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Il voto di oggi con l’adozione del Patto sulla migrazione in LIBE, dopo quasi quattro anni di intenso lavoro legislativo è la conclusione di un negoziato complesso, reso ancora più difficile dalla maggioranza degli Stati membri a guida conservatrice che siedono in Consiglio, e da una compagine del Parlamento europeo che non vede le forze progressiste avere una maggioranza tale da riequilibrare le posizioni di chiusura e repressive degli Stati membri.
Le rassicurazioni della Commissione sul futuro utilizzo dei fondi che saranno sottoposti ad un attento scrutinio mi hanno indotto ad appoggiare solamente il negoziato finale sul regolamento della gestione di asilo e migrazione (RAMM) ma ho votato contro gli altri quattro regolamenti in accordo con il mio partito e con associazioni e organizzazioni che lavorano sui temi della migrazione e dell’accoglienza.
Non ho potuto associare il mio nome accanto a proposte che sistematicamente contengono deroghe a norme internazionali come la creazione di centri di detenzione alle frontiere destinati a rinchiudere famiglie con minori.
Trovo inumano il rilevamento dei dati biometrici di tutti i bambini di età superiore ai 6 anni, trovo impraticabile la definizione di finzione giuridica del non ingresso in uno Stato membro e sono contrario all’inclusione del concetto di #strumentalizzazione che inevitabilmente porterà ad una #deregolamentazione del sistema di asilo.
Non è questo il sistema che volevamo. E, soprattutto, non è questa la risposta adeguata a chi cerca protezione in Europa.
Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona, redazione e testo
 
 
 
 
 
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LE POLITICHE UE. Sorprende che le proteste dei trattori, che bloccano le strade, siano giustificate, mentre i lavoratori di Cgil e Uil sono stati precettati

Sotto i trattori non deve finire la svolta green La protesta dei trattori a Bruxelles - Ap

Le proteste dei trattori di questi giorni sono un giustificato grido d’allarme per un settore in difficoltà, sia per motivi strutturali che congiunturali. Le produzioni agricole di qualità devono essere maggiormente tutelate, così come le lavoratrici e i lavoratori dei campi, spesso sfruttati. L’attuale modello di produzione è insostenibile dal punto di vista etico e ambientale, ma anche da quello prettamente economico, e le proteste lo confermano.

Ma mantenere uno status quo, che permetta alle aziende agricole di sopravvivere nel breve periodo, non è la risposta adeguata a questa fase di transizione climatico-ambientale che ci pone davanti al rischio concreto di una crisi irreversibile. E questo non può essere terreno di campagna elettorale. Sul punto, sorprende che le proteste dei trattori, che bloccano le strade, siano in qualche modo giustificate, mentre pochi mesi fa i lavoratori di Cgil e Uil che esercitavano il loro diritto di sciopero siano stati subito precettati.

L’approccio iperliberista e la deregolamentazione dei mercati hanno fatto sì che il valore della produzione agricola sia rimasto schiacciato nella dinamica della filiera, così come delle fluttuazioni delle commodities e delle ormai consuete speculazioni sulle materie prime (futures e simili) che andrebbero vietate sui beni alimentari a livello internazionale.

Tali dinamiche sono aumentate dopo lo scoppio delle guerre e delle tensioni internazionali e sono ricadute pesantemente sulle medie-piccole imprese alle quali arrivano sempre meno aiuti dalla Pac, Politica agricola comune. Peraltro non va sottovalutata la dimensione di chi ha individuato, nello sfruttamento indiscriminato del suolo e degli stessi lavoratori, tramite i caporali, la risposta per mantenere alti i propri profitti generando una competizione sleale tra le imprese e alimentando un sistema in cui l’irregolarità è troppo spesso diventata la norma.

L’obiettivo è quello di intervenire in maniera strutturale sul sistema produttivo agricolo, valorizzando il carattere multifunzionale del settore così come le competenze professionali e la qualità del lavoro. Dobbiamo investire in conoscenza e ricerca, e ricomporre il valore della filiera in maniera da dare il giusto peso economico alla produzione. Oggi le imprese agricole sono schiacciate a monte dai costi di sementi, concimi, pesticidi e altro, e a valle dai prezzi fatti dall’industria di trasformazione e, soprattutto, dalla Grande distribuzione organizzata.

Senza il recupero del ruolo e del valore dell’azienda agricola, la produzione continuerà a essere il classico vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro. Per questo appare necessario favorire, da un lato, la capacità di costituirsi in consorzi per avere maggiore forza contrattuale all’interno della filiera, dall’altro sostenendo l’unicità del prodotto agricolo mediante la valorizzazione delle strategie basate sulla qualità, sulla biodiversità e sul rispetto del lavoro (cibo buono e giusto).

Ciò significa rilanciare il protagonismo del territorio puntando sui modelli organizzativi distrettuali, sia per valorizzare know how, competenze, cultura e tradizione alimentare, sia per potenziare l’offerta di servizi ecosistemici che viene garantita dalle aree rurali, contrastando lo spopolamento delle aree interne. Garantire, anche indirizzando politiche e conseguenti finanziamenti della Pac, una distribuzione equa delle risorse e delle opportunità nel settore agricolo, privilegiando il lavoro invece che gli ettari, e sostenendo l’economia circolare attraverso la messa in opera di sistemi di produzione non più intensivi e specializzati, bensì maggiormente rispondenti ai cicli naturali e a un concetto di produzione agroecologica. Occorre inoltre rendere effettiva in Ue la piena attuazione della condizionalità sociale che, dopo importanti battaglie sindacali, è stata finalmente inserita nella nuova Pac.

*Segretario generale Flai Cgil

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TORNIAMO A BOMBA. L’Europa si scopre a vocazione atomica dietro l’obiettivo del «raddoppio»: spesa per la Difesa europea più spesa per l’Allenza atlantica. Dal welfare al warfare

Stranamore è tornato. E non è un film

 

Avete presente lo straordinario, distopico film di Stanley Kubrick “Il dottor Stranamore”? Ora, senza esagerare, ci siamo dentro, facciamo parte della scenografia di luci accese sulle capitali europee e sui punti di lancio dei missili, della sceneggiatura, ne siamo gli attori non protagonisti; temiamo solo la stessa conclusione tragicomica.

Parliamo della deriva militarista dell’intera Europa che ora si ammanta di una generale vocazione atomica, con l’inedita situazione – la Francia ha già la force de frappe e la Gran Bretagna ormai extra Unione è dotata di armamento nucleare – che vede la Germania con il ministro delle finanze Lindner e ora anche i militari della Polonia, interrogarsi sulla necessità concreta del deterrente nucleare.

È bastato che Donald Trump reiterando la sua posizione americano-isolazionista abbia lanciato in piena campagna per le
elezioni presidenziali negli Stati uniti la sua provocazione: «Dirò a Putin di attaccare i paesi europei che non spendono per
la loro difesa», che è stato uno scatenarsi di reazioni governative tutte pronte a dimostrare invece l’adeguatezza armata del Vecchio continente con annessa rincorsa a chi più armi ha più ne metta. Con l’obiettivo dichiarato del «raddoppio»: vale a dire spesa per la Difesa europea più spesa per l’Alleanza atlantica.

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Insomma dal welfare al warfare. Tenendo conto del fatto che in 9 anni, dal 2014, gli Stati europei più il Canada hanno aumentato di ben 600 miliardi il loro bilanci militari e che nel 2024 la maggior parte dei Paesi della Nato impegnerà per la difesa almeno il 2% (con paesi «virtuosi» come la Polonia che è già al 4% e la Germania del cancelliere Scholz che ha già impegnato 100 miliardi per la difesa). Senza dimenticare la decisione Ue di prelevare fondi addirittura dal Pnrr per rifornire di armi una guerra, quella ucraina.

Mirabile come al solito il segretario dell’Alleanza atlantica Stoltenberg che prima ha dato ragione a Trump, «le critiche riguardano i membri alleati che non spendono abbastanza», per poi dichiarare che nel suo insieme «mai la Nato ha speso tanto». Ed è vero, siamo infatti nell’agenda di Trump – sia che venga eletto che non – perché l’Unione europea ha già deciso ben 41 miliardi di aiuti militari all’Ucraina proprio temendo l’avvento alla presidenza dell’isolazionista tycoon. A rincarare la dose la notizia, sempre dagli Usa, che il presidente della commissione intelligence della Camera, il repubblicano Mike Turner ha chiesto al presidente Joe Biden di rendere pubblica «una grave minaccia alla sicurezza nazionale». Cnn e Reuters parlano di top secret e di non meglio precisate «armi spaziali russe».

Un escamotage, probabilmente, per risolvere il nodo delle necessarie votazioni bipartisan per l’invio di decine e decine di miliardi in nuovi armamenti anche all’Ucraina – Turner fa parte del fronte repubblicano favorevole; ma anche l’evidenza di un problema a quanto pare reale. Che in questa dinamica di precipitazione verso la guerra, rivela plausibilmente come la deterrenza nucleare di una potenza atomica come la Russia – che per altro smentisce – stia evolvendo a dotazioni di testate spaziali, oltre l’«ordinario» di quelle terrestri e navali. Insomma, dal ventilato scudo spaziale di Reagan alle ogive in orbita planetaria putiniane.

Va da sé che tutto diventa più realistico se si tiene conto del fatto che c’è un conflitto armato in Europa che vede contrapposto un paese che le atomiche ce le ha, la Russia, all’Ucraina che non ce le ha, e che nonostante lo stesso presidente Usa dica di no, vuole ancora entrare nella Nato, alleanza militare di fatto sempre più coinvolta in questa guerra direttamente con intelligence e forniture belliche; e che – questo lo dimenticano tutti – dipende militarmente dagli Stati uniti che già dispongono in Europa di almeno un centinaio di bombe atomiche sparse dall’Italia, al Belgio, alla Germania.

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Chi soffia davvero sull’antisemitismo

Chi scrive è convinto del contrario: se la pace e il futuro sono minacciati, proprio in presenza di una guerra feroce di trincea ormai portata anche sul suolo russo, l’unica possibilità è riavvolgere il nastro dei dieci anni di conflitto – da Maidan 2014, Crimea, guerra civile per il Donbass – e dei due dall’aggressione di Putin del 24 febbraio 2022 – per trovare termini di trattativa e non più l’impossibile «vittoria», come dimostrano questi due anni di massacro, per Kiev e per Mosca. Altrimenti?

Altrimenti diventa inevitabile la prospettiva di un confronto atomico in Europa – impari di fronte alle migliaia di testate russe operative rispetto alle centinaia di Francia e Gran Bretagna, ma a quel punto, a Trattati internazionali stracciati – e siamo a buon punto – perché escludere le migliaia di testate statunitensi? O come ha proposto un ministro israeliano del governo Netanyahu, la soluzione atomica anche per i palestinesi di Gaza? Ma così fan tutti.

E la parola d’ordine sulla bocca dei leader europei sembra essere: «Prepara la guerra» – ma di che elezioni europee stiamo parlando, di quelle del Day After? Stranamore è tornato. E non è un film

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CENTROSINISTRA. Il neoliberismo, malgrado i disastri anche recenti di cui è responsabile, è più vitale che mai. Proporsi di andare al governo per imporre sacrifici non giova alla popolarità. All’immaginario concorrenziale della destra va contrapposto quello collaborativo. Chi oggi si oppone trovi la forza di delineare i contorni di un mondo nuovo

foto di Ikon images foto di Ikon images

Due urgenze incombono sugli avversari del governo Meloni. La prima è come condurre l’opposizione. Sono ancora troppo divisi, troppo incerti, troppo restii alle azioni di protesta. La seconda, che in parte assorbe la prima, è come prepararsi alle prossime sfide elettorali.

Quest’urgenza riguarda in primo luogo i due maggiori partiti. Tanto più che Azione e Italia viva devono ancora decidere da che parte stare.

Osservatori autorevoli, anche sulle pagine di questo giornale, hanno detto che ciò che serve sopra ogni cosa è un programma. La richiesta è sacrosanta. E il solo rimedio ai personalismi e ai favori occasionalmente negoziati con questo o quell’interesse organizzato in vista delle elezioni.

Ma gli oppositori del governo Meloni versano in una condizione difficilissima. Si fossero riuniti tutti insieme, questo governo ce lo saremmo risparmiato. Ha prevalso la logica dei polli di Renzo. Gliene siamo, ovviamente, molto grati… E non è una condizione che sembra destinata a cambiare.

Litigiosità e personalismi sono nel Dna della sinistra italiana (o del centrosinistra) reinventata dopo il 1992 e la secessione di una quota di elettorato verso i 5 Stelle ha aggravato la situazione. Quello che segue è pertanto un ragionamento consapevolmente velleitario.

Il programma, dicevamo, è necessario e lo è ancor più alla luce delle sfide che aspettano l’opposizione ove tornasse al governo.

La prima sfida sarà lo stato del paese. Non serve troppa fantasia: servizi pubblici devastati, declino industriale aggiuntivo, occupazione vieppiù precaria, saccheggio del territorio, danni ambientali imponenti, stato desolante del debito, mortificazione della condizione femminile, Mezzogiorno in abbandono.

E si potrebbe continuare. Solo l’elenco mette i brividi. È consuetudine consolidata del centrosinistra trascorrere le sue stagioni di governo a riparare i danni di chi l’ha preceduto. I danni richiedono inevitabilmente sacrifici. E questi non giovano alla popolarità elettorale di chi li chiede.

L’altra gravissima sfida sarà l’Europa. Non è di sicuro il caso di uscirne. Ma non è una fraterna compagnia di uguali. E’ uno spazio di conflitti spietati. L’Europa industriale è assediata dalle nuove potenze economiche. Si è acceso perciò un durissimo il contrasto tra l’Europa settentrionale e l’Europa meridionale sul futuro industriale e sull’occupazione di qualità.

Le regole di bilancio testé approvate fanno – intenzionalmente – parte di questo contrasto. Impongono all’Italia, che ancora un po’ d’industria ce l’ha, ma che ha perso la partita sulle regole, di concorrere con un braccio legato dietro la schiena.

Non sono di contorno, questo è ovvio, la sfida ambientale, che si sta accelerando, e quella migratoria, la quale è quanto di più elettoralmente scomodo possa capitare a chi governa.

Come potrà l’Italia affrontare simili sfide? Premesso che solo unendo quante più forze d’opposizione è possibile a farcela, pensare un programma, e definire delle priorità, è arduo, ma fattibile. Il vero ostacolo risiede nelle risorse necessarie per applicarlo, scarsissime in ragione delle sfide di cui sopra. Serviranno sacrifici molto severi: fiscali, ma anche in termini di consumi e stili di vita.

La destra ha già mostrato l’intenzione di governare a spese dei settori più deboli del paese. A chi recalcitra provvederanno le forze dell’ordine. Cosa intendono e possono fare i suoi oppositori per ripartire altrimenti costi e sacrifici al momento non si sa.

Per come stanno le cose, non c’è programma che basti. Serve assai di più. E’ diventata una questione di egemonia, o d’immaginario, come si usa dire. Bisogna assolutamente pensare diversamente la società e offrire agli italiani una prospettiva di respiro, che legittimi e renda sopportabili i sacrifici che saranno loro richiesti.

Se è difficile allestire un programma, è però ancor più difficile elaborare e accreditare un nuovo immaginario. Perché di questo in sostanza si tratta: sostituire l’immaginario concorrenziale in vigore – l’esaltazione dell’individuo imprenditore di se stesso – con un nuovo immaginario collaborativo: siamo tutti sulla stessa barca. Nessuno resti indietro. Dal primato dell’arricchimento privato a quello del benessere collettivo.

Lavoro e dignità per tutti. Dalla disuguaglianza alla solidarietà. Che è come dire: urge archiviare il neoliberalismo.

Mission impossible, almeno finora. Due disastri – la crisi finanziaria del 2008 e la pandemia – di cui il neoliberalismo è responsabile sembrava avessero messo la sua archiviazione all’ordine del giorno. Qualcuno ha finanche suonato le trombe del ritorno dello Stato. E invece il neoliberalismo è più vitale che mai ed è tornata la nazione: sotto le vesti del nazionalismo più bellicoso.

Come rompere allora l’immaginario del privato sopravvissuto perfino all’ecatombe del Covid? E come allestirne un altro? Urge scoprire un mondo nuovo. I partiti d’opposizione devono trovare la forza di delinearne i contorni, prima di enunciare qualsiasi programma.

Dirlo non basterà, ma è il primo passo per aprire il cantiere

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IMigranti, Tajani alla Camera difende l'accordo Italia ...

Il ministro Tajani alla Camera - Ansa

Non si sa se ridere o piangere leggendo la risposta del ministro degli esteri Tajani all’interrogazione di Verdi-Sinistra sull’appalto per lo sfruttamento del gas offshore palestinese nelle acque di pertinenza della Striscia di Gaza.

Un appalto da parte di Israele a un consorzio di cui fa parte l’Eni, società a maggioranza governativa.

Il ministro Tajani si arrampica sugli specchi. Dice che non c’è sfruttamento delle risorse palestinesi. Lo sfruttamento dei giacimenti non c’è «ancora», semplicemente perché non è iniziato e deve terminare la fase esplorativa.

Siamo ai giochi di parole che non fanno certo onore a un governo che al vertice con l’Africa sul Piano Mattei si è vantato di non fare «capitalismo predatorio», Questo è peggio: è «capitalismo neocoloniale» per il solo fatto che Israele assegna le concessioni sul gas su parti di mare che non le appartengono. Qui si ruba e basta.

Ma c’è dell’altro – come abbiamo scritto sul manifesto domenica scorsa. La concessione è stata assegnata all’Eni in luglio, prima del massacro di Hamas del 7 ottobre e della terrificante ritorsione israeliana, ma il ministro dell’Energia di Tel Aviv ha dato l’annuncio della firma del contratto il 29 ottobre, quando la guerra era già esplosa.

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Sull’Eni a Gaza il silenzio complice del governo Meloni

In una situazione del genere l’Eni e il governo avrebbero dovuto comunicare una sospensiva del contratto. Invece abbiamo saputo di questo affare soltanto qualche giorno fa, dopo che alcuni gruppi palestinesi per i diritti umani hanno dato mandato allo studio legale Foley Hoag di Boston di comunicare all’Eni e alle altre società coinvolte una diffida dall’intraprendere attività in queste acque. Evocando il rischio di complicità in crimini di guerra.

Come se non bastasse Tajani aggrava la sua posizione. Afferma infatti ci sono «interessi confliggenti» e «che la via maestra è quella del dialogo».

Bene: non risulta che l’Eni abbia mai negoziato con i palestinesi ma solo con il governo israeliano. Allora informiamo il ministro che lo Stato di Palestina ha aderito alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e dal 2019, in linea con la Convenzione, proietta la sua porzione di mare per 20 miglia dalla costa.

Forse a Tajani sfugge che nel 1999 l’Autorità Palestinese concesse una licenza alla British Gas che l’anno successivo scoprì un grosso giacimento al largo delle coste di Gaza, noto come Gaza Marine. Ma i palestinesi non possono estrarre il gas di Gaza Marine: Israele dal 2007 ha infatti dichiarato un blocco navale intorno alla Striscia.

Altro che «interessi confliggenti». Insomma Israele fa quello che vuole, violando come al solito le convezioni internazionali, e noi la seguiamo.

La prossima volta che il ministro e questo governo parleranno di soluzione diplomatica «tra due popoli e due stati» scoppieremo a ridere per il semplice motivo che sono i primi a sbeffeggiarla.

Lingue di legno. Ecco perché non si sa se ridere o piangere

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PACE. Il 27 gennaio è stata una scadenza particolarmente dolorosa da affrontare: a che serve oggi la memoria se non aiuta a fermare la produzione di morte a Gaza e in Cisgiordania?

Gerico, attivisti israeliani e palestinesi in piazza venerdì scorso contro la guerra a Gaza foto GettyImage Gerico, attivisti israeliani e palestinesi in piazza venerdì scorso contro la guerra a Gaza - Getty Images

Siamo un gruppo di ebree ed ebrei italiani che, dopo la ricorrenza del Giorno della Memoria e nel vivere il tempo della guerra in Medio Oriente, si sono riuniti e hanno condiviso diversi sentimenti: angoscia, disagio, disperazione, senso d’isolamento. Il 7 ottobre, non solo gli israeliani ma anche noi che viviamo qui siamo stati scioccati dall’attacco terroristico di Hamas e abbiamo provato dolore, rabbia e sconcerto.
 
E la risposta del governo israeliano ci ha sconvolti: Netanyahu, pur di restare al potere, ha iniziato un’azione militare che ha già ucciso oltre 28.000 palestinesi e molti soldati israeliani, mentre a tutt’oggi non ha un piano per uscire dalla guerra e la sorte della maggior parte degli ostaggi è ancora incerta. Purtroppo sembra che una parte della popolazione israeliana e molti ebrei della diaspora non riescano a cogliere la drammaticità del presente e le sue conseguenze per il futuro.
 
I massacri di civili perpetrati a Gaza dall’esercito israeliano sono sicuramente crimini di guerra: sono inaccettabili e ci fanno inorridire. Si può ragionare per ore sul significato della parola «genocidio», ma non sembra che questo dibattito serva a interrompere il massacro in corso e la sofferenza di tutte le vittime, compresi gli ostaggi e le loro famiglie.
 
Molti di noi hanno avuto modo di ascoltare voci critiche e allarmate provenienti da Israele: ci dicono che il paese è attraversato da una sorta di guerra tra tribù – ebrei ultraortodossi, laici, coloni – in cui ognuno tira l’acqua al proprio mulino senza nessuna idea di progetto condiviso. Quello che succede in Israele ci riguarda personalmente: per la presenza di parenti o amici, per il significato storico dello Stato di Israele nato dopo la Shoah, per tante altre ragioni. Per questo non vogliamo restare in silenzio.
 
 
Abbiamo provato forte difficoltà di fronte all’appena trascorso Giorno della Memoria: non possiamo condividere la modalità con cui lo si vive se lo si riduce a una celebrazione rituale e vuota. Riconoscendo l’unicità della Shoah, consideriamo importante restituire al 27 gennaio il senso e il significato con cui era stato istituito nel 2000, vale a dire un giorno dedicato all’opportunità e all’importanza di riflettere su ciò che è stato e che quindi non dovrebbe più ripetersi, non solo nei confronti del popolo ebraico.
 
Il 27 gennaio 2024 è stato una scadenza particolarmente difficile e dolorosa da affrontare: a cosa serve oggi la memoria se non aiuta a fermare la produzione di morte a Gaza e in Cisgiordania? Se e quando alimenta una narrazione vittimistica che serve a legittimare e normalizzare crimini?
 
Siamo ben consapevoli che esiste un antisemitismo non elaborato nel nostro paese e nel mondo, ne sentiamo l’atmosfera e l’odore in questi mesi soprattutto dal 7 ottobre, quando abbiamo visto incrinarsi i rapporti, anche personali, con parte della sinistra. Ma ci sembra urgente spezzare un circolo vizioso: aver subito un genocidio non fornisce nessun vaccino capace di renderci esenti da sentimenti d’indifferenza verso il dolore degli altri, di disumanizzazione e violenza sui più deboli.
 
Per combattere l’odio antiebraico crescente in questo preciso momento, pensiamo che l’unica possibilità sia provare a interrogarci nel profondo per aprire un dialogo di pace costruendo ponti anche tra posizioni che sembrano distanti.
 
Non siamo d’accordo con le indicazioni che l’Unione delle Comunità ebraiche italiane ha diffuso per la giornata del 27 gennaio, in cui viene sottolineato come ogni critica alle politiche di Israele ricada sotto la definizione di antisemitismo. Sappiamo bene che cosa sia l’antisemitismo e non ne tolleriamo l’uso strumentale. Vogliamo preservare il nostro essere umani e l’universalismo che convive con il nostro essere ebree ed ebrei. In questo momento, quando tutto è difficile, stiamo vicino a chi soffre provando a pensare e sentire insieme.
 
* * * Firmatari: Fabrizio Albert, Rachele Alberti, Marina Ascoli, Massimo Attias, David Calef, Valeria Camerino, Giorgio Canarutto, Lucio Damascelli, Beppe Damascelli, Enrico De Vito, Annapaola Formiggini, Saby Fresko, Paola Fresko, Bice Fubini, Nicoletta Gandus, Adriana Giussani, Bella Gubbay, Joan Haim, Hassan Massimo, Cecilia Herskovitz, Francesca Incardona, Stefano Levi Della Torre, Annie Lerner, Gad Lerner, Stefano Liebman, Samuele Menasce, Raffaella Molena Tassetto, Bruno Montesano, Guido Ortona, Bice Parodi, Laura Pesaro, Simone Rossi del Monte, Renata Sarfati, Stefano Sarfati, Eva Schwarzwald, Gavriel Segre, Simona Sermoneta, Shmuel Sermoneta Gertel, Susanna Sinigaglia, Sergio Sinigaglia, Stefania Sinigaglia, Deborah Taub, Jardena Tedeschi, Mario Tedeschi, Massimo Gentili Tedeschi, Sara Tedeschi Falco, Fabrizia Termini, Alessandro Treves, Claudio Treves, Roberto Veneziani, Serena Veneziani, Marco Weiss.
 
Hanno aderito:
Edith Bruck, Lucilla Ravà, Micael Zeller, Gavriel Segre, Manlio Massa, Raffaella Molena Tassetto, David Calef, Samuele Menasce, Federico Fubini, Gabriele Aronov, Livia Tagliacozzo, Simonetta Heger, Dima Platz-Fontanive, Grazia-Borrini-Feyerabend, Scilla Sonnino, Carlo Ginsburg, Simona Forti, Giacomo Ortona, Andrea Fubini, Nathan Levi, Emilio Sacerdoti, Giorgio Mieli, Emily Rosner, Sergio Ottolenghi, Tamar Pitch, Paola Canarutto, Piergiorgio Minazzi, Anna Canarutto, Bianca Maria Gabrielli, Nicoletta Alberio, Liliana Madeo, Saverio Benedetti, Paola Cavallari, Patrizia Bortolini, Maria Teresa Callegari, Luca Colaiacomo, Giovanna Tornello, Daniela Radaelli, Pietro Jona, Paolo Mascilli, Andrea Corbella, Riccardo Rosetti, Alessandra Elda Falcone, Andrea Lombardi, Laura Ottolenghi, Susanna Fresko, Renato Scuffietti, Magda Mercatali, Francesca Ceccherini Silberstein, Paola Pasqua Di Bisceglie, Pierpaolo Mastroiacovo, Elena Maria Milazzo Covini, Marzia Cattaneo, Tiziano Carradori, Francesca Romana Fiore, Luigi Mancuso, Paolo Mascilli, Claudia Beltramo Ceppi Zevi, Antonella Caterina Attardo, Franco Bernardi, Antonella Caterina Attardo, Lucilla Ravà, Daniele Santini, Paola Colombino, Josette Molco, Fiorenza Cavicchioli, Claudia Zaccai, Alberto Fiz, Gianfranco De Nisi, Gianni Gregoris, Piero Morpurgo, Rita Beatrice Cauli, Ludovica Muntoni, Piero Nissim, Cecilia Del Fa, Irene Agovino, Chiara Milano, Francesca Castelli, Giuseppe Ciaurro, Gaddo Morpurgo, Piero Pelù, Elide Chiampi, Renata Spiezio Isabelle Dehais, Giuseppe Gibin, Enrico Franco, Daniela Scotto di Fasano, Francesca Rambaldi
 
Per ulteriori adesioni
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