intervista all’ultimo segretario del Pci andrà in onda mercoledì 31 gennaio alle ore 21 sul nostro sito, manifesto.it. Il progetto di manifesto tv è stato accolto con grande partecipazione e sostenuto economicamente dai nostri lettori. «C’eravamo tanto odiati» è il titolo del programma dedicato al trentennale della «discesa in campo» di Berlusconi e alla sua eredità nell’Italia di oggi, governata dalla estrema destra.
ACHILLE OCCHETTO. La destra non dice mai la stupidaggine che sento dire alla sinistra: che non si fa la battaglia «contro». Ci sono momenti storici in cui il «contro» contiene in sé potenzialità positive
Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi - LaPresse
Segretario tutti ricordano quello storico faccia a faccia negli studi di Canale5. A un certo punto Berlusconi rilancia la promessa di un milione di posti di lavoro. È la prima fake-news, la prima bufala del berlusconismo.
Come dissi già dopo quell’incontro, senza peraltro essere creduto, ci trovavamo di fronte a una fase nuova della politica, che non era tanto, come si è detto, del passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica, ma del passaggio dalla repubblica dei partiti alla repubblica del populismo. Quello fu il primo esempio di comunicazione populista. Basti pensare che in quella trasmissione mi industriavo a spiegare che bisognava passare, anche a sinistra, da una vecchia visione statalista a un nuovo rapporto tra pubblico e privato, in cui naturalmente ci fosse una preminenza del pubblico che trasformava anche il privato. Improvvisamente mi sento uno che dice, io do ai cittadini italiani un milione di posti di lavoro in più. Populismo per populismo cosa dovevo dire “e io ne do 1 milione e mezzo!”? Ed è chiaro che qui nasce la difficoltà di comunicazione tra pensiero politico e fake-news populista.
Dopo 30 anni, al posto di Berlusconi abbiamo il governo di Giorgia Meloni. Questa destra rispetto a quella di allora, è più forte. E se sì, perché?
Se sia più forte non lo so perché Berlusconi è durato abbastanza, anche se dentro un quadro che non era ancora destra-destra. Oggi abbiamo una novità forte di cui Berlusconi è stato l’apprendista stregone: l’elemento di menzogna che c’era allora, ovvero la rivoluzione liberale, che ha ingannato molti, non c’è più, c’è invece la destra-destra che ha una maggiore forza come violenza comunicativa ma che probabilmente ha i piedi d’argilla. Non credo possa durare il tempo che è durato il berlusconismo in Italia.
La classe politica di allora era politicamente più qualificata di quella che ci ritroviamo oggi?
Sicuramente, in tutti gli ambiti, anche nell’ambito berlusconiano, bisogna ammetterlo. Proprio perché Berlusconi si era presentato con tante facce: la faccia giustizialista, la faccia nazionalista rappresentata dall’alleanza con il Movimento sociale, e quella invece di destrutturazione dello Stato con la Lega. E soprattutto quella di mallevadore sociale di una pretesa rivoluzione liberale che ha ingannato anche uomini di prima qualità, come Antonio Martino, che ho apprezzato diventando poi suo amico e che, non a caso, è di quelli che hanno abbandonato Berlusconi.
Tra le teste pensanti ricordo un intellettuale come Lucio Colletti….
E c’erano persino i radicali…
Trent’anni dopo, al posto di Occhetto e Berlusconi abbiamo Elly Schlein e Giorgia Meloni. Due donne, un cambiamento antropologico, profondo, radicale, segno dei tempi. Ma è tutto oro quel che luce? È un cambiamento destinato a durare?
Che nei punti alti della politica italiana, ci siano oggi due donne, è un fatto storico importante. Naturalmente non è tutto oro, dobbiamo valutarlo sul comportamento. Perché già il fatto che si parli prevalentemente di uno scontro al femminile è qualcosa di antifemminista, somiglia a una ghettizzazione di donne che si considera possano parlare dentro un arco che non è l’arco generale della politica. La misura sarà se queste donne sapranno portare il femminismo al governo del paese, il che vuol dire se non accetteranno di entrare nel sistema di potere maschile costruito sulla loro esclusione. A partire, lo voglio dire subito, da un punto centrale: quello della lotta alla personalizzazione e al leaderismo.
Veniamo al nostro campo. Rispetto a trent’anni fa, ai tempi dell’Ulivo, quando lo schieramento era ampio e articolato, ora che abbiamo il Pd, i 5Stelle, e forze minori, è più debole?
Lo schieramento, in partenza e in teoria, rispetto alle potenzialità di voto del ’94, direi che è più forte. Noi abbiamo un’area disponibile all’alternativa più ampia di quella che poi concretamente si manifesta nella capacità politica di federare questa area, come si dice adesso. Non mi riferisco tanto ad alcune differenze programmatiche, certo non irrilevanti, ma soprattutto al fatto che, nelle elezioni che ci attendono, c’è più il tentativo di fare una lotta dentro le coalizioni piuttosto che l’esigenza di una prospettiva unitaria.
Il messaggio delle piazze tedesche è a tutte le forze politiche
Ma perché la destra riesce sempre, anche se divisa (come nello scontro per le elezioni regionali), a marciare compatta, mentre la sinistra sembra condannata alle divisioni perenni?
La destra-destra è più realistica e più cinica. È più disposta, quando si deve fare la lotta contro l’avversario, a mettere da parte le divisioni interne e unirsi. La destra non dice mai la stupidaggine, che sento dire a sinistra, che non si fa mai la battaglia “contro”. La destra fa la battaglia “contro”, perché nella battaglia “contro” c’è anche la battaglia “per”, ed è una cosa che la sinistra non capisce: tu certamente devi essere organico sulle prospettive, ma ci sono dei momenti storici in cui il “contro” contiene in sé delle potenzialità positive e quindi, in questo caso, devi essere disposto a mettere da parte quello che divide e privilegiare quello che unisce.
Tra le cose che dividono il Pd dai 5Stelle c’è anche il giudizio su come comportarsi nella guerra in Ucraina, e anche all’interno del Pd c’è maretta.
È una divisione che speriamo legata a un periodo, perché già sull’altro momento drammatico di Israele e Palestina, invece, vediamo che questo non si sta manifestando. Sull’Ucraina si dovrebbe trovare una via d’uscita che non è il mantenere puntigliosamente la posizione di partenza. La sinistra potrebbe unirsi sulla prospettiva, perché su un nuovo ordine internazionale ha molto da dire. Basterebbe che si capisse che sulla vicenda della guerra in questo periodo non influisce nessuno in Europa, mentre l’Europa può influire per offrire un’altra visione del mondo. Basta cambiare tema e invece il tema viene utilizzato per dividersi.
Stiamo correndo verso cruciali elezioni europee, il momento è drammatico, attraversato da guerre, oltre che da elezioni in mezzo mondo, dagli Stati uniti alla Russia. Siamo giunti a un momento di svolta?
Purtroppo non stiamo comprendendo che queste sono elezioni decisive: se l’Europa sposta il suo asse politico a destra, sullo sfondo di elezioni americane che portano al potere Trump, addio democrazia occidentale, la liberal-democrazia sarà sempre di più una pelle di zigrino che si restringe, circondata, ad est e a ovest, da poteri autoritari. L’Europa deve capire che intanto c’è una crisi della democrazia liberale. Indubbiamente bisogna fare un tagliando a questa democrazia, ma andando nella direzione opposta da quella della personalizzazione, dell’elezione diretta del premier. Bisognerebbe muoversi nella direzione della cittadinanza attiva, della partecipazione popolare, di un rapporto democratico più intenso con le persone, con la popolazione. Per questo dico: siete degli irresponsabili se ritenete che questa campagna elettorale serva per misurare i rapporti di forza interni ai vari partiti e tra i partiti, non capite il pericolo storico che sta di fronte a noi. Siete irresponsabili di fronte alla storia.
A proposito di questioni di piccolo cabotaggio: la segretaria Schlein deve candidarsi?
Sono abbastanza d’accordo con i consigli di Prodi, però voglio dire che non sono disposto al mainstream dell’ipocrisia che finge di non vedere che non c’è nobiltà nelle preoccupazioni di quelli che oggi stanno assediando Schlein, ma soltanto strumentalità. Qualcuno ha detto che se si candida perde, se non si candida perde lo stesso perché diranno che non ha avuto coraggio. Io dico invece che c’è una via d’uscita semplice: consultare il proprio partito, magari non così capillarmente perché non si fa in tempo. Per mettere sul piatto della bilancia una questione di carattere molto realistico: il gioco vale la candela? Io non so dirlo, non sono nei giochi. Ma si deve capire fino a che punto violare un principio per cui, come è anche giusto, non ci si può candidare per poi non andare in parlamento. Perché, invece, se questo, lo dico francamente, fosse la carta vincente per sconfiggere Meloni, non avrei dubbi. Bisogna calcolare costi e benefici.