Si riempiono le strade di Roma contro il disegno di legge sicurezza e il governo autoritario. È la prima grande manifestazione di opposizione sociale e politica. Arrivano in 100mila: lotte di base, partiti e movimenti. «È solo un debutto, non ci perderemo di vista»
Sicuramente No Il corteo contro il ddl sicurezza centra l’obiettivo. E rilancia: tre giorni di assemblea a gennaio
Il corteo di Roma contro il ddl sicurezza – Lapresse
Quando salta la catena che impedisce al camion che apre il corteo di entrare in piazza del Popolo e ci si rende conto che la grande arena all’imbocco di via del Corso illuminato a Natale è destinata davvero a riempirsi, si capisce che la missione è davvero compiuta. Basta un colpo d’occhio per riconoscere l’importanza di una giornata che molti aspettavano da troppi anni, da tutto il tempo che è passato affinché un corteo nato autoconvocato, dal basso, dei movimenti, trascinasse con sé decine migliaia di persone, tutti i partiti dell’opposizione e uno schieramento largo e plurale.
I PRIMI a strabuzzare gli occhi sono gli adolescenti, che non avevano mai assistito a una scena del genere. Ma quando il serpentone si dipana lungo via Regina Margherita, strada larga e rettilinea, e la gente di dispone fitta si scambiano qualche sguardo di incredulità anche quelli che hanno qualche anno in più di esperienza. «Siamo centomila!» è l’urlo liberatorio che comincia a circolare quando il fiume di gente ridiscende dai Parioli verso le mura aureliane.
SI PARTE, come da programma, alle 14 dal Verano. Già questa puntualità è una notizia, perché non c’è bisogno di aspettare che la piazza del concentramento sia sufficientemente gremita. L’altra notizia, dopo ore di pioggia a diritto e la capitale bloccata dalla tempesta perfetta del traffico prenatalizio, dello sciopero del venerdì e del maltempo, è che spunta il sole. E allora il convoglio dei manifestanti si può muovere. Si procede a passo sostenuto, perché tutti sono consapevoli che li aspettano quasi quattro chilometri di marcia e dunque c’è poco tempo da perdere per arrivare a destinazione. In questo flusso rapido si susseguono gli studenti, l’Arci, i centri sociali del nordest e quelli di Napoli, i coltivatori di canapa. Al centro si dispongono gli operai della Gkn con il grande striscione «Insorgiamo». «Più ci criminalizzano e più dobbiamo stare appiccicati e appiccicate – spiegano – Questo ddl è qui per impedirci di trasformare la società con la lotta». Christopher Ceresi dei municipi sociali di Bologna la mette così, parlando dal camion: «Questa è la prima vera grande manifestazione di opposizione al governo Meloni».
POI I CENTRI sociali romani Esc, Casale Garibaldi, Communia e Acrobax che marciano dietro lo striscione «La vostra guerra è la nostra insicurezza». E la Cgil, che ha partecipato in modo
Commenta (0 Commenti)Principi e convivenza Il disegno di legge Piantedosi, Nordio, Crosetto, meglio noto come «sicurezza», contro il quale oggi si scende in piazza a Roma, è un campionario degli orrori securitari che maturano nella destra italiana
Obbedire, dalle strade alle scuole alle galere. Non solidarizzare, con i migranti o con chi non ha un tetto e occupa una casa vuota. Non protestare, neanche con il proprio corpo perché è considerato un’arma se lo porta in giro chi dissente. Arma terribile, non come le pistole di ogni misura che le forze di polizia potranno d’ora in avanti raddoppiare per non restare mai senza, neanche quando litigano con il marito, la moglie o il vicino.
Il disegno di legge Piantedosi, Nordio, Crosetto, meglio noto come «sicurezza», contro il quale oggi si scende in piazza a Roma, è un campionario degli orrori securitari che maturano nella destra italiana. Ed è un biglietto da visita per questa maggioranza di governo che nella continua rincorsa alle posizioni più reazionarie ha finito con il portare in parlamento un provvedimento da stato di guerra. Guerra ai poveri, ai migranti, alle minoranze.
Non c’era bisogno che il sottosegretario alla ferocia si dichiarasse un orgoglioso liberticida perché il disegno apparisse chiaro. Come chiaro è l’eterno tentativo di reagire ai bisogni sociali che non si riescono – non si vogliono – ascoltare, con la repressione e il codice penale. Reagendo anche alle proprie difficoltà. Da qualche tempo infatti, dai Tar ai tribunali ordinari, dalla Cassazione alla Corte costituzionale, il governo va incontro a ripetute e pesanti bocciature giudiziarie quando impone i suoi diktat.
Ognuna di queste bocciature – dalla pretesa di impedire gli scioperi all’abitudine di distribuire fogli di via agli attivisti, dai respingimenti e deportazioni dei migranti alla volontà di ignorare il diritto costituzionale e il diritto europeo, si tratti di concedere asilo o di spaccare il paese tra regioni ricche e regioni povere – dovrebbe provocare imbarazzo, autocritiche, marce indietro. Invece produce altri attacchi alle giurisdizioni e il rilancio imperterrito di ogni provvedimento contrario alla legge. E tutto questo disprezzo, tutta questa arroganza costituita non preoccupa affatto le stesse persone che appena uno studente alza la voce per una contestazione si indignano e sono pronte a battersi per le libertà, dei ministri o di qualche altra autorità.
Ci si chiede, anche con preoccupazione, come mai siano sempre più i giudici e le giudici a mettersi di traverso lungo il cammino del governo. Se questa non sia la coda di una lunga stagione di supplenza giudiziaria, se c’entri almeno un po’ la famosa «esondazione» delle toghe dai loro ambiti di cui parla Nordio.
Ogni prudenza è legittima visti i disastrosi esiti dell’opposizione giudiziaria in passato, non solo in Italia, e conoscendo i magistrati al di là della caricatura interessata che ne fa il governo. Ma probabilmente bisogna cercare una motivazione più profonda per capire perché i diversi provvedimenti del governo, diversi anche negli ambiti, finiscano regolarmente per impattare contro il muro delle sentenze. Bisogna cercarla nella portata della sfida in atto.
Il governo Meloni sta puntando al cuore dello stato di diritto, provando ad abbattere uno a uno i principi fondamentali che necessariamente trovano (ancora) una tutela nelle leggi e soprattutto nelle leggi superiori.
Tanto alta è la posta in gioco. Ed è quasi tutta riassunta in un solo disegno di legge, battezzato «sicurezza» senza troppo sbagliare, se la si vuole intendere come sicurezza del governo e delle polizie, non dei cittadini.
L’ampiezza della mobilitazione che abbiamo visto in campo in queste settimane e che aspettiamo oggi a Roma, la larghezza del fronte – politico e sociale, non giudiziario – che vuole fermare il disegno di legge, dice quantomeno che la minaccia è avvertita ben chiara. E che si può provare a resisterle.
Commenta (0 Commenti)Riforme La decisione definitiva alla Consulta. Il governo può varare una norma che corregga la legge Calderoli per azzerare tutto. Zaia: «Asteniamoci»
Il ministro Roberto Calderoli, nel corso dei lavori della Camera dei deputati, sulle mozioni in materia di autonomia differenziata – Ansa
Il referendum sull’autonomia differenziata supera il secondo ostacolo, dopo il primo riguardante il numero di firme necessarie. Ieri mattina, infatti, la Cassazione ha dato il via libera al quesito, che dovrà affrontare tra un mese il vaglio di ammissibilità davanti alla Corte costituzionale. Se il governo varerà successivamente un decreto «salva legge Calderoli», si dovrebbe ancora tornare in Cassazione. E non è finita: se si arriverà alle urne ci sarà da superare la soglia del quorum. E su questo Luca Zaia ha già indossato la talare del cardinale Ruini, preannunciando di puntare sull’astensionismo.
IL PRONUNCIAMENTO di ieri mattina della Cassazione si era reso necessario per la sentenza della Corte costituzionale del 3 dicembre scorso (la ormai famosa 192 del 2024). Questa aveva dichiarato illegittime circa la metà delle norme della legge Calderoli, tra l’altro quelle più importanti. La Suprema Corte doveva dunque stabilire se sopravvivevano «contenuti normativi essenziali» e «i principi ispiratori» della legge. Venerdì scorso il presidente del Comitato promotore, Giovanni Maria Flick, aveva depositato una memoria, preparata dagli avvocati Enrico Grosso e Vittorio Angiolini, per sostenere le ragioni della validità del quesito totalmente abrogativo. La Cassazione è stata sintonica con queste argomentazioni, visto il pronunciamento di ieri.
UNA DECISIONE niente affatto scontata: alcuni esperti ritenevano che sarebbe accaduto il contrario. Il sì della Cassazione è stato salutato con entusiasmo dai promotori, sia gli attori sociali (come Christian Ferrari della Cgil o Ivana Veronese della Uil), che quelli politici (dal Pd a Avs, da M5s a Iv e +Europa) che hanno chiesto al governo di fermare le intese con le regioni. I governatori di destra, Attilio Fontana, Luca Zaia e Alberto Cirio, hanno sbeffeggiato il buon senso, dicendo che invece si va avanti con le intese. Se permane il referendum, è stato il ragionamento di Fontana e del ministro Roberto Calderoli, vuol dire che la legge «è viva e vegeta».
TRA UN MESE, entro il 20 gennaio, il quesito dovrà passare il vaglio di ammissibilità davanti la Corte costituzionale: la Costituzione impedisce referendum su leggi riguardanti la finanza pubblica e il governo aveva presentato il ddl come collegato alla legge di Bilancio 2023. Tuttavia il Comitato promotore è confidente in un ulteriore sì: precedenti pronunciamenti
Leggi tutto: Sì della Cassazione al referendum sull’autonomia - di Kaspar Hauser
Commenta (0 Commenti)Piazza Fontana 1969 - 2024 La bomba di Milano e quella del Rapido 904:oltre le responsabilità materiali restano aperte (e ambigue) le piste su complici e mandanti
L’interno della Banca dell’agricoltura di piazza Fontana a Milano poco dopo l’esplosione del 12 dicembre 1969 – Publifoto Press Torino/LaPresse
Tra la strage di piazza Fontana e quella del Rapido 904 passano 15 anni. È in questo arco di tempo che gli storici inquadrano la cosiddetta «Strategia della tensione», un percorso di sangue e dinamite cominciato con il «centrosinistra organico» del doroteo Mariano Rumor e finito con Bettino Craxi alla guida del pentapartito, per dire quanto, nel mentre, sono cambiato i connotati della Repubblica.
PER I FATTI del 12 dicembre 1969 (17 morti per lo scoppio di un ordigno nella sede milanese della Banca dell’agricoltura) una verità giudiziaria esiste, anche se contorta, ed è contenuta in una sentenza di Cassazione del giugno 2005: la responsabilità è del nucleo padovano di Ordine Nuovo guidato da Franco Freda e Giovanni Ventura, non perseguibili però perché in precedenza già assolti per gli stessi fatti. Il resto, come sempre nella storia delle stragi, resta sfumato, anche se gli storici hanno ormai pochi dubbi (anzi nessuno) nel citare frange dei servizi segreti come complici e mandanti. E non si parla solo di italiani.
Era il primo luglio del 1997 quando la Commissione stragi ascoltò il senatore a vita Paolo Emilio Taviani (che nel 1969 era ministro del governo Rumor) dire una frase di estrema chiarezza: «Che agenti della Cia si siano immischiati nella preparazione degli eventi di piazza Fontana e successivi è possibile, anzi sembra ormai certo: erano di principio antiaperturisti e anti-centrosinistra. Che agenti della Cia fossero fornitori di materiali e fra i depistatori sembra pure certo».
SUI MATERIALI, cioè sugli esplosivi, c’è una pista ancora aperta: l’ha seguita negli ultimi anni la procura di Brescia e attualmente è al vaglio processuale nell’ennesimo (e forse ultimo) capitolo giudiziario di un’altra strage, quella di piazza della Loggia del 1974. La tesi investigativa, suffragata da diversi riscontri, è che «i materiali» facessero parte di un fitto giro di scambi di varia natura tra Ordine Nuovo e la base Nato di Verona. Sui depistaggi pure ci sono pochi dubbi: la colpa della strage venne inizialmente attribuita agli anarchici. Pino Pinelli volò giù da una finestra della questura dopo due giorni di interrogatorio, Pietro Valpreda venne dipinto come un mostro, incarcerato e sottoposto a una lunga trafila di processi. Solo nel 1987 una sentenza decreterà in via definitiva la sua innocenza (e l’estraneità ai fatti di Pinelli ). Diciotto anni dopo la tragedia, quando ormai la verità era andata via e l’opinione pubblica era in altre faccende affaccendata.
I DEPISTAGGI e le verità mutilate sono anche le due principali caratteristiche della strage del 23 dicembre 1984, quella della bomba esplosa
Leggi tutto: Indagini infinite nella zona grigia delle stragi - di Mario Di Vito
Commenta (0 Commenti)«Tecnicalità da rivedere» e dubbi di costituzionalità, con il Colle che vigila. La destra si incarta anche sul ddl sicurezza: il ministro Ciriani (Fdi) mette in conto modifiche e tempi più lunghi, la Lega si arrabbia. Al corteo di sabato a Roma contro la repressione anche Pd e M5S
Cronache di governo Dopo un vertice di maggioranza al Senato, il ministro Ciriani preannuncia correzioni. I dubbi del Colle. Mentre il sottosegretario Ostellari ne approfitta per chiedere più pene per i furti in casa.
Manifestazione contro il ddl Sicurezza – LaPresse
Alta tensione nella maggioranza di governo: pomo della discordia è il Ddl Sicurezza che disvela ogni giorno di più la propria inapplicabilità e pericolosità perfino a chi ne ha fatto un vessillo populista e illiberale. Motivo per il quale ieri, dopo un vertice di maggioranza a Palazzo Madama ad hoc, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha annunciato un possibile rinvio alla Camera in terza lettura del testo attualmente ancora all’esame al Senato nelle commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia. A far vacillare le sicurezze delle destre potrebbe aver influito anche l’approfondita riflessione avviata dal Quirinale rispetto a eventuali profili di incostituzionalità. La Lega però non ci sta e dal quartier generale di via Bellerio rende nota la posizione ufficiale: il pacchetto omnibus contro il quale si stanno mobilitando pezzi ampissimi di società civile e del ceto produttivo (soprattutto del nord) va «approvato subito senza perdite di tempo». Mentre dalla Camera si leva la voce indignata dei deputati leghisti che vorrebbero assolutamente evitare una terza lettura. Al momento l’ipotesi più condivisa è un rinvio del voto a gennaio, dopo la manovra.
PECCATO CHE la giornata era iniziata con un’intervista del sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari al quotidiano La Nuova nella quale l’esponente leghista aveva annunciato un inasprimento delle pene per i furti in casa da inserire con un emendamento nello stesso ddl Sicurezza. «Vogliamo alzare il minimo e il massimo della pena, in modo che chi ruba finisca in carcere. E renderemo effettivi anche i risarcimenti: se rubi vai in carcere e risarcisci il danno», era stata l’affermazione roboante. Cosicché dalle parti dei partiti dell’opposizione questo era sembrato un tentativo di camuffare il rinvio alla Camera del ddl per avere la possibilità di riparare i troppi errori giuridici contenuti nel testo e le tante norme «talmente evidentemente incostituzionali che i giudici della Consulta, al primo rinvio da parte di un tribunale, potrebbero quasi evitare di riunirsi», è la battuta che circola.
L’ELENCO DEI PUNTI “deboli” del ddl è lungo quasi quanto quello delle nuove fattispecie di reato e delle aggravanti (venti in tutto) contenute nel provvedimento. Alcuni – «detenute madri e Sim ai migranti» – li cita lo stesso ministro Ciriani al termine del vertice di maggioranza al Senato cui hanno preso parte i sottosegretari leghisti Molteni (Interni) e Ostellari (Giustizia), e i capogruppo della maggioranza nella I° e II° commissione. «Non possiamo escludere una terza lettura del Ddl Sicurezza», è stato costretto ad ammettere Ciriani pur
Leggi tutto: Ddl Sicurezza, destra in tilt: «Possibile rinvio alla camera» - di Eleonora Martini
Commenta (0 Commenti)Israele sfonda la linea di demarcazione fissata dall’Onu sulle alture del Golan ed estende fino alle porte di Damasco la sua «zona difensiva sterile», mentre con 310 raid aerei annienta flotta e basi militari della Siria che fu. Ma per al Julani, il nuovo rais, tutto va bene
Cade la linea Il capo del governo di Hts guiderà la Siria almeno fino a marzo. Uomini legati all’era di Assad giustiziati in strada a Idlib e Hama. 310 gli attacchi aerei sul territorio siriano. Il ministro Katz ordina di costituire una «zona difensiva sterile»
Jihadisti di Hts davanti alla Grande Moschea degli Omayyadi a Damasco, in Siria – Ugur Yildirim /Ansa
Abu Mohammad al Julani, capo del qaedista Hay’at Tahrir al Sham e nuovo leader siriano al posto di Bashar Assad fuggito in Russia, non ha commentato il martellamento israeliano della Siria che va avanti da giorni. Impegnato a nominare un suo fedelissimo, l’ingegnere di Aleppo Mohammed Bashir, premier ad interim della Siria, Al Julani, il «jihadista diventato buono» che l’amministrazione Biden già pianifica di rimuovere dalla lista dei terroristi, non ha commentato in alcun modo i raid aerei israeliani incessanti sul paese, la distruzione del porto di Latakiya e l’avanzata delle truppe israeliane oltre le linee di armistizio sul Golan che pure ha ispirato il suo nome di battaglia.
Nella notte tra lunedì e martedì, la Marina israeliana ha lanciato un assalto su larga scala contro le navi siriane nella baia di Minet el Beida e nel porto di Latakia, con l’obiettivo di distruggere la flotta di Damasco.
Di questo violento attacco si è appreso mentre un portavoce dell’esercito israeliano negava l’incursione delle forze dello Stato ebraico in profondità nel territorio siriano oltre la zona demilitarizzata, fino a 25 chilometri da Damasco, e l’occupazione della cittadina di Qatana. «Resoconti falsi» ha detto un portavoce militare secondo il quale i reparti israeliani sarebbero presenti solo all’interno della zona cuscinetto e altri punti sul confine, non oltre.
Poi nelle ore successive, sono arrivate ammissioni parziali. Si è appreso che il ministro della Difesa, Israel Katz, ha ordinato la creazione di una «zona difensiva sterile» nella Siria meridionale per «proteggere il paese dal terrorismo».
E nessun sa se e quando Israele farà retromarcia: con il ritorno alla Casa Bianca, tra poco più di un mese, di Donald Trump – che nel suo primo mandato presidenziale ha riconosciuto la «sovranità» israeliana sulle alture del Golan occupate nel 1967 – nessuno può escludere che il presidente eletto permetta a Israele di prendere il controllo di altre porzioni di territorio siriano per «ragioni di sicurezza».
Dalla caduta di Assad, domenica scorsa, Israele ha condotto in Siria continui attacchi aerei, con la motivazione, o il pretesto, di impedire che armi pesanti o sofisticate finiscano in «mani sbagliate».
I raid sono stati almeno 310 in appena 48 ore, ha riferito l’Ong Osservatorio siriano per i diritti umani. Cittadini siriani hanno raccontato sui social di bombardamenti che hanno preso di mira centri di ricerca, aeroporti, installazioni radar, difesa aerea, depositi di munizioni, anche nella zona di Damasco.
Nuvole di fumo hanno avvolto nelle prime ore di ieri i sobborghi della capitale siriana: migliaia di civili hanno temuto il peggio. Israele ha inoltre annientato squadroni di caccia Mig e Sukhoi ed elicotteri, decretando la fine dell’aviazione siriana.
Turchia, Egitto, Qatar e Arabia saudita hanno condannato gli attacchi e l’incursione nel sud, ma non Al Julani.
In un breve discorso alla televisione di Stato, Mohammed Bashir, già primo ministro del Governo di Salvezza nella provincia di Idlib controllata da Hts in una piccola area del nord-ovest controllata dai ribelli, ieri ha annunciato che
Leggi tutto: Al Julani tace sui raid israeliani. E nomina Bashir nuovo premier - di Michele Giorgio
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