Congresso Ho letto sul manifesto del 15 gennaio l’intervento di Guido Liguori che sostiene il Documento 1 al prossimo congresso di Rifondazione comunista e non lo condivido. Trovo innanzitutto incredibile che […]
Ho letto sul manifesto del 15 gennaio l’intervento di Guido Liguori che sostiene il Documento 1 al prossimo congresso di Rifondazione comunista e non lo condivido. Trovo innanzitutto incredibile che nell’intervento di Liguori la guerra non venga nemmeno nominata: non si tratta di un fatto episodico ma della scelta di fondo attuata oggi da Stati uniti e Nato.
La guerra Nato-Russia in Ucraina e il caos in Medio Oriente sono solo due episodi di una «guerra grande» che ha per obiettivo anche l’Europa, dove le sanzioni hanno causato la recessione in Germania, alimentato la crisi della democrazia e l’ascesa dei neonazisti. Lo ha capito bene il Papa, sarebbe bene capirlo anche a sinistra.
In una condizione in cui già il liberismo aveva distrutto diritti e indebolito i legami sociali, la scelta militare e l’aumento esponenziale delle spese militari determina la distruzione del welfare e il precipitare di una crisi europea fatta di sofferenze sociali, solitudini e di impotenza in cui i fascismi trovano oggi la palude dove proliferare.
È proprio questo il punto. Il Pd, con cui Liguori sostenendo il Documento 1 di Rifondazione ritiene sia necessario allearsi, sostiene Von der Leyen e la Nato bellicista, il raddoppio delle spese militari e la guerra in Ucraina, ha promosso la legge Minniti anti immigrati, ha appoggiato tutti i governi antipopolari e guerrafondai che hanno aumentato la povertà e al parlamento europeo ha addirittura votato a favore della terza guerra mondiale contro la Russia.
Non proseguo oltre. Il punto non è l’idiozia del socialfascismo o l’equiparazione tra destre e Pd. Il punto è che il Pd si è così tanto allontanato dalla difesa dei bisogni popolari da risultare inefficace per battere le destre. Larga parte del successo politico delle destre è dato oggi proprio dalla completa perdita di credibilità del Pd e del centro sinistra tra gli strati popolari. Il Pd non è per nulla simile al fascismo, ma è tragicamente inutile per sconfiggerlo: fa parte del problema e non della soluzione.
Il dramma odierno è la disaffezione e la rabbia di chi non si sente più rappresentato dalle istituzioni democratiche, che non va più a votare o che addirittura vota a destra. L’idea che Rifondazione comunista possa rovesciare o comunque modificare significativamente l’indirizzo del Pd e del centro sinistra che hanno portato a questa situazione è pura illusione.
Rappresenterebbe un suicidio politico e l’abbandono della prospettiva di ricostruire una speranza che coinvolga gli strati sociali impoveriti e quella vasta area di opinione pubblica che si oppone alla guerra.
Dunque, che fare? Il Documento 2 al congresso di Rifondazione Comunista propone di costruire a partire dalla lotta alla guerra e alle spese militari un nuovo progetto politico di alternativa e propone di articolarlo su due livelli.
Innanzitutto la costruzione unitaria della mobilitazione sociale contro le politiche di guerra e del governo, convergendo sugli obiettivi specifici ed evitando che i diversi progetti politici in campo costituiscano fattore di divisione. Partire dalla difesa dei diritti sociali dei più deboli e degli spazi di democrazia, dialogando con le associazioni di massa come con i comitati, per costruire un vasto tessuto di mobilitazione che dia un grande segnale nel paese: nessuno deve essere lasciato solo.
In questo quadro di mobilitazione sociale, ovviamente, è possibile costruire convergenze anche con il Pd.
La mobilitazione “contro” non è però sufficiente e per questo il documento 2 propone di dar vita ad una coalizione popolare che a partire dal taglio delle spese militari, del no alla guerra e dal rilancio del welfare e dei diritti sociali si ponga come punto di aggregazione di un progetto politico di alternativa. Viene proposto di aggregare le correnti culturali e politiche e gli strati sociali che dalla guerra e dalle spese militari hanno tutto da perdere e che quindi vogliono rompere la gabbia di questo bipolarismo plasmato dai guerrafondai. Dal mondo cattolico alla galassia dei 5 stelle, alla sinistra radicale, dalle mille forme di associazionismo al sindacalismo conflittuale, si tratta di aprire un vero e proprio percorso costituente che allargando la partecipazione politica sconfigga le destre fascistoidi e la logica della guerra.
Questo propone nel Congresso di Rifondazione il Documento 2, un’aggregazione “per”, fondata su una proposta e non solo una perdente aggregazione “contro”. A me pare convincente.
Commenta (0 Commenti)"Bibi" e gli ostaggi Il significato dell’accordo firmato mercoledì con Hamas suscita in Israele reazioni molto contrastanti, mentre il mondo guarda soprattutto alla questione del possibile cessate il fuoco a Gaza. Il primo annuncio […]
Il significato dell’accordo firmato mercoledì con Hamas suscita in Israele reazioni molto contrastanti, mentre il mondo guarda soprattutto alla questione del possibile cessate il fuoco a Gaza. Il primo annuncio di conclusione delle trattative è arrivato dal nuovo presidente statunitense, non ancora insediato, Donald Trump, che ha bruciato tutti sul tempo.
Dopo l’annuncio ufficiale della tregua che partirà domenica, l’accordo per molte ore è sembrato sospeso con accuse di non rispetto dei termini tra Netanyahu e Hamas, e così nella notte di ieri e ieri mattina Gaza è stata nuovamente bombardata e le vittime sarebbero decine e decine.
La questione degli ostaggi israeliani a Gaza è sempre stata centrale nella discussione politica ma ha continuato ad aggravarsi man mano che cresceva il numero di soldati caduti.
Gli ostaggi a Gaza sono per la maggior parte civili rapiti dalle loro case il primo giorno della guerra. Bambini molto piccoli – di pochi mesi o anni – fino ad anziani di oltre 80 anni. Hanno visto morire chi i genitori, chi figlie e figli, chi mogli e mariti.
Il presidente statunitense in carica Joseph Biden ha dichiarato nei giorni scorsi che i termini dell’accordo accettato dalle parti erano identici a quelli proposti dagli Stati uniti lo scorso anno. Era chiaro in Israele che tutta la vicenda era legata agli oscuri interessi del primo ministro Benyamin Netanyahu, impegnato a continuare la guerra quando già era chiaro che il famoso obiettivo della «vittoria finale», di continuo ribadito dal governo di Tel Aviv, non era altro che una farsa demagogica. Così venivano celati i sinistri interessi della classe politica al potere. Il premier ha sempre agito nell’ottica di evitare gli sviluppi di un processo che potrebbe portarlo in carcere per anni.
Inoltre la sua coalizione sarebbe ora minacciata dalla presunta opposizione alla tregua dell’estrema destra che vuole assicurarsi l’eventuale annessione di parte di Gaza per estendere i possibili insediamenti dei coloni, in modo simile al processo in corso attualmente nei territori occupati.
Una parte di chi si oppone non è necessariamente di destra; si tratta dei familiari di quei rapiti che non verrebbero necessariamente liberati nelle prime fasi del processo. Queste persone hanno trascorso più di 470 giorni di prigionia, sottoterra, in tunnel o caverne senza le minime condizioni vitali, sottoposti ad abusi e in alcuni casi aggressioni sessuali. Il primo giorno verrebbero liberate tre donne e dopo una settimana altre quattro. È facile immaginare il supplizio delle famiglie che non sapranno fino all’ultimo momento se i loro parenti sono ancora vivi e se potranno resistere fino al giorno della liberazione. Si parla di cento rapiti, ma credo che non più di 50 siano tuttora in vita. Dalle poche e brevi immagini che Hamas ha lasciato trapelare e che sono arrivate al pubblico in Israele, appare chiaro che non pochi dei rapiti si trovano in uno stato fisico e psicologico molto difficile.
Perché ci vogliono decine di giorni per ultimare il processo di rilascio? Per discutere lo status dei prigionieri palestinesi da liberare, e anche per consentire possibili ricorsi legali da parte di familiari delle vittime contro la liberazione di alcuni palestinesi condannati per omicidi accertati. Oppure, nei fatti, per lasciare spazio a possibili tattiche o stratagemmi delle parti.
L’affermazione del presidente Biden – «l’accordo è quello che avevamo proposto un anno fa» – per alcuni di noi non è una novità. La risposta oggi sembra chiara, positiva, ma dà molto da pensare. La maggior parte degli israeliani, soprattutto quelli che accettano con facilità il fascismo nel proprio paese, erano favorevoli a Trump, certi che un buon amico di Netanyahu sarebbe stata la migliore soluzione per i mali presenti della regione e del mondo.
Ma non solo noi possiamo immaginare o analizzare la politica del premier israeliano. Anche Trump. Mentre Biden prendeva in considerazione i problemi con Israele e con Netanyahu e le loro possibili ricadute sulle elezioni negli Stati uniti, Trump ha incaricato un suo inviato di incontrare il premier israeliano giorni fa. L’incontro è durato cinque ore. Netanyahu ha scoperto che il suo amico è stato per lui abbastanza problematico e non gli ha lasciato spazio per continuare con i dinieghi.
La destra israeliana già parla di una sua opposizione più dura all’accordo. Alcuni già evocano un attacco contro l’Iran per distruggerne la potenzialità atomica. Dall’inizio della guerra, il 7 ottobre 2023, la regione ha cambiato tutte le proprie coordinate e il dominio statunitense è diventato più che evidente. Senza Hezbollah e Hamas, la caduta di Bashar al-Assad in Siria è diventata possibile e facile; il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è capace oggi anche di cercare accordi con i suoi nemici curdi.
Trump cercherà di attuare concretamente i possibili piani che porterebbero a un accordo tra Israele e Arabia saudita, condizionato dalla presunta discussione su un possibile Stato palestinese. Piani «brillanti», in grado forse di assicurare ancor meglio gli interessi dell’Occidente «trumpiano», ma non necessariamente quelli dei popoli della regione.
Commenta (0 Commenti)Scuola Intervista al professore Giovanni Carosotti
Giovanni Carosotti, docente e saggista
«Un progetto con un impianto ideologico intollerabile, provocatorio e non formativo nella scuola di oggi».
Giovanni Carosotti, saggista, autore di manuali sull’insegnamento della storia e della filosofia, esperto di riforme della scuola e «docente di storia come prima cosa», qual è stata la prima impressione che ha avuto quando ha letto le nuove indicazioni sui programmi del ministro Valditara?
Ho confermato la valutazione problematica che avevo già dato alle Linee Guida sull’educazione civica quando hanno riscritto il concetto di patria secondo una logica escludente, anziché concentrarsi sull’universalità dei diritti. Il ministro usa sempre lo stesso meccanismo.
Quale?
Sfruttare un problema che esiste realmente per fare subire alla scuola una torsione ideologica. In questo caso si prova a piegare i contenuti disciplinari secondo logiche identitarie e sovraniste.
Ci sono elementi problematici nel progetto della commissione guidata da Ernesto Galli della Loggia?
Le scienze storiche sono pluralistiche: le teorie, anche concorrenti, sono tutte legittime. Piegando il contenuto a procedure rigide viene impedito all’insegnante di scegliere come e cosa insegnare a seconda del contesto. E poi mi preoccupa la visione occidente centrica d’insieme.
Si riferisce all’insegnamento della storia e della geografia basato sulla civiltà occidentale e sull’Italia?
È molto grave se andrà in porto, ancora di più per la primaria dove è più facile il contatto con altre culture attraverso i compagni di classe di origine straniera. La storia ha una impostazione pluralistica dei rapporti, anche problematici, tra nazioni e culture, non la si può usare per far nascere un senso di superiorità. Qui non si tratta di concentrarsi nel territorio in cui viviamo, che è anche giusto, ma di farlo evidenziando una singolarità che si eleva su altre culture. Centralizzare questa visione e non spiegare la diversità è un progetto politico che questo ministero ha in mente da tempo. Peraltro è un falso storico sostenere che ci siano civiltà che si sono create senza i contributi di altre culture. Eppure si invitano tutti gli attori che partecipano alla scuola a riconoscersi in un unico principio culturale giudicato superiore ad altri. In questa fase storica è molto pericoloso e tradisce la metodologia del sapere storico.
Ci sono anche elementi validi?
Prese in sé ci sono anche cose belle, come quelle riferite alla musica o al latino. Anche l’idea della Bibbia non è malvagia: gli studenti non la conoscono, io ad esempio, spiego il Libro di Giobbe perché è rilevante. È sbagliato, però, inserirla non come patrimonio delle culture ma come un oggetto contundente. Prevale un aspetto ideologico intollerabile, provocatorio, e non formativo nella scuola di oggi.
Perché?
Per le sue contraddizioni: Valditara continua a dichiarare di voler superare la riforma Gentile ma è più gentiliano dei gentiliani perché anziché considerare tutte le discipline come espressione di cultura generale, le separa radicalmente con una visione dell’aspetto tecnico scientifico oggettivistica e fuori dal contesto storico culturale. Inoltre da una parte è tenuto a portare avanti una politica neoliberista, in continuità con gli esecutivi precedenti; dall’altra sfrutta la richiesta di centralità del sapere disciplinare per instillare antiche ideologie di destra. E per far sì che la scuola diventi veicolo di mentalità reazionaria già dalla primaria.
Alla fine Si affaccia una fragile speranza negli occhi dei bambini gazawi che le testimonianze dei medici che hanno operato sul campo descrivono come la «generazione perduta»
Un palestinese gioca con il suo bambino sotto le macerie della loro casa distrutta a Khan Younis – foto Ap
Ci sono due modi per affrontare quella che viene dichiarata come «tregua provvisoria di 42 giorn a Gaza», a quanto pare alla fine accettata da Hamas, dal premier israeliano Netanyhau e dall’Idf, l’esercito d’Israele che in un tiro al piccione quotidiano chiamato vergognosamente «guerra» dai media mainstream ha bombardato i “disumani” della Striscia di Gaza con il risultato di più di 46mila civili uccisi, tra i quali 17 mila bambini e migliaia e migliaia di donne, dopo l’eccidio del 7 ottobre e il sequestro di 240 ostaggi israeliani da parte di Hamas. Il primo modo, tradizionale ma assolutamente necessario, è quello di valutare i pro e i contro insieme alla veridicità degli impegni presi dalle parti nell’accordo; poi chi ha vinto e chi ha perso e perché la mattanza è continuata, se è possibile dopo tanta devastazione schematizzare così il risultato, ma farlo è importante perché la tregua era possibile anche 8 mesi fa; e infine il dare e l’avere, perché è chiaro che la concessione della tregua a Gaza avvia una più mirata e non meno distruttiva penetrazione israeliana nell’occupazione, nella colonizzazione e nell’isolamento della Cisgiordania.
L’altro criterio più velleitario se non rischioso, ma essenziale e lungimirante, è quello di leggere la tregua con il metro della speranza, con gli occhi di chi la guerra di annientamento l’ha subita, “sotto”, con lo sguardo rivolto al cielo. Di chi l’ha vissuta sulla propria pelle per più di quindici mesi. Una eternità, tanto è durata la rappresaglia di vendetta israeliana fatta con le armi più raffinate e potenti, cacciabombardieri di ultima produzione, carri armati indistruttibili e droni tecno-criminali pronti a colpire nel mucchio facili bersagli di masse umane indistinte e inermi come nelle migrazioni d’uccelli, per radere al suolo scientemente centri abitati, scuole, ospedali e luoghi di culto.
E ALLORA COME non tirare un sospiro di sollievo, con due milioni e 300mila persone, un sospiro profondo, quasi impossibile tra la polvere delle macerie accumulate. Come non vedere che una piccola, ultima e fragile speranza si affaccia negli occhi dei bambini gazawi che le riviste scientifiche del mondo, le testimonianze dirette dei medici e delle Ong che hanno operato sul campo descrivono ormai come la «generazione perduta».
VALE A DIRE la generazione di centinaia di migliaia di bambini che non riescono più ad immaginare la realtà, il presente ed il futuro, senza la presenza sanguinosa della guerra, diventata per loro una coazione a ripetere che ha azzerato le menti. In una età che dovrebbe essere affettivo-formativa, abituati come sono – i più grandi tra loro lo erano anche prima del 7 ottobre per le tante guerre subite – invece alla violenza, al rumore assordante delle bombe che arrivano dall’alto di un cielo oscuro senza luce, imparando perfino a distinguerle, a evitare come in uno slalom i proiettili; ad avere terrore di perdere i propri cari, ma anche i grandi in una tale condizione hanno perso la ragione e non soccorrono – a Gaza le mamme chiedono aiuto ai bambini – ; ad essere costretti a correre ansiosi dopo ordini improvvisi di evacuazione, in fuga tra rovine, cadaveri e feriti urlanti, a scoprire la vulnerabilità di un corpo umano dilaniato. «Gaza ospita la più grande coorte di bambini amputati nella storia moderna», ha dichiarato Lisa Doughten, direttrice della divisione finanza e partnership dell’Ufficio affari umanitari dell’Onu al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. E a trovarsi ogni mattina con la fame nera dopo un finto sonno, che li ha costretti e li costringe ancora a file disperate per strappare agli altri bambini e bambine con rabbia e scoperta crudeltà un po’ d’acqua e di pane. Spesso soli, abbandonati, senza familiari o amici.
LA TREGUA CHE si annuncia naturalmente non è la pace eternamente promessa al popolo palestinese senza diritti e a cui la propria terra è negata – singolare che il segretario di Stato Blinken che ha alternato rimproveri e tanti miliardi di armi a Israele, si ricordi dello Stato di Palestina cinque giorni prima di uscire di scena con il periclitante Biden. Ma a questo punto quella raggiunta ieri è molto di più della pace mai arrivata: è una zona temporale, una «finestra di opportunità» dicono le Ong – fondamentale per recuperare umanità e diritti, per avere voce, alzarla, pretendere verità – va eseguito l’arresto per crimini di guerra di Netanyahu, magari ora pronto a cantar vittoria, a nuove candidature e avventure politiche. Perché accade il paradosso imperiale che il nuovo Congresso degli Stati uniti metta sanzioni alla Corte penale internazionale: sta per entrare in scena alla Casa bianca Trump, il mentore della supremazia israeliana nella regione e del Patto di Abramo che escludeva i palestinesi, e che nei giorni scorsi prometteva altro «inferno a Gaza…» e ora s’intesta il risultato della tregua,
SE È VERA tregua un popolo intero deve pretendere e ottenere solidarietà. Non l’elemosina televisiva dei governi che sono stati zitti e complici. I bisogni umanitari dovranno essere soddisfatti. Almeno per non morire di fame e di malattie. Allora il ruolo del sistema delle Nazioni unite, anch’esso bombardato scientemente dal governo israeliano, deve essere ripristinato.
Se è vera tregua vale la pena sperare, nel verso del poeta palestinese Ibrahim Nasrallah: «Non si allontani il cielo/ ora è giunto luminoso/ lavato nel sangue bambino/ in campi di rossi papaveri/ soffocati sotto carri cingolati/. Non si allontani il cielo/ è giunto finalmente/…/ è venuto pulito”.
Prima della tregua Il premier israeliano non ha raggiunto l'obiettivo principale dichiarato a inizio dell'offensiva contro Gaza: riportare a casa gli ostaggi non con un accordo ma attraverso l'uso della forza e distruggere Hamas
Il premier israeliano Netanyahu a Gaza
Spiegano bene la realtà di Israele le parole «sconfitta» e «resa» che i ministri dell’estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir usano in queste ore per descrivere l’approvazione dell’accordo di cessate il fuoco con Hamas a Gaza e lo scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri politici palestinesi. È una sconfitta in particolare per Benyamin Netanyahu che per oltre un anno, si è opposto, con pretesti e condizioni fissate all’ultimo momento, alle proposte di tregua formulate dai mediatori arabi e dagli alleati americani. Oggi il premier israeliano sta per accettare, con poche differenze, la soluzione avanzata prima dell’estate dal presidente Usa uscente Joe Biden e che aveva silurato reclamando, all’improvviso, il controllo israeliano del Corridoio Filadelfia tra Gaza e l’Egitto. E accetterà lo scambio tra ostaggi e prigionieri palestinesi al quale si è opposto contro la posizione delle famiglie dei sequestrati e di tanti altri israeliani.
Nel frattempo, da maggio a oggi, altre migliaia di uomini, donne e bambini sono stati uccisi da bombe e cannonate nel nord di Gaza e sono morti negli attacchi lanciati dai combattenti palestinesi 122 soldati israeliani (sono più di 400 dal 7 ottobre 2023), un terzo dei quali nell’offensiva contro il campo profughi di Jabalya e la città di Beit Hanoun cominciata lo scorso ottobre. Sono morti anche diversi ostaggi. A cosa è servito continuare l’offensiva militare se poi, come non pochi avevano previsto, si è arrivati inevitabilmente allo stesso accordo? Solo alcuni degli obiettivi fissati dal primo ministro sono stati raggiunti.
Netanyahu e i suoi ministri dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 hanno scatenato contro i palestinesi di Gaza una rappresaglia crudele. Con il pieno sostegno, è bene sottolinearlo, delle forze armate e di quasi tutta la popolazione. Una gigantesca punizione collettiva, descritta come guerra al terrorismo, alla quale non si sono opposti pubblicamente neppure gli intellettuali israeliani che sono descritti come «pacifisti». Netanyahu inoltre ha fatto valere la legge del più forte nella regione ridimensionando le ambizioni militari dell’Iran e colpendo Hezbollah, e la sua leadership politica e militare, in Libano, dove da qualche giorno c’è un presidente alleato degli Stati uniti e non ostile a Israele. Ha anche dato una mano, con i bombardamenti aerei in Siria, a creare le condizioni per la rapida avanzata dei jihadisti che tra fine novembre e inizio dicembre hanno abbattuto il potere di Bashar Assad, uno storico nemico di Israele e alleato di Teheran. Eppure Netanyahu non ha raggiunto il suo obiettivo principale: distruggere Hamas e rimuoverlo da Gaza. Il movimento islamico ha ricevuto colpi duri, ha subito l’uccisione dei suoi capi – Ismail Haniyeh, Yahya Sinwar e Mohammed Deif -, ma combatte ancora a Gaza, infliggendo perdite quotidiane all’esercito nemico, e lancia razzi verso le città meridionali di Israele.
L’affermazione del premier secondo cui solo la pressione militare avrebbe portato al rilascio degli ostaggi, un’affermazione che a volte è stata sostenuta dai comandi delle Forze armate, si è dimostrata infondata. «Salvare la vita di quasi 50 ostaggi prima che muoiano nei tunnel significa rinunciare all’obiettivo dichiarato di continuare la guerra (fino alla distruzione di Hamas)», ha scritto su Haaretz, l’editorialista Amos Harel. Netanyahu, guardando anche alle perdite crescenti che la guerriglia palestinese infligge al suo esercito, si è piegato. Non ha potuto fare altro. Non solo, con ogni probabilità dovrà rinunciare anche all’idea che sarà Israele a gestire la distribuzione di cibo ad oltre due milioni di palestinesi a Gaza al posto dell’agenzia Unrwa. I vertici dell’esercito gli hanno spiegato che in quel caso i soldati israeliani diventeranno un bersaglio facile per i palestinesi che lotteranno contro l’occupazione militare. Non è marginale, peraltro, che il premier israeliano sia arrivato alla fine della sua guerra avendo sulle spalle un mandato di arresto internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità.
Netanyahu andrà alla tregua proclamandosi vincitore pur avendo sofferto una sconfitta a metà. Non farà in modo diverso Hamas. Anche i palestinesi dovranno porsi degli interrogativi fondamentali sul futuro della loro lotta per la libertà e la fine dell’occupazione. Alcuni, giustamente, sottolineano che gli ultimi 15 mesi hanno visto la crescita di un movimento globale a sostegno dei diritti palestinesi e di condanna aperta di Israele sotto indagine da un anno per genocidio alla Corte di giustizia internazionale. Ma la scarcerazione in cambio degli ostaggi di migliaia di prigionieri politici, tra cui nomi di primo piano – il traguardo che Hamas ha costruito con l’attacco del 7 ottobre e che ora sta per raggiungere -, valeva la distruzione totale di Gaza, la vita di almeno (sono molti di più) 47mila palestinesi tra i quali migliaia di minori, il ferimento di 100mila persone e lo sfollamento di oltre due milioni di civili? I leader di Hamas sapevano che Israele avrebbe usato la sua potenza militare per colpire senza sosta la popolazione di Gaza? Inoltre, 15 mesi fa Hamas controllava da solo la Striscia mentre in futuro potrebbe essere costretto ad accettare il rientro a Gaza city dei rivali del partito Fatah, spina dorsale dell’Autorità Nazionale di Abu Mazen che ha arrestato nell’ultimo mese 247 palestinesi nella Cisgiordania occupata usando lo slogan della «legge e l’ordine» pur di compiacere (inutilmente) l’Amministrazione Trump e lanciare segnali concilianti a Israele. Anche i palestinesi sono chiamati a una importante riflessione politica.
Commenta (0 Commenti)