Inseguito dalle accuse di torture, stupri e altri crimini violenti, un altro gerarca libico dopo Elmasry è stato tranquillamente in Italia. Una viaggio in compagnia dei miliziani del Ssa, criminali per l’Onu e indagati dalla Corte penale internazionale. Ma alleati nella tratta dei migranti
Overtourism Il miliziano visita il ministro Juma, ricoverato dopo un attentato. Le accuse delle ong, dell’Onu e del Dipartimento di stato Usa. La Farnesina: «Ha un visto maltese». Ma i suoi crimini sono conosciuti. A fine gennaio il viaggio a Tripoli del capo dell’Aise. Il caso degli 86 mandati «coperti» della Corte dell’Aja
L’Italia continua ad essere meta prediletta per aguzzini libici in libera uscita. Dopo la vicenda del capo della polizia giudiziaria di Tripoli Osama Elmasry, arrestato su mandato della Corte penale internazionale a gennaio a Torino e rimandato a casa su un volo di Stato nel giro di 48 ore, tra il tardo pomeriggio e la sera di mercoledì, a Roma, si è fatto vedere Abdel Ghani Al Kikli, noto anche come Gheniwa, capo del Ssa (Stability Support Apparatus), milizia accusata da più parti di crimini contro l’umanità e abusi vari, dal 2021 sotto il controllo diretto del governo libico. La denuncia della presenza di Al Kikli sul suolo italiano è arrivata dagli account di X della ong Refugees in Lybia e dell’attivista Husam El Gomati, che hanno trovato le foto della trasferta del torturatore sui social dei suoi accompagnatori: almeno sei persone tra miliziani, diplomatici, uomini d’affari e classe dirigente vicina al premier di Tripoli Abdelhamid Dabaiba. Il motivo del viaggio era far visita al ministro Adel Juma, ricoverato alla clinica privata European Hospital di via Portuense a Roma dal 18 febbraio perché, una settimana prima, era stato gambizzato in patria in circostanze misteriose.
NON È CHIARO se Al Kikli sia o meno nella lista dei boia libici ricercati dalla Cpi: i nomi coperti da segreto sono 86 e, a richiesta di maggiori informazioni sull’esistenza di eventuali iniziative giudiziarie contro il capo del Ssa, il portavoce della procura dell’Aja ha risposto secco che «l’ufficio non commenta questioni operative relative alle indagini in corso. La riservatezza è un aspetto cruciale delle attività della procura. Questo è essenziale non solo per proteggere l’integrità delle indagini, ma anche per garantire la sicurezza e la protezione delle vittime, dei testimoni e di tutti coloro con cui l’ufficio interagisce».
Persone detenute dalle forze controllate da Gheniwa sono state sottoposte a sequestri, torture e maltrattamenti anche con esiti mortali Amnesty International
IN OGNI CASO, le attività di Al Kikli, che era già stato a Roma l’estate scorsa per assistere ai play off della Libyan premier league, sono note in virtù di una denuncia di quasi 200 pagine inviata alla Cpi nel novembre del 2022 dall’ong Ecchr (Centro europeo per i diritti umani e costituzionali) nel quale si circostanziano 501 casi documentati di
torture, stupri, violenze e sparatorie compiute dal Ssa. Anche Amnesty International, a maggio del 2022, aveva denunciato le attività della milizia, descrivendola come responsabile di «sparizioni forzate, torture, uccisioni illegali e altri crimini di diritto internazionale». Ci sono poi anche i pareri espressi dall’Onu, secondo la quale il gruppo di Al Kikli è stato «ripetutamente coinvolto in violazioni e abusi» e del Dipartimento di stato Usa, che parla di «crimini contro l’umanità nelle prigioni di Ayn Zarah e Abu Salim». Che la procura dell’Aja si stia occupando del caso è insomma scontato, anche in assenza di un mandato di cattura. La situazione, dunque, non può essere ignota alle autorità italiane.
INFATTI, quasi a giustificarsi, la velina fatta girare ieri da ambienti della Farnesina informava che Al Kikli sarebbe titolare di un visto per i paesi Schengen rilasciato a Malta nel 2023 e valido fino al 25 novembre 2025. La stessa fonte ha anche fatto presente che il Ssa dipende direttamente dal consiglio presidenziale libico e rappresenta una formazione di sicurezza «ufficiale e legittima». Lo scorso 28 gennaio, mentre infuriava la polemica sul caso Elmasry e all’indomani dell’emissione degli 86 mandati d’arresto riservati da parte della Cpi, il direttore dell’Aise Giovanni Caravelli era volato a Tripoli a incontrare i vertici del governo locale, probabilmente per discutere su come evitare nuovi eventi imbarazzanti come quello del capo della polizia giudiziaria, il cui rilascio lampo ha aperto un conflitto tra Roma e L’Aja. È del 22 febbraio, invece, il viaggio in Italia del premier libico Dabaiba, che pure si era recato a far visita a Juma, il cui ferimento, datato 12 febbraio, era avvenuto due giorni dopo che il giornalista Khalil Elhassi aveva pubblicato documenti riservati su alcuni accordi che nel 2022 il governo stava stringendo con i mercenari russi del gruppo Wagner, tra cui la possibilità di sorvolare il paese. La collaborazione non si sarebbe mai avviata, ma il caso è diventato terreno di scontro tra i gruppi dell’est e dell’ovest libico, i cui rapporti vengono di solito mediati proprio da Juma.
L’ATTENTATO subito dal ministro non ha ancora un autore certo, né si sa molto della dinamica: la versione del governo è che si è trattato di un attacco all’auto sulla quale stava viaggiando quel giorno, ma altri sostengono che sia invece avvenuto all’interno del suo ufficio.