Per la sinistra è il momento più difficile. La destra ha conseguito una vittoria storica. È la prima volta dal ritorno della democrazia, dopo la fine della dittatura dei Colonnelli […]
Sostenitori di Syriza durante l'ultima campagna elettorale - Ap
Per la sinistra è il momento più difficile. La destra ha conseguito una vittoria storica. È la prima volta dal ritorno della democrazia, dopo la fine della dittatura dei Colonnelli nel 1974, che il raggruppamento delle forze di destra e di estrema destra è molto più forte di quelle di sinistra e centro-sinistra.
Per la prima volta l’opposizione parlamentare è così debole, dal momento in cui la differenza è di circa 22 punti. In sostanza, almeno per un anno, cioè fino alle elezioni europee, il primo ministro e leader di Nea Dimokratìa Kyriakos Mitsotakis si muoverà senza avere alcun oppositore.
Syriza sta vivendo una crisi esistenziale, dal 2019 ha perso 14 punti, e viene minacciata dal Pasok nella sua posizione di leadership dell’opposizione. Tsipras oggi ha fatto ciò che doveva a se stesso e al partito, ha compiuto un gesto di responsabilità e di dignità. Le sue dimissioni erano necessarie perché più rimaneva al suo posto, più il partito si sarebbe indebolito e la sua stessa figura logorata.
Ovviamente adesso Syriza è chiamata a eleggere una nuova leadership, a mantenere l’unità e a ricostituirsi come partito. È evidente che la prima decisione da prendere è fare andare avanti la nuova generazione dei dirigenti. Non ci sono ancora candidati ma i volti che sembrano più adatti ad affrontare questa prova sono Efi Achtsioglou e Aleksis Haritsis
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REGIONALI MOLISE. Il 53% non ha votato e la destra ha vinto con il 29% degli aventi diritto al voto, altro che onda anomala di Meloni e Roberti. Quel che si è avuto è il dissolvimento delle forze che astrattamente si dicono del campo progressista
«Cronaca di una morte annunciata» è un bel libro di Garcia Marquez. Tutti sapevano che Santiago Nasar sarebbe stato ucciso dai fratelli Vicario, ma nessuno fece qualcosa per fermare quell’omicidio.
In questo mese di impalpabile campagna elettorale molisana è stato ben difficile trovare qualcuno pronto a scommettere sulla vittoria del centro-sinistra, così difficile che gli stessi candidati della coalizione Pd- Cinque stelle hanno pensato a salvare se stessi, ad inseguire preferenze, piuttosto che indicare un progetto di governo, un programma alternativo alla destra di ieri e di oggi. Un risultato annunciato, così come era chiaro che una politica che da anni ripete lo stesso copione con le stesse facce e gli stessi intrighi avrebbe portato ad un astensionismo dal voto senza precedenti.
Il 53% non ha votato e la destra ha vinto con il 29% degli aventi diritto al voto, altro che onda anomala di Meloni e Roberti. Quel che si è avuto è il dissolvimento delle forze che astrattamente si dicono del campo progressista e di sinistra: il Pd al 12%, i Cinque stelle che in cinque anni passano dal 31al 7%, insieme il Pd e i Cinque stelle hanno perso 30 mila voti.
Questi sono i numeri dai quali ogni analisi seria deve partire. Queste elezioni la destra le ha vinte coltivando quelle corporazioni sociali e quel malcostume clientelare che ha coinvolto meno del 30% dei cittadini molisani aventi diritto al voto e l’ha vinte, perché la sinistra, non da oggi, non ha né proposto e tantomeno praticato una reale ed ambiziosa alternativa. Un risultato che per un verso sottolinea, al di là della propaganda, la relatività della vittoria della destra, la miseria del « mondo progressista» e per un altro evidenzia, quanto sia profonda la crisi del sistema democratico e delle istituzioni.
Era destino che finisse così? Era scritto che dopo i disastri, universalmente riconosciuti, del presidente uscente, seguisse un consanguineo politico di destra dello stesso Toma? No, questa rotta elettorale si sarebbe potuta evitare. Un altro progetto, un’altra via non solo era possibile, ma è stata costruita, proposta negli anni e indicata alla Politica e ai vertici dei partiti «progressisti» locali e nazionali da associazioni e movimenti molisani.
Un progetto che chiedeva per il governo della regione discontinuità di principi, di programmi e di uomini. Un progetto capace di parlare a quella maggioranza di delusi dai partiti che si astiene dal voto. In molti avevano chiesto e non da oggi, una rivoluzione dolce capace di rompere la dipendenza coloniale della regione Molise da quel potere che ha fatto dei molisani un popolo di migranti e che ha rubato il futuro a tante generazioni .
I soliti noti e una vasta area di cortigiani e figuranti hanno fatto orecchie da mercante, hanno brigato per continuare ad occupare i luoghi della politica e delle istituzioni. E consapevolmente hanno ignorato anche il valore politico generale che questa elezione avrebbe avuto sia per gli equilibri politici nazionali e sia per la prospettiva della coalizione Pd-Cinque stelle.
La «coalizione progressista» può contendere il governo alla destra, ma la condizione decisiva è che si realizzi una mobilitazione di forze sociali e un nuovo protagonismo della società civile, e che i tantissimi che si astengono dal voto, avvertano la possibilità di un cambiamento reale. Verità elementari che sono state rimosse, e né da Roma sono venute parole e scelte chiare. L’argomento con il quale si è voluto rivendicare il monopolio del potere da parte dei vertici del centro-sinistra è veramente sconcertante.
Così hanno sentenziato nei giorni preelettorali: «Solo chi ha una solida esperienza di amministrazione, solo chi ha una dimestichezza con la politica amministrativa è degno di essere candidato alla presidenza della regione».
Con questo paleolitico argomento hanno liquidato la candidatura di Domenico Iannacone. Un giornalista militante molisano che si è occupato per anni dei problemi della gente più debole, di grandi questioni sociali e delle malattie dell’ambiente, e proprio per questo molto amato.
Il problema, come dovrebbe essere evidente, non era Iannacone, ma quel movimento di rottura con il malcostume della politica che chiede discontinuità e rigenerazione della democrazia, un ambiente pulito e giustizia sociale. Perché queste elezioni siano solo un brutto capitolo di una breve stagione è bene che tutti e in primo luogo i cosiddetti partiti «progressisti», a Roma come nei territori, riflettano e si preparino ad un cambiamento radicale. Questa elezione è una sconfitta amara, l’auspicio è che almeno possa essere una lezione utile
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INTERVISTA. Parla Mario Pianta, economista alla scuola Normale e membro della campagna Sbilanciamoci: "La denuncia delle misure restrittive della Bce non può essere lasciato al governo delle destre che criticano l’austerità in Europa ma la praticano in Italia colpendo il lavoro e i poveri" Lunedì 3 luglio a Roma un seminario con Landini, Bombardieri, Schlein e Conte su salari e inflazione
«La politica della Bce contro l’inflazione è un rimedio che rischia di essere peggiore del male. Il ruolo di denuncia delle misure restrittive non può essere lasciato al governo Meloni che critica l’austerità in Europa ma la pratica in Italia, con politiche che colpiscono il lavoro e i più poveri – sostiene Mario Pianta, economista alla Scuola Normale Superiore e membro della campagna Sbilanciamoci! – L’arrivo dell’inflazione, gli effetti sui salari, le misure per stabilizzare i prezzi evitando una recessione sono questioni complicate che richiedono politiche nuove, coordinate tra di loro, non i dogmi dell’austerità».
Qual’è la situazione attuale?
Partiamo dai dati. Nel 2022 l’inflazione è stata dell’8,7%, nel 2023 resterà sopra il 6%. In Italia non ci sono stati adeguamenti rilevanti dei salari reali con l’eccezione del contratto dei metalmeccanici, chiuso di recente con aumenti di 123 euro al mese, e di contratti di categorie minori. I meccanismi di indicizzazione sono del tutto inadeguati per affrontare il calo del potere di acquisto. Una caduta dei redditi reali dell’ordine del 15% è un serio problema di politica economica e di giustizia sociale. In questa situazione abbiamo la necessità di una discussione pubblica di ampio respiro che coinvolga i partiti, i sindacati e la società.
È quello che sta avvenendo?
Noi ci proviamo. Lunedì prossimo, all’università Roma tre, ne parleremo con Maurizio Landini della Cgil e Pierpaolo Bombardieri della Uil, Elly Schlein del Pd e Giuseppe Conte dei Cinque Stelle. Proporremo una discussione a partire da
Leggi tutto: Mario Pianta: «Non lasciare a Meloni la critica dell’austerità» - di Roberto Ciccarelli
Commenta (0 Commenti)COMMENTI. Lo scioglimento della Wagner come l’abbiamo conosciuta può incidere su alcune posizioni militari russe sul fronte ucraino e all’estero ma non sulle strutture del potere russo
Il discorso alla nazione di Putin - 24 giugno 2023 - EPA/SERGEI ILNITSKY
La resa dei conti in Russia tra Putin e il capo della Wagner Prighozin non ferma la guerra in Ucraina e neppure quelle dove sono impegnati i mercenari in Siria, Libia, Mali e Centrafrica. Questo si evince dopo il discorso di lunedi alla nazione di Putin e da quello pronunciato ieri dal presidente russo all’esercito e alla Guardia nazionale in cui ha lodato le truppe «per avere evitato la guerra civile». Putin non può rinunciare alla sua influenza in Africa, dove governi autoritari e dittatoriali si erano rivolti alla Wagner, e tanto meno alla presenza russa, attiva dal 2015 in Siria, al fianco del regime di Bashar Assad che è stato riaccolto nel grembo del mondo arabo. È questa la Mosca dove arriva oggi l’inviato del papa, il cardinale Zuppi, capo della Cei, che probabilmente incontrerà il ministro degli esteri Lavrov.
Putin non può vantare molti successi dopo la disastrosa guerra in Ucraina ed è obbligato a riprendere il controllo totale della situazione: lo smantellamento della Wagner, che potrebbe cambiare alcuni equilibri in Africa, non ci sarà ma verrà intrapresa, come ha annunciato il leader del Cremlino, la sua inevitabile trasformazione. Non si può in ogni caso non rilevare che anche questo è un suo insuccesso: milizie come la Wagner sono state approvate da lui per avviare operazioni militari senza coinvolgere direttamente le forze armate russe ed evitare perdite tra i soldati di leva, con i relativi effetti negativi sull’opinione pubblica. Una “privatizzazione” della guerra su cui oggi Putin deve fare velocemente retromarcia. Attenzione che questa tendenza non è stata un’esclusiva di Putin: l’impiego di mercenari da noi chiamati più elegantemente contractors l’hanno imboccata anche gli americani in Iraq (Blackwater) e i Paesi del Golfo come Emirati e Arabia saudita che hanno finanziato gli eserciti privati schierati nella guerra civile dello Yemen.
La marcia si è eclissata, ora tra Putin e Prigozhin è guerra di propaganda
Lo scioglimento della Wagner come l’abbiamo conosciuta può comunque incidere su alcune posizioni militari russe sul fronte ucraino e all’estero ma non sulle strutture del potere a Mosca: la rivolta di Prighozin – chiamato di nuovo da Putin «traditore» – ha offuscato l’immagine dello zar russo ma non la sostanza della presa del presidente sulla Federazione russa. «Sono quasi tutti patrioti», ha detto Putin nel suo ultimo discorso alla nazione riferendosi ai militari della Wagner che in Africa fanno parte di un gruppo che controlla risorse economiche rilevanti e miniere di metalli preziosi e rari: questi importanti interessi russi all’estero verranno tutelati da una nuova struttura sotto il controllo del Cremlino mentre la Duma sta lavorando a un legge per la legalizzazione degli ex mercenari. Putin è stato chiaro sulla loro sorte: chi vuole potrà aderire alla Wagner «riformata», gli altri dovranno scegliere l’esilio in Bielorussia come il loro capo. Sono prosciolti come il loro capo dalle accuse di rivolta e ammutinamento ma non perdonati: solo il tempo dirà se l’atto di clemenza è un segnale di debolezza o di lungimiranza.
Del resto l’ammutinamento di Prighozin è stato più uno scontro con al centro il potere e i soldi che a una rivolta organizzata e tanto meno a una rivoluzione come molti all’inizio l’hanno frettolosamente classificata: lo stesso Prighozin – la cui sorte appare ancora incerta – in un discorso audio ha affermato che la sua mossa è stata una «marcia di protesta» contro lo scioglimento della Wagner e non un tentativo di golpe. Una protesta scatenata da un decreto che pone le milizie russe (una ventina) sotto il diretto controllo del ministero della Difesa rappresentato da quello Shoigu, insieme al capo di stato maggiore Gerasimov, al centro degli strali lanciati da Prighozin.
Prigozhin e la ricomposizione del potere
Anche su questi discorsi sempre più frequenti di Prighozin contro i vertici militari ci sono stati giudizi frettolosi: le critiche dell’ex capo della Wagner erano stati visti da fuori come un gioco delle parti tra lui e il leader del Cremlino, nel quale Prighozin diceva cose che anche Putin pensava ma non diceva.
In realtà si stava preparando uno scontro tra coloro che volevamo restringere l’autonomia della Wagner e del capo dei mercenari: non dimentichiamo che la compagnia di Prighozin era pagata da lui ma armata dal ministero della Difesa, non un dettaglio irrilevante. Questo dovrebbe indurci a riflettere su quanto sappiamo davvero delle dinamiche interne russe, nonostante i servizi americani abbiano lasciato filtrare di essere informati da giorni sulle mosse del capo della Wagner. Una prudenza che ha indotto il presidente americano Biden a rompere il silenzio sulla vicenda affermando che «Washington non ha niente a che fare con quanto accaduto in Russia».
Questo non significa che a Mosca non faranno cadere qualche testa: le purghe mirate sono parte del sistema e ne abbiamo avuto la prova con i numerosi cambi di generali nello stato maggiore russo. Ma non c’è stata, per ora, come sottolinea il quotidiano russo Kommersant, nessuna decisione clamorosa, come il tanto preannunciato (dai giornali) siluramento del ministro della Difesa Shoigu. Le purghe sono state motivate sostanzialmente dal fallimento del principale obiettivo dell’«operazione militare speciale» che era quello di entrare a Kiev e ribaltare il governo Zelensky.
Due notazioni finali. 1) In Russia non esiste, al momento un’alternativa a Putin, o per lo meno un’alternativa “democratica”, come spesso vagheggiano i media occidentali. Prighozin, capo sanguinario dei miliziani, è più popolare di qualunque oppositore di Putin. 2) La Cina ha ribadito il suo appoggio al potere di Mosca, pilastro dei Brics, raggruppamento di Paesi in ascesa che si propone come alternativa al fronte occidentale. E anche questo non è poco
Commenta (0 Commenti)Care lettrici e cari lettori, comincia oggi un lavoro che ci porterà ad avere dopo l’estate un manifesto rilanciato nella sua voglia di raccontare il mondo e di cambiarlo raccontandolo.
Abbiamo molte ricchezze da impegnare per fare un giornale sempre migliore, con sempre maggiore capacità di indagare i mutamenti sociali dietro le cronache, ancora più voglia di scoprire nuove storie e illuminare con luce nuova quelle vecchie, più capacità di essere chiari senza essere riduttivi e senza sfuggire le complessità, più curiosità per i movimenti politici e culturali, nessun rispetto per primogeniture e rendite di posizione; un giornale con più coraggio nell’ascoltare le idee degli altri e portare avanti le proprie. Sempre dalla parte del torto. Di tutti i nostri torti – la pace innanzitutto, la critica del capitalismo, la lotta alla devastazione ambientale, l’antifascismo – che alla prova dei fatti sono le uniche buone ragioni da opporre a un destino che minaccia ormai la sopravvivenza del genere umano.
Abbiamo bisogno di un giornale che possa svolgere al meglio la sua prima funzione, antica ma di nuova e stringente urgenza: creare un ambiente condiviso per la discussione e l’azione politica. Ambiente che dovremmo costruire ogni giorno con notizie e analisi che gli altri non hanno, con la capacità di condurre battaglie culturali, la fantasia di non essere mai prevedibili, con idee che altrove sono considerate bestemmie e smascherando assiomi e presunte verità indiscutibili che altro non sono che gabbie per l’oppressione dei forti sui deboli. È il campo di azione della nostra parte, la sinistra plurale, tutta la sinistra, per la quale vogliamo che il manifesto sia uno strumento irrinunciabile.
Abbiamo bisogno di un giornale che abbia sempre un punto di vista, senza il quale, scriveva Luigi Pintor cinquant’anni fa, sarebbe «solo una salsiccia di articolesse e un tritato di informazioni». Un giornale che avvicini perciò nuovi lettori, grazie agli abbonamenti digitali e al sito dove da anni pubblichiamo tutti i nostri contenuti senza chiedere in cambio i vostri dati, ma anche all’edizione di carta, alla quale pure nelle difficoltà e nelle trasformazioni non rinunciamo.
Le ricchezze che impegneremo a fondo sono innanzitutto la nostra indipendenza – il nostro essere senza padrone è un caso quasi unico in Europa e quando non è unico è perché il manifesto ha fatto scuola – e poi il talento e la competenza della nostra redazione e dei nostri preziosi collaboratori, la straordinaria storia che questa testata ha alle spalle e che vive nel nostro archivio, l’appoggio dei nostri lettori. Non abbiamo ricchezze economiche, anche per questo il giornale appartiene a voi lettrici e lettori quanto a noi che lo facciamo e che ne siamo gli orgogliosi proprietari. Per vivere ha bisogno del sostegno quotidiano di chi ci conosce da tempo e di chi ci ha scoperto da poco ma già non può fare a meno del manifesto. E può vivere grazie al finanziamento pubblico, lo rivendichiamo a testa alta perché «il pluralismo alimenta la vita democratica e la libertà degli italiani ed è certamente compito della Repubblica sostenere le iniziative editoriali che si caratterizzano in questo senso», come ha detto ancora pochi giorni fa il presidente Mattarella.
Questi sono i nostri obiettivi. Per provare a raggiungerli abbiamo bisogno di coinvolgere non solo la redazione ma anche la comunità dei collaboratori, dei lettori, dei sostenitori di questa forma originale della politica che è il nostro giornale. E abbiamo bisogno anche della vostra pazienza: le novità arriveranno nel tempo, dopo l’estate. Ma già oggi come nel primo editoriale del manifesto possiamo dire che «in fin dei conti non ci affidiamo ad altro che a un lavoro collettivo; a una passione militante». Dovremmo discuterne tanto, sarà faticoso ma non c’è altro modo per mantenere vivo il senso di un agire comune.
Per un giornalista non c’è posto più bello al mondo che il manifesto, dove sono arrivato 22 anni fa. Per questo sono enormemente grato ai soci della cooperativa che mi hanno affidato il compito di dirigerlo. Lo farò assieme a Micaela Bongi e Chiara Cruciati che hanno accettato la mia proposta e saranno vice direttrici. Ringrazio Norma Rangeri che tra i suoi tanti meriti ha quello di averci guidato nel passaggio doloroso dalla vecchia alla nuova cooperativa e che, come ha annunciato lei stessa, non farà mancare la sua voce a questa comunità. Ringrazio Tommaso Di Francesco che, come ha sempre fatto nel corso del suo lunghissimo impegno al manifesto, continuerà a dialogare dalle nostre pagine con amiche e amici del giornale, collaboratrici e collaboratori, lettrici e lettori, garantendo trasparenza e condivisione al lavoro che faremo per progettare il rilancio. Ci piacerebbe presentarne gli esiti in una grande assemblea dopo l’estate. Ringrazio soprattutto lettrici e lettori e chiedo loro di starci vicini, ancora di più. Abbiamo bisogno di quel coraggio al quale ci ha richiamato Luciana Castellina, «il coraggio di inventarsi un mondo nuovo»
IL SALUTO DEL CONDIRETTORE. Il ruolo che "il manifesto" deve svolgere in questa fase politica è quello di essere, come insisteva Pintor, una «forma originale della politica», strumento dei conflitti e dei movimenti
Che succede al manifesto? Si son chiesti tanti nostri lettori e collaboratori che pure ci hanno subito inviato messaggi di ringraziamento e richiesta d’informazione. Allora, è fulmine a ciel sereno? Come Norma Rangeri – che ringraziarla per il suo lavoro e la sua testardaggine non sarà mai abbastanza – ha spiegato, la sua direzione del giornale data da 14 anni, in parte con la vecchia cooperativa e almeno 10 con la nuova, e la mia nella condirezione, voluta da Norma e votata a larga maggioranza dal collettivo redazionale nell’aprile del 2014, dura da nove anni. Una condizione che pone oggettivamente e all’ordine del giorno un cambio di direzione, alla luce di due questioni non da poco.
Che i termini statutari della nostra azienda cooperativa, l’unica vera che edita un giornale quotidiano senza padroni che non i suoi lavoratori, sanciscono che la direzione deve durare in carica tre anni – certo rinnovabili, ma il “rinnovo” è stato automatico, ed è stato il tempo lungo, inedito, oneroso, difficile della pandemia che ha creato tra l’altro necessarie quanto insopportabili e gravi distanze; secondo punto dirimente è che è emersa nella redazione una nuova generazione politica a cui passare il testimone che ha fatto il giornale ogni giorno, molti da trenta o più di venti anni, che chiede nuovo ruolo e attenzione.
Fatto che per me rappresenta, insieme ad avere stabilizzato la condizione economica del giornale che comunque deve vendere di più, il risultato migliore che potevamo ottenere e sicuramente un segno di vitalità per il nostro futuro. Molti, tante compagne e compagni, a cominciare dalla stessa Norma, mi hanno chiesto di candidarmi alla direzione, ma io ho risposto di no. Per una stanchezza, non certo politica, ma fisica dopo nove anni, e per la decisione di voler approfondire, anche con rigoroso studio, il precipitato allarmante della crisi italiana – era l’anello debole del sistema capitalistico, ora siamo approdati all’estrema destra inanellata al governo Meloni, che ha nella guerra e nel riarmo la sua polizza assicurativa, che ora viene presa per mano con calore da Biden – e di quella internazionale, approfondimento che certo farò dentro il giornale non altrove – per me un altrove non esiste. Ne vale la pena. Piuttosto che una coazione a ripetere il ruolo di direttore che non deve mai ridursi a «ministro delle rogne». Fatemi ringraziare qui Luciana Castellina, preziosa fin dai primi anni angusti nel sostenere il manifesto nella sua ripresa e rilancio con la nuova cooperativa dopo la storica, dolorosissima rottura del 2012 che, forse è bene ricordarlo, si caratterizzò per il fallimento della nostra impresa editoriale: Luciana non è solo la testimone della nostra origine – alla quale con l’orgoglio ho partecipato essendo io stato radiato dal Pci nel novembre-dicembre 1969 con il gruppo del Manifesto – ma è la persona infaticabile e sempre “in movimento” che più di ognuno di noi ha mantenuto i rapporti con i giovani. Altro che dinosauri.
IL MIO IMPEGNO e il mio lavoro sono a disposizione, per l’analisi editoriale quotidiana e per il coinvolgimento sempre più decisivo dei lettori e dei collaboratori – come abbiamo fatto con decine e decine di iniziative “Per il manifesto” nel 2019. Perché resto convinto che il manifesto, pur essendo indiscutibilmente sola proprietà dei soci della cooperativa e della redazione – da ammirare e ringraziare tutta, perché sopravvive con coraggio in condizioni economiche imparagonabili ad altri giornali quotidiani – appartenga però anche al vasto pubblico di chi ogni giorno ci sostiene, un mondo che vede nel manifesto non uno strumento qualsiasi, ma l’unico in questa fase per definire, in primo luogo, contenuti alternativi e nello stesso tempo per essere interlocutore di quello che viene rielaborato a sinistra: non penso solo alla pluralità dei partiti – per i quali siamo per vocazione la sede ideale ed unica del loro confronto -, ma dei movimenti.
Se c’è un ruolo che il manifesto deve svolgere in questa fase politica è quello di essere, o di tornare ad essere come insisteva Pintor «una forma originale della politica» strumento dei conflitti, anche attraverso un «giornale che è un giornale che è un giornale». Per il quale manterrei semplicemente, umilmente, l’ispirazione in ditta che era stata di chi lo aveva fondato, vale a dire «Il manifesto quotidiano comunista». Comunismo, che certo non è all’ordine del giorno, ma resta il conflitto-movimento più alto pur se sconfitto nei suoi insediamenti storici. «Socialismo o barbarie» non è una bella e dimenticata frase del passato, ma attualissima. La fase che attraversiamo è infatti quella discendente della distruzione delle risorse, anzi «della» risorsa, l’esistenza del pianeta. Per un mondo dove tutto deve essere ridotto a merce, dai rapporti di produzione, al lavoro, ai rapporti sociali ed umani derubricati ad essere scarti di una logica di dominio che riproduce solo diseguaglianze. Senza quella dicitura in ditta saremmo mai stati capaci, e con una originale griglia interpretativa, – insisteva Rossana Rossanda – di esistere per più di 50 anni? Quanti giornali e giornaletti sono nati e naufragati senza un’idea di fondo del rivolgimento necessario sociale e politico e senza le parole per dirlo?
I giorni che stiamo attraversando sembrano indurci al pessimismo, ma credo che oggi il pessimismo oltre che serbatoio dell’intelligenza sia anche il risultato di uno scarso approfondimento della realtà.
LO STESSO governo Meloni è il risultato di una sconfitta che possiamo e dobbiamo considerare tutt’altro che eterna, FdI ha avuto il 26% del 63% di quelli che sono andati a votare il 25 settembre, è un governo di minoranza dunque che dobbiamo mandare a casa. È insidiato dallo stesso scontro sugli orizzonti della destra che, dopo la morte di Berlusconi, non riesce a consolidare la compagine dell’esecutivo, soprattutto in rapporto al più diretto referente internazionale, l’Unione europea fin qui realizzata, sempre meno sovranazionale, dove torna a spirare prepotente il vento freddo dei nazionalismi e dei sovranismi e per rapporto alla quale non riesce a spendere i fondi del Pnrr e si divide sul Mes.
E CHE PER sopravvivere ha bisogno di mettere d’accordo l’impossibile, l’autonomia differenziata che spacca socialmente ed economicamente l’Italia in feudi e potentati, con il presidenzialismo autoritario che riconduce ad unum il processo democratico. Mentre si appalesa una realtà che comincia i primi passi, di nuovi movimenti e conflitti latenti che ormai esplodono, che abbiamo avuto il merito di avere segnalato nel nostro numero speciale di fine anno.
C’È LA CGIL, il principale e più storico sindacato di classe, che si propone all’attenzione essa stessa come movimento, fatto rilevante che coinvolge e unifica lotte e protagonisti; c’è il reddito di base da rivendicare di fronte alla ormai strutturale incapacità del capitalismo finanziario di garantire occupazione se non precarizzata, mentre il welfare viene subordinato anche in Europa al warfare; c’è la «flotta dei soccorsi», le navi delle Ong che, osteggiate e bandite, salvano i migranti, e che oltre a questa vitale iniziativa per fermare la deriva dei massacri ha il merito di ricordare che la vicenda delle migrazioni è l’evento di massa più grande della nostra epoca, l’Onu calcola 3 miliardi di «spostati» entro il 2059 per effetto di crisi climatica, ambientale, nuove miserie e guerre. Su questo, sull’accoglienza comunque e dovunque, il manifesto si è fortemente caratterizzato; il femminismo, la lotta alla violenza contro le donne, l’uguaglianza di genere, i diritti Lgbt che aprono il campo ad una nuova visione dei diritti della persona costitutivi dei diritti umani; l’ambientalismo che da predicazione è diventato un fronte di lotta con l’obiettivo della transizione ecologica e dell’energia rinnovabile sempre più allontanato e rimesso ormai in discussione dai governi, un fronte per il quale resta fondamentale l’individuazione dei soggetti sociali, a partire dai lavoratori dell’energia, che possono esserne i protagonisti; la sanità pubblica che torna in piazza contro la privatizzazione che si è fatta sistema; il nuovo pacifismo che sempre più si caratterizza come dichiarava Gino Strada “contro la guerra”, contro ogni guerra comunque mascherata, dell’Occidente e dell’Oriente, dell’est e dell’Ovest, della Nato e di Putin: il mondo è cambiato in questi dieci anni, ma la costante è rimasta la guerra, quante ne abbiamo viste prima di arrivare all’aggressione di Putin all’Ucraina, Libia 2011, Siria 2013, l’allargamento della missione in Afghanistan, Yemen senza dimenticare la Palestina che resta ancora in balia di una occupazione militare dei suoi territori.
A MIO PARERE, per comprendere la guerra in Ucraina – che anche quella abbiamo problematizzato con una posizione originale che ci viene riconosciuta da più parti, ma senza dividerci in questo tragico anno e mezzo di conflitto scellerato -, bisogna necessariamente tornare ad interrogarsi sull’89 e sulla fine dell’Urss: l’avere abbandonato quel campo di ricerca, rimproverava Rossana Rossanda a tutta l’ex redazione – i vecchi e i giovani – nel settembre 2012 – ci ha sguarniti delle categorie interpretative anche per giudicare la natura reale della «vittoria» rivendicata dall’Occidente e la fine della Guerra fredda, proprio quando tornavano d’attualità nuove guerre e nuovi muri.
E c’è la questione del digitale, che ha cambiato fruizione e modo di scrivere – anche da noi si riducono le vendite cartacee e aumentano quelle online – un tema che non solo pretende la costruzione di una redazione online adeguata al cartaceo e viceversa – per questo si è speso Matteo Bartocci che ha fatto fare un salto di qualità a tutti noi nella comprensione delle novità. Non basta, dovremmo farlo diventare lavoro d’informazione e ricerca come ai tempi del sempre presente, amico e compagno fraterno, Benedetto Vecchi e dell’inserto Chip&Salsa – comunque è certo che non sarà l’intelligenza artificiale a dirigere il manifesto: questa è una delle poche sue impossibilità.
Ultimo, ma non per ordine d’importanza, lo scontro che si apre sulla memoria, quella remota e quella prossima: questo farà il governo Meloni, rimetterà in discussione la verità sulla lunga stagione delle stragi nere e di Stato – quella strategia della tensione degli anno Settanta e Ottanta contro i movimenti studenteschi, operai e l’ascesa del Pci – nonostante che ormai la verità sia convalidata da ripetute sentenze della giustizia. E allora bisognerà opporre quella che io chiamo «memoria attiva». Da questo punto di vista c’è una ricchezza del manifesto assolutamente inesplorata, una miniera dove l’estrattivismo sarebbe augurabile: sono i nostri archivi, ai quali ricorrono miriadi di ricercatori, giovani e no, saggisti e scuole di giornalismo, che dovrebbero diventare iniziative tematiche del lavoro della redazione e forse una base memoriale di una «fondazione» che tenga insieme tutte le epoche della storia del Manifesto proiettandole nell’orizzonte futuro che ci sta davanti.
C’È DUNQUE molto lavoro da elaborare, da fare, da informare, da scrivere, mescolando se possibile le lingue delle sezioni, esteri cultura interni società visioni, in una migliore configurazione dei nostri preziosi inserti settimanali. Perché su tutto questo il manifesto dovrà essere il laboratorio. Dei movimenti e di tutta la sinistra. Viva il manifesto
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