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IL LIBRO
Nel nome della Costituzione
Giovanni Maria FlickMi preoccupa l'idea di affidare ai tecnici e al tecnicismo delle regole quella che è la scelta dei fondamenti politici e dei principi fondamentali
INTERVISTA AL DIRETTORE DEL CENTRO ITALIANO PER LA RIQUALIFICAZIONE FLUVIALE. Ieri mattina ai microfoni di Radio 24 il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha attaccato «alcuni pezzi di cultura ambientalista», in particolare quelli che vivrebbero «al […]
Ieri mattina ai microfoni di Radio 24 il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha attaccato «alcuni pezzi di cultura ambientalista», in particolare quelli che vivrebbero «al loft del ventesimo piano del grattacielo, per cui è più facile dire no che sì». Non sappiamo a che piano viva Andrea Goltara, direttore del Cirf, il Centro italiano per la riqualificazione fluviale, ma è certo che non ha apprezzato le parole del ministro, in particolare quando ha detto che «con questo clima l’assoluta libertà dei fiumi può creare danni», attaccando chi non vorrebbe nessun opera e che frenerebbe l’esigenza «di trovare un punto di equilibrio, per la convivenza dell’uomo con la natura, e qualche opera va fatta». Pichetto elenca dighe, grandi vasche di laminazione, gli argini in alcuni luoghi.
Non serve un piano straordinario per realizzare un’ulteriore cementificazione del territorio, ma per restituire spazio all’acqua
Che cosa vorrebbe dire a Pichetto Fratini?
Le affermazioni del ministro chiaramente dimostrano che questo governo ancora non ha capito l’urgenza di cambiare direzione. In Emilia-Romagna non è che manchino gli argini, che non hanno retto, ma siamo di fronte a contesti di esondazione di fiumi canalizzati da un secolo. Affrontiamo eventi di tale eccezionalità che ci fanno capire come l’assetto attuale di uso del territorio e del sistema di difesa dalle alluvioni non è più sufficiente, la soluzione non può essere rinforzare le opere esistenti, artificializzando ulterioremnte il territorio. Bisogna restituire libertà e spazi ai corsi d’acqua, lo so che è un passo difficile, epocale, che richiede molti sforzi, ma è ineludibile. Non serve un piano straordinario per realizzare un’ulteriore cementificazione del territorio, ma per restituire spazio all’acqua.
È una posizione da ambientalista radical chic?
No, lo dice anche il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Quando il ministro dice che chi non vuole nuovi argini rappresenta la posizione del no, non ha capito: arretrare gli argini, ricostruire opere più lontane dai corsi d’acqua, sono interventi e investimenti importanti che sarebbero anche economicamente vantaggiosi.
Perché l’equilibrio attuale non regge più?
È un sistema fragile, che si basa sul fatto che la struttura arginale tenga sempre e ovunque. Una fragilità locale crea danni enormi. L’Idice dov’è esondato, alle porte di Bologna, era canalizzato così dagli anni Cinquanta, perché l’equilibrio che ha retto per tanti anni oggi non c’è più, gli eventi attuali sono ormai completamente diversi. Le statistiche che danno conto della Mappe del rischio sono costantemente messe in discussione: gli eventi alluvionali diventano molto più frequenti nel giro di pochi anni. Il problema non riguarda solo l’Emilia-Romagna: la Liguria, ad esempio, ha appena approvato una revisione della mappatura del rischio per poter costruire anche in zone oggi considerata a rischio elevato. Far costruire in zona esondabili è una scelta gravissima. Quello che fa il governo è portare avanti o palliativi o interventi contro-producenti, come il decreto che prevede la possibilità di raccogliere il legname dai fiumi, misura che secondo alcuni ridurrebbe il rischio, cosa palesemente senza senso. Questo significa, in concreto, liberalizzare la manutenzione dei corsi d’acqua, un processo assurdo che nega la pianificazione di bacino con interventi locali e spot senza alcun criterio. Tutto questo perché non c’è comprensione dei fenomeni che abbiamo davanti.
L’acqua dei fiumi lasciata libera crea più danni?
Il contrario: restituire spazio ai fiumi significa fare qualcosa di utile e coerente con i piani di adattamento. Non capiscono cosa significhi lasciare spazio ai corsi d’acqua. In Pianura Padana nessuno immagina di lasciarli liberi di esondare, ma di risolvere il problema di un eccesso di canalizzazione che non sta più in piedi
INTERVISTA . Il presidente dei geologi dell'Emilia Romagna Paride Antolini e il consumo di suolo
«Ora è facile parlare di manutenzione degli argini o di casse di espansione. A Cesena le casse di espansione per abbassare la piena del Savio sono in costruzione, com’è giusto che sia. Ma anche ragionando con il senno del poi, con l’acqua caduta in questi giorni avrebbero potuto fare ben poco».
Paride Antolini, il presidente dell’ordine dei geologi dell’Emilia-Romagna, risponde sconsolato a chi gli chiede se qualche opera pubblica in più avrebbe scongiurato l’inondazione nella sua Cesena, la città dove vive e lavora. Antolini però non assolve nessuno. «Va avanti così dal dopoguerra. Oltre alla politica, anche noi cittadini dobbiamo fare autocritica».
Per quali responsabilità?
Chi non ha fatto pressione per avere un permesso per costruire, per ampliare, per cambiare destinazione a un terreno? Basta confrontare le foto aeree scattate nella seconda guerra mondiale e le foto satellitari di oggi per accorgersene. I privati hanno fatto tante richieste e l’amministrazione le ha assecondate. Hanno iniziato i romani, hanno proseguito gli estensi e poi il papato: tutti hanno rubato terra all’acqua per farne terreni coltivabili o per nuove costruzioni. Finché il rischio non era manifesto come oggi, era una prassi sostenibile. Dal dopoguerra in poi, non lo è più».
Cosa si può fare adesso per rendere più sicuro un territorio come l’Emilia-Romagna, generalmente ritenuto ben amministrato?
I meteorologi ci dicono che questi eventi si ripeteranno più spesso, e non ogni uno o due secoli. Le alluvioni, come i terremoti, portano spesso con sé nuove norme e leggi. Adesso è necessaria una legge nazionale sul consumo del suolo. Ma una legge che sia davvero a “saldo zero”, cioè non comporti nuovo consumo di suolo. A parole è già stato fatto, ma poi ogni legge aveva le solite scappatoie.
Non solo le aree antropizzate sono state sconvolte dall’acqua, ma anche le montagne. La Protezione Civile ha contato ben 230 frane.
Credo che gli eventi franosi in realtà siano stati molti di più di quelli ufficialmente registrati. Piogge così hanno un impatto devastante su un territorio montano come quello italiano. Le nostre montagne sono fatte soprattutto di argilla e arenaria, rocce che assorbono l’acqua. È vero, il territorio della Regione è mappato, abbiamo norme e strumenti che molte regioni ci invidiano. Ma la mappatura del rischio si basa su modelli idro-geologici che oggi potrebbero essere superati. Se le previsioni dei climatologi sono corrette e eventi come questo sono destinati a ripetersi più spesso, tutta la cartografia del rischio andrà ricalcolata.
COMMISSIONE UE. Il Commissario europeo Gentiloni ha espresso grande soddisfazione per la crescita economica dell’Italia, dichiarando che il nostro Pil crescerà nel 2023 dell’1,2%, il tasso di crescita più alto degli altri […]
Il Commissario europeo Gentiloni ha espresso grande soddisfazione per la crescita economica dell’Italia, dichiarando che il nostro Pil crescerà nel 2023 dell’1,2%, il tasso di crescita più alto degli altri paesi europei. A parte il fatto che dovremmo finirla di usare questo indicatore per associarlo al benessere di un paese per i motivi più volti richiamati, anche questo dato è frutto di una manipolazione, che funziona grazie al silenzio della gran parte degli economisti mainstream.
Ci spieghiamo meglio. Non c’è bisogno di aver studiato Keynes per sapere che se si immette liquidità aggiuntiva in un determinato paese, attraverso la spesa pubblica, aumenta il reddito nazionale. Keynes, come è noto indicò questa terapia nei momenti di recessione economica, violando quello che fino ad allora era un tabù: il bilancio in pareggio. Attraverso quello che viene chiamato il “moltiplicatore keynesiano” il Pil aumenterà di x volte il surplus di spesa pubblica, in base alla propensione marginale al consumo. Ovvero, a seconda delle modalità di aumento della spesa pubblica la crescita economica sarà più o meno sostenuta in base all’aumento della domanda di beni di consumo e di investimento. Tutto questo è vero solo se non siamo in una fase di piena occupazione delle risorse umane e materiali, altrimenti un incremento di liquidità può trasformarsi in più inflazione o finire nelle bolle finanziarie.
Certo, se la spesa pubblica aggiuntiva va direttamente nelle tasche dei disoccupati, come Keynes proponeva attraverso le famose buche da riempire e svuotare, l’incremento dei consumi sarà molto rilevante e questo avrà un effetto importante sulla domanda aggregata (consumi + investimenti).
Viceversa, se la spesa pubblica aggiuntiva finisce delle mani dei ceti ad alto reddito potrebbe trasferirsi in parte nel mondo della finanza, o nei beni di consumo di lusso, e avere scarso impatto sulla economia reale.
Visti i programmi del Pnrr si può ben ipotizzare che una parte del circa 60 miliardi che quest’anno incasseremo dalla Ue andrà direttamente agli investimenti e ai consumi. In base ad una stima realistica possiamo dire che l’effetto del moltiplicatore della spesa pubblica aggiuntiva sarà per quest’anno di circa 1,5 per cento, che si traduce in una spesa complessiva di 90 miliardi di euro.
Dato che il nostro Pil nel 2022 è stato pari a 1,909 miliardi di euro, questo incremento stimato è pari a circa il 4,7 per cento. Ora è abbastanza facile mettere a confronto questa stima di incremento del Pil con quella del Commissario Gentiloni per dedurne che siamo in netta recessione, che senza questa iniezione di euro dalla Ue avremmo avuto, secondo queste stime, una recessione del 3,5 per cento, fermo restando le altre variabili del mercato interno e internazionale. Inoltre, almeno un terzo di questi 60 miliardi li dovremo restituire e questo significa che ci stiamo ulteriormente indebitando scaricando sul futuro un peso finanziario insopportabile.
Quello che viene sbandierato come un successo è di fatto un grande bluff che le forze di opposizione a questo governo dovrebbero fare emergere anziché cadere nella trappola di questi giochetti da tavolo delle tre carte
Commenta (0 Commenti)Per interpretare il voto di domenica basta guardare alle province turche colpite dal sisma del 6 febbraio scorso. Tanti immaginavano che le macerie fisiche e morali della speculazione edilizia marchio di fabbrica del governo Akp e il ritardo colpevole nei soccorsi avrebbero riempito le urne di malcontento. Così non è stato.
Le città devastate dal terremoto non hanno deviato dal tradizionale sostegno al partito Giustizia e Sviluppo del presidente Erdogan. Ad Adıyaman è dato al 66,2%, a Maras al 71,8%, a Kilis al 65,6%. Numeri che sono lo specchio dell’altro risultato, le parlamentari offuscate dalla corsa alla presidenza. Dei 600 seggi da assegnare, l’attuale coalizione di governo ne avrebbe ottenuti 322, maggioranza assoluta.
CHIUNQUE siederà nel palazzo presidenziale di Ankara governerà con un parlamento, di nuovo, di destra. Sta qui il senso della tornata elettorale turca, nella presa di coscienza che no, la Turchia non è Gezi Park. O almeno, non è solo Gezi.
La spinta progressista intravista nell’unità tanto sudata delle opposizioni e nelle piazze da anni piene del Pride e dell’8 marzo ha indotto a percepire l’egemonia di un paese altro rispetto a quello rappresentato dal 2003 da Recep Tayyip Erdogan.
In due decenni di potere pressoché assoluto – mediatico, economico, militare, burocratico, educativo – il presidente non ha plasmato la Turchia a sua immagine, o almeno non del tutto. Ha saputo leggerne l’altra anima, quella che ha vissuto come violenza la discriminazione della propria identità religiosa, marginalizzata dal laicismo su cui è stata fondata la repubblica kemalista.
LA MAPPA ELETTORALE lo conferma: a un sud-est a maggioranza curda storicamente politicizzato da una necessaria resistenza all’assimilazione e a una costa ovest che guarda all’Europa, si contrappone un cuore conservatore, un entroterra che vede nell’islam la primaria fonte di definizione di sé. Erdogan non ha fatto che portarla al potere, quella metà di Turchia conservatrice fatta di un pezzo importante di classe operaia (la meno sindacalizzata) e di classe bassa, con una buona componente femminile, il perno invisibile del successo di Erdogan che percepisce come lontanissima da sé la mobilitazione femminista che da anni infiamma Istanbul.
Alla lettura della società attuale (specchio di un ritorno alla religione nell’intera regione, dal Nord Africa a Israele) Erdogan ha unito il pugno di ferro: da una parte l’occupazione di ogni ganglio dello stato, dall’altra il soffocamento strutturale della società civile progressista, epurata, incarcerata o costretta all’esilio e privata della capacità di parlare al paese. Ci parla lui, ne conosce il linguaggio
POLITICA. Il commento della direttrice del manifesto alla luce dell'esito delle elezioni comunali
Non c’era davvero bisogno di aspettare la serata per capire il doppio segno politico di questa parziale ma significativa tornata elettorale amministrativa. A cominciare dall’aumento dell’astensionismo che fa scendere l’affluenza sotto il 60% riducendo così ancora di circa due punti la partecipazione. Il secondo vistoso elemento del voto arriva invece dal confronto tra la compattezza di un centrodestra che marcia unito tanto quanto il centrosinistra arranca verso i ballottaggi o retrocede diviso verso la sconfitta. Ed è davvero poco il tempo perché alla segretaria del Pd riuscisse di invertire la tendenza al contrario di una destra che ha dissodato il terreno profondamente.
Nella maggior parte dei 13 capoluoghi, i partiti di opposizione hanno deciso di replicare il tafazziano schema del famigerato 25 settembre delle elezioni politiche: correre divisi alla meta, per lasciare tranquilla la falange del centrodestra giunta senza divisioni all’appuntamento, con qualche eccezione a conferma della regola (come a Massa). I due comuni che ben rispecchiano, con modalità diverse, lo sconfittismo del centrosinistra sono Ancona e Pisa.
Dopo aver consegnato la Regione ai fratelli di Meloni, il centrosinistra ha lavorato per provare a perdere anche il capoluogo, capace di resistere agli assedi della sua lunga storia, ma indifeso di fronte al masochismo della sinistra. I candidati sindaci di Ancona erano 6: uno di destra e 5 ben divisi a sinistra tra Pd, 5Stelle, 2 liste civiche, verdi. L’ultima speranza è strappare il ballottaggio. Forte l’istinto a privilegiare le spinte divisive su quelle unitarie anche a Pisa dove pure Pd e 5Stelle hanno fatto fronte comune, ma non sufficiente a strappare la città ai meloniani perché l’ala sinistra dell’opposizione ha trovato nel congruo, meritato pacchetto di voti dell’attivista Ciccio Auletta la crepa perché la torre continuasse a pendere verso destra.
Perseverare nel tirare ciascuno l’acqua al proprio mulino produce poca farina, che sempre meno elettori sono disposti a comprare per impastare il cambiamento
Commenta (0 Commenti)Per il professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino, confusione e poca conoscenza emergono dal tavolo di confronto tra maggioranza e opposizione
La stabilità non si garantisce cambiando le regole di funzionamento delle istituzioni. Servono classi dirigenti e visione. La presidente Meloni non ha ricevuto il mandato di cambiare la Costituzione, non ne ha nemmeno il diritto ma la facoltà. I padri costituenti, ben consapevoli che la Carta avrebbe potuto essere cambiata, hanno fissato criteri e procedure. Attribuendo al popolo il potere di bocciare le riforme approvate da una maggioranza.
Per Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna e dal curriculum denso di attività accademica, politica, e saggistica (sua ultima fatica "Il lavoro intellettuale. "Cos'è, come si fa, a cosa serve") la fortuna dell’Italia è stata ed è, nei momenti di difficoltà, quella di avere grandi personalità alla presidenza della Repubblica: Scalfaro, Ciampi, Napolitano, Mattarella.
La settimana scorsa si è aperta con la convocazione delle opposizioni chiamate dalla presidente del Consiglio per “confrontarsi” sulle riforme istituzionali...
Credo sia opportuno che opposizioni e governo si parlino e devono farlo, ovviamente, nelle sedi istituzionali. Per altro, mi pare che l’incontro sia stato chiesto proprio dalle opposizioni e bene ha fatto Giorgia Meloni a scegliere il Parlamento come sede del confronto.
Oggetto del confronto le riforme costituzionali. Non è chiaro però quale sia il modello scelto. Ciò che sembra evidente è la volontà dell’elezione diretta, ma non si sa se del presidente della Repubblica o di quello del consiglio.
C’è sicuramente grande confusione, ma anche un'enorme ignoranza delle regole istituzionali, anche delle più semplici da capire. E poi c'è manipolazione. Il premierato, ad esempio, non esiste. Se si fa riferimento alla forma di governo inglese, si commette un errore poiché in quel paese il capo del governo non è eletto dai cittadini, ma è il capo del partito di maggioranza parlamentare. Il primo ministro inglese viene eletto in un collegio uninominale come tutti i deputati. La Meloni sta parlando di questo? Ho la sensazione che stiano riferendosi, facendo appunto confusione, al modello tedesco del cancellierato, ma neanche lì c’è l’elezione popolare diretta, perché questa avviene da parte del Bundestag del capo della maggioranza: questo è il Cancellierato.
E poi c’è il presidenzialismo...
E la questione si complica. Faccio una premessa. A suo tempo, in Assemblea costituente, Piero Calamandrei, discutendo di modello di Stato, propose la repubblica presidenziale americana con una forte rete di autonomie locali, che non erano le Regioni, ma i Comuni. Pensava, infatti, che i comuni fossero la vera storia, la vera spina dorsale dell'Italia. Prevalse un altro modello, ma in sé il presidenzialismo non è costituzionalmente inaccettabile. Detto questo, naturalmente noi abbiamo giustamente delle riserve rispetto a quel modello anche perché intanto occorrerebbe capire a cosa ci si riferisce. E poi da sola l’elezione diretta del presidente non regge, cambierebbe il modello istituzionale, ma come? Si immagina un presidenzialismo sul modello statunitense? Sappiamo che sta dimostrando tutti i suoi problemi e sono tanti. Oppure si guarda a quello latino-americano, che di problemi ne ha sempre avuti ed è assolutamente da evitare? Se rimaniamo in Europa, quello francese è più correttamente un semipresidenzialismo, fu voluto da De Gaulle nel 1958. Mi sembrava di aver capito che questo fosse il modello di riferimento di Meloni. La cosa grave, però, è che non esiste una proposta scritta, si sono tenuti incontri senza nulla su cui confrontarsi.
Forma di Stato e forma di governo, e il Parlamento?
Naturalmente gli equilibri sono diversi a seconda delle forme di governo. Nel caso italiano l'equilibrio non è buono, non perché il modello è sbagliato, ma perché è complicato dal fatto che il governo produce decreti e su quei decreti chiede la fiducia, e quindi schiaccia il Parlamento. Certo, il Parlamento ha lungaggini e lentezze, ma non è questo il modo migliore di governare e rispettare gli equilibri istituzionali. La fiducia deve essere posta solo in casi eccezionali, non su tutti i decreti. Penso, ad esempio, a quello di fine anno – omnibus - che è la somma dei ritardi accumulati dal Parlamento e dal governo. Non bisognerebbe consentire che se la cavino con il voto di fiducia. Dopodiché, a seconda della forma di governo ci sono equilibri diversi.
Quali sono gli equilibri che secondo lei devono essere garantiti, comunque, sempre in una democrazia matura?L'equilibrio che deve essere garantito è sempre quello tra la maggioranza e l'opposizione. La maggioranza non deve mai schiacciare l'opposizione semplicemente con la sua forza numerica. E quindi insisto, l’abuso del voto di fiducia è un elemento di squilibrio nella democrazia parlamentare italiana. Nelle altre democrazie il voto di fiducia è molto raro e dettagliatamente normato. Il Presidente della Repubblica nella democrazia italiana ha qualche volta la possibilità di dire al governo che non deve schiacciare all'opposizione, ma molto di più non può fare.
IL LIBRO
Mi preoccupa l'idea di affidare ai tecnici e al tecnicismo delle regole quella che è la scelta dei fondamenti politici e dei principi fondamentali
La Presidente Meloni ha ripetuto ai suoi interlocutori : “io comunque le riforme le faccio perché mi sono impegnata con gli elettori e perché a questo paese serve stabilità”. La stabilità si garantisce con il presidenzialismo?
La stabilità si garantisce quando una maggioranza è compatta, disciplinata, sa che cosa vuole ed è sufficientemente ampia. Però, garantire la stabilità non serve a niente se poi non si hanno idee per fare le riforme, per fare i disegni di legge, per governare. La stabilità bisogna saperla coniugare con l'efficacia decisionale, cioè con il sapere ciò che si vuole e perseguirlo. Quindi, la stabilità è una premessa, non è un valore assoluto. Si può essere molto stabili ed essere totalmente inefficaci. Giorgia Meloni sbaglia a dire che ha avuto un mandato; non ha avuto nessun mandato. Gli elettori hanno votato Fratelli d'Italia per un insieme di ragioni, non esclusivamente per avere l’elezione popolare diretta del capo stato. Certo, una buona parte dei suoi elettori la vuole, ma non c'è un mandato, è una parola sbagliata. In secondo luogo, finché Meloni non dice quale soluzione vorrebbe adottare, non è possibile esprimersi. Però, intendiamoci, le maggioranze hanno la facoltà, attenzione, la facoltà, non il diritto, di fare le riforme. Possono farle seguendo le procedure che i costituenti hanno individuato, consapevoli sia di poter sbagliare sia che con il tempo alcune condizioni avrebbero potuto cambiare e che quindi si sarebbe dovuto porre il tema delle riforme. Decisero che per cambiare la Carta occorre una maggioranza ampia. Con i due terzi delle assemblee le riforme sono acquisite, ma se la maggioranza parlamentare riformatrice è risicata, è giusto che il popolo possa esprimersi attraverso il referendum costituzionale. Cioè, Giorgia Meloni fa le sue riforme e ha la facoltà di farle, dopodiché chi non le gradisce ha la facoltà di chiedere un referendum contro quelle riforme. Questa è la clausola di garanzia, faremmo un torto ai costituenti se non pensassimo che era esattamente questo che volevano, che il popolo fosse in grado di controllare le riforme fatte da una maggioranza parlamentare.
Nella Costituzione il Parlamento ha una sua centralità nel meccanismo istituzionale del paese, Parlamento, ad esempio, che negli anni 70, pur in presenza di una maggioranza molto segnata politicamente, fece alcune riforme sociali che ancora oggi rendono maturo il nostro paese: dallo Statuto dei lavoratori alla riforma del servizio sanitario nazionale, passando per divorzio e per aborto. L’immobilismo del Parlamento di oggi non dipende né dalla Costituzione né dalla forma di governo. Da cosa allora?
No, non dipende dalla Costituzione naturalmente, dipende dalle persone, dipende dai partiti, dipende dall'ignoranza di quelli che vengono eletti in Parlamento, dalla tracotanza, dalla prepotenza, dal loro non studiare, dal loro non imparare. Se guardiamo a quegli anni in cui presero vita le riforme, troviamo una classe dirigente preparata che spinse per quelle leggi, dai radicali ai socialisti che pur essendo piccoli seppero incidere in Parlamento e fuori. Erano delle minoranze che conoscevano l'argomento, avevano voglia di combattere una battaglia difficile e sono riusciti a vincere. Dopodiché però c'è anche un problema, il Parlamento italiano è l'ultimo rimasto bicamerale – attenzione all'aggettivo, non perfetto, ma paritario – e quindi intervenire sul Parlamento e migliorarlo dal punto di vista strutturale è possibile ed è auspicabile. Anche se si approvasse il presidenzialismo, bisognerebbe migliorare funzione e capacità di lavoro del Parlamento, istituzione che rappresenta i cittadini sia nel legiferare che nella funzione di controllo dell’esecutivo.
Cioè ci sta dicendo che per rispettare gli equilibri istituzionali a fronte di un presidenzialismo andrebbe rafforzato il Parlamento?
Andrebbe rafforzato e migliorato nel funzionamento, assolutamente sì, e anche qui mi faccia fare una digressione di tipo professorale. Nel presidenzialismo americano, il presidente non può sciogliere il Congresso e il Congresso non può sfiduciare il presidente in modo che se le cose funzionano male, sono immobilizzati, cioè sono l'uno di fronte l'altro armati, ma non possono fare nulla. Nel caso del semipresidenzialismo francese, invece, l’Assemblea nazionale può approvare le leggi e il presidente può accettarlo oppure no. Però, il presidente può decidere di sciogliere l’Assemblea nazionale una volta all'anno, con la motivazione che funziona male, ma lo stesso presidente può anche trovarsi in una situazione difficile, quando in quella Assemblea nazionale non ha la maggioranza e quindi quella maggioranza sceglie il primo ministro, che riceve la fiducia dell’Assemblea, e governa. Si ha la cosiddetta coabitazione tra due maggioranze differenti, quella che ha eletto il capo dello stato e quella parlamentare che ha eletto il primo ministro. Ma c’è sempre chi governa e si assume la responsabilità del fatto, non fatto, fatto male.
Quindi, in realtà l'idea che attraverso le riforme costituzionali si garantisce la stabilità – intesa per come l'ha raccontata Meloni come una sorta di potere assoluto, – nei parlamenti dei paesi democratici non c'è.
Quasi nessuno può garantire quella “stabilità”, neanche gli inglesi, che io trovo straordinari da molti punti di vista. Quello in carica è il loro terzo primo ministro nel corso di questa legislatura. La stabilità e l'efficacia vengono garantite soltanto quando ci sono dei partiti che funzionano bene e delle classi politiche preparate, adeguate, capaci di avere personalità che riescono a fare funzionare organismi complessi. Classi politiche di alto livello le abbiamo trovate di tanto in tanto, in Gran Bretagna, certamente in Germania, nei paesi scandinavi. In passato anche noi le abbiamo avute, perché in buona misura la Democrazia Cristiana aveva queste capacità, i socialisti e i comunisti stessi ebbero notevoli capacità. Poi negli anni 80 è cominciato il declino. Abbiamo avuto situazioni difficili e stiamo stati fortunati perché nelle situazioni difficili dalle classi politiche parlamentari sono emerse delle personalità di grandi capacità alla presidenza della Repubblica come Scalfaro, Ciampi, Napolitano, Mattarella. Ma, adesso?