Usa-Ue La destra postfascista è un interlocutore per i pacifisti? La premier ha piuttosto un certo fiuto politico sul diffuso allarme tra gli italiani rispetto alla campagna di riarmo. The Donald non ha certo impedito il massacro di civili palestinesi. E in Ucraina si avvia una ’pax imperiale’ che umilia Kiev e l’Europa(che ha fatto di tutto per farsi umiliare)
Giorgia Meloni a Washington – Ap
Chi sono gli amici della pace? La questione non è nuova, come sappiamo da Tacito: “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”. Lo storico romano alludeva alle devastazioni prodotte in Germania dalle legioni guidate dal suocero, e l’ironia amara di
quel «hanno fatto un deserto e la chiamano pace» è rimasta con noi sin da allora.
In tempi più recenti, si sono presentati come pacificatori imperi coloniali, come quello britannico, che tentavano di legittimare un sopruso violento argomentando che avrebbe prodotto un progresso della civiltà.
Viviamo tempi cupi, che sono anche di smarrimento intellettuale, ma la cautela ispirata da Tacito mantiene il proprio valore. Per questo dovremmo riflettere con attenzione prima di iscrivere tra gli amici della pace Donald Trump, o Giorgia Meloni, anche quando essi affermano di avere l’obiettivo di impedire (o di por fine a) un conflitto.
Del resto, se ne sono già accorti gli elettori statunitensi di origine palestinese o araba che hanno abbandonato il partito democratico alle ultime elezioni per affidarsi al candidato repubblicano.
Le dichiarazioni, piuttosto confuse, di Trump sulla Palestina non hanno prodotto fin qui risultati particolarmente significativi, e soprattutto la nuova amministrazione non ha fatto nulla per impedire che Netanyahu facesse ripartire il massacro dei civili, moltissimi dei quali sono, ancora una volta, bambini. Lo stesso potrebbe accadere in Ucraina, dove Trump sembra avere un coinvolgimento maggiore (anche se non è chiaro motivato da cosa), e dove però la prospettiva che si delinea all’orizzonte è quella di una pace “imperiale”, che passa sopra la testa dell’attuale governo ucraino, che sarà probabilmente costretto ad accettarla, e punta indirettamente anche a umiliare l’Europa (che bisogna riconoscere si è messa però nella posizione di farsi umiliare).
Lo stesso giudizio espresso su Trump vale, fatte le debite proporzioni, per Giorgia Meloni. Le dichiarazioni delle ultime ore, e in particolare l’intervista al “Financial Times”, sono studiatamente ambigue su molti temi cruciali della politica estera che il suo governo intende portare avanti, uno dei quali è il ruolo che l’Italia avrà nella coalizione di cui si parla per garantire l’integrità del territorio ucraino, o meglio di quel che ne rimarrà dopo una pax trumpiana.
Meloni non vuole impegnarsi sulla partecipazione di truppe italiane a questa – ancora ipotetica – coalizione, e tenta di deviare l’attenzione del pubblico, perché tra gli addetti ai lavori non è stata presa sul serio, verso un’improbabile proposta di estensione all’Ucraina delle garanzie dell’articolo 5 del trattato di istituzione della Nato, senza partecipazione diretta degli ucraini all’alleanza.
Può essere Meloni un’amica della pace? Può la destra postfascista essere un interlocutore per i pacifisti? La spiegazione più probabile pare piuttosto che Meloni, che ha un certo fiuto politico, si sia resa conto del profondo fastidio, e dell’allarme, con cui buona parte degli italiani stanno reagendo alla maldestra campagna in favore di una maggiore spesa militare europea, che dovrebbe essere, secondo alcuni, la soluzione ai problemi di crescita delle economie europee (o meglio a quelli di alcune imprese europee che hanno una grande capacità di influenzare il mondo dell’informazione e della politica).
Meloni è convinta che il treno sta per schiantarsi, e scende una stazione prima che ciò accada, preparandosi a incassare i vantaggi sia in termini di voti sia in termine di ulteriore scompaginamento dell’opposizione.
Vale la pena di ricordare, infatti, che Elly Schlein dal treno non è scesa in tempo, e farlo in corsa non sarà senza conseguenze, e Conte, invece, un altro che si presenta come amico della pace, sul treno, prudentemente, non ci è salito. Oggi è facile che si scambi per amici coloro che stanno invece solo sfruttando un tema per fini di consenso, e il tema della pace, soprattutto se non ci chiediamo “quale pace? Con quali costi e per chi?” si presta a questo tipo di manipolazioni. Sembra caderne vittima anche una parte della sinistra, in cerca di sponde per la propria campagna contro il riarmo europeo.
Ci sarebbe, su questi temi, un gran bisogno di tornare a ragionare sui fondamentali della politica: la pace, ma anche il conflitto, che in alcuni casi non è evitabile, e può essere persino giusto (o abbiamo cambiato idea sulle lotte anticoloniali?). Non sarà facile farlo, nel vuoto organizzativo che segna la nostra età, ma sarebbe molto importante provarci.