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Il vuoto affluente. Con l’«occasione» della pandemia proprio nulla dovrebbe tornare come prima, e il lavoro dovrebbe essere garantito e sottratto alle logiche del mercato

 

Con le finestre aperte nelle sere d’estate ecco che arriva l’urlo lancinante: «Chi ha fatto palo». Dunque torna la stagione fantozziana sospesa tra subalternità, disperante comicità della diffusa solitudine, il tutto dentro un vuoto affluente dove il «palo» altro non è che la realtà mancante, la rete segnata che non viene…ma basta il palo per entrare nella magnificenza della verità televisiva. Si dirà che il goal poi è arrivato e arriverà a soddisfare l’empito di massa. Ma il vuoto resta. È quello del presente e del futuro del Paese.

Dove, a pandemia non ancora finita, gli appetiti dei privati sulla sanità pubblica tornano all’arrembaggio; mentre dovrebbe esser chiaro una buona volta per tutte che siamo vivi e salvi solo perché nonostante tutto è rimasto in piedi, grazie a lotte dimenticate, il servizio sanitario pubblico; e invece nei sistemi sanitari differenziati, quelli regionali – il modello Lombardia p.s. -, è un corri corri a spartirsi l’immensa torta che si prepara. Dov’è il misfatto? Che i privati nella sanità esistono quasi esclusivamente solo grazie ai finanziamenti pubblici sottratti alla salute collettiva.

E il vuoto resta sulle condizioni di sfruttamento del lavoro. Nei quattro giorni seguenti alla firma dell’accordo sullo sblocco dei licenziamenti, con tanto di « avviso comune» e «raccomandazioni», due aziende, una di Assolombarda e l’altra una multinazionale, hanno licenziato via mail 150 persone nel primo caso, 422 nel secondo.

Confindustria licenzia appena può. Tanto la «penale» sarà il soccorso integrativo dello Stato. Ormai il salario dei lavoratori è di fatto pagato dalla collettività anche per sostenere – questo è il paradosso – l’esistenza della proprietà privata dei mezzi di produzione. Eppure in piena pandemia 20 milioni di persone hanno continuato a lavorare ogni giorno, in presenza e/o in telelavoro da più di un anno e mezzo. Meriterebbero riconoscimenti, invece sono minacciati dal «ritorno alla normalità», la nuova ideologia che sostiene gli interessi del finanz-capitalismo e che è il pane quotidiano dell’onnivoro governo di tutti, il governo Draghi, che rappresenta una rendita di posizione della destra: dalla residua Fi, alla sovranista Lega fino all’estrema destra di Fd’I che infatti fa – premiata – l’opposizione di sua maestà. E che dire della rendita di Matteo Renzi che,

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Firenze. La multinazionale inglese dà il benservito via mail alle 422 tute blu fiorentine di Campi Bisenzio. I sindacati: intervenga il governo

 

Licenziati in 422 con una mail arrivata sulla loro pec, meccanismo consentito dal jobs act, le operaie e gli operai della Gkn Driveline di Campi Bisenzio sono entrati comunque nello stabilimento di componentistica auto che i padroni inglesi di Melrose vogliono chiudere, e dal primo pomeriggio di ieri sono in assemblea permanente, prendendo la decisione di presidiare la fabbrica giorno e notte. Anche fuori dai cancelli è stato subito organizzato un presidio di solidarietà, sempre più partecipato via via che la notizia veniva data da radio e tv locali e rimbalzava sui social. Furibondi i sindacati, Fiom Cgil in testa, ed esterrefatto l’intero arco delle forze politiche toscane, da Potere al popolo e Rifondazione comunista, che hanno sempre seguito e appoggiato le vertenze delle combattive tute blu Gkn, a Sinistra italiana, 5 Stelle e Pd, fino a Lega e Fratelli d’Italia.

Gelata anche la Confindustria fiorentina, che di fronte alla procedura di licenziamento collettivo «aperta in totale autonomia da Gkn Driveline», spiega che «non aveva avuto alcuna informazione», prendendo le distanze dalle modalità utilizzate. Solo Carlo Bonomi, leader di Confindustria nazionale, l’ha presa larga, cercando di difendere l’ «avviso comune» sottoscritto con il governo e i sindacati confederali. «Chi vuole strumentalizzare questi argomenti vuole solo fare polemiche. L’avviso comune prevede una raccomandazione a usare tutti gli strumenti disponibili, e le aziende che stanno procedendo a chiusure potevano licenziare anche prima, perché la cessazione di attività era una delle clausole esimenti anche in presenza del blocco dei licenziamenti».

Come nel caso dei 152 lavoratori e lavoratrici della brianzola Gianetti, le tute blu della Gkn si sono trovati all’improvviso senza più un impiego, dopo aver regolarmente fatto il loro turno fino alla notte precedente. «Un comportamento vigliacco, senza rispetto per le persone e per il territorio – annota la solitamente moderata Fim Cisl – una modalità banditesca che condanniamo senza appello. Proprio questa mattina l’azienda aveva messo tutti i lavoratori in Par (permesso annuo retribuito) collettivo in vista del ferie estive, e in fabbrica non c’era nessuno. Da informazioni che abbiamo raccolto pare che l’azienda voglia delocalizzare, cosa che non ha nessuna logica visto che poco tempo fa sono stati effettuati importanti investimenti in macchinari e automatizzazione dello stabilimento».

Invece poco prima dell’alba sono stati portati via i server e i software necessari alla produzione di semiassi per diverse case automobilistiche tra cui Fca e Volkswagen, e al mattino i primi operai accorsi si sono trovati davanti non le abituali guardie giurate ma dei buttafuori, che comunque nulla hanno potuto di fronte a centinaia di lavoratori entrati comunque nella «loro» fabbrica. «Questa è come casa mia – ha spiegato una tuta blu davanti alle telecamere del Tg3 toscano – è da 27 anni che lavoro qui. E da qui non me ne vado». Dello stesso avviso i delegati sindacali della Fiom in fabbrica: «Non accetteremo licenziamenti – spiega Andrea Brunetti – né alcuna riduzione dei livelli occupazionali». «Siamo l’ennesimo caso di chiusura a tradimento – aggiunge Dario Salvetti – e ci chiediamo quanto dovranno andare avanti storie del genere».

I 41 sindaci della ex provincia di Firenze da oggi saranno a turno in presidio davanti ai cancelli, seguiti con ogni probabilità da quelli pratesi. «Il governo deve intervenire – osserva il presidente toscano Eugenio Giani – questo è un caso nazionale». Ma non sarà una vertenza facile: quando nel marzo 2018 il «buco» di 1,6 miliardi di euro accumulato da Gkn nel fondo pensionistico dei suoi dipendenti convinse gli azionisti ad accettare l’offerta da circa 9 miliardi del gruppo Melrose, specializzato nell’acquisizione e nel risanamento di aziende in difficoltà per poi rivenderle intere o a «spezzatino», intervenne il governo, preoccupato per il settore aerospazio di Gkn. Ma non per quello dell’automotive, tanto che lo scorso anno, in piena pandemia, Melrose a Birmingham ha mandato a casa 185 lavoratori su 600. Senza ricorrere agli ammortizzatori sociali, pur previsti dall’esecutivo inglese in casi del genere.

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La crisi dei 5 Stelle. Il Movimento vive ancora nell’equivoco che “i nostri valori” riguardino solo la moralizzazione della politica e il funzionamento del Movimento e del Parlamento. Ma poi? Un progetto di società per il 2050 non s’intravede

 

In questi giorni sembra proprio che lo scopo del Movimento 5 stelle sia il Movimento 5 stelle. Protagonisti e commentatori parlano del maggiore partito come se fosse una squadra di calcio. Occupandosi solo – in metafora – di allenatori, giocatori, regolamenti, e di chi sta con chi. Ma nessuno si chiede: qual è lo scopo del Movimento?
Il Movimento vive ancora nell’equivoco che “i nostri valori” riguardino solo la moralizzazione della politica e il funzionamento del Movimento e del Parlamento. Ma poi? Un progetto di società per il 2050 non s’intravede. A meno che l’obiettivo di un mondo più equo e sostenibile si esaurisca nelle votazioni degli user in internet (“democrazia diretta”), nella riduzione dei “costi della politica” e degli stipendi, delle pensioni, delle “poltrone” dei parlamentari, e in un sussidio a una piccola parte delle decine di milioni di impoveriti e poveri nel nostro paese (“reddito di cittadinanza”). Fin dall’inizio il dibattito delle idee e “le correnti” furono proscritti, a favore della “corrente continua” della centrale.

Ma se ogni testa 5 stelle è una corrente, l’attuale cortocircuito era inevitabile.
I più di 300 eletti fuoriusciti dal Movimento sono andati in tutte le direzioni, in mancanza di visioni comuni per tenere insieme almeno alcuni di loro. Questa è la conseguenza dell’essersi richiamati indifferentemente ad Almirante e a Berlinguer, all’anatema contro i partiti e all’alleanza con quasi tutti i partiti, ai gilet gialli e a Mattarella, all’uscita dall’euro e a Mario Draghi, alla devozione alla natura e al proselitismo tecnologico per la digitalizzazione di ogni aspetto della vita, alle tecnologie dolci e alla fissione e fusione nucleare.

La politica è confronto e contesa. Ma in cosa divergono le visioni di Conte e di Grillo? Di Conte non sono note esternazioni programmatiche degli ultimi anni o decenni. Un indizio sarebbe la sua Carta dei principi e dei valori del Movimento, finora sconosciuta.
Di Grillo si conosco trent’anni di scalmanata critica ecologica, economica e sociale. E inoltre la dimenticata sua “magna carta” del Movimento (“Perché non voto”, 11 aprile 2008, Internazionale).

In essa Grillo mira per il 2050 al dimezzamento dell’uso di energia primaria da 4000 a 2000 watt pro capite, dell’uso di materiali (da 40 a 30 tonnellate pro capite per anno) e delle ore di lavoro remunerato da 40 a 20 ore per settimana, ossia 30 000 ore in una vita.
Tutti si occupano dello Statuto ma si disinteressano alla Carta dei principi e dei valori. Eppure, mai come oggi occorre prendere posizione sulle due questioni divisive del secolo: la responsabilità ecologica e la giustizia distributiva. La ragione ecologica ci dice che nell’epoca dell’Antropocene l’umanità, anzi, la sua parte più ricca, deve moderare le sue attività per poter rimanere in uno “spazio ecologico sicuro” all’interno dei “confini planetari” ecologici.
Occorre quindi ridimensionare il tenore materiale di vita dei più benestanti, e migliorare quello degli altri abitanti della Terra. Occorre la sostituzione delle tecnologie non sostenibili e – ove possibile – un ricorso alla natura, alle soluzioni semplici e alle persone, invece che a tecnologie mirabolanti.
Occorre superare il dominio dell’economia sulla politica e l’imperativo della crescita economica nei paesi ricchi. E occorre soprattutto una cambiamento della gerarchia dei valori tra vivere, lavorare, produrre e consumare.

Da mezzo secolo sappiamo come sventare il tracollo ecologico. Eppure abbiamo tergiversato.
È per recuperare il mezzo secolo perduto che ora occorre una accelerata transizione ecologica, invece di un’impossibile “crescita green” o di un’arcadica “maggiore attenzione per l’ambiente”. Con le parole di Papa Francesco, urgono una “conversione ecologica” e “una certa decrescita in alcune parti del mondo perché si possa crescere in modo sano in altre parti” (Laudato si’, 193).

Le diseguaglianze sociali sono l’altra cruciale e divisiva questione del secolo. In quasi tutti i paesi c’è stato per quarant’anni un accumulo di ricchezza al vertice della piramide, a scapito di un impoverimento e precarizzazione delle classi medie e della miseria degli emarginati. Il progresso tecnico ha creato più ricchezza di quella necessaria ad abolire davvero la povertà. Ma lo scandalo della povertà non si può affrontare senza affrontare lo scandalo della ricchezza. Per questo occorrono riforme fiscali di forte progressività, come raccomanda Thomas Piketty.

Se volessero davvero essere “il partito del 2050”, i 5 stelle dovrebbe tenere un discorso pubblico e impegnarsi sulle due brucianti e divisive sfide del secolo: l’ecologia e la giustizia sociale.
Ben vengano allora le discussioni, le contese ideali, anche le correnti e le scissioni, se necessario. Ma che siano sulla politica del nostro grande mondo là fuori, non sui regolamenti del loro piccolo mondo là dentro.

* Marco Morosini lavora dal 1992 con Beppe Grillo. Nel 2020 ha pubblicato il libro “Snaturati – La vera storia dei 5 stelle raccontata da uno dei padri” con prefazione di Michele Serra (marcomorosini.eu/libri/snaturati2020).

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Altro che boom. Le migliori previsioni si fondano sull’efficacia dell’intervento pubblico e non tanto sulla sbandierata capacità imprenditoriale privata

Carlo Bonomi, presidente di Confindustria  © Lapresse

Le dichiarazioni fatte ieri mattina da Bruxelles dal commissario all’economia dell’Unione europea Paolo Gentiloni sono state assunte come un manifesto dell’ottimismo sulla ripresa economica del nostro paese. In realtà la sua valutazione su un «rimbalzo» del Pil del 5% a fine anno non sono diverse da quelle già fornite da Istat e Bankitalia. Si tratta di previsioni superiori a quelle della media europea, ove si prevede una crescita del 4,8% a fine anno, mentre sono uguali per il 2022 e peggiori per l’anno successivo. La stima di Bankitalia per il triennio 2021-23 è fortemente legata al successo del Pnrr, i cui effetti dovrebbero garantire almeno 2 punti percentuali, ovvero la metà della crescita prevista. Ma tutto ciò – si avverte prudentemente da palazzo Koch – se non ci saranno ritardi nell’implementazione dei progetti del Pnrr e degli investimenti pubblici.

E già qui l’ottimismo corre su un terreno assai più sdrucciolevole viste le nostre debolezze strutturali. Nello stesso tempo è bene sottolineare come le migliori previsioni si fondano sull’efficacia dell’intervento pubblico e non tanto sulla sbandierata capacità imprenditoriale privata, contraddetta dal calo degli investimenti in particolare tra il 2008 e il 2019. Ma sempre nella giornata di ieri l’Ocse rendeva nota una fotografia sull’occupazione nel nostro paese dai colori assai più bigi. Se il tasso di disoccupazione è aumentato dal 9,5% della fine del 2019 al 10,5% nel maggio del 2021, quello giovanile è balzato dal 28,7% al 33,8% rilevato nel gennaio di quest’anno ed è rimasto su questi valori fino alla primavera.

Mentre a livello Ocse il tasso di disoccupazione giovanile si è attestato nell’aprile 2021 al 15%. Il differenziale è enorme. Contemporaneamente è cresciuto nel nostro paese il telelavoro, dal 5% al 40% degli occupati. L’Ocse afferma che ciò ha permesso in parte di contrastare gli effetti negativi della pandemia, ma «ha anche generato tensioni sul fronte dell’equilibrio fra vita privata e lavorativa» ed ha aumentato «disparità tra i lavoratori» a detrimento delle qualifiche più basse. E se le cose non sono andate peggio, aggiunge l’Ocse, è dovuto all’intervento della Cassa integrazione, che in futuro andrà usata in modo ancora più estensivo, specialmente «con la progressiva riduzione del blocco dei licenziamenti a partire dal mese di luglio 2021». In ogni caso i livelli occupazionali pre-pandemia non saranno raggiunti neppure alla fine del 2022.

Se mettiamo a confronto l’ottimismo sulla ripresa e il realismo sui livelli occupazionali emerge un quadro temuto, anche se prevedibile date le premesse, quello di una ripresa (o rimbalzo) jobless, nel quale la riduzione consistente dell’occupazione viene data per scontata.

A questa si aggiunge un quadro retributivo miserabile. Se ci confrontiamo con altri paesi europei – ce lo dice lo stesso studio Ambrosetti, quelli di Cernobbio per intenderci – i salari medi in Germania sono cresciuti del 18,4% tra il 2000 e il 2019, in Francia del 21,4%, in Italia non si sono quasi mossi (+3,1%). Non stupisce la crescita delle famiglie in povertà assoluta anche di chi lavora. Del resto, rispondendo a una domanda di un giornalista, ieri Gentiloni ha affermato di non avere ancora quantificato nelle previsioni economiche gli effetti dell’avviso sui licenziamenti, che comunque considera non come la continuazione di un blocco ma come «parte delle politiche che incoraggiamo a livello europeo di un ritiro selettivo graduale delle misure di sostegno».

Più o meno il contrario di quanto sempre ieri ha raccomandato Mathias Cormann, segretario generale Ocse, per il quale «un ritiro prematuro degli aiuti metterebbe in pericolo la ripresa economica». Da questo quadro emerge che le classi dirigenti europee – fra cui la nostra a pieno titolo, vista anche la presenza di Draghi sulla plancia di comando – si apprestano a sfruttare la crisi e l’utilizzo delle innovazioni tecnologiche promosse attraverso il flusso dei finanziamenti europei per una ristrutturazione organica del sistema produttivo a scapito della componente lavoro.

Più che difficile appare quindi impossibile rilanciare i fasti della concertazione, che lo stesso Pierre Carniti, che ne era stato propugnatore, sottopose poi a dura critica visti gli effetti. Ma il nuovo segretario della Cisl, Luigi Sbarra, in un’intervista al Sole 24 Ore si spinge ben oltre, sostenendo che «capitale e lavoro devono marciare insieme»; l’avviso sui licenziamenti sarebbe la premessa di un fronte comune con Confindustria; vanno rimosse le rigidità della legge sulle causali per le proroghe dei contratti a termine e in somministrazione perché la contrattazione, particolarmente se decentrata, garantirebbe meglio le richieste di flessibilità delle aziende, essendo più adattiva «rispetto a qualunque norma di legge». Va da sé: con finanziamenti pubblici.

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Degenerati. La Lega prova a riscrivere la legge cancellando l’identità di genere Il Pd giudica la proposta « irricevibile». Ma i renziani apprezzano

 Il ddl Zan sarà discusso dal Senato il 13 luglio come chiesto da Pd, M5S, LeU e Autonomie. A deciderlo è stata ieri l’aula dopo che due riunioni dei capigruppo della maggioranza in commissione Giustizia sono servite solo a sancire l’impossibilità di raggiungere un’intesa. D’accordo a discutere la legge contro l’omotransfobia la prossima settimana anche Italia viva, nonostante il partito di Renzi abbia cercato fino all’ultimo una mediazione con la Lega. «Calendarizzato il ddl Zan. Quindi vuol dire che i voti ci sono. Allora, in trasparenza e assumendosi ognuno le sue responsabilità, andiamo avanti e approviamolo», ha scritto su Twitter Enrico Letta.

La sfida tra il segretario del Pd e Matteo Renzi e Matteo Salvini passa adesso all’aula del Senato ma è escluso che nella settimana che divide i contendenti dall’esito finale di uno scontro che va avanti ormai da mesi i toni saranno meno accesi. Anche perché, dopo aver invitato tutti i gruppi alla ricerca di una mediazione che salvasse, a suo dire, il ddl Zan, il leghista Andrea Ostellari, presidente della commissione Giustizia dove il ddl è impantanato, ieri mattina si è presentato alla riunione dei capigruppo con una sintesi delle proposte avanzate da centrodestra e da Italia viva che in realtà era più una riscrittura della legge che altro. Previste modifiche agli articoli 1, 2, 3, 4 e 7 ma soprattutto dal testo scompariva

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