Fatti vostri Berlino la prima, poi le altre capitali. Tra loro Roma. E qualcuno pensa già alle espulsioni. Germania e Regno Unito vogliono togliere l’Hts, che ha preso il potere a Damasco, dalla lista dei terroristi internazionali
Gli esuli siriani celebrano la caduta del regime di Assad a Stoccarda, in Germania, sventolando la bandiera nazionale siriana – Andreas Arnold/Ap
La reazione a catena sui rifugiati. Prima Berlino, poi Vienna e Bruxelles, seguono Roma, Atene, Copenaghen, Oslo, Helsinki e Amsterdam: scatta all’unisono lo stop alle domande di asilo presentate dai cittadini siriani. Fuori dall’Ue sulla stessa linea ci sono Londra, Stoccolma e Berna. Tra i paesi membri valuta la Francia, si oppone la Spagna. La decisione vale per le migliaia di richieste di protezione compilate in queste ore da chi sta prova a non essere travolto dal cambio di regime a Damasco, ma anche per le decine di migliaia depositate in attesa di approvazione.
L’ITALIA di Giorgia Meloni lavorava da tempo su diverse ipotesi per sbarrare la strada ai siriani, che nel 2024 sono la seconda nazionalità nella classifica degli sbarchi: 12mila persone, poco dietro al Bangladesh, su un totale di 63mila. Per questo era stato recentemente nominato l’ambasciatore a Damasco, unico tra i colleghi Ue. L’obiettivo era studiare con il vecchio regime di Assad delle zone sicure dentro un Paese che sicuro non poteva essere considerato (magari in vista delle nuove regole europee che entreranno in vigore nel 2026).
«Prendiamo atto della segnalazione relativa alla sospensione – dice l’Unhcr – Ai richiedenti asilo siriani in attesa di una ripresa del processo decisionale sulle loro domande dovrebbero continuare a essere concessi gli stessi diritti degli altri richiedenti asilo. Nessuno di loro dovrebbe essere rimpatriato forzatamente». Mentre si bloccano le domande d’asilo, infatti, c’è già chi guarda oltre. L’Austria coglie l’occasione per avviare il giro di vite totale: l’ espulsione dei profughi siriani. Solo una versione meno edulcorata della clamorosa soluzione proposta ieri in Germania dall’ex ministro della Sanità, Jens Spahn, attuale vice-capogruppo della Cdu al Bundestag: «Dovremmo incentivare il ritorno in Siria dei profughi man mano che la situazione lì si stabilizza. Bisognerebbe fare un’offerta economica a chi accetta: biglietto aereo di sola andata per Damasco più un assegno di mille euro a ciascun rifugiato». Di «rimanere concentrati sulla questione dei ritorni», del resto, lo consiglia anche Filippo Grandi, Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr).
IL MURO SUI MIGRANTI siriani non si limita ai confini Ue. A Londra il governo
Commenta (0 Commenti)A seguito della perdita di liquido durante le operazioni di ricarica delle autobotti
Vigili del Fuoco hanno domato le fiamme nel deposito Eni di Calenzano, vicino Firenze, in modo da evitare la propagazione ai depositi vicini.
I tecnici dell'Agenzia regionale Toscana per la protezione ambientale sono sul posto per valutare le potenziali ricadute degli inquinanti, inclusi eventuali effetti sui corsi d'acqua". Lo scrive il governatore della Toscana Eugenio Giani sui social spiegando che l'incendio nel deposito carburanti, che ha causato almeno due morti, 9 feriti - tre dei quali ricoverati in codice rosso - e 3 dispersi "è stato contenuto rapidamente e la colonna di fumo si è alzata notevolmente a causa della differenza di temperatura tra i fumi e l'atmosfera. La situazione - assicura Giani - è sotto controllo. Sono state spente le fiamme evitando che ci fossero contatti con i depositi di carburante. I depositi sono rimasti intatti".
Secondo una prima ricostruzione, l'esplosione sarebbe avvenuta a seguito della perdita di liquido durante le operazioni di ricarica delle autobotti. E' quanto si apprende dagli inquirenti. L'area in cui è avvenuta la deflagrazione è stata posta sotto sequestro.
È stato identificato il corpo di una delle persone morte, farebbe parte della lista delle cinque persone che mancano all'appello, due morti e tre dispersi, tutti operai che stavano guidando le autocisterne. Nella lista ci sono un operaio originario di Catania di 57 anni, un operaio di Napoli di 62 anni, un operaio originario della provincia di Novara di 49 anni, un operaio nato in Germania ma italiano di 45 anni e un operaio di Matera di 45 anni.
Il Dipartimento della protezione civile ha attivato un alert per un raggio di 5 km dalla zona di esplosione avvenuta a Calenzano, "con cui si chiede di tenere chiuse le finestre e di non avvicinarsi alla zona". Il Dipartimento ha attivato l'unità di crisi ed è in stretto coordinamento con il Centro di coordinamento dei soccorsi attivato dalla Prefettura. Il Dipartimento sta continuando a seguire la situazione e ha inviato a Firenze un team per supportare le autorità locali.
La deflagrazione è avvenuta in un'area definita punto di carico dove le autobotti effettuano il rifornimento di carburante. La colonna di fumo è visibile anche dai comuni vicini. Nell'area interessata dall'esplosione è presente un forte odore acre dovuto alla combustione di idrocarburi, tanto che alle persone presenti vengono distribuite mascherine per potersi riparare le vie respiratorie
Riaperto dopo alcune ore in entrambe le direzioni l'uscita di Calenzano dell'A1. Alle 15 "sulle linee convenzionali Firenze - Bologna e Firenze - Prato - Pistoia la circolazione ferroviaria è in graduale ripresa dopo un intervento dei Vigili del Fuoco e delle Forze dell'Ordine a seguito di una esplosione avvenuta al di fuori della sede ferroviaria in località Calenzano". Così Rfi su infomobilità. La circolazione era stata interrotta stamani dopo l'esplosione, avvenuta intorno alle 10:22, con l'attivazione di un servizio sostitutivo con bus. Nel tratto interessato i treni procedono a velocità ridotta e si registrato rallentamenti e possibili variazioni, spiega sempre Rfi.
"Abbiamo udito un'esplosione enorme, tutti i vetri sono andati in frantumi e le scaffalature sono cadute per terra. Siamo usciti fuori terrorizzati per proteggerci e capire che cosa era successo.
Qualcuno ha pensato che avessero gettato una bomba, come in guerra". E' la testimonianza di alcuni operai che lavorano nelle ditte accanto all'area Eni di Calenzano (Firenze) dove questa mattina è scoppiata una cisterna. "Il mio furgone si è alzato di due metri da terra e per il boato ora sento poco" racconta un corriere di una ditta di trasporti che ha la sede vicina al luogo dell'esplosione.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni segue con apprensione le conseguenze dell'accaduto e ed esprime il più sentito cordoglio per le vittime, la vicinanza ai feriti e alle famiglie colpite e il ringraziamento a quanti si stanno prodigando nei soccorsi.
"Ci sono 15 aziende nei dintorni che sono state evacuate a scopo cautelativo, e che hanno subito danni. Sno in corso valutazioni per capire se si può tornare a lavorare in quei luoghi. Le scuole del territorio sono invece tutte aperte e Arpat è rassicurante sulla qualità dell'aria. La colonna di fumo densa che si è sviluppata era anche molto calda e si è alzata molto. Il vento era piuttosto importante oggi, e quindi si è tutto disperso e non ci sono problemi per la qualità dell'aria". Lo ha detto l'assessore regionale alla Protezione civile Monia Monni parlando con i giornalisti nell'area vicino all'esplosione avvenuta oggi a Calenzano (Firenze). Evacuati da parte del Comune anche una piscina e il palazzetto dello sport che sono non molto distanti dal luogo dell'incidente.
"Sara aperto un procedimento penale per appurare eventuali responsabilità". Lo annuncia con una nota il procuratore capo di Prato Luca Tescaroli che stamattina ha fatto un sopralluogo nel deposito Eni a Calenzano, dove e' avvenuta l'esplosione. "Un'esplosione con conseguente incendio e danneggiamento del deposito Eni" - prosegue il comunicato - ha prodotto la morte di due persone e il ferimento di nove soggetti, di cui due molto gravi". "Allo stato è possibile evidenziare che al momento dell'esplosione erano presenti diverse autobotti parcheggiate all'altezza degli stalli di approvvigionamento del carburante", conclude la nota.
"La situazione più grave è quella del grande ustionato che è a Pisa, e di una delle persone che sono qui che verrà accompagnata dal Pegaso a Pisa: là il centro grandi ustionati opererà su queste due persone". Lo ha detto Eugenio Giani, presidente della Regione Toscana, parlando dell'esplosione di Calenzano. Giani, che si è recato all'ospedale fiorentino di Careggi, dopo la sua visita ha spiegato ai cronisti che "in questo momento le situazioni problematiche sono queste due, naturalmente sono coloro che erano vicini al luogo dell'esplosione, dell'incendio, che quindi hanno ustioni gravissime", mentre "gli altri sono feriti più o meno lievi: per alcuni, soprattutto all'ospedale di Prato, proseguono gli accertamenti
"Non ho mai visto niente del genere nella mia vita, sembrava ci avesse attraversato un tuono". Sono le parole di uno dei feriti in seguito all'esplosione avvenuta allo deposito Eni di Calenzano. L'uomo, 50 anni, si trovava nel suo ufficio a circa 100 metri dal luogo dell'esplosione. Si tratta di uno dei cinque feriti che sono stati trasportati direttamente da lì al pronto soccorso dell'ospedale Santo Stefano di Prato. Nessuno di loro ha subito ferite gravi, ma solo tagli e traumi apparentemente riassorbibili in pochi giorni. "Non abbiamo capito che cosa è successo, perché tutto è accaduto in pochi secondi. L'esplosione - racconta il testimone ferito - è stata così forte da farci saltare per diversi metri all'interno del nostro ufficio, i vetri si sono sfondati e ci hanno ferito. E' stata l'esperienza più traumatica di tutta la mia vita. Sono ancora stordito".
"La nube di fumo nero sprigionata in seguito all'incendio verificatosi questa mattina presso il deposito della raffineria Eni a Settimello, nel comune di Calenzano, è potenzialmente pericolosa per la salute umana e per l'ambiente". Lo afferma in una nota la Società italiana di medicina ambientale (Sima) che ricorda come incendi di questo tipo possano liberare nell'aria sostanze tossiche con effetti acuti e cronici sull'uomo.
"Tra le principali sostanze che possono rappresentare un rischio per la salute troviamo il monossido di carbonio (CO), gas inodore e tossico che interferisce con il trasporto di ossigeno nel sangue, causando vertigini, nausea e, in alte concentrazioni, danni neurologici o fatali; diossine e furani (PCDD/Fs), con effetti cancerogeni, alterazioni del sistema endocrino e immunitario, policlorobifenili (PCB) e Ipa (Idrocarburi Policiclici Aromatici), composti cancerogeni che si sprigionano durante combustioni incomplete e possono provocare danni cellulari e tumorali, Particolato Fine (PM10 e PM2.5), particelle ultrafini in grado di penetrare nei polmoni e nel circolo sanguigno, aggravando patologie respiratorie e cardiovascolari, con un impatto significativo su anziani, bambini e individui vulnerabili, Composti Organici Volatili (COV), tra cui il Benzene, responsabile di leucemie e disturbi al sistema nervoso. "Gli incendi in raffinerie rilasciano sostanze inquinanti che contaminano l'aria, il suolo e le acque - aggiunge poi il presidente Sima Alessandro Miani - le nubi nere sono composte da particolato, gas tossici e metalli pesanti, che si disperdono rapidamente e possono ricadere su un'ampia area circostante, con contaminazione del suolo e dei terreni agricoli, compromettendo la sicurezza alimentare, e inquinamento delle acque, con le particelle e le sostanze tossiche che possono raggiungere le falde acquifere e corsi d'acqua, danneggiando l'ecosistema e l'approvvigionamento idrico". In attesa dei risultati delle analisi ambientali da parte delle autorità competenti, Sima consiglia alla popolazione di rimanere al chiuso, chiudendo porte e finestre per limitare l'esposizione ai fumi, spegnere sistemi di ventilazione e aria condizionata, evitare attività all'aperto nelle aree interessate, monitorare eventuali sintomi respiratori (tosse, difficoltà respiratorie) e contattare i servizi sanitari in caso di necessità". Ancora "non consumare acqua di superficie o prodotti agricoli provenienti dalla zona interessata fino a ulteriori indicazioni".
Ultim'ora
Sulla via di Damasco Israele, che ha frantumato Hamas e Hezbollah, con l’atomizzazione del mondo arabo vede un traguardo all’orizzonte: il suo affermarsi come unica superpotenza regionale
Un combattente dell'opposizione siriana strappa un dipinto raffigurante il presidente siriano Bashar Assad e il suo defunto padre Hazef Assad all'aeroporto internazionale di Aleppo foto Ghaith Alsayed/Ap
Per i jihadisti anti-Assad, lanciati all’attacco dal loro padrino Erdogan, l’assedio di Damasco è sempre più vicino e si specula già sulla spartizione della Siria tra le milizie e le potenze coinvolte, Turchia, Israele (che occupa il Golan dal 1967), Iran, Russia (tre basi militari), Stati Uniti.
Come se la Siria – dove l’esercito si sta dissolvendo come quello iracheno davanti all’Isis – fosse solo un campo di battaglia e non anche un popolo.
La tragedia dei siriani non si ferma: 300mila profughi in una settimana di avanzata dei jihadisti e di raid aerei russi. La Siria è un Paese di profughi: su 24 milioni 7,2 sono rifugiati interni, 5,5 in altri Paesi (la maggior parte in Turchia, Libano, Giordania e Germania). Il 90% dei siriani vive sotto il livello di povertà, il 47% dei rifugiati è sotto i 18 anni e un terzo non va a scuola. Tutte le cifre sono dell’Unhcr che teme altre ondate di profughi sia nei Paesi vicini che verso l’Europa.
La Siria è una partita geopolitica fondamentale ma si compie sulla pelle di un popolo, come si è già verificato con i destini di altri della regione, dai palestinesi ai curdi agli iracheni. In realtà la Siria come nazione unita e indipendente deve scomparire nella disgregazione del Medio Oriente esplosa con la fine dell’Iraq di Saddam Hussein dovuta all’invasione americana nel 2003, proseguita con al Qaeda e l’Isis, la colonizzazione israeliana della Palestina e ora con la fulminea ascesa dei jihadisti di Hay’at Tahrir al Sham (Hts), teleguidati con droni e satelliti dalla Turchia di Erdogan.
Israele, che ha frantumato Hamas e più che dimezzato Hezbollah, vede un traguardo all’orizzonte: l’atomizzazione del Medio Oriente arabo e il suo affermarsi come unica superpotenza regionale. I colpi assestati a Hezbollah e pasdaran iraniani in Siria e Libano hanno sguarnito le deboli difese di Assad che ora vede un appoggio sempre meno convinto della Russia di Putin, pronto a trattare per le sue basi militari nel Mediterraneo sia con la Turchia che con Israele e gli Stati uniti, come del resto il Cremlino ha fatto sempre in questi anni con Erdogan e Netanyahu. E ovviamente la partita russa è assai condizionata alla guerra in Ucraina.
Al disegno egemonico israeliano manca solo l’Iran, l’ossessione di Netanyahu da vent’anni, che con Trump alla presidenza dal 20 gennaio dovrà affrontare la già sperimentata strategia della «massima pressione». La repubblica islamica, del resto, promette di sostenere Assad ma anch’essa come la Russia non è troppo convincente: in questi anni si è dissanguata spendendo 20 miliardi di dollari per tenere in piedi il regime alauita, la minoranza di Bashar Assad – il cui padre Hafez nel 1979 fu l’unico leader arabo a sostenere la rivoluzione islamica sciita di Khomeini – salita al potere nel 1971.
Teheran, che sta negoziando con Ankara e Mosca, è in grado di tenere le posizioni della Mezzaluna sciita, dall’Iraq alla Siria, dal Libano allo Yemen? L’operazione è complicata e gli iraniani hanno già evacuato dalla Siria in Libano i capi dei pasdaran. L’ammiraglio Tony Radakin, capo delle forze armate britanniche, in un discorso al Royal United Services Institute di Londra, ha rivelato questa settimana che Israele ha usato i suoi F-35 per effettuare gli attacchi del 26 ottobre contro siti militari in tutto l’Iran. «Israele – ha detto – ha usato più di cento aerei e nessuno di questi si è dovuto avvicinare a meno di cento miglia dal bersaglio nella prima ondata, distruggendo quasi l’intero sistema di difesa aerea iraniano e la capacità dell’Iran di produrre missili balistici per almeno un anno».
Gli inglesi se ne intendono perché sono stati i loro aerei da ricognizione dal 7 ottobre a individuare con gli Usa oltre il 70% dei bersagli da colpire a Gaza e in Libano. Questa è una “grande guerra” del Medio Oriente dove per la prima volta si usano in battaglia caccia come gli F-35 con sistemi di bombardamento e intelligence di ultimissima generazione, non disponibili da nessun altro. Un avvertimento non solo agli stati della regione ma anche a Russia e Cina. «Tutto questo non avviene certo per caso, come non è casuale il coinvolgimento di Israele negli eventi in Siria», afferma Alastair Crooke, ex diplomatico britannico e agente del servizio di intelligence all’estero MI6.
La Turchia, come Israele, vede anch’essa vicino il traguardo di abbattere il regime di Assad. Erdogan è stato in passato il principale sostenitore della rivolta armata contro il leader siriano, al punto di usare anche il capo di Hamas a Damasco Khaled Meshal, che arrivò a scatenare una guerra civile tra palestinesi a Yarmouk, nella capitale siriana. Passati 13 anni da quella ribellione, esplosa dopo le proteste antigovernative del 2011 e degenerate in un sanguinoso conflitto, l’escalation può materializzare tre degli obiettivi di Erdogan: ampliare la presenza militare al Nord, spezzando l’unità della Siria, spingere al ritiro le forze curde siriane, in particolare quelle legate al Pkk, alleate degli Usa contro l’Isis, rimpatriare dalla Turchia in Siria oltre tre milioni di profughi siriani.
Cosa aspetta i siriani in caso di caduta del regime? Al Jolani, ex qaidista capo di Hts, con una taglia Usa sulla testa, in un’intervista alla Cnn (con una giornalista velata) ha dichiarato che «il popolo non deve avere paura di un governo islamico» e che le truppe straniere dovranno ritirarsi, senza per altro mai nominare Israele. I siriani – mentre persino l’Isis ha rialzato la testa – sono divisi tra i filo-islamisti che vedono la possibile vittoria della rivoluzione e i laici e le minoranze che temono di finire in un emirato islamico come a Idlib. Il finale, come avrebbe detto il poeta siriano Adonis, è che di questo popolo travolto dal caos rischieremo di raccogliere le ceneri.
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«Abbiamo realizzato l’impossibile». Macron inaugura il restauro di Notre-Dame e si incorona davanti al presidente eletto degli Usa e a Zelensky. Mette in scena il quadretto di una leadership mondiale, ma non sa come risolvere la crisi politica interna da lui stesso creata
TRUMP-L’ŒIL Macron punta tutto sulla scena internazionale: incontro all’Eliseo con il presidente eletto americano e quello ucraino
Il presidente francese Emmanuel Macron, il presidente eletto Donald Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy all'Eliseo a Parigi foto Aurelien Morissard/Ap
Dal palco montato al centro della grande navata di Notre-Dame, Emmanuel Macron ha espresso «la gratitudine della nazione francese». «Abbiamo riscoperto quello che le grandi nazioni possono fare: realizzare l’impossibile» ha detto il presidente della Repubblica francese durante la cerimonia di riapertura della cattedrale riferendosi al restauro in soli cinque anni della cattedrale devastata dall’incendio nel 2019.
Per Macron è stata l’occasione per accantonare la profonda crisi politica, istituzionale e finanziaria nella quale versa la Francia. Dopo la mozione di sfiducia che ha fatto cadere il governo di Michel Barnier, la prima volta che succede in Francia dal 1962, il paese è privo tanto di una legge di bilancio quanto di un governo.
Prima di pronunciare il suo discorso solenne, Macron ha accolto un nutrito parterre di capi di stato e di teste coronate, tra i quali Sergio Mattarella, Donald Trump, Volodymyr Zelensky e il principe William.
Stati Uniti, Ucraina e Francia. Insieme in questo giorno storico. Riuniti per Notre-Dame. Continuiamo i nostri sforzi congiunti per la pace e la sicurezza. Emmanuel Macron
IL NEO-ELETTO presidente americano era stato ricevuto nel pomeriggio all’Eliseo. «È un mondo un po’ matto», aveva detto Trump, arrivando a Parigi. Meno di un’ora dopo il suo arrivo alla residenza del presidente francese, Trump è stato raggiunto dal presidente ucraino Zelensky per un incontro a sorpresa.
I tre capi di Stato hanno posato con aria grave davanti ai fotografi, prima di discutere a porte chiuse per circa 35 minuti. «Vogliamo tutti che questa guerra finisca il prima possibile e in modo giusto», ha poi detto Zelensky, che ha definito l’incontro «positivo e fruttuoso».
«Stati Uniti, Ucraina e Francia. Insieme in questo giorno storico. Riuniti per Notre-Dame. Continuiamo i nostri sforzi comuni per la pace e la sicurezza», ha scritto Macron in un post su X, corredato da una foto che lo raffigura al centro, con Trump e Zelensky da ciascun lato.
AL SUO ARRIVO ALL’ELISEO, Donald Trump ha sottolineato le proprie
Commenta (0 Commenti)La Siria è sull’orlo del cambio di regime. Le milizie jihadiste, con l’appoggio ora esplicito della Turchia, arrivano a Homs e avanzano verso la capitale, ultima roccaforte di Assad. Iraniani e russi non li fermano. Gli sfollati sono centinaia di migliaia, i profughi saranno milioni
Sulla via di Damasco Il presidente turco ieri ha confermato che la meta dell’offensiva jihadista in Siria sostenuta dalla Turchia è rovesciare Bashar Assad
Jihadisti festeggiano per le strade di Hama – Ansa
Recep Tayyip Erdogan, grande architetto dell’attacco dei jihadisti sunniti in Siria, ieri è uscito allo scoperto proclamando il suo pieno sostegno all’offensiva che in una settimana ha preso Aleppo e Hama e che presto potrebbe conquistare anche Homs. «Dopo Idlib, Hama e Homs l’obiettivo sarà Damasco. La marcia delle forze di opposizione va avanti. Speriamo che continui senza problemi», si è augurato presidente turco, parlando con i giornalisti a Istanbul. Ha aggiunto di aver «lanciato un appello» al presidente siriano Bashar Assad. «Abbiamo detto, forza, determiniamo assieme il futuro della Siria. Purtroppo, non abbiamo ricevuto una risposta positiva», ha riferito. A questo punto, con le forze armate siriane a pezzi e Damasco ormai nel mirino dei jihadisti, oggi a Doha il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan incontrerà i colleghi russo e iraniano, Serghej Lavrov e Abbas Araghchi, per dettare, con ogni probabilità, le condizioni della resa di Assad. Potrebbe apparire esagerato, o prematuro, non è così.
LE TRUPPE governative, infatti, si raccolgono a difesa solo di Damasco, mentre le ong e agenzie dell’Onu rimandano a casa il personale non essenziale. Non è chiaro cosa farà l’Italia, unico paese dell’Ue con un ambasciatore a Damasco. Gli sfollati della nuova guerra sono già 370mila, un numero destinato ad aumentare. Già si intravede l’esodo della comunità cristiana, una delle più antiche del Medio oriente se i jihadisti prenderanno la capitale. L’esercito siriano ieri ha abbandonato anche Deir Ezzor, nella Siria orientale. Il suo posto è stato preso immediatamente dalle milizie curde Sdf che hanno poi spiegato di essere intervenute per garantire protezione alla popolazione della città e dei centri vicini, di fronte al riemergere dell’Isis in quella zona. Con il crollo dell’esercito siriano, cellule dello Stato islamico, combattuto in passato soprattutto dai curdi, sono prontamente riapparse nella Valle dell’Eufrate e sulla strada tra Homs e Palmira. I leader dell’autonomia curda nel nord-est della Siria hanno capito che le forze governative sono come neve al sole e che, pertanto, presto le Sdf dovranno di nuovo fare i conti con l’Isis e confrontarsi con i miliziani di Hay’at Tahrir al Sham (Hts, l’ex braccio siriano di Al Qaeda), armati e finanziati dal nemico Erdogan e alla guida dell’offensiva cominciata a fine novembre. Sanno che l’appoggio che ricevono dagli Usa non servirà a molto se Ankara deciderà di attaccare militarmente l’Autonomia curda nord-est della Siria. Lo scontro con Hts perciò è possibile.
NESSUNO CREDE che i jihadisti lasceranno ai curdi
Leggi tutto: Erdogan si scopre: «L’obiettivo è la Damasco» - di Michele Giorgio
Commenta (0 Commenti)Bombe, carestia, famiglie distrutte. A Gaza City, nel nord devastato della Striscia, non è rimasto più nulla. Ma per Israele le accuse ribadite dall’ultimo rapporto di Amnesty sono «fantasie»
Reportage Bombe, carestia, distruzione totale e non solo materiale della società. La morte è ovunque nel nord della Striscia. «Siamo pieni di tutto quello che manca». Non è rimasto più nulla, questa è la vera guerra. E si muore all'improvviso. Anche di sfinimento. Di paura. Con i cuori spezzati. Dalle macerie di un palazzo appena colpito viene estratta una bambina di nove o dieci anni, coperta di polvere. Chiede in arabo: «Mi state portando al cimitero?»
L'area dello Shifa Hospital a Gaza City dopo il passaggio dell'esercito israeliano nell'aprile 2024 – Ap
Le immagini ripetitive, che appaiono sul cellulare come pugni nello stomaco, sono quelle di mappe con aree delineate da tossiche linee gialle e con icone, simboli e indicazioni relativi ad accessi o restrizioni. Significa che devi lasciare per l’ennesima volta quello che hai re-identificato e re-definito per decine di volte come casa. Che casa non è. Sono solo tende o rifugi temporanei da cui ci si sposta come atomi impazziti. La propria casa già non c’è più da tanto.
Mentre gli ordini di evacuazione da parte dell’esercito israeliano gettano migliaia di persone sulle strade, i carretti arrangiati con ferro, legno e ruote di macchine, trainati da asini, rappresentano uno dei pochi mezzi di fuga. Tutti stipati come sardine, per pochi spiccioli, ci si sposta da un posto all’altro, senza una vera meta. «Il mio asino è morto a Gaza City colpito da una scheggia – ci dice Abdel -. Oggi un asino è più prezioso dell’oro».
Affamati, stremati e costretti a spostarsi sotto i proiettili. Strade sfigurate ed edifici sventrati che rendono irriconoscibili interi villaggi. Questi i ripetuti massacri nel nord della Striscia di Gaza che non smettono di colpire i discendenti dei profughi della Nakba.
SCORRONO IMMAGINI di esseri umani che barcollano sotto shock, coperti dalla polvere di quelle che un tempo erano le loro case. E una cosa è chiara: le persone che pagano il prezzo della guerra sono i palestinesi.
A Gaza, dove non c’è distinzione tra un
Leggi tutto: Sopravvivere al genocidio a Gaza City - di Federica Iezzi Gaza City
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