Intervista. Parla Antonello Pasini, climatologo del Cnr. "Questi eventi saranno la norma". "Il fatto che la fonte del riscaldamento della temperatura globale è umana deve essere considerata una buona notizia, se fosse naturale non ci potremmo fare niente"
Dopo settimane di precipitazioni che avevano già saturato i suoli, circa 150 mm di pioggia in una giornata hanno innescato la piena. Un disastro la cui entità evoca scenari da Sud Est asiatico, quando invece ci troviamo in Germania. Un episodio dovuto alla persistenza per giorni sulla stessa area geografica di una specifica condizione metereologica, coerente con i cambiamenti climatici in corso e l’inadeguatezza dei territori verso fenomeni sempre più estremi. Antonello Pasini fisico climatologo del Cnr, insegna fisica del clima e sostenibilità ambientale.
Dal suo punto di vista di climatologo e studioso dei fenomeni atmosferici che cosa è successo in Germania tale da provocare un’alluvione di simile intensità e durata? Si tratta di qualcosa senza precedenti a quelle latitudini?
Innanzitutto eravamo reduci da un anticiclone che ha invaso il Nord Europa determinando una situazione in cui il mare era molto caldo, una problematica diventata abbastanza tipica con il riscaldamento globale che porta più energia in atmosfera e che ha di fatto esteso verso Nord una circolazione di tipo tropicale, quindi questi anticicloni ora riescono ad arrivare anche a latitudini elevate. In questo caso c’è stata quella che noi chiamiamo “goccia fredda”, una grande quantità di aria più fresca che è calata da Nord per controbilanciare l’aria calda proveniente da Sud, e che si è istallata sulla Germania. Inoltre noi a queste latitudini siamo abituati a vedere la circolazione atmosferica che va da ovest verso est, dei treni di onde in transito che portano a giorni di tempo buono, poi un po’ di variabilità, poi due giorni di tempo meno buono etc. Quanto accaduto in invece è dovuto a delle onde molto più lunghe che si innalzano dai poli verso l’equatore e viceversa; quando sono così lunghe le onde si fermano e fanno permanere sul territorio una situazione come questa anche per giorni. È quella che noi chiamiamo una situazione di “blocco” che può riguardare anche il fenomeno opposto, quello delle ondate di calore che sono molto forti e molto lunghe. Sicuramente al disastro avvenuto in Germania concorrono anche altri tipi di fattori, ma dal punto di vista climatico si è trattato di un fenomeno impressionante.
Il collegamento con il cambiamento climatico è ormai dato per certo, si tratta semmai di stabilire in che misura. Quali sono i segnali inequivocabili, se ci sono, della determinante antropica sulle condizioni del clima e le sue conseguenze?
La scienza del clima lavora in modo particolare. Noi analizziamo i fenomeni attraverso dei modelli metereologici e climatici con cui sostanzialmente ricostruiamo un evento. Una volta fatto ciò, cambiamo delle cose nel modello, per es. se stiamo studiando un evento caratterizzato da un’ondata di calore molto forte in aria o nel mare, riportiamo le temperature dell’acqua e dell’aria alle condizioni della normalità climatica, magari del secolo scorso. Il modello fatto “correre” alle nuove condizioni ci consente di capire se questo evento sarebbe avvenuto ugualmente, in che misura, con qual valori di precipitazione o calore dell’acqua. C’è un gruppo di ricercatori che si occupa di attribuzione degli eventi estremi al cambiamento climatico che ha già studiato l’ondata di calore avvenuta in Canada e con questo metodo hanno visto che è stata eccezionale ma che non sarebbe mai avvenuta in condizioni preindustriali: oggi invece è stata possibile e lo sarà anche in futuro se la temperatura continuerà a salire. Nel passato la frequenza di eventi di questo tipo si calcolava fosse di uno ogni 20.000 anni. Nelle condizioni attuali si calcola potrebbe avvenire ogni 400 anni. Ma se la temperatura aumenta di due o tre gradi, può succedere anche ogni 20 anni.
Quali sono le zone del pianeta più esposte? O che vedono incrementare maggiormente la percentuale di rischi legata ai cambiamenti del clima?
Il nostro bacino Mediterraneo è un luogo sensibile. Una volta era dominato dall’anticiclone delle Azzorre che lasciava passare le perturbazioni a nord e teneva fermo il caldo africano sull’Africa, ora l’arrivo di questi anticicloni africani e flussi di aria fredda che arrivano quando l’anticiclone si ritira, hanno determinato una indubbia estremizzazione del clima. Dopodiché i rischi che un territorio corre sono il risultato di un insieme di fattori. Nel libro L’equazione dei disastri. Cambiamenti climatici su territori fragili utilizzo appunto un’equazione per individuare i fattori che determinano i danni ambientali. C’è un fattore sicuramente climatico, ma poi bisogna guardare alla fragilità del territorio e della società, il livello di esposizione di risorse e persone. Chiaro che nel mondo, a parità di cambiamento climatico, l’impatto di un fenomeno estremo è maggiore laddove le condizioni di sicurezza sono inferiori, o il welfare è meno strutturato.
Della Germania colpisce l’entità del disastro in una zona i cui standard non la fanno ritenere fra le più fragili. Siamo a un punto di svolta? O comunque ci sono delle nuove fragilità da prendere maggiormente in considerazione?
Anche la Germania non è stata esente da errori come l’eccesso di cementificazione e di estrazione e la natura si riprende i suoi spazi. In questo caso si sono rotti degli argini e i fiumi sono esondati, quindi dei manufatti umani sono risultati non adeguati a quelli che sono i cambiamenti del clima e le sue conseguenze. Quando progettiamo e costruiamo un’opera evidentemente i calcoli che facciamo non possono più fare riferimento alle statistiche del passato, bisogna tenere conto degli scenari climatici futuri, legati a una situazione che evolve verso una deriva climatica.
Questi fenomeni eccezionali sono destinati a diventare la norma?
Purtroppo sì se non facciamo nulla per limitare l’aumento della temperatura globale. Quello che dico sempre è che il fatto che la fonte di questo riscaldamento è umana deve essere considerata una buona notizia, se fosse naturale non ci potremmo fare niente. Conosciamo le cause: aumento gas serra, deforestazione, agricoltura e allevamento non sostenibili, possiamo quindi fare qualcosa affinché gli effetti dannosi di queste attività vengano ridotti. Dal punto di vista di principio anche politicamente in Europa ci stiamo muovendo in un modo senza precedenti. L’influenza di determinate lobby è ancora forte e mette dei limiti a quella che deve essere una vera e propria transizione ecologica globale, non solo energetica.
Non c’erano notizie di interrogatori sin dal suo arresto, quando era stato interrogato per ore nella sede della National Security Agency. Le indagini sono tuttora in corso, per il portavoce di Amnesty International, Riccardo Noury, potrebbe semplicemente essere una mossa per giustificare la detenzione
La detenzione di Patrick Zaki è stata prorogata di altri 45 giorni, ma c’è una novità: la procura ieri ha deciso di interrogarlo. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, ha ricordato che non accadeva da molto tempo: «La coincidenza con la sessione di indagine e l’udienza potrebbe anche solo essere una mossa per giustificare il fatto che lo trattengono».
Sin dall’arresto di Patrick, il 7 febbraio del 2020, non c’erano notizie di interrogatori. All’epoca lo studente dell’università di Bologna di ritorno in Egitto era stato prelevato all’aeroporto e interrogato per diverse ore nella sede della National Security Agency. La pagina Facebook che hanno dedicato a Patrick i suoi amici ha commentato gli ultimi sviluppi: «I due aggiornamenti su Patrick Zaki – la proroga e l’interrogatorio – ci confondono ulteriormente, perché non sappiamo quale destino lo attenda nel prossimo futuro».
Nello specifico, riportano, la Corte d'Appello ha ordinato altri 45 giorni di detenzione preventiva, in attesa delle indagini, e martedì si è tenuta la sessione investigativa da parte della procura suprema di sicurezza dello Stato, una misura presa per la prima volta dalla prima settimana del suo arresto, nel febbraio 2020.
L'indagine è durata più di due ore, durante le quali Patrick «è stato interrogato nel dettaglio sulla natura del suo lavoro, sui suoi progetti di ricerca passati e sul suo background formativo». Gli amici e attivisti che sostengono Zaki hanno aggiunto: «Speriamo che le nuove misure non siano un'indicazione di sviluppi negativi, che renderebbero la sua vita ancora più difficile» e allo stesso tempo che «con la ripresa delle indagini, emerga presto la sua innocenza e che la falsificazione del verbale di arresto sia chiarita - continuano. La verità, concludono, «è che questi nuovi sviluppi potrebbero avere un impatto positivo o negativo sul caso».
Cuba. Il malessere dell’isola esprime la verità di una crisi drammatica. Anche Diaz-Canel lo riconosce. Il bloqueo Usa- che Sanders chiede venga tolto - è il problema, ma non è il solo
A Cuba l’emergenza è condizione di normalità. Le ragioni sono politiche ed economiche fin dal gennaio 1959, quando i barbudos fecero il loro ingresso a L’Avana. Ma negli ultimi due anni – causa Covid, rinnovata aggressività statunitense, blocco del turismo, impasse economici – la situazione è diventata ancora più difficile del normale.
Tanto da far prevedere che potessero verificarsi gli episodi di rivolta puntualmente accaduti domenica scorsa in varie città. Le difficoltà alimentari e nei servizi di prima necessità erano giunte al livello di guardia. L’umana sopportazione non può essere cancellata con un colpo di spugna dalla politica.
La vita è fatta di bisogni quotidiani essenziali, pure nel paese dove si produce l’unico vaccino anti-Covid in America latina. Da qui la spiegazione delle manifestazioni e delle proteste. Anzi, i cubani hanno dimostrato in passato il loro eroico spirito di sacrificio e di sopportazione: basti pensare agli anni Novanta del periodoespecial, quando L’Avana pagò un prezzo altissimo nella qualità della vita individuale e collettiva per la fine del «socialismo reale».
Quindi, il malessere della gente di Cuba – soprattutto dei giovani che ne costituiscono la maggioranza anagrafica – va guardato negli occhi, compreso per la verità che esprime. Le notizie sul primo morto a L’Avana in incidenti, quelle su molti arresti e atti di repressione che allarmano Amnesty international. non aiutano a dare risposta alla folla scesa in strada. Bisogna comprenderlo quel «perché». Non bisogna sottovalutarlo. E bisogna tenere aperto il dialogo con la grande massa della popolazione.
I problemi drammatici di Cuba li ha ammessi finanche il presidente Miguel Diaz-Canel nel suo intervento televisivo di lunedì sera, quando ha chiamato la popolazione a difendere la storia di Cuba. Diaz-Canel ha poi picchiato duro contro l’embargo statunitense in vigore dal 1962, accusando gli Stati Uniti di cogliere le difficoltà attuali dell’isola per fomentare e organizzare episodi di rivolta con l’obiettivo della destabilizzazione politica.
Chi segue le vicende cubane, sa che nelle parole del presidente cubano c’è molto di vero. Nell’era della presidenza di Donald Trump, le misure di blocco economico sono state in effetti esasperate intralciando ogni scambio economico internazionale con l’isola e perfino l’attività delle agenzie che fanno da tramite per le rimesse degli emigrati.
Tra le misure introdotte, ce n’è una particolarmente odiosa: chiedere il visto per andare negli Stati Uniti in visita famigliare è diventata una sorta di via crucis (va richiesto di persona in un terzo paese con un investimento economico che non ne garantisce l’ottenimento).
Finora la nuova presidenza di Joe Biden non ha invertito la rotta. Cuba, per la Casa Bianca, resta pure nell’elenco dei paesi terroristici come stabilito da Trump. Le relazioni tra Washington e l’Avana sono, in questo 2021, perciò inesistenti.
La visita di Barack Obama a Cuba del 2016 è un ricordo lontanissimo. In quell’occasione sembrò che le due sponde della Florida si fossero avvicinare per convivere in amicizia. L’orologio della storia ha invece ripreso a girare all’incontrario nel caso cubano. Tutto questo merita più informazione e condanna.
L’accanimento contro Cuba non può essere giustificato in nome della «democrazia». Sessant’anni di vicende controverse sono lì a dimostrarlo: l’embargo ha prodotto solo inasprimento di rapporti da una parte e giustificazioni per non cambiare dall’altra. Lo dice in queste ore a Washington il democratico Bernie Sanders, che ne chiede l’abolizione e raccomanda a Cuba di permettere libere manifestazioni di dissenso.
L’Avana in questi anni ha provato a cambiare con apertura all’economia mista e agli investimenti stranieri, superamento dell’ossificato modello d’importazione sovietica, una nuova e più moderna Costituzione, forme più partecipative socialmente, nuove relazioni internazionali con Unione europea e America latina, con una recente riforma economica che ha allargato i settori del lavoro privato e abolito l’uso di doppie monete all’interno, però Covid e non attenuazione della pressione statunitense si sono fatti sentire in modo acuto.
Su questa marcia di cambiamento – forse lenta ed insufficiente, questa è la parte non detta del discorso di Diaz-Canel – ha sempre pesato il macigno dell’embargo americano. Quel blocco va eliminato. Non ce n’è mai stato un altro nella storia contemporanea così crudele e prolungato.
Difficile fare previsioni sull’immediato futuro. Cuba ha dimostrato di avere più delle classiche sette vite dei gatti.
Mosca e Pechino hanno già messo l’altolà rispetto ad ingerenze da parte di Washington. L’Unione europea condanna la repressione, tuttavia può e deve operare mediazioni. Così il Vaticano. La maggioranza dei Paesi latinoamericani non chiede epiloghi violenti a L’Avana.
All’interno dell’isola è intanto ricomparso il «pensionato» Raúl Castro nei vertici di governo per fare il punto della situazione: lui può essere garanzia di pragmatismo da vecchia guardia. Certamente, Cuba è a uno dei bivi della sua storia.
* la foto ritrae una manifestazione a sostegno del governo che si è svolta l’11 luglio 2021 a L’Avana.
Migranti. In piazza Montecitorio manifestanti bendati
L’applauso più forte è per chi la Libia l’ha vista. «Raccoglievo pietre nel deserto che poi venivano usate per costruire edifici. Sono stato in prigione: mi picchiavano ogni giorno e mi facevano telefonare a casa per chiedere soldi – racconta Basquiat, del movimento rifugiati di Caserta – Se il governo italiano crede nei diritti umani metta fine a questi accordi».
Il ragazzo parla dopo il minuto in cui i manifestanti riuniti in piazza Montecitorio si schierano in file parallele di fronte al parlamento, si bendano gli occhi e rimangono muti. «Questo minuto di silenzio è per chi ha perso la vita in mare o nei centri di detenzione, ma anche per ricordare la codardia di chi domani voterà il rifinanziamento della missione», dice Giovanna Cavallo, del Forum per cambiare l’ordine delle cose. È una delle realtà promotrici di un appello a mobilitarsi sottoscritto da un centinaio di organizzazioni. In piazza si vedono grandi Ong e piccoli collettivi, parlamentari dissidenti, migranti, attivisti, volontari. Ci sono le bandiere di Emergency e Amnesty International, le «mani rosse antirazziste» e le magliette di chi solca il Mediterraneo a bordo delle navi umanitarie: Medici senza frontiere (Msf), Open Arms, Mediterranea, Sea-Watch, Sos Mediterranée. Sventolano i cartelli «Abolish Frontex» e «Niente accordi con la Libia».
Da queste parti la proposta del segretario del Partito Democratico Enrico Letta di trasferire l’addestramento dei libici all’Unione Europea non piace, tantomeno convince la possibilità di astensione del centro-sinistra che circola nel tardo pomeriggio. «Ci aspettavamo che il Pd desse seguito all’impegno che aveva preso su questa vicenda e segnasse una discontinuità coraggiosa», dice Filippo Miraglia dell’Arci. «Il problema non è quale soggetto ne addestra un altro a compiere reati, ma che non bisogna farlo. I libici catturano i migranti, li rinchiudono nei centri, utilizzano violenza. E tutto questo è illegale», afferma Claudia Lodesani, presidente di Msf Italia.
Il punto di vista di questa Ong è particolarmente interessante perché ha operatori sull’isola di Lampedusa, sulla nave Geo Barents nel Mediterraneo centrale (ora bloccata), in Libia e nei paesi di transito e origine dei migranti. Recentemente ha deciso di chiudere l’intervento in tre centri libici. «I livelli di violenza non erano più tollerabili. Il nostro unico obiettivo, con Unhcr e altre organizzazioni, è evacuare le persone. Nell’ultimo anno la situazione è peggiorata», spiega Lodesani. Eppure proprio un anno fa la maggioranza che allora sosteneva il secondo governo Conte si era fatta vanto dell’impegno, approvato insieme al rifinanziamento, di far garantire il rispetto dei diritti umani da parte della sedicente «guardia costiera libica» e poi nei luoghi di reclusione.
«È stato tutto detto ed è stato tutto visto. L’inferno che si patisce nei campi è ormai risaputo», dice Riccardo Magi (+Europa). Insieme al senatore del gruppo misto Gregorio De Falco insiste sulle recenti rivelazioni, o «confessioni», del ministro della difesa Lorenzo Guerini a proposito del ruolo proattivo che la nave della marina militare italiana di stanza nel porto di Tripoli gioca nelle intercettazioni dei migranti. «Stiamo autorizzando missioni che prevedono una nostra funzione operativa per azioni illegali dal punto di vista del diritto internazionale», dicono.
«Abbiamo sostenuto chi spara sui migranti e sui pescatori italiani. È necessario rivedere il finanziamento. Il parlamento, invece, sembra andare in automatico», sottolinea la deputata Pd Laura Boldrini. «Questa missione va semplicemente cancellata perché è contraria alla cultura migliore di questo paese, alla dignità politica del parlamento e al contenuto della Costituzione. È ora di mettere fine alla gestione emergenziale di un fenomeno strutturale come le migrazioni», afferma il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni.
Giustizia. Dai licenziamenti brutali all’attacco del reddito di cittadinanza, alla riforma della giustizia, le destre sociali e di governo mettono in campo le politiche padronali
«Governo dei padroni». Mi scuso per la rozzezza dell’espressione, che può apparire desueta e forse un po’ naif, ma non riesco a trovarne una migliore per sintetizzare la natura sociale (e morale) di questo governo che si annuncia «di tutti» e che in realtà è di uno solo, un banchiere.
Il quale a sua volta ha un unico indirizzo di riferimento: Viale dell’Astronomia 20, ovvero la sede di Confindustria, il regno di Carlo Bonomi, il quale fin dall’inizio, dal momento in cui si è conosciuto l’esito delle ultime elezioni politiche, non ha smesso di premere e brigare per sostituire alla volontà popolare i propri particolari desiderata di un governo amico. Di più: di un governo identificato pressoché senza residui con la propria visione del mondo e con i propri interessi. E alla fine c’è riuscito.
Esemplare – ripetiamolo! – e persino caricaturale, il caso dello sblocco anticipato dei licenziamenti, con quell’«obbedisco» pronunciato con disciplina pronta e assoluta dal Capo del governo nei confronti del Capo degli industriali che non tollerava dilazioni.
Gli effetti di quell’atto d’imperio che era in realtà gesto di sottomissione li misuriamo ora, in tutto il loro impatto sulle condizioni di vita dei lavoratori. I nuovi padroni della Gianetti Ruote di Ceriano Laghetto – il gruppo speculativo tedesco le cui linee guida sembrano tratte direttamente dal decalogo di Gekko, l’indimenticabile e mostruoso protagonista del film di Oliver Stone su Wall Street – non hanno aspettato più di 72 ore per far fuori i loro 152 dipendenti.
Li hanno seguiti a ruota quelli della Gnk di Campi Bisenzio, con i loro 422 agnelli sacrificali. In entrambi i casi con un brutale messaggio digitale – una mail in un caso, un whatsapp nell’altro: l’equivalente dell’ottocentesco licenziamento ad nutum, quando appunto bastava un cenno del capo del padrone per cacciare il dipendente.
Sono l’esempio della velocità e della estensione della regressione nei rapporti di lavoro che il modello di governance emerso in coda alla pandemia sta producendo, e che in Italia ha un profilo davvero esemplare nella materializzazione del potere del denaro in una sola persona.
Né vale l’argomento che siamo gli unici in Europa a chiedere quel blocco, dal momento che siamo anche quelli che mancano tuttora di efficaci ammortizzatori sociali, ed è stato imperdonabile togliere il blocco prima di metter mano alla riforma di questi.
D’altra parte non ci siamo dimenticati la risposta istintiva, quasi un riflesso pavloviano, che Draghi oppose alla timidissima proposta di tassazione delle successioni milionarie: quel «non è il momento di prendere, è il momento di dare» (possiamo immaginare alla piccola platea di super-ricchi che per lui sono «il mondo», dal momento che agli altri, tra rincaro delle bollette e prelievi sui salari, a prendere continua) che la dice lunga su quali siano le sue priorità sociali, anche al livello dell’inconscio.
E neanche abbiamo scordato il tormentone sul deficit «buono» e quello «cattivo», dove il secondo è la spesa in sussidi mentre il primo in investimenti, cioè in sostegno alle imprese mentre le persone possono tranquillamente affondare… È in fondo l’assioma di Flavio Briatore – «i poveri mangiano perché ci sono i ricchi» – solo per pudore riformulato in termini meno grezzi.
E sono sicuro che non passerà molto tempo e anche il reddito di cittadinanza finirà under attack – Renzi «terminator» si è già messo in moto -, cosicché anche questo strumento, sia pur mal congegnato e insufficiente, di contrasto alla povertà verrà liquidato o si tenterà di farlo. In questo caso quelle stentate briciole che riservava ai quasi 6 milioni di poveri assoluti saranno dirottate ai pochi che già hanno.
Nemmeno la cosiddetta «riforma della giustizia» si salva da questo segno brutalmente padronale. So bene che la vexata quaestio della prescrizione dal punto di vista strettamente giuridico – della «dottrina pura» del diritto direbbe Hans Kelsen – è intricata, e di non univoca soluzione, come ci ha spiegato Azzariti. Ma da un punto di vista più materialmente sociale (o sociologico) le cose mi sembrano terribilmente chiare.
Personalmente non riesco a non pensare che Berlusconi si è salvato da sei processi (tre per falso in bilancio, tre per corruzione) perché così ricco da pagarsi avvocati specializzati nell’arte della dilazione. E che grazie alla prescrizione si è salvato il barone Stephan Schmidheiny proprietario superstite di Eternit, di cui erano documentate le responsabilità per disastro ambientale, e dal cui business sono derivati più di 3000 morti per mesotelioma pleurico nella sola Casale Monferrato. Anche lui aveva un enorme capitale, guadagnato sulla pelle delle sue vittime, per comprarsi il tempo necessario a prescrivere i suoi reati.
Dicono le cronache che in aula tra il pubblico sedevano uomini e donne attaccati alla bombola d’ossigeno, ovvero alla fine della loro vita. E che il sostituto procuratore della Cassazione, a commento della sentenza, disse che a volte accade che «diritto e giustizia vadano da parti opposte».
Questo per dire quanto, in una società divisa da diseguaglianze abissali, sia moralmente assurdo e cconoscitivamente errato applicare criteri di eguaglianza formale, come non smettono di fare la ministra Cartabia e con lei chi su quel deficit mentale continua a fondare i propri privilegi.
E questo è e resta, con buona pace di chi fingendo di non saperlo continua a sostenerlo, il governo del privilegio.
Il ddl Zan divide la politica ma spacca anche il mondo cattolico, che non è quel blocco monolitico obbediente alle «note verbali» della Segreteria di Stato vaticana e agli appelli della presidenza della Conferenza episcopale italiana, ma una realtà decisamente più complessa e variegata, come ha illustrato anche un recente sondaggio Ipsos-Corriere della sera, secondo il quale tra i cattolici praticanti il 47% è favorevole al ddl Zan, il 29% contrario. Ha infatti superato le 1.100 firme la lettera aperta – nata fra i cattolici di base – inviata a senatori e senatrici che chiede di «approvare senza modifiche» il disegno di legge per la prevenzione e il contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità.
«Come cittadini, credenti lgbt e loro genitori, gruppi, associazioni cristiane e non, operatori pastorali che conoscono da vicino la condizione delle persone lgbt+ abbiamo deciso di lanciare un ultimo appello ai nostri rappresentanti in Senato per spiegare perché consideriamo importante approvare, senza modifiche, il ddl Zan», dicono gli attivisti di Progetto Gionata (www.gionata.org), portale web su fede e omosessualità, principale animatore dell’iniziativa. In poche ore hanno risposto all’appello 71 organizzazioni: il movimento Noi Siamo Chiesa, il Cipax, la parrocchia sant’Alberto di Trapani, l’agenzia di informazioni Adista, molte comunità cristiane di base, fra cui quella dell’Isolotto a Firenze e di San Paolo a Roma; nel mondo protestante la Federazione giovanile evangelica, la Federazione delle donne valdesi e metodiste, la Rete delle donne luterane. E oltre mille persone: qualche parroco, diversi preti, religiosi e religiose, alcune teologhe e teologi, pastore e pastori evangelici, tanti e tante credenti.
«In Italia dal 2013 ad oggi sono state registrate 1.285 vittime della violenza dell’omotransfobia, di cui 191 solo quest’anno – spiegano –. Siamo dell’opinione che la mancata approvazione del ddl, per queste persone e per la società italiana comporterebbe un danno maggiore rispetto agli eventuali inconvenienti, su cui si potrà intervenire in seguito, grazie ad un confronto schietto e fecondo».
Gli «inconvenienti» sono alcune formulazioni controverse e complesse previste dal ddl che tuttavia, secondo i firmatari della lettera, vanno mantenute, a cominciare dalla dicitura «identità di genere», perché «complessa è la realtà esistenziale che descrivono». Circa poi i rischi paventati dalle gerarchie ecclesiastiche che la legge possa limitare la libertà di espressione o imporre alle scuole una sorta di «dittatura ideologica», si tratta di falsi allarmi: «Riteniamo che l’articolo 4 offra a chiunque sufficienti garanzie, tra l’altro già assicurate dalla Costituzione», spiegano, e che nelle scuole si voglia promuovere non la fantomatica ideologia gender, ma «un’educazione al rispetto di ogni persona nella sua diversità affettiva e sessuale».