La notizia più importante delle elezioni in Sardegna è la sconfitta di una destra che sembrava imbattibile. La notizia più interessante è invece la vittoria di una coalizione che ancora non riesce a vedersi come tale e alla quale non sappiamo nemmeno che nome dare, perché «centrosinistra» (i 5 Stelle il centro e il Pd la sinistra?) evidentemente non è quello giusto. Il successo di domenica, assai poco previsto, costringe i riottosi alleati a cercare, a questo punto, idee e strategie comuni.
In una gara bisogna innanzitutto conoscere le regole del gioco. Elezioni dirette con il maggioritario si possono vincere solo con un buon candidato, candidata in questo caso, e correndo uniti. Quello che Pd e 5 Stelle non hanno fatto a settembre 2022 alle politiche, Letta e Conte decidendo di partire sconfitti, lo hanno fatto in Sardegna e hanno vinto. Sembra strano ma quando dice che la destra non ha perso voti ha ragione Salvini, uno dei due grandi sconfitti – l’altra è evidentemente Meloni che ha voluto un candidato scarsissimo e ora è esposta ai rancori dei suoi alleati senza poter vantare alcun tocco magico. La destra ha conservato i voti delle precedenti regionali e ne ha persino guadagnati rispetto alle politiche vittoriose di settembre 2022 (aumentando le liste, da quattro a nove). Ma ha perso perché gli avversari questa volta hanno fatto la corsa uniti. Anche alle politiche, in Sardegna, Pd e 5 Stelle avevano, sommandoli, più voti delle destre che però hanno vinto in tutti i collegi
Leggi tutto: La rondine sarda e la difficile primavera - di Andrea Fabozzi
Commenta (0 Commenti)PREMIO LANGER PER LA PACE. La dissidente bielorussa è intervenuta al Congresso nazionale del Movimento Nonviolento, che si è svolto nei giorni scorsi a Roma, dove ha portato la sua intensa testimonianza
Nella sala Aldo Moro alla Camera dei deputati, si è svolta la cerimonia per il conferimento del Premio internazionale Alexander Langer, quest’anno attribuito a Olga Karatch, l’attivista bielorussa, difensora dei diritti umani, considerata una terrorista dal regime di Lukashenko e che per questo vive esule a Vilnius.
Premiata dalla Fondazione Langer per la sua attività a favore degli obiettori di coscienza e disertori e contro la militarizzazione di bambini e bambine soldato: dal 2022 il Ministero della difesa bielorusso ha organizzato campi di addestramento militare che hanno coinvolto oltre 18.000 minori, di cui 2.000 sono stati selezionati per l’uso delle armi: “siamo arrivati anche a questo” dice Olga Karatch che ha lanciato la campagna “No Means No – No significa No” contro la coscrizione nell’esercito bielorusso e per i diritti delle donne, sostenuta dal Centro internazionale per le iniziative civili Our House-Nash Dom, di cui è fondatrice e portavoce. In Bielorussia la diserzione è punita con la pena di morte e il rifiuto di arruolarsi nell’esercito comporta il carcere.
Nel 2022, circa 400 uomini in Bielorussia sono stati condannati per essersi rifiutati di arruolarsi nell’esercito. Attualmente, la polizia bielorussa ha dichiarato ricercati circa 5.000 uomini bielorussi per aver tentato di sottrarsi al servizio militare scappati nei Paesi dell’Unione Europea: “ma nessuno fornisce protezione a queste persone – prosegue Karatch – che non hanno uno status giuridico e non hanno nemmeno un visto umanitario”. E proprio questa è la richiesta che Olga presenterà nel tour che farà in Italia da oggi fino al 10 marzo, con tappe a Pesaro, Firenze, Verona, Bolzano, Trieste, Venezia e Milano.
Andy Rocchelli, l’uccisione di mio figlio dimenticata
“La Bielorussia è a un passo dall’entrare in guerra contro l’Ucraina – avverte Olga –, dal territorio bielorusso vengono lanciati missili russi, e il pericolo di un secondo fronte d’attacco è costante”.
La dissidente bielorussa è intervenuta al Congresso nazionale del Movimento Nonviolento, che si è svolto nei giorni scorsi a Roma, dove ha portato la sua intensa testimonianza (è stata arrestata più volte, e torturata, prima di abbandonare la Bielorussia e stabilirsi in Lituania), insieme ai video messaggi di altri obiettori e obiettrici dei paesi direttamente coinvolti nelle guerre in corso, Ucraina e Russia, Israele e Palestina: Yurii Sheliazhenko (da Kyiv, Movimento Pacifista Ucraino), Elena Popova (da San Pie-troburgo, Movimento degli Obiettori di Coscienza Russi), Ivan Chuviliaev (Go by the Forest, dall’esilio dalla Spagna), Artyom Klyga (obiettore russo in esilio), Maya Eshel (Coordinatrice Interna-zionale di Refuser Solidarity Network, da Israele), Tal Mitnik, primo obiettore israeliano dopo il 7 ot-tobre, da poco uscito dal carcere (dell’associazione Mesarvot di Tel Aviv), e Tarteel Al-Junaidi (attivi-sta palestinese della Community Peacemakers Team, da Hebron).
I pacifisti israeliani chiedono la condanna Netanyahu per il massacro di civili a Gaza, e gli attivisti palestinesi stanno attuando la resistenza nonviolenta contro l’occupazione e condannano il terrorismo di Hamas. I giovani che rifiutano le armi sono divisi dalle politiche dei loro governi, ma parlano l’unica lingua della pace e progettano insieme un futuro amico.
Al Congresso del Movimento Nonviolento, dal titolo “Obiezione alla guerra, oggi! Le priorità della nonviolenza”, erano presenti, tra gli altri, rappresentanti della Cgil, delle Acli e del Dicastero vaticano per lo Sviluppo umano integrale, e hanno portato i saluti anche il vignettista Mauro Biani e l’attore Alessandro Bergonzoni. “La nonviolenza rappresenta quel pensiero forte necessario per affrontare le sfide del presente e del futuro”, dice la mozione conclusiva.
“Dopo i fallimenti delle teorie dell’800 e ‘900, che si sono frantumate proprio sulla questione della guerra, la nonviolenza è l’idea che può muovere il cambiamento necessario per salvare l’umanità”. Domenica il Congresso si è trasferito in Piazza San Pietro dove Papa Francesco all’Angelus ha salutato il Movimento Nonviolento dopo aver denunciato ancora una volta la guerra e la crisi climatica.
* Presidente del Movimento Nonviolento
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Dopo le cariche a Pisa e Firenze Mattarella chiama Piantedosi: «Un fallimento i manganelli contro i ragazzi. Tutelare la libertà di manifestare». La premier tace, ma parla Fdi: «Colpa della sinistra». Il capo della polizia: «Nessuna direttiva politica, faremo verifiche»
IL COLLE . «Trovandone condivisione» è una di quelle formule politiche zoppicanti nella sintassi ma efficaci nella sostanza destinate a essere ricordate a lungo. Il presidente della Repubblica l’ha inventata per sgretolare la […]
«Trovandone condivisione» è una di quelle formule politiche zoppicanti nella sintassi ma efficaci nella sostanza destinate a essere ricordate a lungo. Il presidente della Repubblica l’ha inventata per sgretolare la linea del ministro di polizia Piantedosi, che ancora l’altro giorno difendeva i pestaggi di Pisa e Firenze, senza umiliarlo ufficialmente. Mattarella fa sapere di avergli «fatto presente», e anche qui il termine molto pesante è scelto con cura, le regole della nostra Costituzione, ma prima ancora della nostra stessa convivenza civile. Il ministro alla fine, vuole l’ufficialità, ha condiviso. Ma è chiaro che la correzione di rotta del Quirinale non poteva essere più brusca e netta e questa sfiducia di fatto consiglierebbe a chiunque di farsi da parte. È chiarissimo però che Piantedosi non si dimetterà.
Il ministro che doveva essere la versione più accorta di Salvini – e sta invece riuscendo nella missione impossibile di fare peggio – è la conferma della regola aurea per cui alla guida del Viminale non bisogna metterci un prefetto. Imperturbabile quando ha chiamato i migranti «carico residuale» o quando ha dato la colpa dei profughi morti in mare ai loro genitori incoscienti, sopravviverà anche stavolta. Al «fallimento», come lo ha chiamato senza mezzi termini il capo dello Stato, che è un fallimento doppio. Prima quello dei «manganelli» sui «ragazzi» – nemmeno qui il presidente ha usato metafore – e poi quello della comunicazione successiva, senza una mezza parola di scuse ma solo la rivendicazione delle violenze.
Così ha fatto anche Meloni, silenziosa e poi nascosta dietro lo squallore di una nota anonima del partito in cui però è fin troppo evidente il suo stile di vittima perenne. La colpa anche stavolta sarebbe della sinistra. Una risposta vigliacca con dentro il vecchio tic autoritario e il nuovo oscurantismo calato sulla causa palestinese e su tutto il protagonismo dei giovani. Ma anche una sfida al presidente della Repubblica che prende corpo giorno dopo giorno quasi inevitabilmente, persino oltre le convenienze immediate della capa del governo. Dimostrazione evidente di dove lei intenda portare il paese con la sua investitura diretta e in quale gabbia voglia rinchiudere il capo dello stato con il passaggio al premierato. Se la risposta più ferma ai manganelli di stato la danno le piazze che si sono immediatamente riempite, l’allarme più forte su dove potrebbe portarci la riforma costituzionale della destra lo suona Mattarella.
Commenta (0 Commenti)CRISI UCRAINA. Per Michel (Consiglio europeo) “c’è solo un piano A: sostegno all’Ucraina”. "Sostegno” sempre meno convinto in un’Europa in recessione, con gli Usa che frenano sugli aiuti militari. Nessuna resa all’autocrate russo e al suo sistema repressivo - vedi Navalny. Ma va preso atto che Zelenski non può vincere, almeno in termini assoluti. E anche Putin è dimezzato
L’orrore, prima o poi, deve avere una fine. La guerra in Ucraina ha fatto centinaia di migliaia di morti e reso l’Europa più povera, insicura e instabile. Dopo due anni ci troviamo in un paradigma ormai cambiato rispetto a quando l’obiettivo dell’Occidente era aiutare l’Ucraina a vincere. Ora il discorso è incentrato su come aiutare l’Ucraina a mettersi in sicurezza e a conservare i quattro quinti del suo territorio non occupati da Vladimir Putin con l’invasione del 24 febbraio 2022. Secondo un sondaggio dell’Ecfr (European Council on Foreign Relations) soltanto il 10% dell’opinione pubblica europea crede che l’Ucraina sia in grado di vincere, a meno di un allargamento del conflitto alla Nato che potrebbe provocare anche una guerra nucleare.
E purtroppo il ritorno del Dottor Stranamore, evocato da Tommaso Di Francesco sul manifesto del 16 febbraio, non è soltanto un incubo ma fa già parte del dibattito sul riarmo in atto dell’Europa soprattutto dopo le sparate di Trump: «Dirò a Putin di attaccare i paesi europei che non spendono per la loro difesa». Così ha affermato quello che nei sondaggi è ancora il favorito alle presidenziali americane di novembre.
Nel deserto di fango di Chasyv Yar, porta dell’inferno ucraino
Forse è il caso di darsi da fare per trovare un’alternativa alla guerra ucraina (e magari pure a quella a Gaza), quel Piano B che il presidente del consiglio europeo Charles Michel rifiuta con ostinazione: «Esiste solo un piano A: il sostegno all’Ucraina». Già ma il «sostegno» all’Ucraina è sempre meno convinto in un’Europa in recessione economica mentre gli Stati uniti tengono ancora stretti i cordoni della borsa degli aiuti militari a Kiev.
Charles Michel e una pattuglia di leader europei sembra che non si siano accorti che ormai siamo oltre la “war fatigue”, la stanchezza della guerra: la situazione sul campo sembra pendere dal lato dei russi. E la guerra non si combatte soltanto sui campi di battaglia ma anche nelle urne delle elezioni come hanno dimostrato anche i casi del passato, dalla guerra francese in Algeria a quella americana nel Vietnam. Ma da noi _ occorre rilevarlo _ abbiamo un’opposizione così esangue che fa fatica a contemplare un’alternativa agli orrori contemporanei, dall’Ucraina a Gaza.
Disfatta di Avdiivka. Le vite dei soldati dopo la propaganda
Sono (e saranno) i fatti a fare cambiare idea a Michel e agli leader europei. Il piano B non vuole dire arrendersi all’autocrazia di Putin e al suo accanito e pervasivo sistema repressivo, come si è visto con Navalny, ma prendere atto che Zelenski questa guerra non la può vincere, almeno in termini assoluti. Anzi. Il fatto che sia ancora al potere a Kiev è già una vittoria visto che Putin intendeva mettere al suo posto un governo “amico”. Ci sono state pesanti perdite territoriali ma la Crimea era già stata persa nel 2014 e il Donbass è da tempo il terreno di una sanguinosa guerra civile.
Lo stesso Putin è un “vincitore dimezzato”: voleva mettere in crisi la Nato e l’accerchiamento atlantico con l’ingresso di Finlandia e Svezia è diventato più soffocante. Guerra e sanzioni lo hanno costretto a buttarsi nelle braccia della Cina e a ricorrere all’aiuto militare di Iran e Corea del Nord, Paesi che prima dipendevano da lui e da Pechino. Putin, che si prepara a rivincere le elezioni, è sotto pressione. Ha dovuto affrontare la rivolta di Prighozhin (eliminato), l’economia regge ma nel medio termine per stessa ammissione del Cremlino potrebbe subire contraccolpi. E in più si potrebbe manifestare l’opposizione interna, più che su basi ideologiche e politiche alimentata dalle rivendicazioni etniche e regionali come è avvenuto con le manifestazioni in gennaio del Baskortostan (Baschiria): le contraddizioni e i problemi strutturali della Federazione russa vengono accentuati da una guerra che ha reclutato nelle provincie più povere e remote.
La moglie del soldato: «Non ce la fanno più, fateli tornare a casa»
Dal campo di battaglia e dalla diplomazia provengono già segnali che all’orizzonte si profila un Piano B. Mentre la controffensiva ucraina è fallita (dopo mesi di incredibile propaganda sui media occidentali) e Zelenski ha ammesso il disastro facendolo pagare con una purga ai vertici militari, sul presidente ucraino si stanno moltiplicando le pressioni degli alleati per assumere un posizione più adatta alle circostanze, ovvero difensiva, che vanno dalla concentrazione militare nelle roccaforti più solide (Kramatorsk) alle prove di un’eventuale evacuazione di Karkhiv (di cui qui ovviamente non parla nessuno).
Certo l’Occidente non vuole dare l’impressione di darla vinta Putin ma che si cerchi di preparare il terreno a un accomodamento diventa sempre più visibile. Lo stesso discorso sull’ingresso dell’Ucraina nella Nato sembra rallentare vistosamente anche con gli accordi di difesa bilaterali che Kiev sta firmando o negoziando con i partner dell’Alleanza atlantica (dalla Gran Bretagna alla Germania all’Italia). L’estate con il vertice a luglio della Nato a Washington porterà ulteriori consigli.
Del resto l’ex Capo di stato maggiore Usa Mark Milley in questi due anni è stato chiaro più di un volta: “Questa guerra non la vincerà davvero nessuno dei due e finirà al tavolo di un negoziato”. Il Piano B c’era già
Commenta (0 Commenti)Per Gaetano Azzariti occorre dare vita a una coalizione sociale e culturale per attuare la rivoluzione pacifica scritta nella Costituzione
Premierato e autonomia differenziata sono lo scambio politico tra partiti della maggioranza a cui, per rimanere ai patti, si dovrebbe aggiungere la separazione delle carriere dei magistrati. Per il costituzionalista Gaetano Azzariti, se dovesse passare questo disegno sarà la fine dello spirito costituzionale – unitario e non di parte – che nel 1948 portò all’approvazione della Carta. La logica sottesa è quella della verticalizzazione e della democrazia del capo al posto della democrazia della partecipazione e della rappresentanza. Una vera regressione da contrastare dando vita a una coalizione sociale e culturale per attuare i princìpi costituzionali.
In Parlamento sono state apportate alcune piccole modifiche al testo originario della riforma sul premierato. Si tratta di un miglioramento?
In realtà non mi sembra si sia granché cercato di migliorare il testo. Si è soltanto provato a raggiungere un accordo politico tra Meloni e Salvini. Un’attenzione agli equilibri tra le attuali forze politiche di maggioranza del tutto estranea alla dimensione costituzionale che dovrebbe porsi a fondamento di una proposta di riforma. È questo, a mio parere, il difetto maggiore di tutto il dibattito sulle riforme costituzionali e sul premierato in particolare. Basta pensare alla questione del secondo premier posta solo per dare ascolto ad una richiesta di riequilibrio della Lega. Insomma, c’è da chiedersi se le riforme costituzionali si fanno per seguire le ubbie di una parte politica o per risolvere i problemi di fondo della democrazia italiana.
Leggendo il testo del governo si ha la sensazione che si voglia, attraverso quella riforma costituzionale ma anche attraverso una serie di leggi ordinarie, superare la Costituzione uscita dalla resistenza.
È esattamente questo il punto. È evidente che c'è una retorica che prova a tranquillizzarci, quella in base alla quale, in fondo, questa riforma tocca soltanto quattro articoli della Carta. Non si modificano – si dice – i poteri del nostro “amato” capo dello Stato né si riducono quelli del nostro “malandato” Parlamento. La verità è completamente diversa: non solo si squilibrano tutti i poteri, ma si nasconde la vera posta in gioco, che è il tentativo di passare dalla democrazia pluralista a una democrazia del capo. È questo il discrimine che rende sostanzialmente inaccettabile il disegno di legge sul premierato, nonostante i tentativi di ridurne la portata. È, lo ripeto, l’elezione di un capo che porta a sbilanciare radicalmente il già precario equilibrio del nostro sistema democratico.
Debolezza del sistema democratico?
Si, abbiamo da tempo un problema costituzionale a tutti noto ma che nessuno vuole realmente affrontare e che questa riforma vuole definitivamente affossare. Si tratta della debolezza del Parlamento. Una fragilità che spesso ha spinto il presidente della Repubblica a intervenire in supplenza, in quanto garante della Costituzione: un modo per porre rimedio proprio a questa debolezza. Una revisione consapevole della Costituzione, allora, dovrebbe anzitutto rafforzare il Parlamento e in tal modo, indirettamente, ristabilire i giusti rapporti con gli altri poteri, tanto il capo dello Stato quanto lo stesso Governo.
I fautori del premierato e non solo obbietterebbero “e la stabilità”?
È una questione apparente. Se si vuol dire che i governi durano poco e che 68 governi in 75 anni sono troppi è vero, ma riguarda anzitutto i partiti e la debolezza delle coalizioni. Tutte le crisi, di natura extraparlamentare, sono state, infatti, determinate dalla rottura tra i partiti che di volta in volta erano espressione delle diverse maggioranze. È sui partiti che bisognerebbe dunque intervenire. Non ha fondamento, invece, la richiesta di dare ulteriori poteri al governo. Il governo ha in realtà oggi troppi poteri, nel corso del tempo si è appropriato di spazi e competenze non suoi. Abusando dei poteri conferiti ad esso in via straordinaria domina il dibattito parlamentare. Se il Parlamento prova ad affermare un suo ruolo autonomo, quello che la Costituzione gli assegna, ecco che intervengono strumenti perversi per tacitarlo e riaffermare il potere supremo del governo: dai maxi emendamenti alle reiterate questioni di fiducia. Strumenti che tacitano la Camera e il Senato. Insomma, ripeto, i poteri del governo dovrebbero essere non aumentati ma ridotti, garantendo una maggiore autonomia del Parlamento.
Uno degli elementi di debolezza del Parlamento, a tuo giudizio, è la riduzione del numero dei parlamentari? Oramai il lavoro delle commissioni, ad esempio, è quasi paralizzato: deputati e senatori vanno solo quando si vota e quindi tutta l'attività di conoscenza e di stesura collettiva delle norme non c'è più.
Si, è così. Oggi il Parlamento ha rilevanti problemi di funzionamento, anche a causa del ridotto numero dei suoi membri, soprattutto al Senato. Alla riduzione si sarebbe dovuto dare seguito con una coerente e radicale revisione dei regolamenti parlamentari. Ora, invece, sostanzialmente invariata l’organizzazione dei lavori parlamentari, soprattutto i gruppi minori non hanno le forze e i numeri sufficienti per seguire i lavori di tutte le commissioni. È questo un grave vulnus alla rappresentanza plurale. Si tratta di un ulteriore tassello di quella strategia di riduzione della complessità democratica. Ma, preciso, non è tanto o soltanto un problema di riduzione dei parlamentari. È un problema che coinvolge, più in generale, la crisi dell’organo legislativo. Quella riduzione del suo ruolo costituzionale che ha origini non recenti e che un grande costituzionalista come Leopoldo Elia definiva “di fuga dal Parlamento”. Sarebbe ora di porre fine a questa fuga e, anziché rafforzare il potere della presidenza del Consiglio con l’introduzione dell’elezione del capo, far sì che il Parlamento riacquisti quelli che gli sono attribuiti dalla Costituzione, e oggi perduti.
Cosa si dovrebbe fare, allora?
Bisogna operare su altri piani rispetto a quelli in cui si sta indirizzando il dibattito politico. Innanzitutto, pensare ad una incisiva riforma dei partiti – legislativa, ma soprattutto politica e culturale – che sia in grado di ricondurre le forze politiche organizzate a svolgere quella funzione che l'articolo 49 della nostra Costituzione gli attribuisce, cioè di permettere ai cittadini di concorrere a determinare la politica nazionale. Per far ciò sarebbe necessario che i partiti riescano a riacquistare una loro effettiva capacità di rappresentanza sociale. Altro che “il giorno delle elezioni bisogna sapere chi ci governa”. Il giorno delle elezioni bisogna sapere chi ci rappresenta, non chi ci governa. Per questo bisogna intervenire sui partiti, ma anche sui sistemi elettorali che devono assicurare una rappresentanza effettiva e non artefatta dal mito della governabilità senza popolo.
È sufficiente?
Penso che sarebbe opportuno anche intervenire sull’organo della rappresentanza, affrontando il fatto che abbiamo formalmente un bicameralismo paritario, ma sostanzialmente un monocameralismo alternato. Molto si può fare cambiando i regolamenti parlamentari, ma se si vuole toccare la Costituzione la sfida che si potrebbe lanciare a chi cerca di portarci verso i lidi di una democrazia identitaria che riduce a nulla il Parlamento, potrebbe essere quella di dare vita a un sistema monocamerale eletto con la proporzionale. Per rilanciare il parlamentarismo e contrastare l’ideologia del capo.
Spostiamo l'attenzione dal Parlamento alla Presidenza della Repubblica. Formalmente è vero che gli articoli della Costituzione che definiscono il suo ruolo non vengono toccati, ma è altrettanto vero che il ruolo e la funzione del Presidente della Repubblica non viene toccato?
Mi domando se una tale affermazione sia espressione più di disinvoltura o più di ignoranza. Il ruolo costituzionale del capo dello Stato è essenzialmente quello di intermediazione, egli interviene soprattutto nei momenti di crisi. Così, attualmente, quando gli esiti elettorali sono chiari il suo intervento è semplicemente quello di registrare il risultato. La nomina di Meloni è il frutto dell’esito elettorale. Ma il potere del Presidente si espande e diventa decisivo quanto l’esito non è certo (si pensi alla passata legislatura) o si apre la crisi. È in questi casi che diventa fondamentale il ruolo del garante della Costituzione che può – anzi deve – individuare un'altra figura in grado di ottenere la fiducia del Parlamento. Se si elegge direttamente il premier, al capo dello Stato si sottrae questo potere di intermediazione, non può che nominare l’eletto e dopo di lui quel che viene stabilito, peraltro in modo assai bizantino, dalla stessa Costituzione nell’ipotesi del secondo presidente. Questo dimostra come il potere di nomina del capo dello Stato sia stato non ridotto ma direttamente nullificato. E lo stesso vale per lo scioglimento del Parlamento.
Esiste coerenza tra la democrazia del capo e l’autonomia differenziata?
La coerenza è, ancora una volta, puramente politica, anzi partitica, priva di una dimensione propriamente costituzionale. Sono i partiti politici che si appropriano ciascuno per la loro parte di una fetta di Costituzione. Il programma di governo prevede infatti il premierato per Fratelli di Italia, l’autonomia differenziata per la Lega, senza scordare la separazione delle carriere dei magistrati per Forza Italia. Una Costituzione fatta a fette tra le forze di maggioranza, altro che la Costituzione di tutti. A proposito di “coerenza”, si può però indicare un secondo elemento che in questo caso unisce tutte le diverse forze di destra che compongono questo governo. È l’idea della verticalizzazione dei poteri. Tanto con l’autonomia differenziata quanto con il presidenzialismo (ora nella forma del premierato) si afferma la democrazia del capo. In ambito regionale a favore del presidenti di regione, nel secondo a favore del presidente del consiglio.
Cosa mettere in campo per contrastare tutto questo?
Occorre dare vita a una forte coalizione politica, ma forse soprattutto sociale e culturale, che affermi un'altra idea di democrazia. Pietro Calamandrei sosteneva che la nostra Costituzione non è mai stata realizzata. E allora, penso, bisogna mettere in campo una rivoluzione sociale, pacifica e democratica, che sia in grado di attuare i princìpi della Carta, a cominciare dalla centralità del Parlamento e dall'effettività della rappresentanza, guardando bene dentro gli slogan e le formule che ci vengono proposti. Se guardiamo dentro l'autonomia differenziata, scopriamo che ci sono i diritti, i nostri diritti, dall’istruzione, alla salute al lavoro. Ciò che dovremmo mettere in campo è una forte reattività sociale per garantire i diritti fondamentali e la democrazia costituzionale.
Commenta (0 Commenti)IL CORPO DI NAVALNY. In un paese illiberale come la Russia, insomma, Navalny era capace di esercitare una limitata influenza. Eppure il Cremlino ha fatto di tutto affinché la sua vita si concludesse con un epilogo tragico
Alexei Navalny a una manifestazione a Mosca nel 2019 - Getty Images
Almeno due cose della morte di Aleksej Navalny meritano di essere storicizzate con uno sguardo di più lungo periodo. La prima è la sproporzionalità degli strumenti repressivi usati dal regime di Putin rispetto alla pericolosità dei suoi avversari politici. È questo un tratto caratteristico del potere in Russia almeno dalla fine del XIX secolo.
Il tardo zarismo, infatti, creò un apposito sistema repressivo per una sparuta minoranza di militanti politici capaci di gesti eclatanti ma con scarsissimo seguito tra le masse. Lo stesso avvenne, con caratteri totalitari, durante il Grande terrore staliniano che rispose alla necessità di mobilitare l’intera società sovietica piuttosto che a quella di liquidare gli irrilevanti avversari, già sconfitti, interni al regime.
Anche l’élite putiniana riadatta queste logiche e pratiche politiche, perché proviene per buona parte dagli “ambienti della forza” e anagraficamente è cresciuta nel tardo socialismo brezneviano, ossessionato a sua volta da preoccupazioni securitarie.
Oggi il Cremlino colpisce i suoi oppositori o antagonisti con una ferocia sproporzionata rispetto ai reali pericoli. Si veda ad esempio la morte di Prigozhin, battuto nella sua battaglia contro Mosca e marginalizzato, ma non per questo risparmiato. Oppure Nadezhdin, deciso a candidarsi pur senza possibilità di vincere la sfida presidenziale e comunque obbligato a desistere.
Passiamo a Navalny. Egli era senz’altro l’oppositore di Putin più famoso in Occidente, pur tuttavia è complesso ritenerlo leader unico di un’opposizione frammentata, esule e spesso litigiosa.
Pure durante le manifestazioni del 2011-12, era stato uno dei protagonisti di quei giorni ma non l’unico, e non necessariamente quello riconosciuto da una piazza eterogenea come il “federatore”. In un paese illiberale come la Russia, insomma, Navalny era capace di esercitare una limitata influenza. Eppure il Cremlino ha fatto di tutto affinché la sua vita si concludesse con un epilogo tragico e nel più breve tempo possibile, prima avvelenandolo e poi destinandolo a una durissima detenzione. La seconda questione, che deriva dalla prima, è la mistica politico-religiosa propria del martirio scelto, o subito, dagli oppositori politici russi.
Navalny. Un nazionalista russo, un coraggioso: parabola di un “eroe del nostro tempo”
Dal XIX secolo, a parte qualche breve intermezzo, in Russia la lotta politica non è avvenuta secondo canoni riconducibili a paesi democratici. Come il suo precedente tardo-zarista e sovietico (fatta eccezione per gli ultimi anni della perestrojka), anche il putinismo costringe i dissidenti a esprimersi tramite eclatanti gesti individuali.
Di fronte a un vertice che chiude tutti gli spazi pubblici in nome della sacra inviolabilità del potere, i suoi oppositori non possono far altro che utilizzare la stessa retorica religiosa ed ergersi a redentori o martiri della “vera Russia”. Sono gesti disperati di una opposizione disperata, che non hanno alcuna reale possibilità di cambiare nell’immediato la situazione. Il martirio di Navalny non può tradursi in una qualche mobilitazione di massa capace di far perdere le elezioni presidenziali a Putin, perché avviene in un contesto in cui il potere non è contendibile. Non di meno oggi Navalny è diventato un potente simbolo contro il putinismo e la sua morte ha scosso le coscienze, proprio grazie alla retorica “religiosa” che domina da secoli la politica russa.
Accettando il suo calvario egli ha opposto al regime il proprio corpo, ed è proprio quest’ultimo a testimoniare la forza della sua battaglia politica di fronte alla società russa. Non è un caso, infatti, che il suo cadavere venga accuratamente occultato in queste ore dalle autorità: se dovesse trovare una degna sepoltura quel luogo potrebbe diventare il simbolo della lotta contro Putin. È in questo senso che il martirio di Navalny ha acquisito una valenza simbolica politico-religiosa accessibile a milioni di russi abituati ad una grammatica politica intrisa di misticismo. È un santo, ripetono molti esponenti dell’opposizione proprio per arrivare con un messaggio semplice ai tanti russi stanchi della cappa autoritaria imposta dal regime, russi non necessariamente d’accordo con tutte le posizioni politiche di Navalny.
Da esponente di spicco di una sparuta minoranza e dalle non limpide referenze democratiche, oggi Navalny è diventato un martire del potere nonché uno dei tanti personaggi sacralizzati dalla dissidenza russa; come tale può essere usato da chiunque desideri una Russia senza Putin.
* storico (autore di “Nella Russia di Putin”, Carocci, 2023)
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