Gesmundo, Cgil: “La transizione energetica e digitale dev’essere guidata. Siamo in pieno declino e la politica se ne occupa poco e male”
“Con il superamento delle partecipazioni statali e le privatizzazioni, in Italia abbiamo smesso di fare politiche industriali. Avevamo aziende riconosciute e affermate in tutto il mondo, oggi siamo in pieno declino industriale”. A dirlo è Pino Gesmundo, segretario confederale della Cgil, che il 13 marzo a Verona interverrà su questi temi alla tavola rotonda “Nelle due grandi transizioni”.
“L’idea, sbagliata, che bisognava togliere lacci e lacciuoli alle imprese e che il mercato avrebbe garantito il benessere nazionale - continua Gesmundo - si è rilevato un errore grossolano”.
La legge di bilancio del Governo Meloni contiene un’inversione di tendenza o questa mancanza continua?
Purtroppo, l'attuale governo continua a lavorare nella stessa direzione: non disturbare chi produce, erogare finanziamenti a pioggia senza condizionalità e nella totale assenza di ambizione di guidare il settore industriale italiano ad affrontare la transizione digitale e quella energetica. Le imprese, da sole, non possono farcela. O meglio il grosso delle imprese, quelle piccole, medie e medio-grandi, non riusciranno a fare gli investimenti necessari per affrontare i cambiamenti epocali che abbiamo di fronte. Non è un caso che l'esecutivo non commenti mai i continui cali della produzione industriale e non abbia strumenti per affrontare le crisi che si stanno aprendo. Siamo in pieno declino industriale e la politica se ne occupa poco e male.
La transizione energetica e ambientale è la prima grande esigenza del Paese. Le scelte del governo, come ad esempio il “decreto energia”, favoriscono questo passaggio?
No, o meglio, solo in misura minima e del tutto insufficiente ad affrontare i cambiamenti. Sarebbe necessario programmare lo sviluppo di energie rinnovabili e conseguentemente agire sulle imprese per riconvertirle sulle nuove filiere produttive necessarie. Le poche grandi imprese “pubbliche” rimaste (Enel, Eni) o le multiutility che si sono sviluppate al Centro-Nord del Paese (Hera, A2A Iren, Acea) dovrebbero diventare le capofila di questo cambiamento, aiutando le imprese private a ricollocarsi sulle nuove produzioni.
Un esempio?
Se l’idrogeno sarà un pezzo del futuro, dovremmo predisporci a produrre elettrolizzatori per generare idrogeno verde, oppure se la mobilità si dovrà spostare sull’elettrico, dovremmo riposizionare la filiera produttiva in quell’ambito. Invece nulla. Solo proclami ideologici sulla difesa del made in Italy, senza una strategia e senza una visione. Si continuano a usare le imprese pubbliche per fare immensi utili, tralasciando gli investimenti necessari e affossando le imprese private. Quello che ci stupisce è la scarsa reazione del mondo delle imprese private.
Appunto, cosa stanno facendo le aziende private?
Sono ovviamente consapevoli delle difficoltà presenti, ma si accontentano di gestire la situazione massimizzando i guadagni senza nessuna prospettiva per il futuro. Sarebbe invece necessaria una grande intesa tra imprese e mondo del lavoro per imporre politiche che evitino il declino del Paese e offrano una prospettiva certa alle future generazioni. La transizione, se vuole trovare consenso e appoggio da parte dei cittadini, deve essere giusta, evitando di far pagare il prezzo alle fasce più deboli, altrimenti continueremo ad alimentare malcontento, antieuropeismo e populismo. Quanto avvenuto con la crisi degli agricoltori è un segnale da non trascurare.
La transizione digitale è l’altra grande trasformazione dei tempi presenti. Una transizione che andrebbe indirizzata e gestita, non lasciata alle sole leggi di mercato. Stiamo andando in questa direzione?
Qui siamo in una condizione ancora più grave, e probabilmente irrecuperabile. La sbagliata privatizzazione di Telecom e le scelte attuate da questo governo di separare la rete dalle tecnologie che consentono la trasmissione di voce e dati, e dai servizi, porteranno il nostro Paese a sparire dal mondo delle telecomunicazioni, diventando solamente un mercato per il resto d’Europa. La difficoltà del settore telecomunicazioni, alti investimenti per accompagnare le nuove tecnologie associato a bassi profitti determinati da un eccesso di offerta e di concorrenza, ha portato l’Europa a decidere il consolidamento delle imprese a livello europeo. Solo in questo modo riusciremo a competere e tenere testa ai colossi americani e asiatici. Il consolidamento sarà guidato dalle ex aziende monopoliste statali (gli incumbent), il cui controllo a livello europeo è ancora in mano pubblica.
L’Italia parteciperà a questo processo?
Purtroppo no. E questo perché ci arriverà con un’azienda non più integrata verticalmente (rete e servizi) e non in grado di sostenere, da sola, gli ingenti investimenti necessari. Così, con buona pace del governo sovranista, il nostro Paese diventerà un mercato per le imprese straniere esattamente come già avvenuto per il settore del trasporto aereo dove la nostra compagnia Ita vale 1/10 di quella tedesca o francese. A questo si deve aggiungere la sfida imposta dall’intelligenza artificiale. Qui gli investimenti materiali non saranno elevatissimi ma sarà, invece, necessario un investimento formativo e di competenze enorme. Le piccole e medie imprese italiane, lasciate sole, non riusciranno ad agganciare le nuove tecnologie.
Queste due transizioni avranno un notevole impatto sul Paese. L’Italia però è segnata da un forte squilibro economico e sociale, con un Mezzogiorno che fatica a connettersi con le aree del Centro-Nord. Cosa sta facendo l’esecutivo per colmare questo divario?
La risposta è semplice e breve: nulla. Anzi, con le sue politiche determinerà un allargamento della forbice tra Nord e Sud. Anche in questo caso, le politiche industriali realizzate dalle aziende partecipate avevano prodotto insediamenti industriali importanti nel Mezzogiorno. La fine di quell’epoca e la scelta del laissez faire e dello strumento degli incentivi a pioggia ha ridotto drasticamente gli investimenti al Sud. La causa è semplice: se mi limito a dare soldi alle imprese, e le imprese stanno in larga parte nel Nord del Paese, io sto decidendo di investire più soldi nell’area che ne ha minor bisogno, contribuendo ad aumentare il divario. Questo è esattamente quello che è successo negli ultimi 25 anni con buona pace di tutti i proclami che continuiamo a sentire. A questo fenomeno che è già in corso se ne aggiungerà uno nuovo.
Quale, in particolare?
Nel Sud sono concentrate moltissime imprese legate ai combustibili fossili. Queste nei prossimi decenni sono destinate a chiudere la loro produzione, perché la scelta di neutralità carbonica adottata dall’Europa porterà quei combustibili a non essere più utilizzati. Se non si lavora da subito per trasformare il Mezzogiorno nell’hub delle energie rinnovabili, nel centro di produzione dell’idrogeno e della filiera degli accumulatori o della produzione delle nuove filiere produttive necessarie al cambiamento, si condannerà tutto il territorio. E se vogliamo che il nostro Paese cresca abbiamo bisogno di far crescere il Mezzogiorno, altrimenti questo non sarà mai possibile. Oltre, ovviamente, a dover fermare l’emorragia di giovani che ormai da decenni quel territorio sta subendo. Se a questa miope politica economica e industriale associo la scellerata idea dell’autonomia differenziata che il governo sta portando avanti, la condanna per il Sud del Paese è definitiva.
Mercoledì 13 marzo si tiene anche la riunione del G7 Industria. Cosa dovrebbe uscire da quel vertice? E come l’Europa può tornare a essere protagonista dello sviluppo?
Dal G7 ci aspettiamo solamente la conferma di un percorso che imbocchi con decisione la via della decarbonizzazione. I cambiamenti climatici in atto ci hanno dimostrato che non c’è più tempo e che non possiamo fallire gli obiettivi di contenimento dell’aumento della temperatura entro un grado e mezzo. E forse è già tardi. Dall’Europa, invece, molto di più. Le due transizioni in atto stanno portando a una competizione tra continenti in grado di riposizionare completamente l’apparato produttivo. Gli americani hanno dimostrato di esserne consapevoli inserendo nell’economia centinaia di miliardi per guidare a accelerare la transizione verso le nuove tecnologie. L’Asia è nella stessa condizione, facilitata anche da poteri di indirizzo molto maggiori rispetto ai modelli democratici europei.
E l’Europa?
Il nostro continente, che ha fissato gli obiettivi di decarbonizzazione, si ostina a non voler realizzare politiche industriali comuni, lasciando i singoli Stati in competizione tra di loro. In questo modo nessun Paese europeo ci riuscirà. Nemmeno la Germania, considerata sino a poco tempo fa locomotiva dell’Europa, aiutata dal basso prezzo del gas russo e dallo sfogo sui mercati asiatici, ci riuscirà. È necessario che l’Europa guidi attraverso politiche industriali comuni il riassetto dell’economia del nostro continente. Per farlo sono necessari ingentissimi investimenti, quantificati in oltre 500 miliardi di euro. In questo caso si tratta di realizzare un fondo sovrano europeo che aiuti a spostare l’ingente ricchezza privata presente nel continente dalla finanza all’economia reale. Solo realizzando risorse comuni saremo in grado di competere con i continenti asiatico e americano e non perdere la sfida in corso. D’altronde è ormai evidente che i rischi per l’Europa sono immensi. Il Pil qui prodotto rispetto a quello degli altri continenti sta già diminuendo da decenni e non dobbiamo dare per scontato che il nostro continente resterà centrale rispetto all’economia del mondo. Per farlo è necessario che gli Stati comprendano la portata della sfida in corso e accettino di giocare la partita.
E quindi cosa dovrebbe fare il nostro Paese?
Anche in Italia, dove viviamo una condizione economica che potremmo riassumere con la battuta “il convento è povero ma i frati sono ricchi”, visto l’enorme debito pubblico e la ristrettezza finanziaria che impedisce investimenti mirati, è necessario creare un’Agenzia per lo sviluppo che operi da fondo sovrano nazionale, provando a indirizzare le ingenti risorse rappresentate dai fondi pensione e dai risparmi privati dalla finanza all’economia reale. Non farlo significherà alimentare una sfiducia nelle istituzioni, un populismo antieuropeo crescente che ha già dimostrato di non avere nessuno strumento per invertire la rotta, alimentando una sfiducia dei cittadini che metterà a rischio la tenuta democratica del Paese.
Il segretario generale della Cgil dalla manifestazione di Roma: “Cessate il fuoco subito. Dobbiamo fermare tutte le guerre, c’è domanda di pace”
“Siamo qui perché bisogna applicare le direttive dell'Onu, a partire dalla soluzione dei 'Due popoli, due stati’. Siamo in piazza per difendere il diritto del popolo palestinese e il diritto del popolo israeliano di esistere. E questo può avvenire solo con la pace”. Lo ha detto il segretario generale della Cgil Maurizio Landini nel corso della manifestazione romana organizzata dalla Coalizione AssisiPaceGiusta, alla quale ha aderito con convinzione il sindacato di Corso d'Italia.
“Quello che sta facendo il Governo Netanyahu non va in questa direzione – ha continuato Landini-. Ciò che sta facendo è anche contro il proprio popolo. Per questo penso che bisogna che il Governo italiano la Commissione europea intervengano con maggior forza per chiedere di cessare il fuoco e aprire una vera e propria conferenza di pace che vada in questa direzione. Bisogna fermare tutte le guerre, quella in Ucraina, quella in Siria, quelle in atto in Africa. Non siamo disponibili ad accettare il fatto che la guerra sia tornata ad essere uno strumento di regolazione dei rapporti tra gli stati”.
E ancora: “Si sta aumentando la spesa militare e la compravendita di armi. Credo che questo sia molto pericoloso. Per questo è importante mobilitarsi. Ma siamo qui anche per difendere il diritto a manifestare, è il modo migliore per rispondere alla logica pericolosa del governo Meloni, che anziché misurarsi con le richieste democratiche che vengono dal Paese pensa di usare la forza”.
“Non è questa la strada- ha continuato Landini - e lo dico anche nel rispetto dei lavoratori della polizia perché il problema non sono loro. Il problema sono gli ordini e la logica sbagliata che sta usando il Governo”.
“Qui non c'è solo la Cgil – ha concluso Landini-, ma tutte le associazioni che hanno dato vita quest'anno alle lotte per la pace. Abbiamo riempito le piazze e credo che sia molto importante la risposta che c'è stata oggi, perché ci dice che c'è una vera domanda di pace”.
"Siamo rientrati da poco più di 1 ora dal valico di Rafah.
Non credevo di poter sentire e vedere cose peggiori di quelle ascoltate in questi giorni.
E invece si. Le file interminabili di tir fermi con aiuti provenienti da tutto il mondo; due parcheggi principali uno con 800 e l’altro con oltre 1000 tir per non parlare di quelli parcheggiati lungo la strada.
Sotto il sole cocente con ogni tipo di materiale, alimentare e non.
Impressionante vedere tutto fermo con questi autisti parcheggiati senza spiegazioni, informazioni e servizi da 10/20 e addirittura 30 giorni.
L’arrivo al valico e vedere passare in in circa 3 ore 15 tir e sentirsi dire da Scott Anderson, Deputy Director of UNRWA Gaza, uscito da Gaza appositamente per incontrarci che ieri è stata una giornata fortunata: 40 tir tutto il giorno.
Pare che i nostri tir siano tutti entrati ma è una magra consolazione di fronte a tutto ciò.
E il suo racconto per quanto incredibile ha peggiorato il quadro che ieri i suoi colleghi ci avevano fatto.
Ma non è stata questa la parte più difficile da digerire: lasciato il valico ci siamo diretti ad uno degli hub della Mezzaluna Rossa egiziana.
Migliaia e migliaia di materiali umanitari stoccati da mesi qui a pochi km da dove si muore di fame e di mancanza di adeguate cure sanitarie, oltre che per le bombe.
Qui percepisci l’intenzionalità della politica israeliana nel perseguire, oltre all’azione militare devastante, anche la persecuzione umana di donne, uomini e bambini colpevoli solo di essere nati palestinesi.
Non ci sono parole che si bloccano in gola quando il responsabile della Mezzaluna Rossa egiziana ci dice che tutti questi materiali sono stati respinti dall’esercito israeliano.
Cioccolata compresa perché non ritenuta un bene primario.
E, lo ricordo a me stesso: 30 mila morti che potrebbero diventare presto 85 mila per l’aggravarsi della situazione medico/sanitaria nel giro di pochi mesi.
Giriamo per questa struttura in mezzo a migliaia e migliaia di tonnellate di aiuti e strumenti, bombole di ossigeno, incubatrici, macchine per il filtraggio dell’acqua, cibo e, appunto, cioccolata.
Fuori si sfiorano i 25 gradi oggi. Non solo, all’esterno, sono parcheggiate decine e decine di ambulanze molte delle quali nuove.
È umanamente devastante questo circo di morte. Io non so se si possa ancora definire disumanità; forse sadismo è la parola giusta.
O almeno così pare a noi che qui tocchiamo con mano come il Governo israeliano, per mano del suo esercito occupante calpesti con impunità il diritto internazionale.
Il lungo rientro non placa la rabbia di essere stati a pochissimi chilometri dall’inferno e non aver potuto fare nulla.
Grazie alla mia Arci e ad Arcs che in questi giorni davvero intensi non mi ha fatto sentire solo.
E grazie a Clara e Francesco per tutto quello che hanno fatto per questa missione e per la loro militanza; le loro lacrime al valico erano le mie, erano le nostre".
Da Walter Massa
presidente Arci nazionale
“Le alluvioni di Maggio 2023 ci hanno portato a fare una serie di riflessioni sul nostro territorio, non vogliamo che rimangano un mero ricordo spiacevole, vogliamo trasformare questi eventi così traumatici in uno slancio per permetterci di riflettere seriamente sul territorio che abitiamo per preservarlo e valorizzarlo.
Premesso che viviamo in una pianura alluvionale, che si è formata proprio in seguito ad alluvioni che hanno via via stratificato il suolo che oggi calpestiamo; viviamo in un’epoca in cui il cambiamento climatico è già ampiamente in atto e le alluvioni di maggio 2023 ne sono una dimostrazione: l’”evento eccezionale” si è verificato 2 volte nell’arco di 2 settimane; Concentrazioni di piogge consistenti, assieme a periodi di forte siccità, saranno sempre più frequenti. Ovviamente questi eventi produrranno danni, in particolare in territori naturalmente fragili ed antropizzati, ovvero territori ampiamente cementificati. Riteniamo che non si possa più costruire come prima, ignorando le fragilità del nostro territorio e mettendo a rischio le persone. Le alluvioni di maggio dovrebbero lasciarci in eredità un po’ più di consapevolezza nella gestione del nostro territorio.
Sosteniamo la proposta avanzata da Legambiente lo scorso 30 novembre rivolta in primo luogo agli amministratori pubblici e poi a tutti i soggetti privati coinvolti, oltre che alla cittadinanza: <<fermiamoci un attimo, facciamo una moratoria su tutti questi progetti, prima venga discusso e approvato il famoso Piano Urbanistico Generale (PUG) e poi alla luce di quelle indicazioni si discuta del resto>>. In quanto organizzazione politica giovanile vogliamo metterci a disposizione per creare occasioni di riflessione e discussione su questo tema così cruciale e fornire così utili spunti alle istituzioni del nostro territorio.
Istanze che abbiamo più volte portato all’attenzione dell’amministrazione comunale e per questo accogliamo con soddisfazione le recenti posizioni in merito alla mancata sicurezza di determinate aree.
Appoggiamo la posizione di Legambiente ed Eco Faenza che trattano questo tema da diverso tempo, nello specifico riteniamo essenziale:
● Riflettere sulle concessioni date su terreni alluvionati e non concedere nuovi permessi di costruzione in alcune aree che si sono dimostrate a rischio di possibili allagamenti per fenomeni estremi. L’evento che come collettività abbiamo vissuto 10 mesi fa deve essere una opportunità per creare e sviluppare un nuovo disegno generale della città che tenga conto dei cambiamenti necessari per far fronte a possibili altre emergenze. Per questo, anche a fronte delle modifiche proposte al progetto relativo all’area di via Firenze (di fronte alla villa Ghilana), non ritieniamo opportuno procedere in quanto nessuno può garantire una reale e duratura sicurezza. Gli eventi estremi saranno infatti sempre più intensi e imprevedibili nei prossimi decenni (come ci dicono i recenti report IPCC).
A ciò si aggiunge un tema di sicurezza anche per la abitazioni limitrofe già esistenti: L’innalzamento del piano di campagna inoltre aumenterà il rischio di inondazione per le strade e le case limitrofe (tra cui la Villa della Ghilana che resterebbe più bassa, in quanto vincolata dalla Soprintendenza), dove si riverseranno, in caso di alluvione, migliaia di tonnellate di acqua non più assorbite dall’orto della Ghilana, che fungeva come naturale cassa di laminazione. Riteniamo fondamentale mettere in sicurezza le case esistenti costruite in passato in zone a rischio, non aumentare le abitazioni esposte a potenziali pericoli.
● Che i danni derivanti da mancate costruzioni debbano ricadere tra i ristori che il Governo Meloni ha garantito al 100%. Non va dimenticato che vi sono cittadini che dall’alluvione hanno già perso molto, per non dire tutto. Costruire in maniera miope, ignorando i potenziali danni che si abbatterebbero sui cittadini residenti della zona laddove si verificasse nuovamente un evento estremo porterebbe ad ulteriori spese di ricostruzione. Spese che si potrebbero evitare destinando le aree a rischio ad altri usi.
Sosteniamo l’auspicio del Circolo Legambiente Lamone, affinché l’istruttoria in corso per la definizione del nuovo Piano Urbanistico Generale possa essere l’occasione per cancellare la possibilità di nuovi permessi di costruzione in alcune aree che si sono dimostrate a rischio di possibili allagamenti per fenomeni estremi; riconvertire ad aree verdi o agricole terreni che i vecchi strumenti urbanistici avevano previsto come edificabili; oltre che svolgere un censimento accurato sugli alloggi inutilizzati, sia nuovi che esistenti, per potere avviare ove possibile progetti di rigenerazione urbana.”
La Giornata internazionale della donna si celebra da 115 anni. I ricordi di Camilla Ravera, Nadia Gallico Spano e Marisa Rodano
L’origine della Giornata internazionale della donna si perde tra molte leggende. La più ricorrente è senza dubbio quella che fa risalire la ricorrenza alla commemorazione di oltre cento operaie morte nel rogo di un edificio newyorchese l’8 marzo 1908. Non esiste, però, alcuna traccia di questo avvenimento (un incendio simile avvenne realmente a New York, ma tre anni dopo la sua collocazione leggendaria e non l’8 marzo).
In realtà la prima - e ufficiale - giornata della donna viene celebrata nel febbraio 1909. È il partito socialista americano a proporre, tra il 1908 e il 1909, di istituire una giornata specifica per le lotte delle donne (nell’estate del 1910 la questione viene portata all’attenzione del VIII Congresso dell’Internazionale socialista, organizzato a Copenaghen).
Fino allo scoppio della Prima guerra mondiale la giornata della donna si tiene in vari Paesi europei, oltre agli Stati Uniti, per volontà del movimento operaio e socialista che la festeggerà in date diverse, tutte dedicate ai diritti delle donne e al suffragio femminile.
Dall’8 all’11 marzo 1917 (23-26 febbraio secondo il calendario giuliano), la Russia è attraversata da una serie di tumulti e manifestazioni che avrebbero finito per abbattere il secolare dominio dei Romanov. Le prime a scendere in piazza per le strade di Pietrogrado (San Pietroburgo) l’8 marzo 1917 sono le donne. La data sarà quindi unificata all’8 marzo - in ricordo delle donne russe - nel giugno del 1921 durante i lavori della Seconda conferenza delle donne comuniste a Mosca.
La prima giornata della donna in Italia sarà celebrata per iniziativa del neonato Pci. “Dopo il Congresso di Livorno ci eravamo ritrovate tutte nel nuovo partito e avevamo convocato la prima assemblea delle donne comuniste, con fervidi propositi di lavoro (...). Nel marzo del 1921 cercammo di dare molto rilievo alla nostra prima celebrazione della giornata internazionale della donna”: così nei ricordi di Camilla Ravera - scrive Alessandra Gissi - la giornata dell’8 marzo 1921 ottiene, di fatto, un posto di rilievo in un anno carico di eventi memorabili (nel 1922 la celebrazione della Giornata trova spazio sia su Ordine Nuovo che nelle pagine di Compagna, passato sotto la direzione di Camilla Ravera).
La ricorrenza si eclisserà nella clandestinità durante gli anni bui del fascismo, per affermarsi definitivamente dopo la Liberazione.
“L’8 marzo sarà per noi giorno di lotta per salvarci dalla fame, per difendere il pane ai nostri figli, alle nostre famiglie, per difenderci dal freddo e dalla miseria, di lotta per la cacciata dei tedeschi e impegno per un domani di libertà e progresso”, si legge su Noi Donne nel marzo 1945, mentre il programma dell’8 marzo romano nel 1946 prevede la Messa in memoria dei caduti alle Fosse Ardeatine e nella guerra di Liberazione, offerte alle famiglie bisognose, oltre ad alcune conferenze, tra cui quella della scrittrice Sibilla Aleramo al dopolavoro ferroviario.
L’8 marzo 1947 le 21 donne dell’Assemblea costituente celebrano la giornata nell’aula di Montecitorio. “Oggi - dirà Nadia Gallico Spano - in tutte le città e in tutti i villaggi d’Italia si celebra la Giornata della donna. Ed è doveroso che si ricordi questa data, anche qui, nell’Assemblea costituente, nell’Assemblea democratica della Repubblica d’Italia, dove le donne, per la prima volta nella nostra storia, sono direttamente rappresentate. Esse si sono conquistate questo diritto partecipando con tutto il popolo alla grande battaglia della liberazione del nostro Paese, per l’avvenire e la felicità dell’Italia. Vi hanno partecipato con quello slancio, quell’entusiasmo, quello spirito di dedizione e di ardente amor patrio, che spinse le più nobili fra di esse fino ad affrontare con semplice e sublime serenità. anche l’estremo sacrificio”.
Prosegue Nadia Gallico Spano: “Giovani e anziane, madri, spose e ragazze, intellettuali, operaie e contadine, esse sono le pure eroine del nostro Secondo Risorgimento; e il loro nome sarà sempre luminosamente presente nel cuore delle donne d’Italia, che sperano e vogliono un avvenire di pace, di tranquillità, di lavoro e di benessere. Al di sopra della loro fede politica, esse si sono unite nel comune sacrificio, per lo stesso grande amore per il nostro sventurato Paese: Anna Maria Enriquez, Vittoria Nenni, Irma Bandiera, Tina Lorenzini, Rosa Guarnieri, Norma Pratelli Parenti, Lina Vacchi e cento e cento altre, la prima Assemblea libera d’Italia s’inchina, riverente, di fronte a voi”.
Mentre parlavo, ricorderà anni dopo, pensavo “alle antifasciste che durante il ventennio erano ogni 8 marzo presenti con un volantino clandestino che conteneva rivendicazioni femminili (…) alle donne della Resistenza che sfidavano l’occupante tedesco (…) e a quelle che in tutte le piazze d’Italia in quel momento esigevano una nuova collocazione della donna per la ricostruzione materiale e morale del Paese; e a quelle che sarebbero venute dopo, alle giovani, alle quali dovevamo spianare la strada”.
In Italia si torna quindi a celebrare la giornata della donna, ma non sempre, purtroppo, in maniera pacifica. Negli anni di Scelba la mimosa - considerata un simbolo sovversivo - veniva addirittura sequestrata. Venivano sequestrati i mazzetti, le donne che li regalavano venivano fermate e portate in questura, multate per questua non autorizzata o occupazione non autorizzata di suolo pubblico.
Compiuta la scelta del fiore simbolo dell’8 marzo - raccontava qualche anno fa Marisa Rodano - l’Udi “si adoperò per distribuire la mimosa in tutte le possibili sedi. Cominciammo a invitare gli alunni a offrire un mazzo di mimosa alle proprie insegnanti, i negozi a decorare con la mimosa le vetrine, le militanti dell’associazione a distribuire per strada mazzetti di mimosa. Nel 1952, addirittura, convincemmo Giuseppe Di Vittorio (eletto consigliere comunale di Roma) ad andare personalmente in giro per gli uffici comunali a offrire la mimosa alle dipendenti, persuase che neppure le più accanite democristiane avrebbero rifiutato un omaggio che veniva dal segretario generale della Cgil, noto e stimato anche per le sue battaglie in favore dei lavoratori del pubblico impiego. La scelta infatti ebbe successo”.
“Ma non sempre distribuire la mimosa fu pacifico. “Ricordo - continua Marisa Rodano - che quando distribuivamo la mimosa per strada, negli anni di Scelba, la mimosa veniva considerata un simbolo sovversivo, un simbolo di sinistra, un simbolo dell’opposizione; ci venivano sequestrati i mazzetti, le nostre attiviste venivano fermate e portate in questura, multate per ‘questua non autorizzata’, anche se noi offrivamo la mimosa gratuitamente. Poi, col passare degli anni, col mutare della situazione politica e soprattutto con i governi di centrosinistra (il Partito socialista aveva sempre celebrato l’8 marzo), la Giornata internazionale della donna cominciò a essere riconosciuta, venne celebrata in Parlamento, nei Comuni, nelle Province, nelle Regioni”.
Il clima politico migliora effettivamente nel decennio successivo che traghetterà il nostro Paese verso le grandi conquiste civili degli anni Settanta, anni nei quali, in Italia, apparve un fenomeno nuovo: il movimento femminista.
L’8 marzo 1972 è ricordato per la manifestazione che si tenne a Roma in piazza Campo de’ Fiori (da molti considerata la prima manifestazione femminista italiana). In piazza c’è anche l’attrice americana Jane Fonda. Si parla si aborto, divorzio, omosessualità. La polizia manganella e disperde le manifestanti. Molte vengono ferite, alcune finiscono all’ospedale. Tra loro la cinquantenne Alma Sabatini (in un filmato si vede e si sente distintamente un commissario rivolgersi alle partecipanti con un: “Non vi vergognate?”).
Cinque anni più tardi, il 16 dicembre 1977, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con una propria Risoluzione (la 32/142) inviterà gli Stati membri a dichiarare un giorno all’anno “Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle donne e per la pace internazionale”. La scelta cadrà sull’8 marzo, dichiarata giornata internazionale - non festa! - della donna.
Una giornata di riflessione - ci auguriamo - sulle conquiste politiche, sociali, economiche del genere femminile, sulla tanta strada percorsa ma anche su quella che rimane da fare. Perché le donne per i loro diritti lottano tutto l’anno, non solo l’otto marzo.
“Siamo le donne che hanno lottato per il nuovo diritto di famiglia, per il divorzio e la legge 194. Siamo le donne che hanno definito lo stupro reato contro la persona e non contro la morale, lottando per cancellare le norme ereditate dal codice fascista Rocco insieme al delitto d’onore, al matrimonio riparatore, allo ius corrigendi del marito, titolare di ogni potere su moglie e figli. Siamo le donne che da sempre si battono contro la violenza maschile fuori e dentro la famiglia. Siamo le donne dei Centri antiviolenza femministi. Siamo le donne che hanno lottato per il diritto al lavoro, per il valore e il rispetto del lavoro, per la centralità e il valore sociale della maternità, per i congedi di maternità e paternità, per un welfare solidale e non basato su nonne e nonni. Siamo le donne che si prendono cura delle persone, delle comunità, dei territori. Siamo coloro che tengono davvero al centro il benessere e la serenità di bambine e bambini perché è grazie a noi che bambini e bambine sono diventati soggetti di diritto. Siamo le famiglie in tutte le possibili declinazioni. Siamo le donne e gli uomini giovani, che vorrebbero lavorare e non emigrare, che rivendicano il diritto di poter decidere se, dove, come e quando costruirsi una famiglia. Siamo le donne e gli uomini che cercano di dar vita giorno per giorno ad una società accogliente, inclusiva, aperta e giusta”. Anche l’8 marzo.