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C'ERA UNA RIVOLTA . Intervista a Carlotta Cossutta, attivista di Non Una Di Meno e ricercatrice

 Sciopero transfemminista di Non Una Di Meno - LaPresse

Una coincidenza fortuita si annida tra le molteplici storie che ruotano attorno alle origini dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna. Rovistando tra gli archivi di storia operaia si trova un fatto, poco noto e solo accidentalmente associato alla data. Siamo a New York ed è l’8 marzo del 1857. Alcune operaie del settore tessile decidono di scioperare e partono in corteo tra le strade della Grande Mela per denunciare le condizioni di lavoro inumane a cui sono sottoposte. A fine giornata si scontrano duramente con la polizia. Lo sciopero quindi, anche se sotto traccia, è nel Dna della ricorrenza.

Da diversi anni questa pratica di lotta è stata rimessa al centro dai movimenti transfemministi globali. Ne parliamo con Carlotta Cossutta, ricercatrice e attivista di Non Una Di Meno.

Perché lo sciopero dell’8 marzo si qualifica come femminista?
In primo luogo perché è uno sciopero politico, non è collegato a una vertenza, ha una dimensione molto più ampia, esistenziale. Si qualifica come femminista perché comprende tutte le categorie produttive ma anche il lavoro di cura che le donne e le persone lgbtq mettono in campo ogni giorno. Lo sciopero femminista si interroga su quelle forme di lavoro che non sono riconosciute come tali o che non hanno l’orizzonte dello sciopero come diritto. Pensiamo al lavoro domestico, non solo quello gratuito e volontario, ma anche quello di badanti, colf, baby sitter. Un lavoro intermittente o in nero o a chiamata, un settore in cui lo sciopero classicamente inteso non trova spazio.

In Italia negli anni Settanta abbiamo avuto lo sciopero dal lavoro domestico a cui in qualche modo ci rifacciamo. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una serie di scioperi politici femministi: lo sciopero delle donne islandesi per l’equità di salario, quello delle donne polacche e irlandesi per il diritto all’aborto. Ma penso anche ai grandi scioperi in Spagna che chiedevano una trasformazione sociale o gli scioperi in Argentina e in Cile, nel movimento per ripensare la Costituzione. C’è una genealogia di scioperi recenti che hanno toccato temi diversi ma a partire da questo spunto: attaccare la riproduzione della società come forma di protesta.

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È inusuale convocare uno sciopero a partire da una dimensione poco strutturata, come quella di un movimento.

Non è semplice. Lo sciopero per legge deve essere indetto da un sindacato. Per fortuna Non Una Di Meno ha sviluppato ottime relazioni coi sindacati di base che garantiscono la copertura della convocazione. Questo ha significato da una parte costruire alleanze e dall’altra aprire conflitti. È difficile per un sindacato accettare uno sciopero che travalica le sigle, le condizioni e i programmi delle singole compagini. I sindacati confederali sono ancora restii a convocare l’8 marzo. La Cgil non aderisce (lo fa Flc, il settore della conoscenza, ndr) pensando questo strumento in maniera riduttiva.

La seconda difficoltà sta nel fatto che, in particolare in Italia, il 50% circa delle donne è disoccupata. Per loro pensare di poter scioperare non è immediato, il lessico dello sciopero è ancora associato a un certo tipo di lavoro salariato. Anche le donne che lavorano spesso sono precarie e scioperare vuol dire mettere a repentaglio l’impiego. Lo sciopero dal lavoro di cura, poi, è ancora più complesso. Il lavoro riproduttivo non ha orari, non è possibile realmente sospenderlo perché non si può decidere di smettere di prestare le proprie cure a un bambino o a un anziano non autosufficiente. Ma proprio qui sta la sfida. Anche se non si riesce a scioperare, rendersi conto di questo enorme carico credo sia un momento di consapevolezza importante.

Carlotta Cossutta

Il contrasto alla violenza di genere, almeno formalmente, mette d’accordo tutti. Quando si parla di sciopero femminista c’è una tendenza a defilarsi.
Credo che lo sciopero sveli la dimensione quotidiana della violenza, quella che la nostra società non vuole vedere. Per fortuna è diventato patrimonio comune che la violenza di genere sia qualcosa di inaccettabile. Però chiamare violenza ad esempio il gender pay gap non è scontato. Il gender pay gap è un fattore sociale che contribuisce a rendere possibile la violenza. Come la disparità enorme nella suddivisione del lavoro di cura tra uomini e donne o le difficoltà di accesso al welfare per donne e persone lgbtq fuori da un nucleo familiare riconosciuto. Quando si parla di questi cambiamenti strutturali emerge la differenza tra un posizionamento transfemminista e uno schierarsi genericamente contro la violenza.

Perché scegliere proprio lo sciopero come strumento di lotta?
Per due ragioni. La prima è la dimensione del tempo interrotto che lo sciopero implica. In una società che ci vuole sempre produttive, sempre performanti, sempre online, la distinzione tra tempo di lavoro e tempo di vita è saltata. Riconoscere la centralità del tempo e dire “mi prendo una giornata per vivere diversamente”. Interrompere il ritmo della performance continua e della «imprenditorialità di sé». L’altro motivo è la necessità di socializzare le condizioni lavorative che oggi sono vissute come un problema individuale. Anche quando si lavora con altre persone, si tende a personalizzare la propria condizione e sentirsi isolati. Lo sciopero diventa un’occasione per entrare in contatto con altre lavoratrici e altri lavoratori, costruire una coscienza collettiva.

Shendi Veli

Nata a Tirana, cresciuta a Roma. Ha girovagato in cerca di fortuna tra Londra, Parigi e Berlino. Lavora alla progettazione del manifesto digitale e ogni tanto scrive cose.

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8 MARZO. Il 37% delle donne italiane non ha un conto in banca. La dipendenza economica è come un macigno che, al pari della povertà, rimbalza da una generazione all’altra

Il conflitto non è un rito Manifestazione contro la violenza di genere a Roma - Alessandra Tarantino

La giornata della mimosa e del pranzo fuori, le ventiquattrore della galanteria prevista dal calendario non ci sono più. Perché non c’è nessuna festa. C’è uno sciopero transfemminista, un conflitto agito sul piano della «produzione e della riproduzione, dei consumi e dei generi».

L’irruzione di “Non una di meno” ha stravolto lo stanco rituale dell’otto marzo e ha rimesso al centro del discorso il conflitto. E il patriarcato. Cioè il principio gerarchico ordinatore dei rapporti che non andava nominato perché potesse agire in modo mimetico. Siamo tornate non solo a nominarlo ma anche a individuarlo per combatterlo.

Basta leggere la piattaforma di questo otto marzo: «Scioperare contro il patriarcato significa scioperare contro la guerra come espressione massima della violenza patriarcale. Lo abbiamo visto con la guerra in Ucraina, che ha intensificato un’ideologia nazionalista e militarista dell’ordine e della disciplina. Scioperare contro il patriarcato significa reclamare l’immediato cessate il fuoco su Gaza per fermare il genocidio, la fine dell’apartheid e dell’occupazione coloniale in Palestina».

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Scioperare significa dire basta alle politiche che organizzano e gerarchizzano la società: la scuola classista dei ricchi divisa da quella dei poveri con le «femmine» tenute a debita distanza dalle materie Stem perché «non sarebbero portate». Con la conseguenza di indirizzarle solo verso un certo tipo di professioni, con redditi più bassi e quindi pensioni più basse.

Quando lavorano e non devono, invece, stare a casa a occuparsi della famiglia perché il sistema politico italiano, nella corsa ai tagli, ha trovato possibile sacrificare il welfare. Un sacrificio, appunto, che ha avuto un impatto diretto sulle donne e molto meno sugli uomini. Il 37% delle donne italiane non ha un conto in banca. La dipendenza economica è come un macigno che, al pari della povertà, rimbalza da una generazione all’altra.

Una società gerarchizzata a partire dalle divisioni geografiche (addirittura acquisite e formalizzate dall’autonomia differenziata), che schiaccia le donne e tutte le soggettività che non si riconoscono in un mondo binario, che razzializza i propri cittadini e riduce le lotte a un problema di ordine pubblico da reprimere: sono tutte tensioni con cui facciamo i conti e pesano anche su chi crede di trovarsi dal lato vincente della società. La destra li ha assunti nel proprio programma e li ha resi espliciti.

E poi c’è la violenza. Dalle continue offese che sminuiscono alle percosse, alle molestie, al revenge porn, allo stupro su su fino al femminicidio: controllo, possesso, esibizione di potere, desiderio di annientamento. A tutto questo si può replicare solo con la ribellione. La risposta al femminicidio di Giulia Cecchettin ha reso lo scorso 25 novembre un atto di rivolta. Continuiamo la rivolta

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MEDIO ORIENTE. L’«inviato di pace» americano appena arrivato in Libano. In realtà è molto di più: ha elaborato e dato corpo alle strategie internazionali Usa

 

C’è un uomo che sa come si provocano le guerre e, forse, anche come si potrebbero chiudere o alimentare. Un americano tranquillo che ha già dato martedì la sua sentenza: «Una guerra lungo il confine Libano-Israele non sarebbe “contenibile”». Si chiama Amos Hochstein ed è l’«inviato di pace» americano appena arrivato in Libano. In realtà è molto di più: ha elaborato e dato corpo alle strategie Usa in Europa e Medio Oriente.

È stato lui che fece saltare il South Stream, il gasdotto tra Russia-Turchia-Italia che doveva aggirare l’Ucraina, a lui è ricorso Biden per chiudere il North Stream 2, la pipeline tra la Russia e la Germania. La vera causa del conflitto con Mosca. Washington si gioca ora in Medio Oriente la carta Hochstein – che nel 2022 ha mediato l’accordo tra Libano e Israele sui confini marittimi – per evitare un’altra guerra tra gli Hezbollah e gli israeliani in un mix esplosivo con il massacro in corso da mesi nella Striscia di Gaza.

Hochstein è un strana figura di mediatore che rivela le contraddizioni laceranti della politica estera americana, in bilico tra una diplomazia dai contorni ambigui e mosse destabilizzanti di portata devastante, oscillante tra la fedeltà agli interessi primari di Washington, quelli dello stato ebraico e soprattutto delle lobby affaristiche dove l’aspetto etnico passa ormai in secondo piano.

Hochstein un giorno è pompiere e un altro un piromane incendiario. Nasce in Israele il 4 gennaio 1973 da genitori con doppia cittadinanza israeliana e americana. Allevato nell’ebraismo ortodosso moderno, Hochstein trascorre infanzia e gioventù in Terra Santa, servendo persino nelle forze armate israeliane dal 1992 al 1995, per poi trasferirsi negli Stati Uniti.

Hochstein si forma nella pancia del Partito Democratico, per conto del quale viene assoldato come consigliere politico, poi si sposta nel privato, alla Cassidy & Associates dove Hochstein costruisce il suo curriculum: lobbismo per conto di grandi compagnie energetiche e intermediazione tra il governo degli Stati Uniti e le cancellerie straniere (è l’autore dell’accordo tra gli Usa con Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, dittatore della Guinea equatoriale e golpista di lungo corso).

Hochstein rientra in politica in coincidenza dell’entrata in scena di Barack Obama e dal 2011 si occupa dell’Ufficio risorse energetiche del dipartimento di stato diventando il consulente dell’allora vicepresidente Biden sullo spinoso dossier ucraino.
Hochstein così entra nel consiglio di supervisione del colosso energetico ucraino Naftogaz. E come tutti sanno il figlio di Biden, Hunter, è stato coinvolto in affari poco chiari nel settore del gas proprio in Ucraina.

Hochstein è lo stratega dell’attacco frontale ai progetti del Cremlino di trasportare il gas in Europa aggirando l’Ucraina. Per primo salta il South Stream, il gasdotto sviluppato congiuntamente da Eni (2 miliardi di commesse Saipem) con Gazprom, Edf e Wintershal. Il progetto è sostenuto dal governo Prodi (2007) e poi anche da Berlusconi che nel 2009 firma un accordo direttamente con Putin ma nel dicembre 2014 l’Eni, sotto la pressione americana per l’occupazione russa della Crimea, vende le sue quote a Gazprom e il gasdotto viene completato dopo un’intesa Putin-Erdogan.

Come “compensazione” Hochstein si è adopera in ogni modo per attivare il Tap, il gasdotto alternativo con l’Azerbaijan, maggiore fornitore di petrolio di Israele. Non è un caso che la Turchia e Israele, ma anche l’Italia, abbiamo sostenuto l’offensiva azera contro l’Armenia cristiana, alleata di Mosca, che nel settembre scorso pone fine all’entità autonoma nel Nagorno-Karabakh.

Nel 2021 Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, gli affida i negoziati con la Germania per congelare il gasdotto Nord Stream 2, ritenuto un’arma geopolitica del Cremlino da eliminare. Ma a differenza del South Stream, che anni prima era ancora a livello progettuale, il North Stream 2 era già stato completato. La fine è nota. Il cancelliere tedesco Scholz è convocato alla Casa Bianca l’8 febbraio 2022 e Biden proclama “Non ci sarà più un Nord Stream 2. Il 24 Putin invade l’Ucraina, dà il via al massacro e il gasdotto verrà poi fatto saltare, come ha riportato la stampa Usa, da un gruppo pro-Kiev.

E oggi Hochstein, un personaggio che sta a cavallo tra la diplomazia, il lobbysmo e l’agente provocatore, è colui che deve convincere Israele a non fare la guerra in Libano contro Hezbollah (almeno a parole). Come vedete siamo in buone mani

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Ultimi fuochi pre-elettorali in Abruzzo. Schlein con Bersani a Sulmona: «Qui si fa l’alternativa a Meloni». Il candidato D’Amico: «Non hanno fatto nulla e radicalizzano lo scontro». Il campo largo punta sull’effetto Todde, la destra lo teme: un’altra sconfitta dopo quella in Sardegna sarebbe un allarme rosso per il governo

ABRUZZO AL VOTO. Intervista a Luciano D’Amico, il candidato progressista alle elezioni regionali di domenica

 Luciano D’Amico

Luciano D’Amico, l’ormai celebre professore di economia che domenica potrebbe sconfiggere Giorgia Meloni nel feudo d’Abruzzo, arriva a Sulmona attorno alle sette di sera, dopo un’altra lunga giornata in giro per la sua regione. Ad aspettarlo una piazza affollata e calorosa, ma non è una novità: in queste ultime settimane, spiega «il clima è cambiato, l’elettorato progressista dopo la Sardegna ha capito che possiamo farcela anche qui». Prima di salire sul palco si ferma a parlare col manifesto.

Meloni martedì agli imprenditori di Teramo ha detto che se il governatore Marsilio non fosse riconfermato ci sarebbero «effetti devastanti» per l’Abruzzo.
A me pare una gigantesca minaccia. Marsilio insiste molto nel dire che lui è amico della premier, che loro sono una filiera e questo farà bene alla regione. A me pare una implicita accusa di scorrettezza a Meloni, come a dire che elargisce le risorse pubbliche in base al colore politico di chi governa i territori. Che per palazzo Chigi ci sono figli e figliastri, l’amichettismo elevato a regola di comportamento tra istituzioni. Mi rifiuto di credere che un premier si comporti così, al suo posto farei di tutto per scrollarmi di dosso questa immagine. Però non mi stupisce: in questi anni la destra si è mossa così in regione, nell’erogare i fondi ha privilegiato i comuni con governi politicamente omogenei.

Lei cosa direbbe al mondo delle imprese che teme che il rubinetto dei soldi si possa chiudere?
Che qui in Abruzzo c’è una classe imprenditoriale che ha dato vita nei decenni a un forte sviluppo, e dunque non hanno alcun bisogno delle benevolenza pelosa del governante di turno. E che non devono rinunciare alla loro libertà di pensiero: se i finanziamenti spettano all’Abruzzo arriveranno, non c’è spazio per ricatti

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A DUE VOCI . Suleiman e Elie, dalle armi a «Combatants for peace»

 Combatants for Peace

Abbiamo incontrato Suleiman Khatib e Elie Avidor, attivisti di “Combatants for Peace” che dal 7 al 10 marzo saranno in Italia, ospiti di “Circonomia” per partecipare al Festival della transizione ecologica che si terrà a Fano dal 7 al 10 marzo prossimi.

Raccontateci brevemente chi siete e come introdurre il lavoro di “Combatants for Peace” (CfP).

Suleiman Khatib: Sono nato e cresciuto nell’area di Gerusalemme, mi sono avvicinato alla politica quando avevo 15 anni prendendo parte all’Intifada. Ho passato più di 10 anni in carcere, ho studiato la storia e imparato a conoscere Ghandi e Mandela, a ragionare in modo diverso sul mondo e sui conflitti e a conoscere la forza della non violenza che da allora ho deciso di seguire come strategia per la liberazione dei nostri popoli. CfP è un movimento binazionale in cui palestinesi e israeliani collaborano per mettere fine all’occupazione e per pace e libertà per tutti. Il nostro lavoro si incentra anche sulle nostre storie personali. CfP è stato fondato da persone che hanno combattuto, vivendo sui loro corpi queste esperienze, che sanno che la guerra e la violenza non sono né la risposta né la soluzione.

Elie Avidor: Sono cresciuto a Haifa nei primi anni dalla fondazione di Israele, quando tutto ruotava intorno al “noi contro tutti”. Entrare nell’esercito era un fatto scontato. Nella guerra dello Yom Kippur ho combattuto sulle alture del Golan. Sono stato a lungo all’estero. Una volta tornato, ho saputo della cerimonia in cui famiglie israeliane e palestinesi nel giorno della commemorazione dei soldati caduti condividono il lutto per i caduti di entrambe le parti. Lì ho ascoltato storie di dolore, capendo che tutti soffriamo e che siamo parte di questo gioco. Ora passo la maggior parte del mio tempo aiutando i pastori palestinesi a difendersi dalle vessazioni dei coloni e dell’esercito. Stando insieme a loro, ascolto la loro narrazione e gli racconto della mia, parliamo invece di combattere.

Come siete riusciti ad affrontare il 7 ottobre e quello che è successo dopo?

S.K.: Ci aspettavamo una crisi. Abbiamo fatto del nostro meglio per tenere insieme la comunità mostrando empatia per la sofferenza delle persone da entrambe le parti. In periodi come questi, le persone in risposta al trauma ritornano alle loro rispettive tribù. Non siamo d’accordo su tutto, ma concordiamo sul fatto di continuare a parlarci. Non facciamo a gara tra chi soffre di più. Non vogliamo essere parte della macchina di disumanizzazione, ma di una soluzione che restituisca una dimensione umana alla sofferenza. La narrazione corrente è “noi o loro”. CfP è riuscito a mantenere la sua nuova narrazione “noi e loro insieme”. Non nascondiamo i nostri sentimenti né alle nostre comunità né tra noi. Io sono palestinese, c’è anche un palestinese di Gaza, questo non chiude il nostro cuore all’empatia per le vittime israeliane. Per noi l’occupazione non legittima nuocere a civili come è successo il 7 ottobre. E le atrocità commesse da Hamas non legittimano la reazione di Israele, gli attacchi aerei e quello che sta succedendo ora.

E.A.: In questi 17 anni le relazioni sono diventate così personali, forti e intime, da renderci resilienti. Abbiamo già vissuto guerre in passato. Questa volta è molto peggio di quanto sia mai stato. C’è anche chi trae vantaggio dalla guerra. Quello che vogliono i coloni è l’Armageddon, il giorno in riusciranno a scacciare tutti i palestinesi. Aspettavano solo il momento e ora pensano che sia arrivato. Nella settimana del 7 ottobre ho pensato che fosse ancora più importante essere presente nei territori occupati. La gente mi diceva che ero pazzo. 16 comunità hanno subito gravi violenze e, dove siamo presenti, riusciamo a evitare che siano cacciate dal loro territorio.
Cosa pensate delle proteste in corso in Israele? Cosa succede nei territori occupati?
E.A.: Prima della guerra c’erano manifestazioni contro le riforme che il governo tentava di fare, ma senza un nesso con l’occupazione. Noi insistevamo che era necessario perché l’occupazione è la causa di tutto il male: le pratiche che il governo porta avanti in Cisgiordania, di fatto sono state trasferite in Israele. Volevano trasformaci in una dittatura. All’inizio di questa guerra nessuno manifestava. Ora le manifestazioni sono riprese, molte sono per gli ostaggi. Noi continuiamo a scendere in piazza contro l’occupazione. Ultimamente la polizia è stata estremamente violenta. Non sappiamo dove andremo a finire, ma la gente è così arrabbiata che dovrà esserci un cambiamento. Facciamo manifestazioni in Israele e anche in Cisgiordania con i nostri amici palestinesi. Per loro i rischi sono enormi. Se li riprendono, per loro è finita. Non possono più avere permessi per andare a lavorare in Israele, ne verranno colpite le loro famiglie e chissà cos’altro li aspetta. Per quanto possiamo manifestare, abbiamo bisogno di aiuto dall’esterno.

S.K.: C’è un sistema che controlla la terra, dal fiume al mare governa la stessa mentalità, lo stesso sistema razzista e di apartheid. Viviamo nello stesso Paese con diversi diritti. A breve termine servono ovviamente gli aiuti umanitari, ma in prospettiva dobbiamo trovare un modo di vivere gli uni con gli altri. Dobbiamo continuare a portare speranza proponendo un modello alternativo alla radicalizzazione. Le persone che sono nate e che vivono all’interno di un conflitto non riescono a uscire da quella logica. Ora da entrambe le parti la leadership non è interessata alla pace, nella loro agenda politica c’è la guerra. Ma la mia speranza è che le persone escano fuori insieme e chiedano una soluzione politica. Guarda il Sudafrica o l’Irlanda. Anche lì la gente combatteva e ora sono al governo. Senza cambiamento politico, le cose possono andare fuori controllo come vediamo ora, il pericolo di una guerra regionale è alle porte e la dobbiamo prevenire perché le generazioni a venire abbiano un futuro

 

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La comunicazione di massa è un tema di conflitto: in gioco c’è la tenuta democratica del Paese. Ne parliamo con Vincenzo Vita, Articolo 21

Mercoledì 6 marzo, al Centro Congressi Frentani di Roma si terrà un incontro, organizzato da Cgil, Slc e Articolo 21, dal titolo “No signal. Al lavoro per una nuova società dell’informazione”. A partire dalle 9.30 sarà trasmesso in diretta su Collettiva. Lo scopo dell’iniziativa è netto e chiaro: dare un preciso messaggio, il tema dell'informazione è tema di conflitto, in gioco c’è la tenuta democratica dl Paese. Ne parliamo con Vincenzo Vita, un passato e un presente nel mondo dell’informazione e della comunicazione – è stato anche sottosegretario alle comunicazioni nel primo governo Prodi – oggi garante di Articolo 21.

 

Lo dicevi, stanno succedendo cose inaudite. Tra le cose inaudite, l'ultima in ordine di tempo è la messa sotto inchiesta dei tre colleghi del quotidiano Domani che hanno fatto semplicemente il proprio lavoro: hanno avuto delle informazioni, le hanno verificate, hanno controllato che fossero vere e le hanno pubblicate.

Il caso del Domani è un caso, purtroppo, di scuola. Nel senso che si incriminano dei giornalisti che fanno fino in fondo il proprio mestiere, anche sotto il profilo proprio deontologico. È questo il lavoro di un giornalista: quando viene a conoscenza di una notizia ha l'obbligo di parlarne, di scriverla, di dirla, tanto più quando una notizia ha un valore sociale va resa nota. Le eventuali implicazioni, ad esempio, tra un ministro e aziende non sono un segreto di Stato, sono una vicenda che riguarda l'opinione pubblica che deve sapere. Quei giornalisti del Domani, a cui va assolutamente la massima solidarietà, hanno fatto quello che è proprio dell'essenza del giornalismo.

C'è un altro giornalista che ha fatto fino in fondo al proprio mestiere e proprio per questa ragione rischia di rimanere in carcere per tutta la vita. Ovviamente mi riferisco ad Assange: rischia la vita ma in realtà dovrebbe essere considerato un maestro dei giornalisti e delle giornaliste del mondo.

Negli anni ‘60 e ‘70 Assange avrebbe avuto il premio Pulitzer: ha fatto né più né meno di quello che fece il Washington Post pubblicando i Pentagon Paper sulla guerra in Vietnam. L'ha fatto con tecnologie più evolute, certo, usando la crittografia e con tanti computer in giro per il mondo, invece del Pulitzer rischia la condanna a morte perché ha messo il naso nelle cose segrete delle guerre e chi mette il naso lì si scotta. Ma in gioco c’è, anche e forse soprattutto, il diritto dei cittadini e delle cittadine del mondo a sapere se le guerre che si sono combattute sono state dichiarate, tra l’altro, sulla base di una menzogna.

Così come è interesse dei cittadini e delle cittadine italiane sapere se il proprio ministro difende i cittadini e le cittadine italiane come da giuramento sulla Costituzione, o ha anche degli interessi, diciamo così, più privati.

Questo è il punto chiave: quando diciamo che la libertà di informazione, che l'articolo 21 della Costituzione è sotto botta, è attaccato, si sta ledendo pesantementel'autonomia dell'informazione. L’informazione, come la magistratura, sono contropoteri e in un momento in cui si tende addirittura al premierato. Vista la proposta Casellati in onore della Meloni, si potrebbe arrivare all'ipotetico referendum sulla riforma costituzionale a reti unificate. E forse questo è proprio uno degli obiettivi che si intendono raggiungere.

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Per il lavoro e la libertà di informazione

Un appuntamento per sottolineare il ruolo decisivo assunto dalle forme di comunicazione nell’attuale crisi democratica. In diretta il 6 marzo dalle ore 10

Per il lavoro e la libertà di informazione

Da qui l'attacco ai giornalisti e alle giornaliste, più in generale al mondo dell'informazione, che non si esplica solo con l'incriminazione dei colleghi di Domani. Sono sul tappeto una serie di norme volute dal governo che limitano il diritto all'informazione.

Sì, proprio recentemente è stata pubblicata in Gazzetta ufficiale la legge di delegazione europea con il cosiddetto emendamento Costa che vieta di pubblicare integralmente le ordinanze di custodia cautelare. Anche in qui siamo di fronte a un caso di scuola: le ordinanze cautelari sono per loro natura un atto pubblico perché la persona interessata, ma anche cittadini e cittadini, hanno il diritto di conoscere perché si procede a un fermo. E il sunto non sta in piedi: chi e con quale punto di vista fa il sunto di decine di pagine di ordinanza? Per vietarne la pubblicazione si usa a sproposito il diritto alla privacy dei comuni cittadini, ma è proprio la pubblicazione integrale che assicura trasparenza e quindi tutela i più fragili. In realtà il diritto alla privacy che si vuole tutelare è quello dei potenti. Ma la volontà di limitare l’informazione non finisce qui, c’è – ad esempio - il ricorso crescente alle querele temerarie. Solo Report ne ha ricevuto una montagna, in realtà si tratta di una vera e propria forma di censura. L'utilizzo della querela è utile non tanto sul piano penale visto che quasi mai si arriva a condanna, ma perché evocano il risarcimento in sede civile.  Si rischia di preferire – comprensibilmente, viste le condizione di precarietà assai diffusa nel mondo dell’informazione - di non rischiare.

Le querele temerarie diventano uno strumento per costringere all’autocensura i giornalisti?

Il tema dell’informazione deve essere coniugato con quello del lavoro. Il giornalismo è una delle professioni ad alto tasso di precarietà e anche di lavoro povero. Come è immaginabile che un collega si esponga a cuor leggero al rischio querela? La querela è una forma di censura e di autocensura. Uno schizzo autoritario.

E poi c’è il tema delle intercettazioni.

Sulle intercettazioni c'è molta cattiva propaganda. Anche in questo caso non riguardano le persone senza potere. Limitare o vietare le intercettazioni serve a tutelare chi ha potere, colpisce la libertà di conoscere. Del resto, domanda molto semplice, quando non esistevano le tecnologie di cui disponiamo oggi, per conoscere ci si avvaleva di cosiddetti informatori che riportavano agli inquirenti i “sentito dire. Le intercettazioni sono più garantiste, si ascoltano conversazioni reali e non riportate. È esattamente il contrario di quello che temono i falsi garantisti. È più garantista conoscere le intercettazioni piuttosto che basarsi sul sentito dire di vicini e conoscenti. In passato tante volte è stato negato il visto per gli stati Uniti, perché qualche voce ti descriveva come comunista.

Un altro capitolo in questa fase molto complessa riguarda ciò che accade dentro la Rai che, ricordo, è servizio pubblico.

Una grave manomissione della già debole normativa invecchiata e fragile è stata la legge del dicembre 2015 a cura di Matteo Renzi: nel trasferire il controllo sulla Rai dal Parlamento al governo, e introducendo la figura dell'amministratore delegato, ha reso possibile al governo attuale, alla Meloni, di fare la cavalcata nera che è in corso. Oggi assistiamo all’occupazione dell’azienda, che è cosa assai diversa dalla tanto vituperata lottizzazione che, magari in maniera maldestra, garantiva all’interno del perimetro Rai la rappresentazione dei rapporti di forza del sistema politico. Adesso è un'occupazione pure semplice.

Se tutte le cose che hai detto sono reali, il problema non riguarda solo e soltanto l'informazione, chi la fa e chi la dovrebbe fruire. L’equilibrio costituzionale del nostro Paese si fonda su pesi e contrappesi, informazione e magistratura sono i contrappesi del potere che rendono equilibrato il sistema. Cosa sta succedendo per davvero?

Sta succedendo quello che è già successo in Polonia, in Ungheria. Si sta cercando di affermare quella che i politologi chiamano ‘democratura’, una forma di autoritarismo che si libera dai contropoteri, li indebolisce, li attacca, li mette in un angolo. Riguarda la magistratura e riguarda, per l'appunto, l'informazione.

Cosa occorre fare per scongiurare questo disegno?

Far crescere forte la consapevolezza che l'informazione non è solamente un tema di convegni e seminari, ma è anche un tema di lotta. Questo lo scopo dell’iniziativa organizzata da Slc, Cgil e Articolo 21 mercoledì 6 marzo che Collettiva trasmetterà in diretta online a partire dalle 9.30. Pensiamo oggi sia inevitabile e doveroso considerare il campo dell'informazione, in generale la comunicazione di massa, un campo di grandi lotte, di grande conflitto. Senza conflitto non si va da nessuna parte. Conflitto che non riguarda solo giornalisti e giornaliste, ma tutto il lavoro nella società dell’informazione. Di più, è necessario sottolineare che questo è un cruciale capitolo del capitalismo attuale, quello delle piattaforme: che si avvale del segreto, del controllo delle fonti, per indebolire qualsiasi soggettività autonoma e indipendente. E sullo sfondo c’è, ovviamente, quella terza guerra mondiale a pezzi di cui parla Papa Francesco e che riguarda anche l'informazione. Sono più di 100 i giornalisti morti a Gaza. In gioco c’è la tenuta democratica del Paese. Spetta quindi a tutte e a tutti mobilitarsi e resistere.

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