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Video e foto Local Team

“Fu un’opportunità molto allettante, certo”. Momento di pausa. “Ma no, col senno di poi non valeva la pena costruire in quell’area”. Nello Liverani è un faentino fortemente attaccato alla comunità che spala fango da giorni dopo l’esondazione di uno dei tre fiumi di Faenza, dove sono stati estratti tre cadaveri. Un tempo erano occupati dalla “Liverani pelli”, finché la famiglia li ha venduti. Al posto dei capannoni giudicati ormai “incompatibili con l’area” nel 2002 sorge un bel condominio residenziale con 36 appartamenti e 45 garage sotterranei. La particolarità è il nome stesso, che molto dice dell’Italia edificata sul rischio: la “Casa sul fiume” si chiama, ma con la piena è diventata una casa nel fiume, con l’acqua salita a un metro e mezzo seppellendo

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EUROPARLAMENTO . L'adesione di alcuni europarlamentari italiani all'appello che chiede l'esclusione del riarmo tra gli obiettivi del Pnrr

Non trasformiamo il Pnrr in missili e munizioni

 

Aderiamo all’appello «La resilienza non è economia di guerra» promosso da Rete italiana pace e disarmo, liberta’giustizia, Anpi e Arci. Per questo motivo voteremo convintamente No alla risoluzione Act to support ammunition production (Asap) che vorrebbe utilizzare il Fondo di coesione e il Pnrr per produrre armi, missili e munizioni.

Un passaggio traumatico dagli obiettivi virtuosi del Next Generation Ue (transizione ecologica, innovazione digitale, inclusione sociale, conoscenza e parità di genere) ad una vera e propria economia di guerra. Permettere ai singoli Stati di finanziate la produzione di armi con risorse dedicate ai servizi sociali, al diritto allo studio, alle politiche per l’abitare, alla mobilità verde è un errore drammatico che può segnare negativamente il modello di sviluppo europeo per i prossimi anni.

La guerra muta da stato di eccezione in normalità e ordina gerarchicamente tutte le scelte. L’Agenda di guerra è la negazione di quella concreta utopia voluta dai padri fondatori dell’Unione: cancellare il conflo bellico dal suolo europeo. Peraltro un atto che prefigura una palese violazione dei Trattati e che contesteremo in ogni sede.

Da ultimo, se si voterà a favore di questo atto, sarà difficile contrapporsi alla riscrittura del Pnrr da parte del governo Meloni.
Quando, invece di asili nido, servizi pubblici e treni non inquinanti finanzieranno le produzione militari la responsabilità sarà anche di chi avrà votato favorevolmente a questo atto.

Ci appelliamo ai nostri colleghi parlamentari europei, ai parlamentari italiani, ai presidenti di Regione, agli amministrati locali. Al di là delle posizioni che ognuno può assumere circa il dibattito sull’invio delle armi in Ucraina, in questo caso ci troviamo di fronte ad un salto di qualità senza precedenti che, in un solo colpo, ci farà tornare indietro di decenni: produrre piombo e morte a scapito delle politiche attive e di coesione sociale che sostengono gran parte del sistema Paese, soprattutto a Sud.

Per queste ragioni promuoveremo in ogni forma il No a questo atto sbagliato che comporterà un peggioramento delle condizioni di vita dei nostri cittadini, senza apparire utile alla causa della popolazione ucraina aggredita dall’esercito russo.

 

*** Gli Eurodeputati

Massimiliano Smeriglio, Gruppo Socialisti e Democratici
Pietro Bartolo, Gruppo Socialisti e Democratici
Rosa D’amato, Gruppo Verdi
Piernicola Pedicini, Gruppo Verdi

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INFORMAZIONE. La perdita di fascino del servizio pubblico viene da lontano, dall’assenza di un progetto adeguato alla complessità tecnologica e ai profondi mutamenti sociali

 Lucia Annunziata - foto Ansa

Lucia Annunziata lascia la Rai, dove negli ultimi anni ha diretto la trasmissione Mezz’ora in più, con la capacità di offrire notizie di prima mano grazie a ospiti non ripetitivi, e osservando la par condicio. Il tutto con un ragguardevole 10% di share. Si tratta del secondo abbandono del servizio pubblico da parte della giornalista che mosse i primi passi con il manifesto.

Era già successo il 4 maggio del 2004, quando aveva lasciato la prestigiosa carica di presidente, cui era assurta il 13 marzo del 2003. I casi del destino: allora Annunziata sbatté la porta in polemica con il pacchetto di nomine proposto dal direttore generale Flavio Cattaneo, nel quale spiccava il nome di Giampaolo Rossi, indicato alla guida di Rainet. E lo stesso Rossi ora è in pole position per salire allo scranno apicale, quello di amministratore delegato, dove siede transitoriamente Roberto Sergio.

La lettera in cui si motiva la scelta di andar via dal vecchio fortilizio ex monopolista è chiara: non si può rimanere se non si condividono non solo idee e operato del governo, bensì proprio le modalità di intervento sulla Rai. Meglio chiudere una lunga storia in un’azienda in cui si sono condotti programmi, si è diretto il Tg3, si è stati presenti come opinionisti in diversi talk, piuttosto che subire bavagli o censure.

In fondo, la vicenda di Fabio Fazio ha avuto un po’ il sapore di un prequel: la Rai non è più la prima scelta.

LA REDAZIONE CONSIGLIA:

Chi ha paura di Fabio Fazio?

La perdita di fascino del servizio pubblico viene da lontano, dall’assenza di un progetto adeguato alla complessità tecnologica e ai profondi mutamenti sociali. Tuttavia, l’ultima tornata lottizzatoria ha dato il colpo di grazia. Persino nell’età berlusconiana, pur con gli editti bulgari, il clima aveva un odore meno acre e il diritto di critica era rischioso ma non così impervio come oggi.

Infatti, ciò che sta avvenendo alla Rai segna un passaggio a nord ovest: gli esecrabili vecchi riti della spartizione partitica sono soppiantati dalla voglia esplicita della destra di plasmare a suo uso e consumo l’immaginario collettivo. La maggiore industria culturale del paese è il territorio privilegiato per imporre visioni ed egemonie conservatrici e reazionarie. La marcia su viale Mazzini rivela velleità superiori alla mera conquista di qualche scranno.

Però – come dimostrano le reazioni politiche e sindacali, nonché la stessa spaccatura in seno al consiglio di amministrazione – la cavalcata non sarà proprio agevole, essendo la preda un apparato figlio di un’antica tradizione e assai vischioso.

I cervelli in fuga ci ammoniscono, comunque, sul mutamento della temperatura e del contesto: il centro di gravità si è appannato e l’attrazione è sempre meno fatale.

In un organigramma a netta prevalenza maschile, una donna si è incaricata di urlare che il re è nudo

 

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COMMENTI. Solo la misura del 110% ha, per ora, incrementato il fotovoltaico. Non c'è lo sblocco dell'eolico off-shore, malgrado progetti finanziati, nelle isole e a Civitavecchia

 Germania, pale eoliche sul mare - foto Ap

A fronte della catastrofe emiliano-romagnola, a cui potrebbero seguirne altre, anche in ragione della posizione geografica della nostra penisola, protesa verso un’Africa surriscaldata dal cambiamento del clima, risulta sorprendente l’ordine di priorità che, nei fatti, i governi hanno dato alla “lotta” al cambiamento climatico. Priorità al contrario: continuità del sistema energetico fossile, del consumo di suolo, del proliferare di inutili infrastrutture. L’uso delle risorse è squilibrato e segnato anche da un disinteresse alla pace, dopo che l’Ue ha messo in campo addirittura una sorta di Pnrr delle armi, che acuisce gli effetti perversi della crisi climatica attuale.

Sarebbe del tutto ragionevole che, dal momento che si sta ridiscutendo della destinazione del Pnrr, si attui una riconversione verso obiettivi ambientali come il governo delle acque, ormai indifferibile, affinché agricoltura e forniture idriche per uso civile e industriale abbiano certezza di fornitura.

Gli investimenti sulle rinnovabili sono sostanzialmente fermi, se si considera che solo la misura del 110% ha per ora incrementato il fotovoltaico. Non c’è ancora lo sblocco dell’eolico off-shore, malgrado importanti progetti di investimento, ormai finanziati, come a Civitavecchia e nelle Isole. Si perde tempo prezioso, non si avviano investimenti innovativi nella produzione manifatturiera di energie rinnovabili. Nessuna nuova proposta per l’ex-Ilva e solo un progetto Enel in Sicilia per pannelli eolici, pronto a migrare dove verrà attratto da maggiori incentivi.

Fotovoltaico e eolico dovrebbero essere gli investimenti più innovativi. Invece l’attenzione e i quattrini vanno agli investimenti fossili, in un clima di emergenza che segnerà forse decenni. In particolare, nel gas su impulso dell’Eni, che ha convinto il governo a farsi dare nuovi fondi del Pnrr per l’assurdo progetto di nascondere la CO2 prodotta nel sottosuolo, proprio laddove la tragedia dell’alluvione ha colpito oltre ogni immaginazione.

La strategia di Eni spinge il nostro Paese a violare gli impegni climatici assunti, in sede Ue. La ‘partecipata’ dello stato continua nell’espansione di petrolio e gas e, di fatto, riserva alle rinnovabili un ruolo secondario. Un recente studio pubblicato da Reclaim Finance, ReCommon e Greenpeace, ha calcolato che meno del 20% degli investimenti previsti da Eni nei prossimi anni andranno a finanziare progetti di energie rinnovabili, superando del 70% l’impegno a ridurre le emissioni previste dalla Iea.

A nessuno può sfuggire che il sistema di rinnovabili e comunità energetiche può creare posti di lavoro di qualità, nonché produzioni innovative a cui la manifattura italiana è in grado di riconvertirsi, in particolare al Sud.

Anche nel settore automotive, il governo ha svolto un ruolo di retroguardia. Anziché concordare con altri partner europei progetti innovativi, il governo si è trovato isolato su posizioni conservatrici di mantenimento dei motori endotermici.

I progetti per costruire comunità energetiche prevedono fondi a sostegno, ma gli strumenti non sono ancora funzionanti: si continua nella nebbia di provvedimenti incerti o difficilmente applicabili.

Il rinvio e il ritardo sembrano essere la regola per scelte decisive e improrogabili. Risorse senza limiti e con assoluta rapidità sembrano appannaggio solo delle fonti fossili, come nel caso dei rigassificatori e delle navi metaniere, una stabilizzazione avversa alla decarbonizzazione.

Con un gioco perverso di manipolazione, perfino il nucleare esistente, viene spacciato per nuovo, malgrado sia costoso e insicuro, come ci ricorda la decisione presa in questo mese dal governo giapponese – a 12 anni di distanza dall’incidente – di sversare in mare i serbatoti radioattivi di Fukushima, ormai al colmo di acqua irrimediabilmente contaminata. Il nucleare è come il ponte sullo stretto: la destra al governo non resiste a riproporlo, incurante delle conseguenze economiche e sociali, dei rischi, dei costi spropositi per la sicurezza e la qualità della vita

Purtroppo, la crisi climatica e la transizione energetica per liberarci dalle fonti fossili non sono oggi il centro del lavoro del governo italiano. Purtroppo la crisi climatica è collocata solo sull’onda dell’emozione dei disastri in corso e non sta al centro dell’impegno del nostro governo.

Occorre che tutte le sensibilità ambientaliste e per la giustizia sociale si uniscano in una iniziativa comune, pronti a ricorrere, se provocate, anche ad un terzo referendum popolare contro il nucleare. Le realtà ambientaliste stanno organizzando, per la prima decade di giugno, manifestazioni, presidi e occupazioni in tutti i territori e di fronte ai Ministeri responsabili. Con lo slogan “Scatena le rinnovabili”, perché pale eoliche e pannelli solari possono spezzare le catene dello sviluppo fondato sul fossile.

***Mario Agostinelli, Alfiero Grandi, Jacopo Ricci, Massimo Serafini, Massimo Scalia (Osservatorio sulla transizione ecologica)

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GUERRE E PACE. Intervista al vescovo di Altamura e presidente di Pax Christi: «Oggi in cammino con la PerugiAssisi. Ora con gli F-16 si imbocca una strada senza uscita». E il Vaticano conferma: Francesco ha affidato al cardinale Zuppi l’incarico di una missione di pace

Monsignor Ricchiuti: «Il paese sta affondando e noi finanziamo una guerra» La marcia PerugiAssisi - Aleandro Biagianti

Il messaggio di papa Francesco ai leader del G7 riuniti a Hiroshima era chiaro: le armi «rappresentano un moltiplicatore di rischio che dà solo un’illusione di pace». La risposta arrivata dai sette grandi altrettanto chiara: nuovi aiuti militari a Kiev, fra cui i caccia F-16.

Cosa che ha fatto dichiarare al presidente ucraino Zelensky su Twitter: «Sicurezza e cooperazione rafforzata per la nostra vittoria. La pace diventa più vicina oggi». E, sul fronte russo, al vice ministro degli Esteri, Grushko: «Rischi colossali» per i Paesi occidentali se forniranno a Kiev gli F-16.

Insomma l’escalation è evidente. Contrariamente agli auspici del pontefice che, nella lettera inviata al vescovo di Hiroshima, monsignor Shirahama, si augura che il vertice del G7 «dia prova di una visione lungimirante nel gettare le fondamenta per una pace duratura».

Proprio Hiroshima «proclama con forza l’inadeguatezza delle armi nucleari per rispondere in modo efficace alle grandi minacce odierne alla pace», aggiunge Bergoglio, «né dobbiamo sottovalutare gli effetti del persistente clima di paura e sospetto generato dal mero possesso delle stesse».

Intanto va avanti – nonostante le chiusure di Kiev e Mosca – la «missione di pace» della Santa sede di cui si parla da quando il papa è tornato da Budapest.

Tempi e modalità sono ancora «allo studio», ma il direttore della sala stampa vaticana ieri sera ha confermato che Bergoglio ha affidato al cardinale Zuppi «l’incarico di condurre una missione, in accordo con

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malterritorio romagnolo

La narrazione che imperversa sulle alluvioni in Emilia-Romagna è  tossica e nasconde le responsabilità reali. Responsabilità che non sono del «meteo». E nemmeno, genericamente, del «clima», termine usato da amministratori e giornalisti più o meno come sinonimo di «sfiga».

Le piogge di questi giorni stupiscono, sembrano più eccezionali di quanto non siano, perché arrivano dopo un inverno e un inizio di primavera segnati da una protratta, inquietante siccità. E di per sé non sarebbero affatto «maltempo», concetto fuorviante, deresponsabilizzante e dannoso. Come diceva John Ruskin, «non esiste maltempo, solo diversi tipi di buontempo». A essere mala è la situazione che il tempo trova.

Veniamo da lunghi mesi a becco asciutto: montagne senza neve, torrenti e fiumi tragicamente in secca, vegetazione e fauna in grave sofferenza, contadini disperati, prospettive cupe per l’estate prossima ventura (già quella scorsa è stata durissima)… In teoria, le piogge dovremmo accoglierle con giubilo.

Giubilo moderato, certo: chi conosce la situazione sa che, per vari motivi, queste piogge concentrate in pochi giorni non compenseranno la siccità. Quest’ultima tornerà ad attanagliarci. In Nord Italia – arco alpino e val padana – nel 2022 le precipitazioni sono state inferiori anche del 40% rispetto alle medie del ventennio precedente. Questo è il nuovo clima, ed è qui per restare. Non solo: gran parte dell’acqua venuta giù in questi giorni sarà inutile (ne parliamo tra poco).

Nonostante tutto ciò, a rigore, che finalmente piova è buona cosa. Piace a tutti che quando si apre il rubinetto esca l’acqua, no? Da dove si crede che venga, quell’acqua, se non dal cielo?

Il motivo per cui la pioggia sta avendo conseguenze dannose e a volte letali è presto detto:

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