Finanza Alle ipotesi di alleanze internazionali, malviste dalla politica, risponde Mps: un’offerta pubblica di scambio che punta a Generali per realizzare il terzo polo italiano. La banca moderna è ormai avvinghiata al mercato finanziario. L’obiettivo è mobilitare il risparmio in ogni dove, purché siano garantiti i rendimenti
Il peccato veniale di un banchiere è fuggire con la cassa, quello mortale è parlare». Enrico Cuccia, antico dominus di Mediobanca, poco avrebbe gradito la ridda di rumors di queste ore intorno alla sua «magnifica creatura». Che in verità tanto magnifica non è più.
Centro nevralgico del capitalismo italiano per quasi mezzo secolo, Mediobanca ha ormai un po’ sporcato il suo pedigree cimentandosi anche nella finanza di minor pregio, tra raccolta del piccolo risparmio e credito al consumo. Tuttavia, nel risiko bancario nazionale l’istituto di piazzetta Cuccia resta decisivo, soprattutto come primo azionista di Generali, la «cassaforte del risparmio degli italiani».
Gli attuali vertici dei due istituti guardano con favore alle alleanze internazionali. Esempio recentissimo è l’annuncio di un’intesa tra Generali e la francese Natixis, per la creazione di una piattaforma di gestione della ricchezza «di stazza globale».
Ma l’accordo coi francesi non trova sostegni nel parlamento italiano. Maggioranza e opposizioni, stavolta unite nella lotta, agitano il pericolo che il risparmio nazionale prenda la via dei mercati esteri. Il francese Philippe Donnet, attuale capo di Generali, l’ha definita una «bufala». Uscita improvvida, che ha ulteriormente acceso gli animi dei patrioti d’Italia.
Ecco allora che giunge la controffensiva tricolore. Mediobanca riceve dal Monte dei Paschi un’offerta pubblica di scambio, ossia una proposta di acquisizione basata su scambio di azioni anziché di contanti. Ispiratori della manovra sono gli attuali comproprietari dell’istituto senese: la famiglia Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone. Una diade capitalista che da anni punta a conquistare Mediobanca per governare Generali e realizzare così la grande ambizione di un terzo polo bancario-assicurativo italiano.
L’impresa del terzo polo, tuttavia, non è semplice. Le due famiglie miliardarie hanno finora sbattuto il muso contro un muro di ostacoli. Nell’ambiente, c’è chi sussurra che in fondo siano inadeguate. Qualcuno le invita a tornare ai vecchi affari, degli occhiali e del cemento, per lasciare l’alta finanza ai competenti.
Il clima politico, tuttavia, pare propizio per tentare ancora una volta la giocata del terzo polo. L’altro grande azionista di Montepaschi è infatti lo Stato, attraverso il Mef. Per Giorgetti e il governo, dare via libera al terzo grande gruppo bancario per fermare gli usurpatori esteri del risparmio nostrano sarebbe un gagliardetto nazionalista di non poco conto. Se l’operazione andasse in porto, le opposizioni dovrebbero riconoscere l’intelligenza patriottica dell’esecutivo. Meloni pregusta il boccone.
Gli esiti sono per adesso imprevedibili. Ma quel che conta, in questo risiko, è che resta in sospeso una domanda scientifica, prima ancora che politica: è proprio vero che affidare il controllo delle banche e delle assicurazioni italiane a famiglie di capitalisti nazionali garantisce che il risparmio sia reinvestito nel paese? Siamo sicuri cioè che banchieri privati nazionali favorirebbero il territorio nazionale?
Un tempo era così. L’avvento del banchiere «straniero» comportava drenaggio di risparmio dalle sedi originarie degli istituti verso centri d’affari lontani. Una cosa simile avvenne anche dentro i nostri confini. La vendita del Banco di Napoli al gruppo San Paolo trasferì i risparmi dei clienti meridionali verso le imprese del Nord.
Oggi però il mondo è cambiato. La centralizzazione dei capitali ha ormai avvinghiato la banca moderna al mercato finanziario, in un abbraccio che ne muta radicalmente la natura. Il banchiere contemporaneo ha certo ancora le sue aderenze territoriali, le sue contropartite con questo o quel centro di potere locale. Ma non può privilegiare il territorio d’origine. Il suo obiettivo vitale, infatti, è creare per i clienti un valore almeno pari a quello che offrono le altre attività sul mercato. E a tale scopo deve mobilitare il risparmio in ogni dove, purché siano garantiti i rendimenti.
Che si tratti dell’italianissimo Caltagirone o di chiunque altro, finché vige libera circolazione internazionale dei capitali la meccanica bancaria non muta.
Si dice con spregio che il banchiere è apolide. La realtà è che egli è mero servitore del capitale, l’apolide di ultima istanza.
Commenta (0 Commenti)Opposizioni Le forze oggi all’opposizione hanno posizioni diverse su molti punti; è inutile quindi aprire i famigerati “tavoli” per trattare un programma comune
Finalmente, la ragionevolezza sembra farsi strada. Un’intervista di Dario Franceschini, ieri, ha il merito di porre le questioni in modo netto. Un’impostazione simile era stata proposta, su queste pagine, in un articolo del 14 settembre («Centrosinistra, un’alleanza a più livelli»).
Tutto si può ridurre a un semplice sillogismo: le forze oggi all’opposizione hanno posizioni diverse su molti punti; è inutile quindi aprire i famigerati “tavoli” per trattare un programma comune. Beninteso, alcune di queste forze possono anche provare a farlo, perché hanno posizioni simili o compatibili; ma non si potrà mai essere d’accordo tutti su tutto. D’altra parte, tutti sono necessari, se si vuole evitare il ripetersi dello scenario sciagurato del settembre 2022.
Che fare, allora? È bene ricordare alcuni dati. Nel 2022, i partiti della destra, con il 43,8% dei voti, ottennero 114 seggi nella quota proporzionale; i tre spezzoni dell’attuale opposizione separati ottennero il 45,9% e 130 seggi. Questi rapporti di forza, questi stessi voti, produssero un clamoroso rovesciamento nella quota maggioritaria: alla Camera, su 147 seggi in palio, la destra ne vinse ben 122, tutti gli altri appena 22 (10 il Pd e Avs, 12 il M5s). La soluzione per evitare un esito simile è quella di concordare candidati comuni nei collegi e, per il resto, aprire una libera competizione nel proporzionale.
Questo è possibile grazie ad alcune peculiarità del sistema elettorale, che spesso non vengono considerate. Ricapitoliamo: questo sistema prevede il 37% dei seggi assegnati attraverso sistemi uninominali maggioritari e il 61% su base proporzionale, mediante liste bloccate che convergono su una candidatura uninominale (con soglia al 3%). Il voto degli elettori è molto vincolato: nessuna possibilità di voto disgiunto, chi vota un simbolo vota automaticamente il candidato collegato.
I voti dei candidati uninominali sono quindi, in larghissima misura, la somma dei voti alle liste collegate.
È vero che si può anche votare solo il candidato nel collegio: ma, come mostrano i dati delle scorse elezioni, sono stati molto pochi gli elettori che hanno fatto questa scelta, mentre la gran parte ha votato solo il simbolo del partito, con una logica di comportamento tipica delle competizioni proporzionali. Si tratta quindi di mettere in atto una strategia che punti a neutralizzare gli effetti distorsivi dei collegi, evitando un’asimmetria dell’offerta elettorale. La principale obiezione che viene sollevata è questa: sarebbe “un accrocchio” poco credibile e poi non è detto che la sommatoria funzioni: sono probabili defezioni dall’uno o dall’altro versante della coalizione. A questa obiezione si può rispondere in vari modi. Politicamente, come detto, non si deve escludere che una parte più coesa della coalizione concordi comunque un programma comune (e questo Franceschini, nella sua intervista, non lo dice); ma soprattutto il “patto repubblicano” che verrebbe sottoscritto da tutti avrebbe un grandissimo obiettivo politico: eleggere, comunque, un parlamento più rispondente ai reali rapporti di forza nel paese, che impedisca forzature e rischi per gli equilibri costituzionali – quelle forzature e quei rischi che stiamo sperimentando in questa legislatura. Vi pare poco?
Sul piano “tecnico”, l’obiezione sulla non-sommabilità dei voti cade per due motivi: per quanto detto sopra a proposito della logica “proporzionale” che guida il comportamento degli elettori e per un altro, fondamentale motivo: se anche un po’ di voti, per così dire, si perdessero per strada, lo scenario competitivo non cambierebbe molto. Si possono fare varie simulazioni e chi scrive sta provando a farle. Ebbene, conta molto la geografia elettorale: nel 2022, ad esempio, in tutte le maggiori aree metropolitane (a parte Napoli, dove il M5S fece cappotto: 7 collegi su 7), il centrosinistra ha vinto (pochissimi) collegi e ne ha persi (molti) con uno scarto di voti non molto ampio. Sono tutti collegi ampiamente contendibili, anche scontando una quota di defezioni.
Si prenda poi il caso della Toscana e dell’Emilia Romagna: nel 2022 finì, rispettivamente, 7 a 2 e 7 a 4 a favore della destra: non occorrono calcoli complicati per capire che la situazione qui si può esattamente (quanto meno) rovesciare. E lo stesso potrebbe accadere in Puglia (dov’era finita 9 a 1 per la destra).
Si deve rinunciare a un lavoro politico per costruire anche una coalizione con un programma politico comune? No, assolutamente, è bene provarci.
Ma sarebbe un fatto salutare politicamente, che sgombrerebbe il campo da tante chiacchiere inutili, se tutti i protagonisti dicessero sin da ora: bene, stiamo lavorando a un programma comune, non saremo forse d’accordo tutti su tutto; ma, cari signori, sia chiaro: noi faremo comunque un accordo elettorale, perché non vogliamo regalare alla destra quella maggioranza in Parlamento che non ha tra gli italiani. C’è da sperare che la ragionevolezza, e anche un po’ di accortezza tattica, e di buon senso, finalmente prevalgano.
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Attacco al cuore Al centro di questa rinnovata malvagità egemonica sta il ritorno all’arcaico diritto di sangue: sono veri americani (come, peraltro, sono cittadini italiani) quelli che possono vantare che nelle loro vene scorra il puro sangue della nazione
Donald Trump durante un comizio della campagna elettorale per le presidenziali americane al confine meridionale con il Messico, a Sierra Vista, in Arizona – Evan Vucci/Ap
Quando ho visto la foto delle persone in fila per essere deportate ho pensato che doveva essere un falso. Invece è proprio una comunicazione ufficiale della Casa Bianca: non solo non si vergognano delle deportazioni di massa di gente che non ha fatto nulla di male, ma se ne vantano – come tanti nostri governanti da anni si vantano del numero di espulsioni di migranti dalle nostre sacre e incontaminate rive.
Commentando certi episodi di mobilitazioni anti Rom nel mio quartiere, una giovane compagna diceva anni fa: questo non è razzismo, è cattiveria. È cattiveria, nel senso preciso di godere della sofferenza di altri, e invitare a fare di questo perverso godimento il senso comune del nostro tempo.
Al centro di questa rinnovata malvagità egemonica sta il ritorno all’arcaico diritto di sangue: sono veri americani (come, peraltro, sono cittadini italiani) quelli che possono vantare che nelle loro vene scorra il puro sangue della nazione.
A questo punta una promessa-minaccia ancora più radicale della presidenza Trump: l’abolizione dello ius soli, grazie al quale chiunque nasca sul suolo degli Stati uniti è cittadino americano. È qualcosa che sta nelle vene stesse degli Stati uniti, la spina dorsale di quella democrazia inclusiva e molteplice che sono stati e che l’Italia non riesce a diventare (tanto più che adesso potrà contare anche sul modello di un paese da cui scegliamo sempre di imitare il peggio).
L’abolizione dello ius soli infatti va anche oltre la minaccia alle famiglie non interamente «autoctone». Si tratta infatti di un principio garantito dal quattordicesimo emendamento alla Costituzione, varato subito dopo la Guerra civile: «Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati uniti e soggette alla loro giurisdizione sono cittadini degli Stati uniti e dello Stato in cui risiedono».
Varato prima della grande immigrazione di massa, l’emendamento aveva una funzione ancora più radicale: serviva a dichiarare che erano cittadini degli Usa gli afroamericani, appena usciti dalla schiavitù. Pochi anni prima della Guerra civile una memorabile sentenza della Corte suprema aveva sancito, infatti, che gli afroamericani non erano, e non potevano essere, cittadini degli Stati uniti e non avevano nessun diritto che un bianco fosse tenuto a rispettare. C’era voluta la più grande strage che la storia avesse visto prima di allora per cancellare questo orrore.
Cancellare il principio sancito dal quattordicesimo emendamento significa, in ultima analisi, anche cancellare il fondamento della cittadinanza degli afroamericani – non necessariamente in modo esplicito, non necessariamente in tempi brevi (come stanno subito obiettando quei giudici che ancora ci sono in California e altrove, un ordine esecutivo non può cancellare un diritto costituzionale), ma sul piano dell’ideologia e delle pratiche quotidiane. Diventa, in altre parole, la sanzione ufficiale dì quelle pratiche violente e discriminatorie che il movimento Black Lives Matter e le proteste dopo l’assassinio di George Floyd avevano denunciato ma che continuano indisturbate e, adesso, ancora più protette.
C’è un’altra clausola nella prima sezione del quattordicesimo emendamento, che viene evocata da quella foto: «Nessuno Stato potrà privare nessuna persona di vita, libertà o proprietà, senza giusto processo di legge». Attenzione: non dice «nessun cittadino» ma nessuna persona, cittadino o non cittadino, legale o illegale. Le retate di massa, le deportazioni a tamburo battente violano anche questo principio. Ma niente paura: è tutto in regola, l’emendamento dice «nessuno Stato» e a deportare le persone non sono i singoli Stati, ma il governo federale e il suo autocratico presidente, che da oggi si proclama al disopra della legge e al disopra dell’umanità – e se ne vanta.
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Opinioni Alimentiamo da molti anni un meccanismo di corruzione che prevede da Italia ed Europa ingenti somme di denaro ai libici in cambio della repressione violenta dei flussi migratori
Silvio Berlusconi e Gheddafi nel 2009 – Ansa
Altro che piano Mattei per l’Africa. Il caso Almasry è l’esemplificazione che l’Italia in Libia persegue più che roboanti piani di sviluppo (per lo più fumosi, tranne che nel campo energetico) logiche repressive e tribali. E lo fa anche in maniera assai goffa. Come del resto era prevedibile vista la nostra disastrosa politica nella ex colonia che in questi anni abbiamo perso almeno due volte.
LA PRIMA FU quando nel 2011 venne abbattuto – con Francia, Gran Bretagna, Usa, Nato e la nostra attiva partecipazione militare – il regime di Gheddafi che solo mesi prima, nell’agosto 2010, accoglievamo a Roma come un trionfatore. Il governo Berlusconi, così amico di Gheddafi, era sotto pressione e alla fine lasciò la decisione di intervenire all’allora presidente della repubblica Giorgio Napolitano.
La seconda avvenne nel 2019: il governo di Sarraj, insediato proprio con l’aiuto italiano, fu abbandonato al suo destino, pur essendo riconosciuto dall’Onu, contro l’avanzata del generale di Bengasi Khalifa Haftar, alleato di Mosca, dell’Egitto, degli Emirati e corteggiato anche da Parigi. Sarraj fu salvato dall’intervento militare della Turchia di Erdogan che da quell’epoca è il vero “stratega” della Tripolitania e ora, con la caduta di Assad in Siria, rafforza il suo “asse” mediterraneo.
ADESSO, per la terza volta, l’Italia scivola pesantemente in Libia riconsegnando un criminale ricercato dalla corte penale internazionale dell’Aja che avevamo appena arrestato a Torino e poi abbiamo rilasciato con un cavillo e il silenzio farisaico del ministro della Giustizia. Ma non ci siamo limitati a questo: lo abbiamo riportato in patria facendo una figuraccia. Osama al Najem, (nome vero di Almasry), capo delle forze della polizia giudiziaria libica, è stato accolto all’aeroporto internazionale di Mitiga, a Tripoli, come un eroe. Le immagini mostrano il generale scendere da un aereo che appartiene alla flotta di stato italiana.
LE AUTORITÀ ITALIANE non hanno avuto neppure l’accortezza di programmare un volo notturno di rimpatrio per evitare almeno la beffa. A ricevere il generale sulla pista c’era il comandante salafita Abdul Rauf Kara, leader della potente Forza di deterrenza speciale (Rada), un gruppo armato libico attivo “per la lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata” (ovviamente sulla carta). Diversi video sui social media libici documentano il ritorno trionfale del generale di brigata, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e gravi violazioni dei diritti umani, tra cui torture fisiche e psicologiche e morti sospette mai chiarite. In questi video la colonna sonora sono gli slogan (a volte indistinguibili) contro l’Italia.
Questa vicenda, di cui ci chiede ragione la Corte penale dell’Aja – costituita proprio a Roma nel 1998 – rivela l’insipienza di una classe politica indifferente alle stesse istituzioni di cui fa parte. Ma tutto ha origine dai rapporti, sempre avvolti da ombre, tra l’Italia e la Libia. Dai tempi di Gheddafi i governi italiani hanno mantenuto relazioni ambigue con Tripoli pur di salvare gli interessi energetici dell’Eni e il gasdotto Greenstream, una sorte di cordone ombelicale tra le due sponde del Mediterraneo. Andreotti e Craxi sono intervenuti più volte per salvare il Colonnello da tentativi di golpe o dai raid americani di Reagan. Gheddafi era diventato persino azionista della Fiat e poi anche di banche italiane. Ancora oggi società e banche italiane (Unicredit, Eni ed Mps) sono socie della Libyan Foreign Bank, la banca offshore specializzata in esportazioni di petrolio dalla Libia. I regimi passano, gli interessi restano.
MA IL COLONNELLO libico era anche il “nostro guardiano” in Africa, il controllore dei flussi migratori e il carceriere dei migranti. Lo stessa cosa l’Italia ha provato a fare dopo la caduta di Gheddafi in un Paese precipitato nella guerra civile e nell’anarchia. E i rapporti si fanno ancora più torbidi perché comincia il “sistema libico”. Abbiamo anche una data di inizio: il 31 marzo 2017, quando a Roma il ministro degli interni del governo Gentiloni, Marco Minniti, firma un accordo con un rappresentante del governo di Tripoli e circa 60 capi delle tribù per contenere i flussi migratori a sud (confine con Algeria, Niger e Ciad), mentre a nord viene insediata la guardia costiera contro gli scafisti, grazie alle motovedette pagate dall’Italia. Un reportage del New York Times dell’epoca mostrò come le operazioni della guardia costiera libica rappresentassero una grave violazione dei diritti umani dei migranti, molti dei quali morirono in mare proprio per colpa della guardia costiera libica. In realtà anche la guardia costiera è coinvolta nel traffico di esseri umani, così come le tribù e vari ministri libici.
Ammantato e imbellettato da accordi internazionali che dovrebbero fornire una copertura di legalità, il sistema libico consiste in un meccanismo di corruzione che prevede il versamento ai libici di somme di denaro da parte dell’Italia e dell’Europa in cambio della repressione violenta dei flussi migratori. Il generale Alsmary fa parte a pieno titolo di questo sistema. L’uomo è noto come il torturatore dei migranti e il capo del carcere di Mitiga, dove ha costruito la sua fama con un regime del terrore fatto di abusi, stupri e omicidi. È chiaro che il generale è una presenza imbarazzante: in un eventuale processo all’Aja Almasry potrebbe rivelare verità assai scomode e complicità indicibili, mettendo in discussione le politiche migratorie di molti Paesi. Meglio liberarsene anche a costo di una figuraccia.
Commenta (0 Commenti)America oggi Il Trump che interviene a Davos è disposto a tutto, il deficit impone una forte accelerazione alla sua offensiva domestica e internazionale. E Meloni sta con lui
Gli applausi e l’antipatica simpatia della sala. L’untuosa captatio benevolentiae dei suoi interlocutori che fanno finta di intervistarlo. Il suo discorso, che gli esperti di marketing politico definirebbero uno stump speech, cioè il testo, sempre quello, la litania che si recita pedissequamente, ripetutamente, in campagna elettorale. La sua permanente campagna elettorale. Il solito Trump, come nelle passate performance a Davos. Il solito parterre di super potenti, l’ambiente che gli è più congeniale. Solo che questa volta non è il Trump del primo mandato.
È il presidente che sbruffoneggia sul successo senza precedenti – davvero? – della sua elezione e che ostenta sicurezza e potere e un grande desiderio di usarlo come vuole e contro chi vuole, a cominciare dal suo predecessore, per poi arrivare al suo nemico numero uno: l’Europa.
In un’intervista a Fox News, prima di collegarsi con Davos, si dice «triste nei confronti di Biden che non ha chiesto la grazia per se stesso» e non esclude «un’indagine nei suoi confronti», e poi, in remoto con il club svizzero, lo mette sulla graticola, per la gioia dei ricchi e potenti in platea, definendo la sua amministrazione «un gruppo di gente totalmente inetta». Si divertono, i papaveri di Davos, il pollice verso di fronte alla spettacolo gladiatorio di un presidente che si accinge a dare letteralmente il colpo di grazia al suo predecessore, uno spettacolo barbarico che dà la misura di una crisi seria ai massimi vertici della tuttora prima potenza mondiale.
La crisi americana è squadernata di fronte al mondo, a cui si chiede, si pretende, di porre rimedio. La tracotanza dell’insediamento nella Rotunda di Capitol Hill, rivolta ai nemici interni sconfitti, è ripetuta pari pari di fronte alla platea mondiale. Se l’idea è quella d’investire in America, come invita perentoriamente a fare, non è che sia il posto più affidabile del mondo, vista la guerra civile che lo stesso Trump racconta, ancora in corso, con nemici da catturare e spedire in prigione.
La voce lamentosa e fastidiosamente piatta è quella ormai entrata nelle orecchie di tutti, di chi fa la vittima per poi promettere vendetta. La parola ricorrente è unfair.
Indebitata fino al collo, perché – dice – pessimamente gestita dopo la sua defenestrazione, perché è un colabrodo con l’immigrazione, perché asservita ai dogmi green, l’America ha un trattamento sleale, unfair, da parte dei partner commerciali, Cina e paesi asiatici, ma soprattutto gli ingrati alleati, europei. «La Ue ci tratta in modo sleale, con grandi tasse, molto sostanziali. Gli europei non prendono le nostre auto. Mettono dazi su cose che vogliamo fare: dazi non monetari, ma poi si aspettano di vendere le loro merci nel nostro Paese e hanno un attivo commerciale con noi di centinaia di miliardi di dollari».
Trump ce l’ha proprio con l’Europa, ancor più che con la Cina. Con Xi Jinping, gli affari si possono fare: Tik Tok insegna. Per non dire del principe saudita, Mohammed bin Salman, il primo leader al telefono dopo la sua elezione, che gli promette 600 miliardi di dollari di investimento negli Stati uniti nei prossimi quattro anni. L’Europa? Incarna tutto ciò che il trumpismo detesta. Le regole, innanzitutto. «Ho molti amici in Europa, so che sono frustrati perché ci vuole molto tempo per approvare leggi e regolamenti».
Lo scontro era nell’aria, la guerra delle tariffe partirà immediatamente, se l’Europa non seguirà l’esempio del saudita e di Xi. A Bruxelles, le onde telluriche non scuotono solo i palazzi della Ue, ma anche il quartier generale della Nato. Il Trump che interviene a Davos è disposto a tutto, il deficit impone una forte accelerazione alla sua offensiva domestica e internazionale, se no la sua folle politica susciterà presto vere e proprie rivolte in casa, semplicemente aggravando ulteriormente il quadro economico e sociale.
In retrospettiva la presenza di Giorgia Meloni alla cerimonia di insediamento di Trump, i suoi applausi a dir poco irrituali al discorso del neopresidente, rende ancor più evidente, alla luce dell’intervento ascoltato a Davos, la lacerazione che ha già prodotto nel Vecchio continente il ritorno del tycoon alla Casa Bianca. L’Italia degli eredi del fascismo è di nuovo il paese del voltafaccia, dell’opportunismo di chi molla gli alleati per salire sul carro del vincitore. Con lei tutta l’accozzaglia dei sovranisti pronti a vendere la sovranità europea, ma anche quella dei propri paesi, a un personaggio che detesta l’Europa, la cultura europea, e considera il Vecchio continente alla stregua della Groenlandia, da annettere pezzo a pezzo.
Eppure proprio questa arroganza potrebbe l’effetto benefico di ridare ossigeno a quel che è ancora vivo dell’europeismo. La sua resilienza, nonostante le Meloni, gli Órban e le Le Pen, ha ancora qualche carta da giocare.
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