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riarmo europeo Obiettivo il 2,5% del pil, 13,4 miliardi di sterline in più ogni anno a partire dal 2027

Più spese militari tagliando gli aiuti umanitari Il primo ministro britannico Keir Starmer – Ap

La Gran Bretagna aumenterà le spese militari dall’attuale 2,3% del Pil al 2,5% dal 2027, ha annunciato irritualmente ieri Keir Starmer in mezzo alle pensose espressioni di assenso bipartisan di una Camera dei Comuni che da quando Trump ha iniziato a demolire i muri portanti dell’«edificio geopolitico» occidentale post-1945 si trova in piena modalità Monaco 1938. E visto lo stato paludoso dell’economia nazionale, i soldi verranno estratti dal budget preposto agli aiuti umanitari, già tagliato allo 0,5% dall’ex cancelliere conservatore Rishi Sunak durante la pandemia; il che lo ridurrebbe così ad appena lo 0,3%, una decurtazione non dissimile da quella inflitta all’agenzia umanitaria Usaid da Trump & Musk. Tagli che nemmeno il Cancelliere dell’austerity Tory George Osborne aveva avuto il fegato di effettuare. E che non sono passati inosservati: il segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth ha commentato la decisione di Starmer come «il passo deciso di un partner duraturo».

Si tratta di spendere 13,4 miliardi di sterline in più per la difesa ogni anno a partire dal 2027, il più grande aumento dai tempi della Guerra Fredda di un simile bilancio. Che oltretutto non basta, ribattono esercito e servizi segreti, terrorizzati dall’impreparazione materiale dell’esercito britannico, soggetto negli anni a un implacabile depotenziamento imposto dalla probità fiscale. Per questo, ha detto Starmer, l’Occidente «ha bisogno di andare oltre». E ha presentato i piani – soggetti a condizioni economiche e fiscali – per un aumento della spesa per la difesa del 3% del Pil nel prossimo parlamento.

Questo togliere al soft power per dare all’hard power è la scelta obbligata del leader di un Labour quintessenzialmente filoamericano che di Nato è impastato e che, sbigottito, si ritrova ora al cospetto di un alleato-padrone che ha deciso per una brutale realpolitik economico-territoriale di dare l’Ucraina in pasto ai russi dopo che entrambi i loro predecessori avevano fatto voto di sostenerla «con ogni mezzo necessario». Il premier britannico – metodico e puntiglioso avvocato civilista alla vigilia del viaggio storicamente più delicato nel mandato di qualsiasi suo predecessore – non vuole farsi dare del Chamberlain, ma nemmeno inimicarsi il bastione americano della difesa britannica, soprattutto ora che l’inquilino della Casa Bianca appare del tutto sordo ai sacri vincoli dell’atlantismo.

E giovedì Starmer sarà a Washington: sarà il suo turno per bisbigliare nelle orecchie di un presidente tornato a una politica pre-Harold Wilson (per non dire Caligola) dovendo recuperare l’imbarazzo per le uscite in tempi non sospetti del suo titolare degli Esteri, David Lammy, che aveva definito il Presidente americano un «balordo simpatizzante neonazista che odia le donne» ancora qualche tempo fa.

Consapevole com’è che dalle isole Chagos nell’oceano indiano – la base angloamericana di Diego Garcia che i britannici sembrerebbero restituire alle Mauritius con grosso disappunto americano – al deterrente nucleare britannico Trident, quasi tutta la footprint geopolitica della Gran Bretagna poggia su innovazione, design e componentistica americana.