Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

DISARMO. Nelle sale italiane il film sullo scienziato. La speranza è che stimoli a riflettere sul grave pericolo esistenziale che l’arsenale atomico globale rappresenta ancora per tutti noi

Oppenheimer, oggi va raccontata la fine dell’arma nucleare J. Robert Oppenheimer nel suo studio di Princeton nel 1957\Ap

Il film sulla figura di Oppenheimer, coordinatore scientifico del Progetto Manhattan, può essere una buona occasione per continuare a riflettere sul pericolo ancora oggi rappresentato dalle armi nucleari. Una consapevolezza riemersa dopo decenni di sottovalutazione (nei quali solo le organizzazioni della società civile hanno continuato a sottolineare la necessità di arrivare a un disarmo completo) a seguito dell’uso latentemente “ricattatorio” che Putin ne fa nel contesto della guerra in Ucraina.

Ben venga quindi aprire una finestra sul percorso che ha portato all’utilizzo come arma delle forze nascoste negli atomi (e poi nei nucleari), progetto inedito per complessità e dimensioni e di certo guidato da ingegni eccezionali. Senza però cadere in due errori che potrebbero essere gravi: pensare che tutto questo, e ciò che ne è seguito per decenni, sia da ascrivere solo a personalità straordinarie mentre invece è il frutto di un processo allargato su vari livelli, che riecheggia davvero quella “banalità del male” troppo spesso dimenticata.

E, soprattutto, dimenticare la questione più grave e concreta: gli impatti sulle persone, non solo in Giappone ma anche in tutti quei luoghi in cui sono stati condotti i circa 2.000 test nucleari dal 1945 in poi.

IN PRATICA occorre evitare di farsi trascinare nei soli incubi personali del fisico protagonista di questa biografia per immagini: il vero delirio è stato (e continua ad essere) collettivo. Tanto più che Oppenheimer, tormentato per anni da visioni di funghi atomici su città e ondate di radiazioni distruttive come conseguenza della potenza che il suo lavoro stava scatenando come moderno vaso di Pandora, non poteva nemmeno avere la consapevolezza degli scenari ancora peggiori che gli studiosi hanno potuto elaborare successivamente.

LA REDAZIONE CONSIGLIA:

Rabbia e atomica, guerra nucleare mai così vicina dal 1945

Oggi infatti sappiamo che una singola guerra nucleare, anche una combattuta con sole poche decine di testate, potrebbe mandare la Terra in uno stato apocalittico chiamato inverno nucleare (un raffreddamento anche di 15 gradi indotto da un inquinamento così forte da bloccare i raggi solari) con miliardi di persone che morirebbero di fame. Senza dimenticare che buio, freddo e radiazioni nucleari distruggerebbero gran parte della vita animale e vegetale della Terra.

Gli analisti ritengono che una guerra nucleare tra Stati uniti e Russia potrebbe far morire di fame cinque miliardi di persone, cioè un numero di vittime più di dieci volte superiore a quelle che morirebbero per gli effetti diretti delle bombe lanciate. Una guerra nucleare di minore entità tra India e Pakistan porterebbe invece a una scenario con circa due miliardi di morti.

Oltre il ricordo di una storia di certo spartiacque nella storia umana, il film di Christopher Nolan avrà una reale utilità culturale solo se porterà gli spettatori a domandarsi perché nel XXI secolo esistano ancora armi nucleari, come potrebbero essere usate e le motivazioni di chi continua a volerle. Rigettando ogni deriva di “fascinazione” per la grande impresa tecnologica realizzata che un racconto così epico potrebbe invece generare.

La genialità scientifica è infatti inevitabilmente accompagnata da fallimenti e fragilità umane. E le scelte di molte persone se corrotte da ego, potere e ambizione, possono plasmare la storia portandola quasi alla folle autodistruzione. Senza però dimenticare che il Gadget – soprannome della prima bomba fatta esplodere nel luglio del 1945 durante il Trinity Test – e tutti gli ordigni a esso successivi sono strumenti costruiti dall’umanità che possono (devono!) essere smantellati dall’umanità.

LA REDAZIONE CONSIGLIA:

Una morte di nome Trinity

LA SPERANZA è che anche questo film stimoli molti a riflettere sul grave pericolo esistenziale che l’arsenale nucleare globale rappresenta per tutti noi, ancora oggi. Rendendosi conto che un qualsiasi uso di armi nucleari (anche se presentato come razionale, o derivante dalla falsa teoria della deterrenza) sarebbe una catastrofe senza limiti per la quale non sarebbe possibile alcuna gestione emergenziale.

E in questo l’opera di Nolan commette un grave errore: concentrandosi così intensamente sul dramma di una persona riduce ad aspetto secondario gli effetti reali della devastazione nucleare su esseri umani in carne e ossa, sui loro cari, sulle loro case, città, terre, acque e clima. Che invece sono fondamentali.

Mancano all’appello l’esproprio delle famiglie locali e delle popolazioni indigene a Los Alamos, la mancanza di misure di protezione per le popolazioni sottovento al fallout del Trinity Test (che oggi sappiamo aver coperto quasi tutti gli Stati uniti arrivando fino al Canada e al Messico) che ha causato per decenni malattie legate alle radiazioni e persino la morte di due scienziati del Progetto Manhattan.

E ovviamente l’incenerimento degli abitanti di Hiroshima e Nagasaki con bombe lanciate espressamente per causare il massimo numero di vittime umane: due armi nucleari di dimensioni tattiche relativamente piccole per gli standard odierni) capaci di uccidere 230mila persone. Nessuna considerazione sulle armi nucleari dovrebbe essere separata da ciò che tali armi effettivamente provocano.

Perché invece le elucubrazioni del potere sui temi legati allo sviluppo di armamenti cercano sempre di massimizzare i “vantaggi” politici e strategici (spesso più teorici che reali) eliminando dall’equazione le persone e i popoli.

Lo dimostra la stessa storia del Progetto Manhattan, la cui motivazione di base derivava dal timore che la Germania nazista fosse in vantaggio nello sviluppo della bomba atomica e che, se fosse arrivata prima, non avrebbe esitato a usarla con effetti terrificanti. Ma già alla fine del 1944 era diventato chiaro come il programma tedesco fosse in fase di stallo per nulla vicino ad ottenere un ordigno funzionante.

Perché a quel punto il progetto statunitense non fu abbandonato? Perché ormai l’investimento politico, finanziario e scientifico che vi era stato riversato aveva acquisito uno slancio tale da farlo proseguire a pieno ritmo in una maniera ormai inarrestabile. Solo uno degli scienziati coinvolti, Joseph Rotblat, in seguito insignito del Premio Nobel per la pace per i suoi sforzi a favore del disarmo, ebbe l’integrità e il coraggio morale di abbandonare il Programma quando le ragioni per cui era stato istituito, e per cui lui stesso vi si era associato, svanirono.

L’USO della bomba contro il Giappone non faceva parte di tali ragioni originarie e già nel 1944 l’obiettivo politico principale del programma era diventato quello di massimizzare l’influenza e il potere postbellico degli Stati uniti d’America contro l’Unione sovietica.

LA REDAZIONE CONSIGLIA:

Progetto Manhattan, la scienza cattiva che non muore mai

Addirittura fino al primo test nucleare Trinity del 16 luglio 1945 vi era incertezza scientifica sulla possibilità che l’esplosione potesse incendiare l’atmosfera terrestre e porre fine alla vita sulla Terra (fino all’ultimo momento lo stesso Enrico Fermi aveva raccolto scommesse a riguardo…): anche se l’evidenza scientifica lo considerava molto improbabile, il fatto che il test sia stato condotto nonostante non si potesse escludere una possibilità così devastante è profondamente inquietante. E significativo: come si è potuto decidere di correre un rischio così terribile?

Dopo il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, Oppenheimer e molti altri scienziati del Progetto Manhattan erano profondamente preoccupati per le implicazioni del frutto del loro lavoro sul futuro dell’umanità: “L’atomo lacerato, non controllato, può essere solo una minaccia crescente per tutti noi”, scrisse profondamente convinto che l’accesso alla bomba atomica si sarebbe inevitabilmente allargato in assenza di un controllo internazionale.

Non a caso in una conferenza stampa del marzo 1963 l’allora presidente degli Stati uniti John F. Kennedy disse chiaramente: “Vedo la possibilità che negli anni Settanta il presidente degli Stati uniti debba affrontare un mondo in cui 15 o 20 o 25 nazioni possano avere armi nucleari. Lo considero il più grande pericolo e rischio possibile”. Tra questi c’era anche l’Italia, con il proprio programma nucleare militare implementato vicino a Pisa.

UNA STRADA ben diversa, e ancora oggi pericolosa, da quanto scritto invece nel 1948 da Robert Oppenheimer: “Se la bomba atomica doveva avere un significato nel mondo contemporaneo, doveva essere quello di dimostrare che non l’uomo moderno o i suoi eserciti, ma la guerra stessa era obsoleta. Cosa si può fare con questo terribile sviluppo per renderlo uno strumento per la conservazione della pace?”.

Per decenni non si è fatto nulla ma ora non c’è più tempo da perdere: le armi nucleari sono “kamikaze globali” che potrebbero colpire tutti. Sono state create in maniera collettiva, perciò anche la loro totale eliminazione dalla storia dovrà nascere da uno sforzo allargato, in cui tutti (persone, comunità, istituzioni) sono chiamati a dare il proprio contributo.

*Francesco Vignarca, Coordinatore Campagne Rete Pace Disarmo e autore del libro “Disarmo nucleare”

Commenta (0 Commenti)

COMMENTI. L’Italia sta naufragando in Libia per la terza volta in poco più di un decennio

Il Primo Ministro del Governo di Unità Nazionale libico, Abdel Hamid al-Dabaiba e l'amministrato delegato dell'Eni Claudio Descalzi 

Altro che piano Mattei per l’Africa. L’Italia sta naufragando in Libia per la terza volta in poco più di un decennio. La prima fu quando nel 2011 venne abbattuto – con Francia, Gran Bretagna, Usa, Nato e la nostra attiva partecipazione militare – il regime di Gheddafi che solo mesi prima accoglievamo a Roma come un trionfatore.

La seconda avvenne nel 2019: il governo di Sarraj, insediato proprio con l’aiuto italiano – sempre interessato al controllo dei migranti – , fu abbandonato al suo destino già incerto, pur essendo riconosciuto dall’Onu, contro l’avanzata del generale di Bengasi Khalifa Haftar, alleato di Mosca, dell’Egitto, degli Emirati e corteggiato anche da Parigi. Sarraj fu “salvato” dall’intervento militare della Turchia di Erdogan.

La terza volta sta succedendo in questi giorni in maniera forse meno eclatante ma sicuramente alquanto ignorata: a cavallo di ferragosto due potenti fazioni di Tripoli si sono affrontate con circa una sessantina di morti. Una lotta intestina, con la partecipazione importante dei salafiti, che fa apparire assai fragile il governo di Daibaba con cui Meloni e company stringono accordi labili che contrabbandano agli italiani come pietre miliari dell’agire del governo. La realtà è ben diversa. Pur essendo l’Italia presente sul territorio libico con la sua intelligence, ben poco può fare – soprattutto da sola – con gli attori protagonisti della vicenda. In primo luogo la Turchia che in Tripolitania vuole dare ulteriore consistenza ai suoi disegni di potenza neo-ottomana e mediterranea e si propone persino di dare vita a un esercito libico unificato. I suoi piani si scontrano – ma in qualche caso anche si incontrano – con quelli della Russia, che oltre alla presenza della Wagner in Cirenaica, è disposta a negoziare con Ankara e con il Cairo.

Putin si prepara a incontrare Erdogan per la questione Ucraina e del grano mentre lo stesso reiss turco sta lavorando da mesi a un meeting con il generale-presidente egiziano Al Sisi. I due sono stati divisi dagli sviluppi delle primavere arabe del 2011 quando nel 2013 Al Sisi con il suo colpo di stato fece fuori sanguinosamente i Fratelli Musulmani sostenuti dalla Turchia. In questo quadro libico politico- diplomatico che vede anche la riunione dei Paesi Brics – sempre più lanciati a sganciarsi da quella che considerano come egemonia occidentale e del dollaro – l’Italia e l’Europa non toccano palla. E come loro gli Usa e l’Onu. Visto che proprio ieri il capo del Consiglio presidenziale, Mohammed Menfi, il presidente della Camera dei rappresentanti, Aqila Saleh, e il generale dell’Est Khalifa Haftar hanno annunciato che non parteciperanno a nessun comitato legato alla situazione politica, ad eccezione di quelli aderenti al quadro nazionale interno; un chiaro rifiuto di partecipare a un dialogo che potrebbe essere proposto dalla Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil). Sono circa due anni che l’Onu e gli europei tentato invano di fare andare i libici alle urne.

Insomma uno schiaffo al Palazzo di Vetro e alla comunità internazionale “occidentale” che vengono giudicati sia a Ovest in Tripolitania che a Est in Cirenaica come degli intrusi. Cosa significa tutto questo? Non che la Russia, la Turchia o l’Egitto abbiano in Africa tutto questo successo. Anche loro devono avere a che fare con i sommovimenti di un continente dove sono in atto guerre, come in Sudan, rivolte jihadiste (Mali, Burkina), golpe e crisi economiche spaventose, dalla Tunisia al Sahel. Significa però che qui degli interventi occidentali non ne vogliono più sapere.

Si è visto recentemente in Niger dove alcune migliaia di soldati occidentali sono accucciati all’aereoporto di Niamey, consapevoli che c’è il rischio che alzando un dito potrebbe finire come a Kabul nel 2021.

Del resto come dare torto agli africani e ai leader della regione tra Medio Oriente e Nordafrica che hanno subito per vent’anni i disastri provocati dagli occidentali, dall’ Afghanistan all’Iraq alla Libia. Con i risultati che sappiamo tutti e una consapevolezza comune nel Sud del mondo: che gli Usa con il loro corteo di docili alleati lavorano più per la destabilizzazione che per la stabilità. Una stabilità che non ci può né ci deve piacere perché fatta di autocrati, democrazie calpestate e repressione: ma allo stesso tempo dovremmo anche smettere di volere imporre agli altri dei modelli al prezzo pesantissimo di morti, carestie e tanti, tanti profughi.

I risultati sono stati in questi anni peggiori dei mali che volevamo combattere. Un interlocutore di Tripoli è esplicito: «Voi europei siete arenati in una visione assai distante da questi territori». Vorrei replicare, come ho fatto, che questo non accade da oggi ma che è un a tendenza in atto da molti anni, il frutto avvelenato di una propaganda e di una narrativa distorta che voleva fare dell’Afghanistan, dell’Iraq o della Libia dei modelli poi respinti dalla realtà dei fatti e dal sentire dei popoli. Ma qui, come si usa dire, non c’è peggiore sordo di chi non vuole sentire

Commenta (0 Commenti)

 https://www.mannieditori.it/sites/default/files/autori/campetti.jpg

Se il 75% degli italiani pensa che sarebbe necessaria una legge per stabilire il salario orario minimo al di sotto del quale nessun padrone pubblico o privato possa scendere, mentre la maggioranza che governa il paese pensa il contrario e agisce in direzione ostinata e contraria, c’è un problema. Non da oggi, certo, come la caduta progressiva della partecipazione al voto dimostra. Il fatto è che l’opinione dei cittadini sembra essere ininfluente, che si tratti di salario o di armi da guerra, e allora tanto vale disertare le urne.

Si dirà: chi non vota non ha diritto di parola. Ma perché, chi vota ce l’ha? Che il precario in ospedale o l’operaio in subappalto al cantiere navale votino o non votino, il loro parere comunque non conta e sono ben pochi a interessarsi delle loro condizioni lavorative. L’attacco ai corpi intermedi punta a formalizzare questa situazione, sterilizzando la possibilità di organizzare proteste finalizzate a ridare un peso e uno sbocco alla volontà popolare.

È la postdemocrazia che si regge sugli algoritmi e sugli inganni, se stai bravo ti faccio partecipare agli utili dell’impresa che ti sfrutta e magari ti regalo anche la tessera della Cisl. Chi odia i poveri e teme chi ha ancora nel DNA l’idea che con la lotta collettiva si possa rovesciare lo stato delle cose, mette in campo tutte le sue armi. Primo, divide et impera: che il meno povero e il più povero si scannino nel cercare di arraffare l’obolo miserabile e ingannevole lanciato dalle finestre dei palazzi del governo. Le destre come il moderno Marchese del Grillo. Se si paralizza la lotta di classe dal basso verso l’alto, quel che resta è il rancore, l’invidia sociale. Un toccasana per il potere.

Tra botte di calore, bombe d’acqua e incendi dolosi, la tregua di Ferragosto (almeno per chi ha l’agio di godersi una tregua, una villa dove il finanziere annuncia in mondovisione le corna ricevute dalla manager promessa sposa, o una masseria o un resort dove ripararsi dal solleone e dagli alleati) lascia intravedere scenari inquietanti. Se il destino dei salari finisce

Commenta (0 Commenti)

L'ATTIVISTA. L’aumento del prezzo della benzina colpisce in modo indiscriminato i ricchi e i poveri, colpendo nello stesso modo chi riempie il serbatoio di una utilitaria e chi fa il pieno […]

Traffico e inquinamento dell’aria a Milano foto Ansa

 

L’aumento del prezzo della benzina colpisce in modo indiscriminato i ricchi e i poveri, colpendo nello stesso modo chi riempie il serbatoio di una utilitaria e chi fa il pieno al Suv. Quando parliamo della necessità di una transizione ecologica equa, appellandoci al principio di giustizia climatica, evidenziamo al contrario la necessità di politiche diversificate.

La transizione ecologica (a maggior ragione nel settore della mobilità) deve essere guidata attentamente dallo Stato per far sì che riduca le diseguaglianze, invece di aumentarle. In questo caso vediamo invece che il governo utilizza la strategia opposta: evita di intervenire in qualunque modo e si aggrappa alla risibile mossa dell’esposizione dei cartelloni con i prezzi medi, la quale – come era ampiamente prevedibile – non ha sortito alcun effetto.

Così facendo, la stretta imposta dall’Opec si scarica direttamente sulle tasche dei consumatori.
Dal punto di vista climatico, a primo acchito potrebbe sembrare che l’aumento dei prezzi della benzina favorisca una riduzione del suo utilizzo e di conseguenza delle emissioni di Co2. In realtà questa relazione non è sempre valida: uno studio del Dipartimento dell’energia statunitense ha rilevato che gli aumenti improvvisi del prezzo della benzina non comportano una riduzione del suo impiego, se non marginale. Nel 2015, in particolare, un rincaro del 30% del costo del combustibile ha causato una riduzione dei chilometri percorsi in auto solamente del 3%. Questo perché, nel breve periodo, la domanda di benzina è quasi anelastica.

Una strategia che miri a rendere sostenibile la mobilità in una prospettiva di equità e giustizia climatica, invece, dovrebbe mirare prima di tutto a soluzioni che penalizzino chi inquina di più. L’esperto di climate policy del Fondo monetario internazionale Ian Perry, che ha a lungo studiato le esternalità dei carburanti, ne evidenzia tre: innanzitutto una maggiore tassazione sui veicoli più inquinanti, in particolare i Suv, le cui emissioni continuano a crescere vertiginosamente. Basti pensare che, se fossero una nazione, sarebbero il sesto paese più inquinante al mondo. In secondo luogo, è utile puntare sulle congestion charges, sul modello di quella londinese. Infine, è fondamentale fornire un’alternativa all’automobile: una rete di trasporti pubblici rapida e capillare.

Ma proprio sui trasporti pubblici il governo – nella persona del ministro delle infrastrutture Matteo Salvini – ha adottato una strategia scellerata. Negli stessi giorni in cui si verificano i rincari, il Mit decide di tagliare i finanziamenti alle linee ferroviarie del Sud Italia, come la Lamezia Terme-Catanzaro e la Sibari-Porto Salvo. I finanziamenti da 2,5 miliardi di euro destinati a queste ed altre linee del Meridione verranno destinati invece a collegamenti infrastrutturali al Nord. Ovviamente, una nota del ministero smentisce le critiche affermando che il ministro Salvini resta determinato a investire sul Mezzogiorno tramite la realizzazione del ponte sullo Stretto.

Il piano del governo Meloni-Salvini è chiaro: mentre si cancella il tetto agli stipendi dei manager della società che costruirà il ponte, i cittadini sono lasciati soli di fronte ai rincari dei carburanti, senza aiuti statali e senza investimenti sulle alternative all’auto. Una ricetta perfetta per aggravare i problemi ambientali e le disuguaglianze economiche del nostro Paese.

*Fridays for future

Commenta (0 Commenti)
L’ECONOMISTA. Le accise sui carburanti pesano in Italia per circa il 30% sul costo della benzina e per il 34% su quello del gasolio. In molti chiedono strumentalmente di abbassarle per […]
Diritti sociali e diritti ambientali possono convivere

Le accise sui carburanti pesano in Italia per circa il 30% sul costo della benzina e per il 34% su quello del gasolio. In molti chiedono strumentalmente di abbassarle per dare respiro agli italiani in un periodo in cui il potere di acquisto delle famiglie è particolarmente in sofferenza. Quale può essere la posizione del campo ambientalista e di sinistra davanti a queste proposte?

Nel 2019 in Francia, il rialzo delle accise deciso per finanziare la transizione energetica diede origine alle proteste dei Gilets Jaunes e a una contrapposizione di fatto tra diritti sociali e diritti ambientali. Questa contrapposizione è però evitabile. È vero che abbassare le accise significherebbe dare un po’ di respiro agli italiani, ed è ancora più vero se si pensa che questo tipo di imposte indirette colpiscono proporzionalmente di più i ceti medio-bassi di quelli benestanti, in quanto non dipendono dal reddito né dal patrimonio.

Al tempo stesso, però, sappiamo bene come la transizione energetica non sia più rimandabile, e un taglio delle accise equivarrebbe a un vero e proprio sussidio a favore delle energie non rinnovabili. Questo in un contesto in cui l’Italia spende secondo Legambiente circa 35 miliardi di euro ogni anno per i cosiddetti «sussidi ambientalmente dannosi». Sussidi politicamente intoccabili che riguardano incentivi alle trivellazioni, alla ricerca nei comparti del gas, del carbone e del petrolio, nonché sgravi e agevolazioni.

Da un lato si continua quindi a finanziare massicciamente chi danneggia l’ambiente e dall’altro si vuole presentare un nuovo incentivo alle energie fossili come una misura presa in favore dei redditi medio-bassi.
La soluzione per tenere insieme diritti ambientali e diritti socioeconomici in realtà c’è, e la suggerisce nientemeno che il Fondo Monetario Internazionale. In una nota del giugno 2022, gli economisti del Fondo spiegavano infatti che per quanto un abbassamento artificiale dei prezzi dell’energia possa sembrare una buona idea, i prezzi sovvenzionati incoraggiano in realtà un maggiore consumo. Questo sul medio periodo eserciterebbe ulteriori pressioni al rialzo sui prezzi.

Gli autori dello studio suggerivano quindi di intervenire direttamente sul welfare, con politiche redistributive a sostegno delle fasce più deboli della popolazione.
È in effetti questa la posizione di chi nel mondo cerca di tenere insieme la transizione energetica con i diritti dei più deboli. Certo non si tratta di incentivare i consumi di energie non rinnovabili abbassando i loro prezzi, ma piuttosto di utilizzare i proventi delle imposte sulle energie fossili per finanziare la transizione energetica e al tempo stesso per compensare i cosiddetti «perdenti della transizione», coloro i quali sono più direttamente colpiti dalle accise, dalle riconversioni industriali, e in generale dalle cosiddette politiche green.

Questo sarebbe ancora più fattibile se si andassero a colpire da un lato i sussidi ambientalmente dannosi, e dall’altro i consumi a forte impatto ambientale dello 0,1% più ricco della popolazione (si pensi ad esempio all’uso dei jet privati).

Certo tutto questo richiederebbe una forte volontà politica realmente interessata al sociale e non ad alimentare conflitti tra diversi diritti. Da questo governo è difficile aspettarsi questa volontà. È anzi facile aspettarsi che il taglio delle accise, se realmente ci sarà, finirà ancora una volta nelle tasche dei ricchi tramite l’introduzione della flat tax

 
 
 
Commenta (0 Commenti)

COMMENTI. Chiamando in causa il Cnel sul salario minimo Giorgia Meloni ha preso tempo, ma non ne trarrà una copertura politica efficace. Non è un caso che ne sia stata di frequente proposta la soppressione

 

Chiamando in causa il Cnel sul salario minimo Giorgia Meloni ha preso tempo, ma non ne trarrà una copertura politica efficace. Non è un caso che ne sia stata di frequente proposta la soppressione. Il Cnel non è mai stato molto di più che un cimitero degli elefanti.

Utile a collocare in una posizione formalmente di qualche prestigio un personale politico, sindacale, imprenditoriale sostanzialmente uscito dal campo di battaglia. Il rapporto tra il mondo del lavoro e quello dell’impresa vive altrove. È platea, non palcoscenico, e Meloni non può cambiare questa realtà.

La camera dei deputati ha in esame varie proposte di legge dell’opposizione, anche con audizioni presso la commissione lavoro. Non mancano contributi degni di nota, come ad esempio la memoria Istat per la seduta dell’11 luglio. Lo stesso Cnel è stato audito il 13 luglio. Cosa ci si può aspettare ora di più e meglio? Il rinvio è uno schiaffo all’assemblea elettiva, e nulla cambia con la difesa d’ufficio di Meloni sul Corriere della sera di ieri.

Perché? Certo non per disponibilità verso le opposizioni, in sostanza prese in giro. Meloni non teme gli oppositori, a fatica assemblati intorno alla bandiera del salario minimo. Al più, teme i sondaggi, che le dicono di un’opinione pubblica in maggioranza favorevole. Probabilmente pensa di guadagnare tempo per diffondere la sua pubblicità ingannevole per un prodotto avariato.
In ogni caso, tutto questo è reso possibile dall’evanescenza dell’istituzione parlamento. Che trova conferma in una legge elettorale che nega la rappresentatività e nel taglio dei parlamentari, e si traduce nell’alluvione ormai a cadenza praticamente settimanale dei decreti-legge (anche omnibus), o nelle deleghe sostanzialmente in bianco come quella fiscale, che producono tra l’altro un accumulo di decreti delegati in attesa di adozione.

Capita che qualcuno accenni alla possibilità che Mattarella rifiuti la firma. Ma il capo dello stato come garante della Costituzione rimane per prassi limitato alla manifesta incostituzionalità degli atti, di non facile riscontro. È anche giusto così, spettando alla corte costituzionale una valutazione approfondita. In tal caso la moral suasion – che Mattarella svolge oggi con parole anche più chiare che in passato – o la firma con suggerimenti di modifiche è il massimo che può fare.

Il rinvio al Cnel è un tassello nel più ampio mosaico dell’istituzione parlamento, che si iscrive nella riflessione della dottrina internazionale sull’indebolimento della democrazia definito come autocratization o democratic backsliding. Processi che hanno colpito anche paesi che avremmo considerato al riparo, come gli Stati uniti. Trump ha dimostrato e dimostra il contrario. Di tali processi si intravedono nel nostro paese i primi sintomi, che si rafforzerebbero con le riforme istituzionali della destra sul presidenzialismo/premierato (ora con l’assist di Renzi e del suo sindaco d’Italia). Sarebbe riduttivo vedere la partita in atto come difesa della Costituzione. È la difesa della democrazia, come l’abbiamo conosciuta, e passa attraverso la difesa del parlamento.

Per questo alcune mosse sono indispensabili. Mantenere la pressione per una nuova legge elettorale, come scrive Felice Besostri su queste pagine. Attivare gli istituti di democrazia diretta – iniziativa legislativa popolare, referendum – per radicare ex novo i soggetti politici, e rivitalizzare le assemblee elettive come collettori effettivi di consenso popolare. A tal fine è essenziale la piena funzionalità del portale pubblico per la raccolta delle firme online a titolo gratuito, a quanto so non ancora acquisita. Per esempio, se in parlamento sul salario minimo fosse stata in discussione una sola proposta di iniziativa popolare sostenuta da un paio di milioni di firme invece di sette proposte di opposizione, sarebbe stato facile per la maggioranza avanzare con le scarpe chiodate di un emendamento soppressivo?

La democrazia non si riduce allo slogan di un giorno da leone e cinque anni da pecora, come vorrebbero per il popolo sovrano i fan dell’investitura popolare in qualunque modo configurata di chi governa, e della conseguente inevitabile mordacchia per le assemblee elettive. E non si dica che il contrappeso è negli staterelli regionali semi-indipendenti dati dall’autonomia differenziata. In quelle istituzioni tutto è già accaduto. Che poi li chiamiamo autocrati o cacicchi, non fa differenza.

Commenta (0 Commenti)