Nella foto: Una manifestante sventola la bandiera messicana a Los Angeles durante una protesta contro i decreti anti-immigrazione via Ap
Oggi un Lunedì Rosso dedicato alla comunicazione.
Tra innovazione e spregiudicatezza, la coppia Trump-Musk sta portando il rapporto tra media e politica verso derive totalizzanti quanto rischiose.
Ma anche localmente il laboratorio comunicativo delle nuove destre offre spunti di riflessione: con video messaggi e post su X il presidente del consiglio Meloni ha spostato l’attenzione dal caso Elmasry verso una presunta battaglia tra governo e magistratura.
Si attende invece dopo un lungo silenzio un messaggio dal carcere da Abdullah Öcalan, leader della rivoluzione democratica della Siria del nord, esperienza oggi in bilico, tra le incursioni belliche di Ankara e le incognite del nuovo potere centrale di Al Jolani.
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Approda a Bari la motovedetta con a bordo altri 43 migranti costretti a inutili peripezie. Meloni cerca di uscire con ogni mezzo dal labirinto, perché ha giurato che i centri «funzioneranno». Altrimenti sarà colpa dei giudici. Avanti con forzature, fake news e propaganda
Finché la barca va Doveva essere una normale direzione nazionale, si è trasformata nella nascita del «Grande Partito della Nazione»
Doveva essere una normale direzione nazionale, si è trasformata nella nascita del «Grande Partito della Nazione». Almeno stando ai toni quasi messianici utilizzati, in scia alla moda trumpiana. Nel centro congressi a pochi passi da Piazza di Spagna, a Roma, affittato da Fratelli d’Italia, si riuniscono deputati e senatori meloniani, più la pattuglia dei ministri. Ci sono quello alla Difesa e fondatore del partito, Guido Crosetto, la titolare del Lavoro Elvira Calderone, il neo ministro delle Politiche Ue Tommaso Foti, quello allo Sport Andrea Abodi e quello delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso, il responsabile della Protezione civile Nello Musumeci e poi Giovanni Donzelli, Lucio Malan, Edmondo Cirielli. L’ordine di scuderia era di restituire compattezza.
FRANCESCO LOLLOBRIGIDA ha aperto i lavori con un insolito ruolo di primo piano rispetto agli ultimi mesi, quando era stato messo in ombra a causa delle gaffe e delle vicende personali. Li ha chiusi Arianna Meloni, responsabile della segreteria politica e del tesseramento FdI, che di Lollobrigida era la compagna e della premier è sorella. Il rapporto tra le due è sempre stato solido, ora è diventato mistico: «Ho l’onore di essere la sorella di Giorgia Meloni, una grande donna a cui ho visto fare in questa nuova fase un salto 10 volte più alto di tutti questi durissimi anni: ha messo gli italiani prima della sua famiglia e di sé stessa».
PER QUANTIFICARNE la grandezza, descrive la «traversata nel deserto» e il «salto nel buio» compiuti e fa riferimento all’unico libro che la destra di Colle Oppio ha letto con certezza e usa come feticcio: Il signore degli Anelli di Tolkien. La premier è «il nostro Frodo e noi siamo la Compagnia dell’anello – arringa Arianna Meloni -. L’anello è pesante, dobbiamo aiutarla nella fatica di portarlo senza mai indossarlo: ognuno è chiamato a fare la propria parte».
La «parte» è quella di resistere al resto del mondo, tenere la linea, qualunque essa sia: su Elmasry, sulla magistratura «politicizzata» che indagherebbe ad orologeria la premier, sul piano Albania smontato dai giudici «di sinistra». E poi diffondere i sondaggi che li vedono in testa, negare problemi, adombrare complotti, rivendicare traguardi, avanzare compatti.
GIORGIA MELONI è tentata di andare a elezioni anticipate per dare una prova di forza e respingere definitivamente gli infingardi. Così, se all’ordine del giorno c’erano la
Leggi tutto: Il partito mistico di Arianna: «Meloni è il nostro Frodo» - di Luciana Cimino
Commenta (0 Commenti)Niente da fare: per la terza volta i giudici smontano il «modello Albania». Ordinano di riportare in Italia e liberare 43 richiedenti asilo deportati fuori dai confini. A nulla serve cambiare la competenza delle corti. È la legge, ma per la destra è un altro complotto delle toghe
Riporto sicuro Tutti liberi i 43 richiedenti asilo di Bangladesh ed Egitto reclusi a Gjader. Dopo il terzo flop, saranno trasferiti a Bari. Partenza prevista per le 12 di questa mattina. I giudici di secondo grado hanno rinviato tutto alla Corte di giustizia Ue
Migranti sbarcano da una nave della Marina Militare italiana a Shengjin in Albania – Vlasov Sulaj/Ap
Cambiando l’ordine degli addendi non cambia il risultato: tutti i 43 richiedenti asilo rinchiusi nel centro di Gjader, 35 del Bangladesh e 8 dell’Egitto, tornano liberi. Stavolta il no ai trattenimenti è arrivato dalla Corte d’appello della capitale, dopo che il governo aveva sottratto la competenza alla sezione romana specializzata in immigrazione, che il 18 ottobre e l’11 novembre dell’anno scorso aveva deciso nello stesso modo. In questo caso le toghe capitoline hanno sospeso il giudizio rinviando tutto alla Corte di giustizia Ue.
UN PROVVEDIMENTO che si inserisce nella scia di rinvii pregiudiziali a Lussemburgo partiti dai tribunali di Bologna, Palermo e Roma e della sospensione del giudizio della Cassazione in attesa dell’udienza europea del 25 febbraio e poi della sentenza che dovrebbe arrivare entro la primavera. In tutti questi procedimenti la richiesta dei giudici nazionali a quelli comunitari è di chiarire se sia legittimo, ai sensi delle direttive Ue, considerare «sicuri» paesi che non lo sono per alcune categorie di persone.
Categorie che spesso includono migliaia e migliaia di persone, come in Egitto e Bangladesh. Lo dimostrano le relative schede paese redatte sulla base delle fonti qualificate e allegate al vecchio decreto interministeriale del maggio 2024. Schede che dovrebbero essere sostituite, secondo la nuova legge, da una relazione del Consiglio dei ministri da trasmettere alle competenti Commissioni parlamentari. Il termine per scriverla era il 15 gennaio ma, a quanto risulta da un’interrogazione presentata dal deputato di +Europa Riccardo Magi, la settimana scorsa risultava ancora «in via di definizione».
NELLA SUA DECISIONE la Corte d’appello richiama lo «specifico dovere», che la sentenza europea del 4 ottobre scorso attribuisce al giudice, di «verificare d’ufficio» la legittimità della designazione di «paese sicuro» da parte delle autorità governative. Cita anche l’ordinanza interlocutoria della Cassazione che, pur non
Leggi tutto: Albania, governo bocciato anche in Appello - di Giansandro Merli
Commenta (0 Commenti)«Non mollo di un millimetro, gli italiani sono con me». Tranne «chi rema contro» e i magistrati «che vogliono governare». Meloni non va in parlamento ma trasforma il caso Elmasry in un continuo comizio su di sé. Il salvataggio del torturatore libico era «difesa della nazione»
Atto voluto La premier si collega con la platea amica di Porro e sferra nuovi attacchi ai magistrati. Tajani rilancia l’accusa di alto tradimento
Non è un fatto personale. Non è per se stessa che Giorgia Meloni è furiosa. «Io non sono né preoccupata né demoralizzata. Sapevo a cosa andavo incontro. Ma è alla nazione che è stato fatto un danno e questo mi manda ai matti». La strategia pianificata in un paio di vertici di maggioranza, anticipata dalla premier nel messaggio social di due giorni fa, si dispiega e a guidare le danze è ancora lei. Si presenta in collegamento allo spettacolo di Nicola Porro «La Ripartenza 2025», una platea che chiamarla amica è poco, e riprende i contenuti di quel messaggio. Ma con parecchi decibel in più, passando al comizio furibondo e alla denuncia di alto tradimento. Questo sono il procuratore Francesco Lo Voi, i magistrati «politicizzati» e chiunque «remi contro»: traditori della Patria. Accoltellano alle spalle la nazione.
L’ATTO INVIATO dalla procura di Roma a lei e ai ministri Nordio, Piantedosi e Mantovano «è stato un atto voluto, non dovuto: le procure hanno discrezionalità. A chiunque nei miei panni sarebbero cadute le braccia». Colpa di «alcuni magistrati», ma non tutti per carità, solo «alcuni» che «vogliono decidere tutto, vogliono governare e allora si candidassero». La sfidassero nelle urne perché tanto lei «non molla di un centimetro», non finché «la maggioranza degli italiani è con me».
LA PREMIER SA TENERE un comizio. Sembra trascinata da ira e sdegno, in realtà è fredda. Tra un’accusa rovente e uno strillo assordante quasi nessuno si accorge che dalla narrazione è completamente sparito il “generale” Elmasry. Il fattaccio all’origine di tutta la faccenda semplicemente non c’è più. Si parla di tutto, e se non lo fa la premier ci pensa il vice Antonio Tajani, tranne che di quel di cui si dovrebbe parlare: la fuga pilotata del torturatore. Il chiasso serve a tenere sotto schiaffo la magistratura, in particolare quella che deve decidere sui trasferimenti in Albania. Ma serve soprattutto ad affossare quel che non avrebbe mai dovuto emergere. La complicità italiana con il criminale libico e anche gli immondi accordi italo-libici che spiegano la scelta di mettere subito al riparo Elmasry.
Della scandalosa liberazione almeno l’opposizione parla. Del memorandum italo-libico siglato dal governo Gentiloni-Minniti nel 2017, confermato nel 2020 dal Conte 2, quello giallorosso, ripreso paro paro dal governo di destra, invece no. Solo Riccardo Magi di +Europa chiede una commissione d’inchiesta e lo si può capire: il suo è il solo partito senza responsabilità dirette.
IL GOVERNO COMUNQUE ha tutte le intenzioni di mettere la sordina sul caso Elmasry. L’ipotesi del segreto di Stato è remota ma non
Commenta (0 Commenti)Frontiere blindate, divieto di ingresso ai profughi, arresti ed espulsioni. A tre settimane dalle elezioni, in Germania il parlamento approva la linea anti migranti con i voti decisivi dei neonazi dell’Afd. L’abbraccio con liberali e democristiani abbatte lo storico muro antifascista
La ricaduta La mozione Merz che restringe il diritto d’asilo passa con i voti di fasciopopulisti e liberali
Olaf Scholz ascolta l’intervento al Bundestag della leader Afd, Alice Weidel – Ap
Crolla lo storico muro istituzionale dei partiti democratici in difesa dell’antifascismo scolpito nella Costituzione. Con 348 voti a favore, 345 contrari e 10 astenuti al Bundestag passa la mozione anti-migranti del leader Cdu, Friedrich Merz, destinata a cambiare il Dna della politica tedesca.
Fondamentali i voti di Afd, senza cui la proposta sarebbe stata respinta al mittente, ma pesa anche il clamoroso Sì dei deputati del partito liberale, fino ieri alleati di Spd e Verdi nel governo e oggi stampella della nuova maggioranza destinata a diventare strutturale con il voto di domani in Parlamento.
Incassato l’appoggio dei fascio-populisiti e di Fdp, Merz proverà a replicare la stessa geometria politica chiedendo i voti per il suo disegno di legge sull’immigrazione depositato a settembre 2024. Al contrario della mozione di ieri, il provvedimento che è sostanzialmente una fotocopia risulta vincolante per l’esecutivo.
ASTENUTI I SOVRANISTI di sinistra dell’Alleanza Sahra Wagenknecht, se avessero votato no la mozione sarebbe stata bocciata. Ma si sono ben guardati dal votare a favore anche e soprattutto per non dare la stura ai diretti avversari dell’ultradestra che contendono il consenso nei Land del Germania dell’Est.
«Abbiamo vinto. Oggi è una giornata storica» esulta il partito di Alice Weidel, leader e candidata-cancelliera di Afd, vera trionfatrice della mozione Merz che rappresenta il rilascio del passaporto di presentabilità per le misure xenofobe del suo programma elettorale.
La sua dichiarazione di voto ieri al Bundestag è stata insolitamente misurata e ripulita dalla consueta retorica populista. A fare il lavoro sporco per conto di Afd ci ha pensato Merz, come sottolinea fin dall’inizio il cancelliere Olaf Scholz.
«Non è indifferente quale forza politica collabora con l’estrema destra, non qui
Leggi tutto: In Germania crolla il muro, intesa Cdu-Afd sui migranti - di Sebastiano Canetta BERLINO
Commenta (0 Commenti)Meloni e i ministri che hanno liberato e riportato a casa l’ufficiale libico Elmasry potrebbero aver commesso dei reati. Dietro denuncia, la procura di Roma chiama in causa il Tribunale dei ministri. La premier si autoassolve in video e rivendica la protezione data al torturatore. Nordio e Piantedosi si nascondono al parlamento
ATTO VOLUTO La premier in un video sventola le carte giudiziarie e attacca I giudici citano anche Mantovano, Piantedosi e Nordio
La premier gioca d’anticipo. Appena ricevuto l’avviso di garanzia per i reati di favoreggiamento e peculato nel caso del generale libico Osama Elmasry registra un video e dà per prima la notizia. Una buona mossa. Ma la bomba, con i ministri degli Interni Piantedosi e della Giustizia Nordio e il sottosegretario Mantovano a loro volta indagati, è deflagrante comunque.
NEL GOVERNO la hanno presa malissimo, anche perché stavolta davvero nessuno se lo aspettava. Al ministero della Giustizia accreditano all’avvocato Li Gotti, autore dell’esposto all’origine dell’indagine, una capacità di fare danno che era completamente mancata all’opposizione. Sibilano avvelenati contro il Procuratore capo di Roma Lo Voi, che avrebbe potuto aprire e chiudere il fascicolo e invece ha deciso di andare avanti. L’Anm specifica che non c’è alcun avviso di garanzia ma solo l’iscrizione nel registro degli indagati, atto dovuto dopo un esposto. A via Arenula ritengono però che non ci sia alcun atto dovuto e in effetti una circolare del 2017 dell’allora procuratore capo Pignatone contro le «iscrizioni frettolose» avrebbe permesso di chiudere subito il fascicolo.
Gli indagati si riuniscono subito a palazzo Chigi per concordare una strategia mediatica anche in vista del dibattito di ogni in Parlamento. Nel pomeriggio avrebbero dovuto riferire proprio i due ministri indagati. Era previsto solo l’intervento di Piantedosi, poi con una decisione inattesa lunedì sera era stata annunciata la presenza anche di Nordio.
Ma il quadro è completamente cambiato dopo l’iscrizione dei quattro nel registro degli indagati. Un dibattito che si prevedeva sì teso ma senza esagerate preoccupazioni prometteva di diventare tra i più fragorosi e politicamente a rischio. La premier sceglie di risolvere la faccenda nel modo più drastico. I ministri non saranno oggi in Parlamento. L’informativa, «per ora», salta. Se ne riparlerà. Quando? Mah, prima o poi. È anche questa una forzatura assurda. Cosa c’entra infatti l’avvio di un’indagine, atto dovuto o meno che fosse, con la necessità di affrontare un caso clamoroso sul terreno proprio, quello della politica non delle aule giudiziarie?
IN REALTÀ IL PROBLEMA giudiziario è considerato tutto sommato di scarsa rilevanza, anche se certo non si sa mai e una certa inquietudine comunque circola. Quel che preoccupa e fa imbizzarrire Meloni e i suoi ministri è che così diventa impossibile
Leggi tutto: Caso Elmasry, Meloni indagata e contenta. Show sui social - di Andrea Colombo
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