JULIAN ASSANGE. Dopo un’interminabile attesa, il giudice monocratico dell’Alta Corte del Regno Unito ha respinto gli otto motivi di appello del collegio di difesa di Julian Assange, contro l’ordine di estradizione negli […]
Dopo un’interminabile attesa, il giudice monocratico dell’Alta Corte del Regno Unito ha respinto gli otto motivi di appello del collegio di difesa di Julian Assange, contro l’ordine di estradizione negli Stati Uniti siglato dall’allora ministra degli Interni Priti Patel.
Ora verrà presentato un ulteriore appello. Finita simile procedura alquanto barocca, non rimarrà che il ricorso alla Corte europea dei diritti umani, la cui legittimità la Gran Bretagna potrebbe persino non riconoscere dopo la Brexit. Insomma, in questi giorni pare consumarsi un delitto perfetto, contro WikiLeaks e il suo fondatore; e contro l’autonomia e l’indipendenza dell’informazione. Di questo, infatti, si tratta. Chi suppone che sia in questione la sorte, pur di enorme importanza, di una singola persona o non ha capito o finge con malcelata complicità.
Assange non è in libertà da tredici anni e da quattro è rinchiuso nel carcere speciale di Belmarsh, la Guantanamo d’oltre Manica. Tuttavia, non vi è stato finora alcun procedimento di merito sulle presunte accuse di violazione dell’Espionage Act del 1917, la legge varata nel corso della Prima Guerra mondiale e utilizzata cinicamente per impedire il ricorso al primo emendamento della Costituzione statunitense che considera sacrale il diritto di cronaca.
Le lungaggini di appelli e contrappelli inducono a pensare malissimo: si spera che il quadro psicofisico del giornalista peggiori definitivamente.
Del resto, il recente volume redatto dall’ex relatore speciale delle Nazioni unite sulla tortura Nils Melzer (2023) spiega la parabola della tragedia in modo chiaro e documentato, ivi compreso il riferimento della docente dell’università di Boston – chiamata a svolgere la perizia in carcere- al dolore e alle sofferenze inflitte ad un imputato a rischio suicidario.
Quindi, i mesi trascorsi per dipanare la competenza territoriale del futuro dibattimento reale sembrano una condanna preliminare, che le menti spietate ispiratrici vorrebbero anticipasse la conclusione di una faccenda meno marginale e dimenticata di qualche tempo fa.
Appelli, cittadinanze onorarie, prese di posizione di ex ambasciatori, oltre ai riconoscimenti professionali decisi dall’Ordine dei giornalisti e da numerose organizzazioni sindacali della stampa europee hanno un po’ rivoltato la frittata. Si è capito, dove si tirano le fila della macchinazione (l’asse tra Stati uniti, Gran Bretagna, Svezia ed Ecuador), che la coscienza democratica diffusa potrebbe risvegliarsi dal sonno irragionevole di diversi lustri.
In fondo, a guardare a situazioni in parte omologhe, il Premio Nobel per la pace Pérez Esquivel si salvò dalla morte nell’oceano (il metodo che segnò la macelleria della dittatura argentina) proprio per la mobilitazione dell’opinione pubblica.
Vi sono state iniziative significative del presidente del Brasile Lula e dello stesso premier laburista australiano Albanese. L’associazione Articolo21 ha recentemente promosso un’importante assemblea con la presenza del Sacro Convento ad Assisi in occasione della Marcia Perugia-Assisi.
In quella sede aveva preso la parola il direttore di WikiLeaks Kristinn Hrafnsson, descrivendo il panorama inquietante della vicenda, confortato dalla moglie avvocata Stella Moris, in collegamento. Mentre la storia politica e giudiziaria veniva delineata da colei che in Italia più di tutti ha scritto libri e articoli, Stefania Maurizi.
Siamo arrivati, probabilmente, al dunque. Poco prima, forse, dei titoli di coda.
Se mai vi fossero stati dubbi, sarebbe il caso di scioglierli e di costruire un’azione civile di resistenza.
È possibile che non si levino voci critiche e non asservite all’amico americano nel parlamento italiano e in quello europeo? Non è una storia particolare, bensì la prova generale di una spirale autoritaria
Nel gioco delle parti al quale abbiamo assistito per l’ennesima volta in un summit europeo sull’immigrazione, gli unici due Paesi che hanno votato contro, presentandosi come i cattivi, hanno portato a casa il risultato che volevano: un impegno unitario per cancellare il principio cardine del diritto d’asilo, il principio di non respingimento, e un investimento prioritario sull’esternalizzazione delle frontiere, ossia sull’impedire alle persone di arrivare in Europa, costi quel che costi.
Ma Polonia e Ungheria non hanno votato l’accordo così da continuare a dire al loro elettorato che sono gli unici a difendere i sacri confini.
Allo stesso modo gli altri governi possono affermare di aver votato un buon accordo proprio perché Ungheria e Polonia hanno votato contro.
Una farsa che diventa tragedia sulla pelle delle persone che più di prima saranno obbligate a rivolgersi ai trafficanti, non potendo chiedere ai governi di attraversare le frontiere legalmente e in sicurezza.
Una tragedia che rischia di trascinare l’Europa in un baratro, poiché apre una campagna elettorale europea che la destra vuole vincere nel 2024 usando il razzismo come principale strumento di consenso.
Gli elementi principali dell’accordo non sono delle vere novità. Tuttavia alcune delle misure previste si presentano come delle vere schifezze, che puntano a stravolgere il diritto d’asilo.
Un primo segnale che va verso la negazione del diritto d’asilo è il tentativo di cancellare il principio di non respingimento, che è il principio cardine della Convenzione di Ginevra.
Se possiamo respingere chiunque arrivi alle nostre frontiere verso Paesi definiti “sicuri” autonomamente da ciascun governo europeo, abbiamo di fatto cancellato con un colpo di spugna ogni possibilità di chiedere asilo in Europa.
Un’Europa che, è bene ricordarlo, negli ultimi dieci anni, se si esclude l’eccezione degli sfollati ucraini, accoglie una parte irrilevante di persone in cerca di protezione.
Se consideriamo infatti che nel mondo abbiamo superato già nel 2022 i 100 milioni di persone obbligate a lasciare le loro case (dati UNHCR), l’UE con i suoi 450 milioni di abitanti dovrebbe accoglierne quasi il 7%. Ma siamo ben lontani da questi numeri.
Eppure, nonostante i dati e nonostante la realtà, i governi UE scaricano su Paesi che hanno meno risorse e che, spesso, non garantiscono il rispetto dei diritti umani, quel poco di responsabilità che sono obbligati ad assumere in virtù delle convenzioni internazionali.
Il principio è quello già sperimentato con la Turchia: paghiamo qualsiasi dittatore per fare il lavoro sporco che noi non possiamo fare perché in Europa vigono leggi che tutelano le persone e ci sono giudici che le fanno applicare. Ma c’è adesso un ulteriore peggioramento nelle politiche di esternalizzazione.
Finora ci siamo infatti “limitati” a pagare Erdogan per impedire alle persone che fuggono da guerre e persecuzioni di arrivare in Europa. Se passa il principio contenuto in questo terribile accordo, potremo anche rimandare in Turchia gli afghani e i siriani che hanno attraversato la Turchia semplicemente respingendoli.
In effetti la Turchia è già considerata un posto sicuro. Eppure Erdogan ha respinto in questi anni centinaia di migliaia di afghani e siriani che certamente avrebbero ottenuto asilo in Europa e che, rimandati indietro, rischiano di subire violenze e anche la morte.
Allo stesso modo abbiamo siglato un accordo con la Libia, dove solo nel mese di maggio sono state rimandate indietro più di 500 persone, ricorrendo alla cosiddetta guardia costiera che opera dei respingimenti per conto nostro.
Ma il razzismo dell’UE, non sazio, punta adesso a applicare direttamente, senza la mediazione di Turchia o Libia, il respingimento di richiedenti asilo alle nostre frontiere.
In sostanza oltre alle destre xenofobe, che hanno molti elementi per cantare vittoria, sono i trafficanti, a festeggiare, poiché i governi continuano a perseguire l’obiettivo di impedire alle persone di partire, di arrivare e di accedere alla procedura di asilo e non hanno alcuna intenzione di introdurre vie d’accesso sicure e legali.
Per contrastare questo accordo spregevole sarà necessario mettere in campo nei prossimi mesi, proprio in vista della campagna elettorale europea, una mobilitazione della società civile che dia voce all’Europa dei diritti e della solidarietà contro la cultura dei muri e del razzismo
IL PNRR DEL GOVERNO. Lo scontro tra governo e Corte dei Conti non può essere rubricato come una vicenda contabile o procedurale. È la punta di un iceberg ben più massiccio
Il voto di ieri alla Camera sul testo di conversione del decreto-legge sulla Pubblica Amministrazione che inglobava l’emendamento contro i controlli della Corte dei Conti sulle spese del Pnrr – sul quale il governo aveva posto la questione di fiducia – rappresenta un ulteriore grave passo compiuto verso una concezione puramente autoritaria di governo. Se si vuole, un ulteriore atto di quella dittatura della maggioranza che Meloni intende praticare.
Con l’aggravante di non avere una reale maggioranza di consensi alle spalle, ma di essere solo l’espressione della parte maggiore di una minoranza del corpo elettorale, diventata prevalente in virtù una legge elettorale sciagurata e anticostituzionale.
Questo governo, passo dopo passo, affondando nel ventre molle di un’opposizione ancora da costruire, sta riplasmando contenuti e forme del potere statuale, cui è funzionale il dominio nei mass-media. Senza nemmeno il pudore di nascondere l’irritazione e di procedere a misure repressive contro pareri divergenti di organi indipendenti, come già nel caso delle obiezioni sulla riforma fiscale da parte dell’Ufficio parlamentare della Camera o del Servizio del bilancio del Senato in materia di autonomia differenziata.
Secondo la felice definizione di Marco Revelli: un governo dalla mano pesante e la pelle sottilissima. Mentre si cerca di portare in porto il ddl Calderoli – qui con più di una difficoltà, fra cui le oltre centomila firme depositate in Senato in calce a una legge di iniziativa popolare di modifica degli articoli introdotti in Costituzione nel 2001 -; mentre si tenta di allargare il fronte favorevole – vedi Renzi – all’elezione diretta del premier, intanto si opera più concretamente per mettere il bavaglio alle istituzioni di garanzia sorte proprio per salvaguardare i cittadini da un potere totalmente libero di lacci e lacciuoli.
Quando invece bisognerebbe proprio accendere fari sull’operato degli organi di governo. Ce lo dice anche l’Agenzia antifrode della Ue, che ha annunciato di avere aperto una serie di indagini sulla gestione dei fondi dei Piani nazionali di alcuni paesi membri. Fra questi l’Italia, la principale destinataria dei fondi Ngeu, al secondo posto con dieci indagini che in nove casi si sono concluse con raccomandazioni specifiche alle autorità competenti. Tante quante quelle rivolte all’Ungheria. Siamo in un campo diverso da quello dei controlli della Corte dei Conti, poiché le presunte frodi comporterebbero il dolo, che fuoriesce dallo scudo erariale relativo alla colpa grave prorogato dal decreto che ora giunge al Senato.
La trappola dell’Europa minima dei nazionalisti
Ma proprio perché le fattispecie sono diverse, ne deriva che le scelte sul Pnrr siano ben ponderate e trasparenti. Il che fin qui certamente non è stato. Altrimenti non si sarebbero alzate le voci, anche entro i nostri confini, contro un eccessivo e precipitoso accaparramento da parte italiana dell’intera posta dei prestiti messi a disposizione dalla Ue. Tesi contro la quale reagisce Gentiloni, qualificando il Pnrr una chance e non una medicina amara, ben cosciente che il fallimento italiano trascinerebbe con sé l’intero impianto del progetto europeo, dandola vinta ai paesi “frugali” e al nuovo asse spostato a Est che si sta formando in Europa, quale una delle conseguenze della guerra in atto.
Come si vede lo scontro tra governo e Corte dei Conti non può essere rubricato come una vicenda contabile o procedurale. È la punta di un iceberg ben più massiccio. La questione che emerge, e non solo in Italia, concerne non tanto la quantità della spesa, ma la sua qualità. Cosa ben diversa dalla realizzabilità dei singoli progetti e della loro tempistica, su cui insiste il presidente della Confindustria, mettendo in primo piano la presunta efficienza del privato rispetto al pubblico. Il tema non riguarda solo l’Italia, ma la Francia e ancor più la Germania entrata ormai in recessione tecnica.
Questi ingloriosi trent’anni di corsa a destra
Solo che non se ne esce, come invece propone l’economista tedesco Daniel Gros, aumentando le dimensioni dei progetti, le cosiddette grandi infrastrutture. Se la polverizzazione degli stessi rivela la mancanza di un disegno unificatore, il gigantismo non lo risolve, ma lo aggrava.
Visti i paesi coinvolti è chiaro che siamo di fronte a un punto di crisi della governance del sistema capitalistico e come tale andrebbe affrontata. La mancanza di una capacità programmatoria da parte del potere pubblico, messa così impietosamente a nudo anche dal rifugiarsi nelle spire di un’economia di guerra, non si risolve né si contrasta con punture di spillo, con il solito e melenso rimbalzo di accuse tra chi sta al governo e chi no. Richiede invece la costruzione di una nuova agenda, a livello europeo e domestico, su cui non solo costruire una opposizione coerente, ma delineare una nuova politica economica alternativa
Commenta (0 Commenti)SINISTRA. Una nuova fase di studi sugli effetti sui diversi strati sociali (analisi), un nuovo rapporto con essi (rappresentanza), una fase di mobilitazione sul tema perché diventi centrale (agenda politica)
E se provassimo a ripartire dai singoli problemi concreti ed attuali ?
Le categorie economiche e sociali che compongono la società si sono frammentate in gruppi sempre più piccoli e sospinti verso solitudini e paure.
La mutazione politica che stiamo vivendo col dominio di una destra sempre più identitaria e l’assenza di un’area progressista senza identità sono causa ed effetto di questo processo.
In questo contesto è già un miracolo che la stravittoria della destra sia dovuta all’ uso più intelligente della legge elettorale che la destra ha saputo concretizzare e non al fatto che il paese è diventato in massa di destra.
La teoria del vento – che spinge a destra dappertutto – ha un fondo di verità perché nei diversi periodi storici ci sono tendenze emergenti e declinanti, ma non dovrebbe paralizzarci e ridurci a soggetti passivi.
Al contrario dovrebbe spronarci a ritrovare capacità di analisi e punti di attacco per una controffensiva.
L’inflazione può essere uno di questi.
Ma quale inflazione? Abbiamo un tasso programmato della Bce del 2% che rimane ancora la bussola di questo organismo intellettualmente congelato, uno del 6% che in Italia chiamiamo inflazione di fondo ed un altro del 12% che riguarda i consumi più frequenti, il cosiddetto carrello della spesa. Esso è nato proprio quando da sinistra si fece la battaglia per contrastare quelli che dicevano che l’inflazione alta che le famiglie più povere riscontravano con l’euro era solo “inflazione percepita” (quindi non reale).
Oggi con tanti numeri e tanta frammentazione sociale dare corpo ad una analisi degli effetti, individuare strumenti e proposte, aggregare per una controffensiva è difficilissimo.
Ad esempio per uno stato indebitato come quello italiano questa inflazione è la manna dal cielo: i debiti contratti saranno rimborsati con moneta svalutata.
Non sarà così per i cittadini. Alcuni sono addirittura complici dell’inflazione – una parte di essa è generata proprio dagli alti profitti di alcuni segmenti, altri la subiscono in maniera differenziata. È chiaro che i primi sono quelli con redditi fissi. Da qui la giusta priorità che il sindacato sta dando al tema e che si spera porti ad una grande battaglia contro l’inflazione.
Ma se questi tassi si protrarranno per alcuni anni gli effetti potranno essere devastanti e destabilizzanti. Intanto non è da escludere che possa affiancarsi una fase di recessione. E gli effetti saranno certamente drammatici per i tantissimi precari con salari bassi e fermi. Ma non solo. Anche strati sociali non poverissimi che vivono di redditi fissi e tanti risparmiatori piccoli e medi potranno vivere processi di progressiva caduta dei livelli di vita. Insomma una inflazione “vissuta” del 10 % annuo può sconvolgere la scala sociale dal basso fino a ceti medi ampi.
Serve allora una nuova fase di studi sugli effetti sui diversi strati sociali (analisi), serve un nuovo rapporto con essi (rappresentanza), serve una fase di mobilitazione sul tema perché diventi centrale (agenda politica).
Se questo processo non sarà avviato rapidamente dalle forze progressiste nasceranno nuove, paure, solitudini, emarginazioni. Ed una destra ringalluzzita che le paure le sa creare e sfruttare potrebbe, con un bel mix di comunicazione, falsi nemici, bonus, illusioni piegarle a suo favore.
Quindi cerchiamo di svegliarci. In tempo utile. Ma con un metodo ed a partire dai problemi.
Commenta (0 Commenti)DOPO L'ALLUVIONE. Il governo della Regione persegue ormai da anni nell’opera di cementificazione, consumo di suolo, ampliamento delle arterie autostradali e piattaforme, incentivo al traffico privato, invece di contrastare il riscaldamento atmosferico limitando l’emissione di gas serra (non i barbecue, per favore, ma le auto, i trasporti, il cemento!)
Ora che la devastante alluvione in Romagna comincia a rivelarsi in tutta la sua gravità, il Governo, dopo aver erogato qualche fondo, prende tempo e tira la corda sull’idea del commissario per gestire «l’emergenza». Da destra come da sinistra si dice che si deve fare in fretta per ridare a chi ha perso tutto i mezzi per ripartire, con l’idea che questo sia stato un evento così raro – come la caduta di un meteorite – che non avrebbe molto senso preoccuparsi di «come proteggersi dai meteoriti». Ripariamo i danni e poi avanti come prima.
MA È UN’IDEA dell’emergenza che non deve passare: per quanto eccezionale, questo è uno di quegli eventi destinati a ripetersi, con una frequenza, ahinoi, non più secolare. La principale causa è il cambiamento climatico, i cui effetti saranno anche stati amplificati dall’incuria e dall’improvvida gestione del territorio, ma andranno sempre più messi in conto nel futuro. Un cambiamento di cui noi – con la civiltà industriale – siamo responsabili.
Questa catastrofe lascerà il segno, perché colpisce nel vivo una terra ricca, una popolazione attiva, un modo di amministrare che ai vari livelli aveva creato attorno a sé un’aura di efficienza, di buon governo, fino a far credere che solo una grande calamità avrebbe potuto mettere in difficoltà un sistema.
E INVECE NO: come altri, l’Emilia-Romagna si è trovata impreparata. E, come altri, non può che piangere se stessa, per quanto ha fatto e non ha fatto in questi decenni.
Dissesto idrogeologico: costruire le istituzioni «custodi del territorio»
Com’è stato rilevato, le piogge eccezionali hanno provocato disastri su due fronti: a monte, con migliaia di frane sull’Appennino; a valle, con le esondazioni di fiumi e canali, su terreni già saturi d’acqua. Ma sono cadute su suoli già dissestati in montagna e collina, su fiumi troppo stretti e argini troppo fragili in pianura, oltre che su suoli spesso impermeabili. Il dissesto idrogeologico diffuso e la cementificazione dei suoli, hanno così contribuito ad amplificare le conseguente del dilavamento.
Per una città, Bologna, che vanta di essere «la più progressista d’Italia» ed «ecologista» e per una Regione, l’Emilia-Romagna, tra le più «avanzate», era già motivo di allarme l’essere in cima alle classifiche per il consumo di suolo e la percentuale di terreni a potenziale rischio idro-geologico. Questo evento estremo non fa che evidenziare che non ci si è presi cura, come si doveva, del territorio. E non importa quanto “scollegati” possano apparire la sua mancata cura e il suo mal uso con l’alluvione e le frane, perché non lo sono. Come non sono slegati dal cambiamento climatico in atto, dovuto alla concentrazione di gas serra.
UNA REGIONE tra le più avanzate in Italia e in Europa paga il prezzo di un approccio produttivistico, estrattivo e di puro sfruttamento della natura e del territorio. Un modello fatto proprio tanto dal Pd che dalla destra, fin dal dopoguerra, ma che ora presenta il conto. Se il cambiamento climatico c’è, è perché noi come altri vi contribuiamo (e se l’emissione di gas serra è proporzionale alle attività industriali e agli allevamenti intensivi, l’Emilia-Romagna fa bene la sua parte).
Ma il governo della Regione – non diversamente da quello di Veneto e Lombardia – persegue ormai da anni nell’opera di cementificazione, consumo di suolo, ampliamento delle arterie autostradali e piattaforme, incentivo al traffico privato, invece di contrastare il riscaldamento atmosferico limitando l’emissione di gas serra (non i barbecue, per favore, ma le auto, i trasporti, il cemento!).
PER UNO SCHERZO del destino, questo evento ora rischia di essere una nemesi per il Partito Democratico e il suo sistema di potere in regione. I comuni della montagna, che già votavano a destra in preda alla sindrome dell’abbandono, ora reclameranno più attenzione. E quelli della pianura e lungo «l’asse produttivo» della via Emilia, potranno farsi attrarre dalla narrazione delle destre circa la presunta inefficienza del governo regionale.
Come se la logica che le ispira non fosse la stessa: quella produttivistica, quella del consumo di natura in cambio di «benessere», tranne poi dover correre ai ripari per rammendare il danno. Tanto il Pd quanto la sinistra verde e «coraggiosa» di Elly Schlein avevano promesso di invertire la rotta, partorendo il nulla di un “Piano per il lavoro e il clima”, un documento che non affronta il nodo delle questioni.
La questione ambientale è ormai ineludibile. Ed è una questione sociale, perché a pagare sarà chi ha meno risorse (chi ci perderà di più, nell’alluvione in Romagna, se non chi ha perso tutto?). NESSUNO VUOLE SENTIRLO, quello slogan, ma è ora di «cambiare modello di sviluppo» e la transizione non può che essere radicale. Il Pd e i suoi alleati avrebbero già da tempo dovuto assumerlo: sono ancora in tempo, per evitare che ci si limiti a gestire le emergenze e si cominci, finalmente, a convivere con il territorio, rispettandone la vita e le sue necessità
Commenta (0 Commenti)INTERVISTA. L’urbanista autrice del libro «Le case degli altri»: «Le classi dirigenti parlano di “vocazioni turistiche”, un concetto che non ha alcun senso e depoliticizza i processi di trasformazione innescati dagli investimenti»
Urbanista e attivista della rete Set – Sud Europa di fronte alla turistificazione, Alessandra Esposito si occupa del problema della rendita nei processi di trasformazione urbana. Quest’anno ha pubblicato Le case degli altri. La turistificazione del centro di Napoli e le politiche pubbliche al tempo di Airbnb (Editpress).
I sindaci di centrosinistra sembrano guidare la rivolta contro lo spopolamento dei centri storici.
Il problema del turismo di massa è stato creato dalle istituzioni e dalle politiche pubbliche. Dagli anni ’70 in poi, si è scelto di investire nella crescita del settore turistico e adesso ne stiamo pagando le conseguenze ma, al di là dei proclami, si è ben lontani dal mettere in discussione la crescita del turismo. Per esempio si continua a parlare dell’ampliamento degli aeroporti e a collaborare con Airbnb anziché fargli causa, come avvenuto altrove. Prima del governo Prodi, il Turismo era uno degli ambiti del Mise mentre adesso ha un ministero e assessorati dedicati che fanno sostanzialmente marketing territoriale e promozione di brand. Questo non è certo il compito del pubblico. Le classi dirigenti che hanno deciso di imboccare questa strada non ne parlano in termini di decisione politica ma come del risultato di “vocazioni turistiche”, un concetto che non ha alcun senso e depoliticizza i processi.
Quali condizioni hanno favorito il proliferare degli affitti turistici?
La cultura della rendita li ha favoriti. Negli ultimi cinquant’anni le politiche pubbliche hanno indotto la popolazione ad acquistare le case come strategia abitativa ma anche come strumento per il benessere economico. Per rispondere alla progressiva riduzione e precarizzazione dei redditi, le famiglie hanno cercato di compensare sfruttando le proprietà e pretendendo sempre più soldi da chi affitta o cerca di comprare. Oggi abbiamo una società polarizzata tra chi ha ereditato case, e sfrutta i propri vantaggi patrimoniali, e chi è costretto a fare più lavori per pagare le spese di una casa in cui vive in condizioni di sovraffollamento. Gestire immobili fa guadagnare più soldi che lavorare. Tutto questo con Airbnb è peggiorato. Ma Airbnb funziona perché si situa a cavallo di due culture egemoniche radicate: l’ossessione dello sviluppo turistico e l’ideologia della rendita e della casa in proprietà. Entrambe generate e promosse dal Pubblico.
Eppure siamo pieni di titoli sul valore prodotto dal turismo.
Nelle città turistiche oggi abbiamo un reddito pro capite più basso rispetto al 2008: la spinta a ‘vivere di turismo’ ha fallito, è ora di ammetterlo. La monocultura turistica alimenta economie recessive fondate sulla rendita, inquina il territorio, impoverisce, allontana gli abitanti. In sintesi, l’unico risultato è che siamo più poveri e abbiamo perso popolazione.
Adesso sembra esserci la volontà di affrontare il problema casa.
Se ne è parlato molto perché ora a non trovare più abitazioni sono anche i ceti benestanti del nord. Se il ceto medio, che produce e consuma, non trova più casa a Milano allora possiamo finalmente ammettere di avere un problema abitativo in Italia e ottenere che l’attore pubblico torni a parlarne. Questa cosa, vista da Napoli, è offensiva. A Napoli c’è da sempre la condizione abitativa peggiore del paese, con indici di sovraffollamento tra i più alti d’Europa. In Italia una famiglia su tre era sottoposta a spese abitative troppo alte rispetto al reddito già nel 2015. Negli ultimi tre decenni il sottoproletariato urbano è stato espulso dalle città italiane ma nessuno ha mai cercato di porre un freno. Si dovrebbe regolamentare tutto il mercato degli affitti, compresi gli affitti brevi, ma non lo si vuole fare perché si ritiene impopolare toccare gli interessi della proprietà: una specie di diritto di fatto alla rendita, non garantito però dalla Costituzione. Anche il caro affitti va avanti dagli ’80, oggi grazie alle proteste degli studenti ne possiamo parlare.
Napoli viene esaltata per il suo centro storico popolare.
La discussione è stata offuscata dalla favola della mixité sociale: che bello il palazzo in cui abitano classi sociali differenti. Ma non è mixité bensì segregazione verticale: chi nasce nel basso o negli appartamenti peggiori statisticamente è più probabile che esca prima dal percorso scolastico, che ottenga lavori poco retribuiti e resti a vivere in condizioni analoghe con i propri figli. Con il boom del turismo questa condizione è stata romanticizzata diventando un brand. Un’estetizzazione della povertà che maschera una gravissima polarizzazione e staticità sociale.
Come si inverte la rotta?
Da Santanchè a Nardella, le proposte sono molto timide se non ridicole. Bisogna regolamentare «le case degli altri», cioè quelle gestite dai privati, e riformare il mercato degli affitti. La campagna Alta tensione abitativa, per esempio, propone di inserire nella legge 431/1998 l’articolo 8 bis sugli affitti brevi: stabilire soglie per zone oltre le quali non si autorizzano le locazioni turistiche, con soglie differenziate e retroattive calcolate in base al fabbisogno abitativo. E poi utilizzare il patrimonio pubblico a fini sociali e abitativi. L’incidenza dell’affitto sui redditi ha superato il 40% e in Italia solo il 4% dello stock abitativo è di proprietà pubblica, quindi sono esclusivamente i privati a stabilire le condizioni di accesso alla casa. Invece di lottare per un reddito di base e l’aumento degli stipendi si è spinti ad alimentare la rendita pretendendo affitti sempre più alti