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Da disegno di legge a decreto. Entrano subito in vigore le norme securitarie che lasciano mano libera alla polizia e perseguitano chi protesta. Il governo calpesta Costituzione e parlamento, copre le sue divisioni e fa un altro passo verso l’Ungheria di Orbán. La risposta è in piazza

La stretta «Non funziona più così», risponde l’agente di polizia al professore arrestato perché appoggia le proteste contro il collasso climatico, quando chiede il rispetto delle garanzie costituzionali. Siamo nel 2030 negli […]

Giorgia Meloni e Matteo Piantedosi (Ansa) Giorgia Meloni e Matteo Piantedosi – Ansa

«Non funziona più così», risponde l’agente di polizia al professore arrestato perché appoggia le proteste contro il collasso climatico, quando chiede il rispetto delle garanzie costituzionali. Siamo nel 2030 negli Usa e in Diluvio, romanzo di Stephen Markley, ma la scena potrebbe ripetersi in una qualsiasi città italiana. E non tra qualche anno ma già domani, perché il governo ha trasformato in decreto il disegno di legge «sicurezza» che limita i diritti e aumenta le pene. Meloni stringe i bulloni della repressione, guarda caso – dalla finzione alla realtà – anche contro gli attivisti del clima. Lo fa con un provvedimento immediatamente in vigore che dovrebbe, per Costituzione, essere di «straordinaria necessità e urgenza» e invece è diventato prassi per il governo. A domanda su dove diavolo sia l’urgenza, il ministro Piantedosi ha risposto candido: «In parlamento si è perso troppo tempo».

Un anno e mezzo di discussioni, «tempo perso» durante il quale tutti gli emendamenti delle opposizioni sono stati respinti, quindi è falsa la spiegazione del ministro per cui il decreto «recepisce il dibattito parlamentare». E poi l’iter di approvazione era ormai quasi concluso, dunque le motivazioni di questa ennesima umiliazione delle camere sono evidentemente altre. Essenzialmente due.

La prima è far digerire alla Lega qualche modifica richiesta dal Quirinale, offrendo in cambio un’approvazione immediata. Il congresso della Lega che comincia oggi è il vero motivo di urgenza del decreto. Salvini ha rivendicato tutto postando immediatamente e pieno di gioia le foto di tutti i corpi di polizia.

La legge è infatti un omaggio delle destre ai sindacati delle Forze dell’ordine, che avranno le mani più libere e soprattutto diecimila euro di soldi pubblici per ogni grado di giudizio per difendersi se accusati, come capita, di reati commessi in servizio. Questo nel paese dove non ci sono i fondi per risarcire le ingiuste detenzioni e un’elementare misura di garanzia come le body cam sulle divise degli agenti è ridimensionata (in questo stesso decreto) a «possibilità» e finanziata con fondi insufficienti. Ma il messaggio è chiaro: la premier (certo non solo Salvini) sta con le divise, del resto non si era fatta scrupolo di correggere persino il presidente della Repubblica quando aveva criticato le botte agli studenti di Pisa. Le divise ricambiano e da un po’ di tempo i sindacati hanno preso l’abitudine di commentare l’attualità a colpi di comunicati stampa come un Gasparri qualunque, l’altro giorno anche per criticare una sentenza, quella su Askatasuna.

La seconda ragione che ha spinto il governo a lasciar morire uno dei rari disegni di legge per sostituirlo in corsa con l’ennesimo decreto è che

in questo modo ha potuto accogliere, evitando le insidie degli emendamenti, una parte delle osservazioni del Quirinale. Il presidente della Repubblica dunque lo firmerà – malgrado sui requisiti costituzionali i dubbi siano tanti – avendo ottenuto lo stralcio di alcune norme di pura crudeltà o degne di Minority report. Il bicchiere però resta mezzo vuoto.

In cambio di una legge pessima al cubo che avrebbe dovuto superare le spaccature nella maggioranza per essere approvata definitivamente tra qualche mese, ne abbiamo adesso una subito in vigore pessima al quadrato. Qualche giorno fa Meloni ha detto di essere invidiosa di Trump che con i suoi ordini esecutivi può fare deportazioni e cose del genere e così ha voluto anche lei il suo executive order. «Ma il decreto andrà comunque per la conversione in parlamento», ha concesso bontà sua il ministro Piantedosi. In parlamento dove i decreti vengono abitualmente approvati con la fiducia.

Il bicchiere resta vuoto per metà, se non di più, perché piccole modifiche al testo non bastano a renderlo potabile. A che serve dire che la mano pesante contro chi si oppone ai cantieri, che prima valeva per tutte le grandi opere che indicava il governo, adesso vale solo per i lavori relativi ai «trasporti, energia, telecomunicazioni e servizi pubblici»? È lo stesso, una norma su misura contro chi protesta per il ponte di Messina o per la Tav era prima e tale resta adesso. Oppure a che serve precisare che l’osceno divieto di resistenza passiva, con il quale si vogliono rendere le carceri ancora più infernali di quanto non siano già, prima valeva contro tutti gli ordini delle guardie penitenziarie e adesso solo contro quelli destinati al «mantenimento dell’ordine e della sicurezza»? La definizione è così vasta da comprendere facilmente tutto quello che accade in un universo inaccessibile come quello di un carcere. O di un Cpr, perché la novità è estesa anche ai migranti che non possono fare altro che resistenza passiva contro le inumane e folli detenzioni amministrative alle quali sono condannati senza aver commesso reato. Adesso anche oltremare, grazie guarda un po’ a un decreto legge.

Giorgia Meloni, va detto, individua i problemi. Vede bene che montano rabbia a proteste per condizioni di vita che peggiorano, anche prima che la spesa sociale sia ulteriormente ridotta per comprare armi. Ma il governo non sa offrire risposte al problema e si concentra dunque sulla repressione degli effetti. Vale lo stesso per le manifestazioni che aprono gli occhi sulla catastrofe del riscaldamento globale. Meglio chiuderli, gli occhi, prevedendo fino a tre anni di carcere per un imbrattamento. Fino a ieri si rischiava al massimo una multa di 300 euro, ora «non funziona più così».