Uno studio dell’Ong Save The Children nelle campagne di Latina e Ragusa denuncia le condizioni di vita dei minori «invisibili». «Queste bambine e bambini trascorrono l’infanzia in alloggi di fortuna, forte isolamento, con un difficile accesso a scuola e servizi sanitari e sociali», si legge nel rapporto
Figlio di un bracciante nella provincia di Latina - Francesca Sapio/Save the children
Le colpe dei padri non dovrebbero ricadere sui figli. Ricadono invece, e pesantemente, le condizioni di deprivazione economica, esclusione sociale e sfruttamento lavorativo. Lo denuncia Save The Children nel XIII rapporto Piccoli schiavi invisibili pubblicato ieri, in vista della giornata internazionale contro la tratta del 30 luglio, con un focus sui figli dei braccianti a Latina e Ragusa. «Quella che emerge è la fotografia di bambine e bambini figli di braccianti sfruttati che spesso trascorrono l’infanzia in alloggi di fortuna nei terreni agricoli, in condizioni di forte isolamento, con un difficile accesso alla scuola e ai servizi sanitari e sociali», afferma il rapporto.
SECONDO LE STIME dell’Istat, relative a due anni fa, nel settore dell’agricoltura italiana erano circa 230mila i lavoratori occupati irregolarmente. Massiccia la presenza di stranieri non residenti e donne (55mila). Questo fenomeno si concentra in alcune province che richiedono una forte presenza di manodopera e sostiene un pezzo importante del Pil agricolo del paese. Spesso in cambio di costi umani devastanti, che colpiscono sia i lavoratori che le loro famiglie. Prole compresa.
NEL DISTRETTO del Monviso, in provincia di Cuneo, da anni gli stagionali si battono per alloggi dignitosi. Nelle baracche del “ghetto” di Torretta Antonacci, nel foggiano, vivono circa 2mila braccianti che lo scorso 14 luglio insieme al sindacato Usb hanno presentato le proposte su “Casa, lavoro, terra e libertà” per uscire dalla marginalizzazione e ottenere i diritti che gli spettano. A Nardò, nel Salento, i lavoratori agricoli stranieri hanno ottenuto anche quest’anno l’accoglienza nella foresteria Boncuri, insieme ad alcuni servizi socio-sanitari. Altre situazioni difficili si registrano in Campania, Calabria e Sicilia, da Castel Volturno a Rosarno fino a Pachino.
Lo studio di Save The Children punta l’obiettivo, con i reportage di Valentina Petrini, sulla provincia di Latina e la Fascia trasformata di Ragusa, l’area delle coltivazioni in serra che tocca diversi territori siciliani. In queste zone la forza lavoro è richiesta sia per la raccolta che per l’imballaggio dei prodotti e si trovano due dei mercati ortofrutticoli più importanti del paese: il centro agroalimentare di Fondi e l’ortomercato di Vittoria. I numeri riportati nel rapporto, che vengono dall’ufficio di statistica Crea e riguardano il 2022, dicono che sono di origine straniera 13mila dei 20mila operai agricoli censiti/registrati a Latina e quasi 13mila su 28mila a Ragusa. «L’esclusione si radica dalla nascita», denuncia l’Ong, e tocca aspetti fondamentali per i figli di questi braccianti.
ALCUNI DI LORO sono coinvolti in attività lavorative, anche pesanti, prima dell’età minima stabilita dalla legge italiana: 16 anni. Nella provincia siciliana K., 15enne di origine tunisine, lavora in un magazzino con la sorella, mentre S. ha iniziato a 13 anni a «bombare i fiori», cioè cospargere veleno sulle coltivazioni. A mani nude e bocca scoperta.
Molti altri bambini e adolescenti sono costretti a trascorrere da soli buona parte del tempo extra-scolastico perché i genitori sono a lavoro. Spesso vivono in situazioni abitative sovraffollate e precarie. «I minori incontrati a 9/10 anni sono spesso già adulti. Crescono fratelli e sorelle più piccoli. Molti di loro non fanno sport, né altre attività ricreative», dice il rapporto rispetto alla situazione nella provincia di Latina.
PER QUESTI MINORI la frequenza scolastica è «costantemente minacciata dagli effetti diretti e indiretti dello sfruttamento lavorativo» e altri gravi problemi vengono dal muro della burocrazia: le difficoltà di ottenere la residenza o il codice fiscale ricadono a cascata su quelle di vedersi assegnato un medico o un pediatra. Le testimonianze raccolte, anche tra il personale sanitario, denunciano il rischio della negazione del diritto alla salute.
Alla luce dei risultati della ricerca Save The Children chiede un intervento istituzionale che coinvolga ministero del Lavoro, comuni e Viminale per «proteggere tutti i minorenni e i loro genitori vittime di tratta e/o sfruttamento»
Rapporto sui media di Greenpeace: il 20% delle news su giornali, tg e social è un megafono anti-climatico
Palermo, l’intervento dei vigili del fuoco nella zona dell’areoporto - Ansa
Lunedì, mentre Catania si apprestava a restare senz’energia elettrica e senz’acqua, l’ex senatore leghista Simone Pillon su Twitter pubblicava una piccola mecedonia di negazionismo climatico: «100 contro 1 che il 2024 sarà l’anno più caldo dal Giurassico. Io capisco che vogliate vendere auto elettriche e svalutare il patrimonio immobiliare, ma state esagerando. In Italia a luglio fa caldo, ha sempre fatto caldo, e farà ancora caldo. Grazie a Dio». La città aveva raggiunto un picco di 47,6 gradi centigradi, non troppo lontano dal record di 48,8 dell’estate 2021.
EPPURE anche in questa settimana in cui il Paese è stato travolta da un’ondata di calore che dipende dai cambiamenti climatici effetto della nostra civiltà fossile – come spiegava l’analisi del World Wheather Attribution anticipata ieri dal manifesto – c’è chi continua a negare. Vittorio Feltri, intervistato nei giorni scorsi su Rete4 dal compagno della presidente del Consiglio, Andrea Giambruno, ha affermato: «Gli ecologisti sono dei conformisti che parlano di caldo record, ma è sempre stato così a partire dagli anni Ottanta. A me del caldo non interessa, non lo soffro e non sudo nemmeno». Del resto il giornalista lo aveva introdotto così: «La notizia, ammesso che tale sia, è che a luglio fa caldo e probabilmente a dicembre nevicherà, ma secondo gli ambientalisti la colpa è di
Un contributo alla riflessione sul tema dei cambiamenti climatici e dei combustibili fossili a cura di Gianfranco Pellegrini, CTO e cofounder di TEON.
In filosofia si parla di passaggio da potenza ad atto. Potenziale è tutto ciò che è inattivo ma attivabile. I combustibili fossili sono energia potenziale – cioè inattiva – ma attivabile.
Sono stati necessari 100 milioni di anni per conservare l’energia potenziale costituita da tutti i combustibili fossili accumulati nel sottosuolo. Son bastati 200 anni per attivare quasi tutta questa energia potenziale.
Per fare un esempio è come se una schiera di formiche (formicaio) accumulasse senza mai interrompere cibo per tre anni e si mangiasse tutto quel cibo in soli tre minuti. L’esempio è valido a fini del confronto ma non per altro, perché nel caso delle formiche al più muoiono per il troppo mangiare.
Bruciare tutto quel combustibile fossile in così poco tempo surriscalda la terra e riempie di fumo l’atmosfera consentendo al calore solare di restare intrappolato al suo (dell’atmosfera) interno. Se ad attivare tutta questa energia potenziale fossero stati i marziani avremmo potuto dire che trattavasi di azione “marziopica”, ma siccome trattasi di opera umana l’azione è antropica.
Poi il negazionista climatico potrà obiettarmi che i cambiamenti ci son sempre stati, ma in fisica è lecito sovrapporre gli effetti e la stragrande maggioranza degli scienziati che sa fare questi conti ha riscontrato che sovrapponendo al cambiamento climatico naturale quello antropico emerge che l’effetto di quest’ultimo sovrasta abbondantemente il primo.
Fortunatamente l’uomo come sa combinare i guai, allo stesso modo sa riparare i danni. Dunque consentiamogli di rimettere a posto le cose nel più breve tempo possibile senza essere disturbati da chi rema contro, come i negazionisti climatici.
E'in corso già dal 2019 in Inghilterra il procedimento per l'estradizione negli Stati Uniti d'America di Julian Assange, il giornalista fondatore di Wikileaks, nato in Australia.
Oltreoceano egli è accusato di 18 reati contestatigli in larghissima parte in base alle disposizioni dell'Espionage Act del 1917 che punisce, in particolare, le interferenze con le relazioni internazionali e commerciali degli Stati Uniti e le attività di spionaggio: in caso di condanna Assange rischia una pena fino a 175 anni di reclusione.
Come ha dettagliatamente precisato nei suoi rapporti Nils Melzer, dal 2016 al 2022 relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, Assange è stato sottoposto ad una lunga e durissima tortura soprattutto psicologica di cui sono a suo avviso responsabili:
gli Stati Uniti, che lo perseguono per crimini inesistenti, dopo avere a lungo segretato le indagini;
la Gran Bretagna, che lo detiene dall’ 11 aprile 2019 nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, noto come la “Guantanamo britannica”, dopo avere “assediato” militarmente l’Ambasciata ecuadoriana in cui si era prima rifugiato;
la Svezia, che ha favorito l’arresto in U.K. di Assange, chiedendone l’estradizione – ma al fine di favorire quella successiva verso gli USA - per un'indagine per violenze sessuali, tenuta a lungo aperta ed alla fine archiviata per assenza di prove;
l’Ecuador, che il 16 agosto 2012 ha concesso asilo e cittadinanza ad Assange per decisione del presidente Correa, ospitandolo nell’Ambasciata londinese dal 19 giugno 2012, ma revocandoli entrambi l’11 aprile 2019, per scelta del nuovo presidente Moreno, e consentendo alla polizia inglese di farvi irruzione ed arrestarlo.
In particolare, Assange è stato sottoposto a tortura psicologica, almeno dalla fine del 2017 (allorchè si trovava ancora nell’ambasciata dell’Ecuador) con confinamento in spazi ristretti, video controllo permanente anche nel bagno, divieto per un certo periodo di usare cellulari e connessioni al web, controllo di ogni suo movimento, inclusi i pochi incontri autorizzati con amici ed avvocati, al punto da non poter neppure organizzare la sua difesa dinanzi alle autorità inglesi per non essere estradato prima in Svezia e poi negli Stati Uniti. Trasferito dopo l’arresto nel penitenziario di Belmarsh, vi è detenuto in cella di minime dimensioni, con restrizioni e controlli ancora più accentuati, al punto che medici specializzati hanno rilevato, anche in ambulatorio, sintomi tipici della esposizione prolungata alla tortura psicologica con rischio di suicidio o comunque di morte.
L’accusa ad Assange di avere violato segreti di Stato americani lede la libertà di stampa, un diritto-dovere proprio di ogni vera democrazia, previsto anche nel primo emendamento della Costituzione americana e nell’art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: nell’ “enciclopedia digitale” che lui ha fondato sono state rese note notizie riscontrate e di pubblico interesse, anche se segrete e di fonti anonime (i cd. “whistleblower”). Assange e WikiLeaks, infatti, decisero nell’aprile del 2010 di far conoscere a tutto il mondo un video segreto chiamato “Collateral murder”, che documentava lo sterminio di civili, inclusi due giornalisti dell'agenzia di stampa internazionale Reuters e due bambini gravemente feriti, a Baghdad nel 2007 ad opera delle truppe americane, e poi altri filmati e documenti che, come gli “Afghan war logs” tratti dai database del Pentagono e del Dipartimento di Stato e fornitigli dal soldato Bradley, ora Chelsea Manning, consentirono di svelare altri crimini contro l’umanità commessi dagli Stati Uniti in Afghanistan, nonché nel lager di Guantanamo ed in altre parti del mondo.
Tra l’altro, contrariamente alle accuse, Assange non ha leso fondamentali interessi degli Stati Uniti, poichè, prima di far conoscere tramite Wikileaks alcuni dei nomi degli autori di così gravi crimini contro l’umanità (perché di questo si tratta), aveva accertato che si trattava di nomi ampiamente già noti, nel contempo lavorando con un team di giornalisti internazionali per proteggere quelli sconosciuti. Di fatto, a tredici anni dalla pubblicazione di quei documenti, l'amministrazione americana non ha mai fornito un solo nome di persona uccisa, ferita, incarcerata a causa di quelle rivelazioni.
Wikileaks, come è noto e come è stato riconosciuto anche dalla stessa giurisprudenza inglese, è un'organizzazione giornalistica operante nel mondo con il dichiarato scopo di proteggere dissidenti interni, fonti d’informazione e blogger da rischi legali o di altra natura connessi alla pubblicazione di documenti attestanti la commissione da parte di esponenti di singoli stati di fatti criminosi altrimenti sottratti alla conoscenza pubblica. Sin dalla sua nascita nel 2006, ad esempio, Wikileaks ha pubblicato anche altri importanti documenti riguardanti attività di spionaggio nei confronti della Commissione europea ed interferenze nelle elezioni presidenziali francesi.
Assange, dunque, è oggi, e da oltre 4 anni, detenuto nel citato carcere inglese di massima sicurezza di Belmarsh in attesa di una pronuncia definitiva da parte della High Court circa la domanda di estradizione formulata dal governo USA. La domanda è stata già accolta con un provvedimento recepito dal governo inglese adesso oggetto di reclamo davanti ad un diverso Collegio della High Court. Proprio all’inizio di giugno del 2023, la stessa High Court, in formazione monocratica, ha rigettato un precedente reclamo contro l'ordine di estradizione.
Si è, quindi, alla vigilia della decisione finale circa il destino di Julian Assange. Gli argomenti finora spesi dalla sua difesa appaiono della massima importanza perchè attengono a temi fondamentali negli ordinamenti a base democratica. In particolare, si tratta di stabilire se l'attività pubblicistica propria del giornalismo d’inchiesta che, posta in essere da Assange, ha consentito la rivelazione di gravi crimini commessi da singoli stati anche in occasioni belliche, rientri (come è stato affermato nelle autorevoli deposizioni rese in anteriori fasi del procedimento di estradizione inglese, del Professor Paul Rogers, insigne autore di studi sulla pace, e del Professor Noam Chomsky, prestigioso linguista e filosofo) nel principio della libertà di espressione e di opinione, riconosciuta dalla Convenzione Europea dei diritti dell'uomo del 1950, e vada inoltre considerata di natura politica: circostanze, queste, decisive in quanto, se accertate dai giudici inglesi, impedirebbero, ai sensi dell' Extradition Act britannico del 2003, l'estradizione.
Ma vi è un ulteriore e basilare tema di indagine, affrontato con esiti alterni nei gradi precedenti: quello della sussistenza o meno di pericoli per la vita e l'incolumità del giornalista australiano nel caso di detenzione, a seguito di condanna, in strutture penitenziarie statunitensi. Né può sfuggire ad un'attenta valutazione giudiziale la condizione di grave prostrazione psicologica di Assange a causa della protratta privazione della libertà: condizione tanto grave da aver indotto il giudice inglese, Vanessa Baraitser, chiamato a pronunciarsi in primo grado sull'estradizione negli Stati Uniti nel gennaio del 2021, a negare l'estradizione per il timore che il giornalista potesse cedere a pulsioni suicide. Tale decisione fu riformata nel grado successivo del giudizio da un Collegio che ritenne si potesse concedere l'estradizione sulla semplice base delle assicurazioni fornite dal governo USA circa l'eventuale detenzione in stabilimenti dotati di adeguate strutture sanitarie, specializzate anche nei trattamenti di natura psicologica. Proprio sulla base di questa pronuncia il ministro inglese dell'interno ha emanato l'ordine di estradizione che, come si è detto, dopo un primo sommario rigetto dell'impugnazione proposta da Assange, sarà prossimamente e di nuovo esaminato dalla High Court.
La rilevanza della vicenda, per le sue implicazioni di principio e per i suoi gravissimi riflessi sul piano della persona di Assange, è di tale drammatica evidenza da impegnare l'opinione pubblica in genere e la comunità dei giuristi in specie a contribuire ad un dibattito aperto e costruttivo per la riaffermazione del principio di trasparenza cui ogni forma di esercizio del potere pubblico deve essere ispirata.
Non può, infatti, negarsi che l'estradizione di Julian Assange, oltre che ad elementari ragioni umanitarie imposte dalla sue provatissime condizioni psico-fisiche e dai ragionevoli timori circa il futuro regime carcerario, costituirebbe un terribile esempio di soffocamento della libera informazione orientata al disvelamento degli abusi di potere e si risolverebbe, in ultima analisi, nel definitivo inaridimento delle fonti di conoscenza di cui la collettività deve continuare a poter godere.
Sono queste le ragioni che inducono i sottoscrittori di questo documento, nella loro qualità di giuristi e cittadini sensibili al mantenimento della democrazia informativa, a diffonderlo e, confidando nella futura pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ad auspicarne la condivisione da parte dell'opinione pubblica.
20 luglio 2023
(Segue elenco di 117 firmatari)
Gaetano Azzariti – Università “Sapienza” di Roma
Daniela Abram - avvocato
Roberto Aniello - magistrato
Mauro Barberis - Università di Trieste
Fabio Basile – Università di Milano
Gian Antonio Bernacchio – Università di Trento
Alessandro Bernardi – Università di Ferrara
Laura Bertolè Viale, già magistrata
Paolo Borgna – presidente Istoreto Torino, già magistrato
Vittorio Borraccetti – già magistrato
Mario Bova - Ambasciatore
Alberto Bradanini – già Ambasciatore d’Italia a Teheran e Pechino
Giuseppe Bronzini – già magistrato
Silvia Buzzelli – Università Milano Bicocca
Andrea Calice - magistrato
Paola Cameran - magistrato
Nunzia Cappuccio – già magistrata
Gianrico Carofiglio – scrittore, già magistrato
Irene Casolo - magistrata
Marina Castellaneta – Università di Bari
Adolfo Ceretti – Università Bicocca di Milano
Davide Cerri - Avvocato
Elio Cherubini - avvocato
Alba Chiavassa – già magistrata
Angelo Cifatte, già funzionario pubblico in Genova
Enzo Ciconte – Università di Pavia
Giovanni Cocco – Università Bicocca di Milano e avvocato
Antonino Condorelli – già magistrato
Riccardo Conte - avvocato
Luigi Dainotti - magistrato
Nando dalla Chiesa – Università di Milano
Vito D’Ambrosio – già magistrato
Emilio De Capitani – già segretario della Commissione Libe del Parlamento Europeo (1998/2011)
Luciana De Grazia – Università di Palermo
Giovanna De Minico – Università Federico II di Napoli
Pasquale De Sena – Università di Palermo
Maria Chiara Di Gangi – Università di Palermo
Sandro Di Minco - avvocato
Daniele P. Domenicucci – Referendario c/o Corte di Giustizia dell’Unione Europea
Vittorio Fanchiotti – Università di Genova
Manuela Fasolato - magistrata
Damiano Fiorato - avvocato
Mario Fiorentini – Università di Trieste
Domenico Gallo – già magistrato
Giancarlo Geraci – Università di Palermo
Giuseppe Giaimo - Università di Palermo
Gianfranco Gilardi – già magistrato
Bruno Giordano - magistrato
Elisabetta Grande – Università del Piemonte Orientale
Filippo Grisolia – già magistrato
Laura Hoesch, avvocato
Costranza Honorati – Università di Milano Bicocca
Giulio Itzcovich – Università di Brescia
Enrico Imprudente – già magistrato
Caterina Interlandi, magistrato
Elena Ioratti – Università di Trento
Franco Ippolito – già magistrato e presidente della Fondazione Basso
Gabriella Luccioli – già magistrata
Oscar Magi – già magistrato
Franco Maisto – già magistrato, Garante diritti persone private della libertà personale del Comune di Milano
Francesca Manca – già magistrata
Marco Manunta – già magistrato
Maria Rosaria Marella – Università di Roma Tre
Giovanni Marini – Università di Perugia
Luigi Martino – già magistrato
Dick Marty - già magistrato, già Senatore e Presidente della Commissione dei diritti dell’Uomo del Consiglio d'Europa
Luca Masera – Università di Brescia
Filippo Messana - magistrato
Elio Michelini – già magistrato
Vincenzo Militello – Università di Palermo
Rachele Monfredi - magistrato
Nicola Muffato – Università di Trieste
Aniello Nappi – avvocato, già magistrato
Gioacchino Natoli – già magistrato
Roberto Natoli - Università di Palermo
Luca Nivarra – Università di Palermo
Giovanni Orlandini – Università di Siena
Maria Teresa Orlando – magistrato e Procuratrice Europea Delegata
Elena Paciotti – già magistrato
Giuseppe Pagliani - magistrato
Francesco Palazzo- Università di Firenze
Ignazio Juan Patrone – già magistrato
Maria Paola Patuelli - Associazione nazionale Salviamo la Costituzione
Lucio Pegoraro – Università di Salamanca
Rosario Petruso - Università di Palermo
Giuliano Pisapia - avvocato e Vicepresidente Commissione Affari Costituzionali del Parlamento Europeo
Giovanni Porqueddu – già magistrato
Vincenzo Antonio Poso – avvocato e consigliere Fondazione Pera
Le firme di questo appello sono individuali e non implicano il coinvolgimento delle rispettive istituzioni di afferenza. Se vuoi sostenere l’appello, firma qui! https://forms.office.com/e/4tmcnd9GB
APPELLO SULLA CRISI ECO-CLIMATICA GLOBALE
Siamo lavoratrici e lavoratori dell’Area della Ricerca del CNR di Bologna(1). Una devastante alluvione ha colpito recentemente la nostra regione ed alcune/i di noi hanno partecipato alle iniziative spontanee di intervento in aiuto delle persone colpite. Questa esperienza ci ha convinte/i a riunirci in assemblea per discutere degli innumerevoli segnali della crisi ecologica e climatica in atto, e del ruolo che possiamo avere in questi tempi turbolenti.
L’alluvione ha mostrato con grande forza cosa significa un disastro ambientale in termini di impatto sulle vite umane e quanto il nostro territorio, tra le cosiddette locomotive dell’economia globale, fosse ancora impreparato ad un evento di tale portata. La concretezza del fango che ha sommerso ogni cosa si scontra con l’ipocrisia di coloro che parlano di “conversione ecologica” e di “green economy”, mentre nulla cambia.
Sentiamo, per cominciare, la voglia di puntualizzare la nostra lettura scientifica di quanto sta avvenendo(2), ma non solo. Da decenni la comunità scientifica lancia appelli(3) ai governi ed alle istituzioni per fermare l’emissione di gas climalteranti, la distruzione della biosfera e il consumo di suolo, con scarsi risultati. Nel frattempo, però, il messaggio è stato raccolto da chi ha voluto ascoltarlo: è grazie ai movimenti per il clima, soprattutto dei più giovani, se ora in molti hanno preso coscienza del problema ed esiste un dibattito pubblico sulla questione.
Per questo vogliamo stare con chi vuole mettere in discussione lo sfruttamento senza fine della Terra e delle risorse naturali e lavorare per costruire davvero un futuro sostenibile a partire da oggi. Il riscaldamento globale può e deveessere stabilizzato entro pochi anni. L’obiettivo di 1.5 °C imposto dagli accordi di Parigi(4) è oggi ancora possibile, ma può essere raggiunto solo con una risposta immediata e radicale, ed un ripensamento strutturale e profondo dell’economia e delle nostre società(5)(6).
Questo appello è rivolto a coloro che credono che un mondo diverso sia possibile. È un appello ad unirsi e agire per il cambiamento, poiché la finestra delle opportunità è aperta ora, negli anni 20 e 30 del XXI secolo. È un appello al mondo della ricerca a sbilanciarsi, a parlare con le persone e non solo con i “policymakers” e gli “stakeholders”, ad ascoltare la paura diffusa (e fondata) che il clima e la biosfera stiano andando verso il collasso, ed agire.
Questa è anche una presa di posizione ed una scelta(7). Siamo con le studentesse e gli studenti che occupano le Università contro il fossile, con le lavoratrici ed i lavoratori che danno forma dal basso a produzioni alternative ed ecologiche, siamo con i movimenti per la giustizia climatica e quelli che si battono contro nuove estrazioni, infrastrutture fossili e grandi opere calate dall’alto, per una diversa gestione del territorio, per proteggere le zone verdi dalla cementificazione, a cominciare dalle nostre città.
È il momento di legarsi a questa causa e di metterci la faccia: abbiamo bisogno di tutte le voci possibili.
Alcune/i di noi si occupano in prima persona dello studio del cambiamento climatico di origine antropica, dovuto alle emissioni di gas serra, e dei loro impatti sull’uomo e l’ambiente. Altre/i, di aspetti formativi e informativi sui temi delle crisi ecologiche, ambientali e di salute connesse alle attività umane che abusano delle risorse naturali. Ci sono anche ricercatrici e ricercatori in astrofisica, che riconoscono l’incredibile unicità del nostro pianeta Terra. Ci sono anche altri lavoratori e lavoratrici, tecnologhe e tecnologi dell’area di ricerca. L’appello parte da Bologna per la vicinanza alle zone alluvionate, ma è stato diffuso e condiviso da colleghe/i di altre sedi in tutto il paese.
Sull’alluvione. Le piogge, concentrate nei due eventi del 2-3 e del 16-17 maggio, hanno portato una quantità record di acqua (oltre 500 mm in alcune stazioni) su una vasta zona, che va dalla costa romagnola fino all’Appennino modenese. Oltre alla quantità totale, è la concentrazione di due eventi estremi molto simili in due finestre temporali ristrette, ad una breve distanza temporale l’una dall’altra, ad essere eccezionale. L’evento non accade in un momento storico casuale. Esattamente un anno fa, la nostra regione, con buona parte del Nord Italia, era attanagliata da una grave siccità e da temperature estreme. Tutto questo accadeva nell’anno più caldo di sempre in Europa, in un clima caratterizzato da una temperatura media globale di 1.1°C maggiore rispetto alla media del periodo 1850-1900. Il 2023 invece è ben avviato a battere il record di anno più caldo di sempre sul pianeta, mentre nei dieci giorni tra il 3 e il 13 luglio la temperatura media globale ha sfondato la soglia dei 17°C: non era mai successo prima. Principale causa riconosciuta del riscaldamento globale è l’aumento della concentrazione atmosferica di CO2, che ha raggiunto ormai le 420 parti per milione (ppm), registrando così un aumento di circa il 50% rispetto ai livelli pre-industriali (280 ppm) – ovvero prima dell’uso massiccio di fonti fossili – e che continua tuttora a crescere. Negli scenari senza una riduzione immediata delle emissioni di gas serra (principalmente CO2 e metano), i modelli climatici prevedono, oltre all’aumento delle temperature, una tendenza alla siccità per l’area mediterranea. Allo stesso tempo, l’intensità degli eventi di precipitazione estrema è destinata ad aumentare ovunque in un clima più caldo, come effetto dell’aumentata capacità dell’atmosfera di trattenere umidità.
Ci riferiamo qui all’accordo finale della COP21 di Parigi del 2015, dove 195 paesi membri del UNFCCC (la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che si riunisce annualmente nelle COP) si sono impegnati a mantenere l’aumento della temperatura globale “ben al di sotto dei 2 °C” e a fare il possibile per restare entro 1.5 °C (https://www.un.org/en/climatechange/paris-agreement). La firma dell’accordo ha rappresentato un importante riconoscimento dell’urgenza della crisi climatica, ma non è stata seguita dall’implementazione di vincoli effettivi. Di conseguenza, le azioni per la mitigazione sono state di fatto lasciate alla buona volontà dei vari governi e le emissioni globali hanno continuato a crescere. La gravità degli impatti del cambiamento climatico è proporzionale al riscaldamento medio globale, e per questo è meglio fermarsi il prima possibile. Ci sono inoltre alcune soglie di riscaldamento che possono portare a cambiamenti improvvisi ed irreversibili in certe componenti del sistema climatico (i cosiddetti “Tipping points”). Andando oltre 1.5 °C il rischio di superare tali soglie aumenta considerevolmente: per questo la comunità scientifica ha più volte indicato proprio 1.5 °C come limite da non superare. A questo proposito il recente articolo apparso su Science è molto chiaro: https://www.science.org/doi/10.1126/science.abn7950.
Dal 2015 ad oggi poco o nulla è stato fatto, e le emissioni globali hanno continuato a crescere (vedi: https://climateactiontracker.org/global/cat-thermometer/). Ogni anno una enorme quantità di fondi pubblici (oltre 1000 miliardi nel solo 2022, https://www.iea.org/commentaries/the-global-energy-crisis-pushed-fossil-fuel-consumption-subsidies-to-an-all-time-high-in-2022; almeno 3 miliardi solo in Italia) vengono ancora investiti direttamente nelle fonti fossili; senza considerare poi tutti gli aiuti indiretti che gli stati garantiscono all’industria fossile. Ogni nuova infrastruttura fossile costruita oggi (strade, pozzi, oleodotti, centrali energetiche) ci porta oltre il grado e mezzo di riscaldamento previsto, e più vicini all’inferno climatico. In altre parole, perché costruire tali opere se nel budget residuo non c’è posto per le emissioni che genereranno? La quantità di gas serra che possono ancora essere immessi in atmosfera senza superare una certa soglia di riscaldamento globale viene chiamata “budget residuo di carbonio”. Il budget residuo di carbonio per restare sotto la soglia di 1.5 °C era stimato a inizio 2020 tra le 400 e le 500 GtCO2 (https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg1/downloads/report/IPCC_AR6_WGI_TS.pdf, Tabella TS.3, p. 98). Tale budget è ora ridotto a circa 260-360 GtCO2, corrispondente a 6-9 anni proseguendo all’attuale livello di emissioni (circa 40 GtCO2 all’anno). Ridurre da subito le emissioni non necessarie (ad esempio riformando il sistema dei trasporti e dirottando parte della produzione sull’efficientamento energetico) ha anche l’effetto immediato di darci più tempo per arrivare ad emissioni zero.
Vogliamo anche sottolineare qui il concetto di giustizia climatica, secondo il quale le responsabilità storiche e attuali, così come la gravità delle conseguenze, non sono equamente distribuite nel consesso umano (come riconosciuto anche dall’IPCC). L’umanità, tutta intera e uniforme, è un concetto astratto; se si trascura l’enorme differenza che separa i più ricchi – privilegiati e meglio protetti – dai poveri – sottomessi e con un futuro gramo – si produce almeno un errore: quello di concentrare l’attenzione sull’aumento demografico indistinto come fattore prevalente di minaccia, considerando al contempo la popolazione tutta ugualmente esposta a scarsità di cibo, siccità, incendi e alluvioni.
Scienza post-normale. Non è una presa di posizione priva di analisi: si ispira allo sviluppo della scienza post-normale su cui il CNR ha prodotto un lavoro collettivo: https://www.cnr.it/it/scienziati-in-affanno. Per anni l’interazione tra scienza e politica è stata rappresentata come una relazione di tipo unidirezionale, nella quale gli scienziati fornirebbero ai politici una conoscenza neutrale, obiettiva e affidabile a supporto del processo decisionale. La complessità delle sfide attuali, in cui “i fatti sono incerti, i valori in discussione, gli interessi elevati e le decisioni urgenti”, ha reso questa narrazione inadeguata sul piano della conoscenza e della sua condivisione pubblica.