Opinioni Alimentiamo da molti anni un meccanismo di corruzione che prevede da Italia ed Europa ingenti somme di denaro ai libici in cambio della repressione violenta dei flussi migratori
Silvio Berlusconi e Gheddafi nel 2009 – Ansa
Altro che piano Mattei per l’Africa. Il caso Almasry è l’esemplificazione che l’Italia in Libia persegue più che roboanti piani di sviluppo (per lo più fumosi, tranne che nel campo energetico) logiche repressive e tribali. E lo fa anche in maniera assai goffa. Come del resto era prevedibile vista la nostra disastrosa politica nella ex colonia che in questi anni abbiamo perso almeno due volte.
LA PRIMA FU quando nel 2011 venne abbattuto – con Francia, Gran Bretagna, Usa, Nato e la nostra attiva partecipazione militare – il regime di Gheddafi che solo mesi prima, nell’agosto 2010, accoglievamo a Roma come un trionfatore. Il governo Berlusconi, così amico di Gheddafi, era sotto pressione e alla fine lasciò la decisione di intervenire all’allora presidente della repubblica Giorgio Napolitano.
La seconda avvenne nel 2019: il governo di Sarraj, insediato proprio con l’aiuto italiano, fu abbandonato al suo destino, pur essendo riconosciuto dall’Onu, contro l’avanzata del generale di Bengasi Khalifa Haftar, alleato di Mosca, dell’Egitto, degli Emirati e corteggiato anche da Parigi. Sarraj fu salvato dall’intervento militare della Turchia di Erdogan che da quell’epoca è il vero “stratega” della Tripolitania e ora, con la caduta di Assad in Siria, rafforza il suo “asse” mediterraneo.
ADESSO, per la terza volta, l’Italia scivola pesantemente in Libia riconsegnando un criminale ricercato dalla corte penale internazionale dell’Aja che avevamo appena arrestato a Torino e poi abbiamo rilasciato con un cavillo e il silenzio farisaico del ministro della Giustizia. Ma non ci siamo limitati a questo: lo abbiamo riportato in patria facendo una figuraccia. Osama al Najem, (nome vero di Almasry), capo delle forze della polizia giudiziaria libica, è stato accolto all’aeroporto internazionale di Mitiga, a Tripoli, come un eroe. Le immagini mostrano il generale scendere da un aereo che appartiene alla flotta di stato italiana.
LE AUTORITÀ ITALIANE non hanno avuto neppure l’accortezza di programmare un volo notturno di rimpatrio per evitare almeno la beffa. A ricevere il generale sulla pista c’era il comandante salafita Abdul Rauf Kara, leader della potente Forza di deterrenza speciale (Rada), un gruppo armato libico attivo “per la lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata” (ovviamente sulla carta). Diversi video sui social media libici documentano il ritorno trionfale del generale di brigata, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e gravi violazioni dei diritti umani, tra cui torture fisiche e psicologiche e morti sospette mai chiarite. In questi video la colonna sonora sono gli slogan (a volte indistinguibili) contro l’Italia.
Questa vicenda, di cui ci chiede ragione la Corte penale dell’Aja – costituita proprio a Roma nel 1998 – rivela l’insipienza di una classe politica indifferente alle stesse istituzioni di cui fa parte. Ma tutto ha origine dai rapporti, sempre avvolti da ombre, tra l’Italia e la Libia. Dai tempi di Gheddafi i governi italiani hanno mantenuto relazioni ambigue con Tripoli pur di salvare gli interessi energetici dell’Eni e il gasdotto Greenstream, una sorte di cordone ombelicale tra le due sponde del Mediterraneo. Andreotti e Craxi sono intervenuti più volte per salvare il Colonnello da tentativi di golpe o dai raid americani di Reagan. Gheddafi era diventato persino azionista della Fiat e poi anche di banche italiane. Ancora oggi società e banche italiane (Unicredit, Eni ed Mps) sono socie della Libyan Foreign Bank, la banca offshore specializzata in esportazioni di petrolio dalla Libia. I regimi passano, gli interessi restano.
MA IL COLONNELLO libico era anche il “nostro guardiano” in Africa, il controllore dei flussi migratori e il carceriere dei migranti. Lo stessa cosa l’Italia ha provato a fare dopo la caduta di Gheddafi in un Paese precipitato nella guerra civile e nell’anarchia. E i rapporti si fanno ancora più torbidi perché comincia il “sistema libico”. Abbiamo anche una data di inizio: il 31 marzo 2017, quando a Roma il ministro degli interni del governo Gentiloni, Marco Minniti, firma un accordo con un rappresentante del governo di Tripoli e circa 60 capi delle tribù per contenere i flussi migratori a sud (confine con Algeria, Niger e Ciad), mentre a nord viene insediata la guardia costiera contro gli scafisti, grazie alle motovedette pagate dall’Italia. Un reportage del New York Times dell’epoca mostrò come le operazioni della guardia costiera libica rappresentassero una grave violazione dei diritti umani dei migranti, molti dei quali morirono in mare proprio per colpa della guardia costiera libica. In realtà anche la guardia costiera è coinvolta nel traffico di esseri umani, così come le tribù e vari ministri libici.
Ammantato e imbellettato da accordi internazionali che dovrebbero fornire una copertura di legalità, il sistema libico consiste in un meccanismo di corruzione che prevede il versamento ai libici di somme di denaro da parte dell’Italia e dell’Europa in cambio della repressione violenta dei flussi migratori. Il generale Alsmary fa parte a pieno titolo di questo sistema. L’uomo è noto come il torturatore dei migranti e il capo del carcere di Mitiga, dove ha costruito la sua fama con un regime del terrore fatto di abusi, stupri e omicidi. È chiaro che il generale è una presenza imbarazzante: in un eventuale processo all’Aja Almasry potrebbe rivelare verità assai scomode e complicità indicibili, mettendo in discussione le politiche migratorie di molti Paesi. Meglio liberarsene anche a costo di una figuraccia.
Commenta (0 Commenti)America oggi Il Trump che interviene a Davos è disposto a tutto, il deficit impone una forte accelerazione alla sua offensiva domestica e internazionale. E Meloni sta con lui
Gli applausi e l’antipatica simpatia della sala. L’untuosa captatio benevolentiae dei suoi interlocutori che fanno finta di intervistarlo. Il suo discorso, che gli esperti di marketing politico definirebbero uno stump speech, cioè il testo, sempre quello, la litania che si recita pedissequamente, ripetutamente, in campagna elettorale. La sua permanente campagna elettorale. Il solito Trump, come nelle passate performance a Davos. Il solito parterre di super potenti, l’ambiente che gli è più congeniale. Solo che questa volta non è il Trump del primo mandato.
È il presidente che sbruffoneggia sul successo senza precedenti – davvero? – della sua elezione e che ostenta sicurezza e potere e un grande desiderio di usarlo come vuole e contro chi vuole, a cominciare dal suo predecessore, per poi arrivare al suo nemico numero uno: l’Europa.
In un’intervista a Fox News, prima di collegarsi con Davos, si dice «triste nei confronti di Biden che non ha chiesto la grazia per se stesso» e non esclude «un’indagine nei suoi confronti», e poi, in remoto con il club svizzero, lo mette sulla graticola, per la gioia dei ricchi e potenti in platea, definendo la sua amministrazione «un gruppo di gente totalmente inetta». Si divertono, i papaveri di Davos, il pollice verso di fronte alla spettacolo gladiatorio di un presidente che si accinge a dare letteralmente il colpo di grazia al suo predecessore, uno spettacolo barbarico che dà la misura di una crisi seria ai massimi vertici della tuttora prima potenza mondiale.
La crisi americana è squadernata di fronte al mondo, a cui si chiede, si pretende, di porre rimedio. La tracotanza dell’insediamento nella Rotunda di Capitol Hill, rivolta ai nemici interni sconfitti, è ripetuta pari pari di fronte alla platea mondiale. Se l’idea è quella d’investire in America, come invita perentoriamente a fare, non è che sia il posto più affidabile del mondo, vista la guerra civile che lo stesso Trump racconta, ancora in corso, con nemici da catturare e spedire in prigione.
La voce lamentosa e fastidiosamente piatta è quella ormai entrata nelle orecchie di tutti, di chi fa la vittima per poi promettere vendetta. La parola ricorrente è unfair.
Indebitata fino al collo, perché – dice – pessimamente gestita dopo la sua defenestrazione, perché è un colabrodo con l’immigrazione, perché asservita ai dogmi green, l’America ha un trattamento sleale, unfair, da parte dei partner commerciali, Cina e paesi asiatici, ma soprattutto gli ingrati alleati, europei. «La Ue ci tratta in modo sleale, con grandi tasse, molto sostanziali. Gli europei non prendono le nostre auto. Mettono dazi su cose che vogliamo fare: dazi non monetari, ma poi si aspettano di vendere le loro merci nel nostro Paese e hanno un attivo commerciale con noi di centinaia di miliardi di dollari».
Trump ce l’ha proprio con l’Europa, ancor più che con la Cina. Con Xi Jinping, gli affari si possono fare: Tik Tok insegna. Per non dire del principe saudita, Mohammed bin Salman, il primo leader al telefono dopo la sua elezione, che gli promette 600 miliardi di dollari di investimento negli Stati uniti nei prossimi quattro anni. L’Europa? Incarna tutto ciò che il trumpismo detesta. Le regole, innanzitutto. «Ho molti amici in Europa, so che sono frustrati perché ci vuole molto tempo per approvare leggi e regolamenti».
Lo scontro era nell’aria, la guerra delle tariffe partirà immediatamente, se l’Europa non seguirà l’esempio del saudita e di Xi. A Bruxelles, le onde telluriche non scuotono solo i palazzi della Ue, ma anche il quartier generale della Nato. Il Trump che interviene a Davos è disposto a tutto, il deficit impone una forte accelerazione alla sua offensiva domestica e internazionale, se no la sua folle politica susciterà presto vere e proprie rivolte in casa, semplicemente aggravando ulteriormente il quadro economico e sociale.
In retrospettiva la presenza di Giorgia Meloni alla cerimonia di insediamento di Trump, i suoi applausi a dir poco irrituali al discorso del neopresidente, rende ancor più evidente, alla luce dell’intervento ascoltato a Davos, la lacerazione che ha già prodotto nel Vecchio continente il ritorno del tycoon alla Casa Bianca. L’Italia degli eredi del fascismo è di nuovo il paese del voltafaccia, dell’opportunismo di chi molla gli alleati per salire sul carro del vincitore. Con lei tutta l’accozzaglia dei sovranisti pronti a vendere la sovranità europea, ma anche quella dei propri paesi, a un personaggio che detesta l’Europa, la cultura europea, e considera il Vecchio continente alla stregua della Groenlandia, da annettere pezzo a pezzo.
Eppure proprio questa arroganza potrebbe l’effetto benefico di ridare ossigeno a quel che è ancora vivo dell’europeismo. La sua resilienza, nonostante le Meloni, gli Órban e le Le Pen, ha ancora qualche carta da giocare.
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Riforme Non ammettendo la consultazione, la Corte costituzionale ha rovesciato la decisione sulla sopravvivenza del quesito che compete alla corte di Cassazione. Al tempo stesso però ha certificato che il disegno di regionalismo differenziato portato avanti dal governo è fallito. Un’indicazione per la politica
Un momento del deposito firme per i quesiti referendari presso la Corte di Cassazione di Roma foto Cgil Nazionale
Dal punto di vista giuridico, sorprendono, stando ai virgolettati riportati sui giornali, le parole pronunciate dal neopresidente della Corte costituzionale durante la conferenza stampa del 21 gennaio. Spiegando le ragioni della bocciatura del referendum contro la legge sull’autonomia regionale differenziata (legge Calderoli), il presidente Amoroso avrebbe detto che «la decisione della Corte sulla non ammissibilità del referendum si riferiva alla non chiarezza del quesito, perché l’oggetto del quesito (la legge Calderoli, ndr) è oramai ridimensionato» per via della sentenza dello scorso anno che ne ha sancita la parziale, benché amplissima, incostituzionalità, sicché «ciò che residuava era difficilmente comprensibile dall’elettore».
È difficile nascondere la sensazione di disagio suscitata da tali parole. La decisione circa la idoneità della legge Calderoli a rimanere sottoposta a referendum dopo il suo parziale annullamento da parte della Corte costituzionale spettava, infatti, alla sola Corte di Cassazione, la cui valutazione a favore della idoneità non è suscettibile di revisione da parte della Corte costituzionale.
Quest’ultima avrebbe dovuto limitarsi a valutare il rispetto dei limiti alle iniziative referendarie previsti dall’articolo 75 della Costituzione (esclusione delle leggi di bilancio e tributarie, di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali, di amnistia e indulto) e dalla sua stessa giurisprudenza (a partire dalla sentenza 16 del 1978, che esclude altresì i quesiti referendari disomogenei o vertenti su leggi costituzionalmente necessarie o a contenuto vincolato). Invece, a quanto pare, il referendum sarebbe stato ritenuto non ammissibile proprio per via del parziale annullamento della legge, operando un irrituale rovesciamento della precedente decisione della Cassazione.
Altrettanto sorprendente è leggere che, con il referendum, «i cittadini sarebbero stati chiamati a votare sull’articolo 116 comma terzo della Costituzione, e cioè sul principio dell’autonomia differenziata, ma questo è contro la Costituzione». Non è così. La Costituzione attribuisce alle regioni la possibilità di chiedere l’autonomia differenziata, ma la decisione se accogliere la richiesta è rimessa allo Stato. L’autonomia differenziata non è un diritto, è una facoltà che lo Stato può decidere di attivare o di non attivare. Dunque, decidere di eliminare la legge Calderoli, in quanto volta ad agevolare l’esercizio di quella facoltà, non significa affatto pronunciarsi sulla Costituzione, bensì assumere una decisione di principio sull’attivazione o meno della facoltà in questione (il che, peraltro, non impedisce la possibilità di utilizzare direttamente l’articolo 116, comma 3 della Costituzione, come mostra l’esperienza dei Governi Gentiloni e Conte I).
Dal punto di vista politico è indubbio che la mancata ammissione del referendum produca il doppio effetto negativo di far venire meno un forte collante tra le opposizioni al governo e di indebolire l’importantissima campagna referendaria che si aprirà in primavera. A beneficiarne non è solo la destra, che rischiava di spaccarsi nelle urne tra favorevoli e contrari all’autonomia, ma anche quella consistente parte del partito democratico che continua a vedere nel regionalismo una risorsa – sia pure trincerandosi dietro l’ambigua formula del regionalismo cooperativo e non competitivo – ed era terrorizzata dall’idea che il referendum sancisse l’esistenza di un diverso orientamento popolare.
C’è, tuttavia, anche un risvolto positivo. Proprio le parole del presidente Amoroso certificano, in via definitiva, che il disegno del regionalismo differenziato è fallito. L’incostituzionalità della legge Calderoli sancita dalla Corte costituzionale è così radicale da aver reso politicamente insostenibile la posizione dei pasdaran del regionalismo (sebbene alcuni di loro continuino, incuranti del ridicolo, a tenere la posizione).
È uno straordinario successo per tutti coloro che fin da subito avevano intuito i pericoli dell’autonomia differenziata e si sono battuti contro il tentativo di spezzare l’Italia, costruendo un movimento di opinione che ha dato un contributo decisivo alla difesa dei principi costituzionali di solidarietà, uguaglianza e unità. Paradossalmente, proprio la mancata ammissione del referendum è la più alta certificazione di tale successo. Si tratta ora di mantenere alta l’attenzione, per impedire i colpi di mano che dovessero cercare d’indebolirlo.
Commenta (0 Commenti)Niente scuse Il caso del generale libico a capo della «polizia giudiziaria» di Tripoli, fermato a Torino per un mandato di cattura della Corte penale internazionale, che lo considera un torturatore, e […]
Migranti in un centro di detenzione in Libia - foto Medici Senza Frontiere
Il caso del generale libico a capo della «polizia giudiziaria» di Tripoli, fermato a Torino per un mandato di cattura della Corte penale internazionale, che lo considera un torturatore, e in appena 48 ore scarcerato e trionfalmente riportato in patria da un volo di stato italiano è semplice. A complicarlo sono le giustificazioni del governo Meloni.
Arrestato in base all’ordine esecutivo della Corte dell’Aja, avrebbe dovuto essere consegnato ai giudici internazionali «al più presto» per essere processato, lo prevede lo statuto della Corte che proprio a Roma è stato firmato nel 1998.
Rischia una condanna all’ergastolo per crimini contro l’umanità e crimini di guerra, compresi omicidi, torture e stupri. Il ministro Nordio, invece, dopo 24 ore di silenzio ha fatto sapere – con un comunicato stampa – che stava studiando «il complesso carteggio». Nel frattempo il volo che avrebbe riaccompagnato Osama Najeem Elmasri a Tripoli era già partito da Roma per recuperarlo a Torino. Studia studia, Nordio non deve essere riuscito a inventarsi nulla, così la via d’uscita l’ha trovata qualche ora dopo la solerzia della procura generale e della Corte di appello di Roma: il ministro della giustizia (piegato sulle carte) non era stato consultato prima dell’arresto (che però era obbligatorio in forza di un mandato esecutivo, emesso dopo che le consultazioni c’erano state). L’ingombrante “tifoso” libico (era a Torino per Juve-Milan, aveva in programma di proseguire per Roma) è stato così non solo scarcerato, ma anche riaccompagnato con tante scuse a Tripoli dove lo aspettavano caroselli e fuochi d’artificio.
La ricostruzione governativa evidentemente non sta in piedi e la storia è assai più semplice. Quello che per la Corte penale internazionale è un aguzzino, è un valido collaboratore delle autorità italiane. Un protagonista di quella «politica mortale» (New York Times, non il manifesto) per la quale i flussi migratori dalla Libia verso l’Italia si aprono o si chiudono, e i migranti rischiano di morire di torture nei centri di detenzione in terraferma o di affogare in mare, sulla base di logiche di puro guadagno e di ricatto. Non c’è alcuna differenza nelle modalità di azione dei trafficanti e carcerieri libici, ufficiali (come Elmasri) o ufficiosi che siano, lo denunciano da sempre le Ong e lo ha certificato una missione promossa dal segretario generale delle Nazioni unite.
È tutto scritto, è tutto noto, oltre ai rapporti e agli atti di accusa della Corte penale internazionale ci sono video, foto, migliaia di testimonianze: le più terribili violenze sono pratiche ordinarie nei centri libici. L’ipocrisia delle formule è una patina che viene via immediatamente, come una scusa di Nordio o il nome dell’apparato di repressione che dirige il fortunato generale libico che ha risparmiato anche sul biglietto di ritorno: «Istituto di riforma e riabilitazione». Parole vuote, come «diritto» e «legalità internazionale»: per il nostro paese non contano niente. Più importante è tutelare chi può continuare a farci il favore di limitare le partenze, altrimenti ci tocca mandare i migranti in Albania – cosa che come si è visto non è affatto semplice.
Conosciamo anche i nomi di chi ha promosso e firmato il «memorandum d’intesa» con la Libia che regge tutto questo sistema e giustifica i trasferimenti di denaro e mezzi dall’Italia e dall’Europa che lo sorreggono: il ministro dell’interno Minniti e il presidente del Consiglio Gentiloni nel 2017, la ministra Lamorgese e il presidente Conte che lo hanno prorogato nel 2020 e il ministro Piantedosi e la presidente Meloni che lo hanno ancora prorogato nel 2022 fino, per il momento, al 2026. Proprio la presidente Meloni che aveva promesso di scatenare una caccia mondiale ai trafficanti di esseri umani ma si accontenta di far arrestare qualche disperato tra i sopravvissuti in mare, identificato come «scafista». I veri criminali invece li proteggiamo e li riaccompagniamo a casa, purché continuino il lavoro. In silenzio.
Commenta (0 Commenti)Il segretario generale Cgil: “Confermiamo il no all’autonomia differenziata. Coi cinque quesiti cancelliamo le leggi che hanno esteso la precarietà”
"Confermiamo la nostra netta contrarietà alla legge sull’autonomia differenziata e riteniamo assolutamente necessario che il Parlamento e il governo non procedano nella direzione seguita finora”. Così il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, il giorno dopo il pronunciamento della Consulta a margine della conferenza stampa della Flc.
“Tutti i rilievi di costituzionalità che sono stati fatti – ha spiegato - vanno garantiti in questa discussione: parleremo con i soggetti che hanno raccolto le firme con noi per decidere come far vivere nel Paese questa battaglia”.
Il leader di Corso d’Italia quindi aggiunge: “Poi capiremo meglio le ragioni che hanno portato la Consulta ad assumere questo orientamento. L’altra notizia importante è che si apre una primavera di diritti e di voto: i quesiti che sono stati raccolti offrono la possibilità di cancellare quelle leggi balorde che hanno ridotto i diritti ed esteso la precarietà”.
Per Landini “definire i Livelli essenziali di assistenza, mantenere la scuola la pubblica restano elementi fondamentali e necessari per arrivare al cambiamento”.
Nei prossimi giorni, infine, “col mondo associativo e le forze politiche che hanno sostenuto i quesiti, discuteremo su come avviare una grande campagna per portare a votare il 50+1 dei cittadini e delle cittadine italiane”.
Commenta (0 Commenti)Autonomia Incredulità e delusione imperversano in queste ore in alcune componenti del comitato referendario sull’autonomia differenziata. Soprattutto tra coloro che non hanno mai dubitato dell’ammissibilità referendaria e della travolgente vittoria nelle […]
Incredulità e delusione imperversano in queste ore in alcune componenti del comitato referendario sull’autonomia differenziata. Soprattutto tra coloro che non hanno mai dubitato dell’ammissibilità referendaria e della travolgente vittoria nelle urne.
E anche noi, pur nutrendo non poche preoccupazioni sulla riuscita della consultazione referendaria, nell’ammissibilità del quesito abbiamo sempre creduto. O meglio, lo abbiamo creduto fino al 14 novembre, quando la Corte, cambiando le carte in tavola, decise di riaprire su un altro fronte la partita. Un precedente che non può essere eluso, né circoscritto nella sua portata: la sentenza di inammissibilità è figlia della sentenza di legittimità dello scorso dicembre. Ecco perché, pur rifuggendo da inutili trionfalismi, si è indotti a ritenere che questa sentenza d’inammissibilità costituisca l’ennesimo colpo sferrato dalla Corte all’autonomia differenziata.
I giudici con questa decisione hanno inteso ribadire che la legge Calderoli è stata in gran parte demolita, smontata nei suoi congegni più urticanti, nei suoi istituti più significativi, nelle sue parti essenziali. E quel che della legge è rimasto non sta più in piedi. E non può essere più coerentemente applicato: per assicurare la «piena funzionalità della legge» – aveva già detto il comunicato della Corte costituzionale del 14 dicembre – sarà pertanto necessario un nuovo intervento del parlamento, un diverso percorso legislativo che dovrà necessariamente dipanarsi in assoluta coerenza con i principi costituzionali e lungo la scia tracciata dalla sentenza 192/2024.
Con questo non intendiamo di certo affermare che siamo oggi di fronte al migliore dei mondi possibili. Sappiamo tutti che ci troveremo, a breve, di fronte a un mare di insidie. E che la sentenza della Corte è destinata a innescare crescenti difficoltà sul piano politico e sul terreno dell’offensiva sociale: i referendum sociali, seppure dichiarati ammissibili, una volta espunto il quesito sull’autonomia differenziata, hanno perso la loro testa d’ariete. E questo renderà il raggiungimento del quorum di partecipazione ancora più ostico. Anche in parlamento, le opposizioni si troveranno a percorrere una strada tutta in salita. Il (contro)riformismo compulsivo delle destre (attuazione dell’articolo 116 della Costituzione, premierato, giustizia) non ammette soste, né cedimenti. Alle opposizioni toccherà allora provare a porre un argine a questa spirale, pedinare la maggioranza, denunciarne l’immobilismo strisciante e le manovre insidiose che molto probabilmente continueranno ad essere escogitate per eludere vincoli e principi costituzionali.
Ma l’opposizione parlamentare non può farcela da sola. Dovrà farsi paese e rafforzare i legami con l’opposizione sociale che inizia a prender corpo, soprattutto fra i più giovani (si pensi alle crescenti mobilitazioni contro il pacchetto sicurezza).
D’altra parte, è vero che l’opposizione non ha oggi i numeri in parlamento per incidere. Ma è anche vero che la maggioranza non può più continuare a forgiare un modello di autonomia differenziata a sua immagine e somiglianza, dovrà farlo a immagine e somiglianza della Costituzione.
Nel prossimo futuro, opposizione e maggioranza dovranno, pertanto, sforzarsi di operare lungo il solco tracciato dalla sentenza della Corte. Un esito che spiazza alcune componenti dell’opposizione (anch’esse, in passato, avvezze a cedimenti su questo terreno) e che oggi inchioda le forze di governo a precise responsabilità (per aver prodotto una legge intrisa di incostituzionalità). Se la strada dell’opposizione è in salita, quella delle destre non è in discesa. E la maggioranza lo sa bene. Non è un caso che presidenti di regioni, ministri, leader di partito nelle ultime settimane di fronte alla prospettiva referendaria abbiano rinverdito il motto craxiano «tutti al mare» (l’esecutivo ha anche evitato di partecipare all’udienza in Corte).
Di qui il tentativo, messo in campo dalle destre, di trasformare il referendum in una sorta di actio fìnium regundorum, una sorta di verdetto popolare inappellabile. E, per questo, in grado, di fare piazza pulita di giudici, opposizioni e di tutte quelle centinaia di migliaia di donne e uomini che quest’estate si sono mobilitati a raccogliere le firme. Un patrimonio che non può essere dissipato. E dal quale è necessario ripartire, perché la lotta per il regionalismo solidale e contro l’autonomia «disgregata» non solo non è terminata, ma è appena iniziata.