Femminicidi Un’altra. E un’altra ancora. Due studentesse universitarie, Sara Campanella, 22 anni, e Ilaria Sula, anche lei 22. E due giovani uomini che si dichiarano colpevoli: il «malato», come Sara chiamava […]
Un’altra. E un’altra ancora. Due studentesse universitarie, Sara Campanella, 22 anni, e Ilaria Sula, anche lei 22. E due giovani uomini che si dichiarano colpevoli: il «malato», come Sara chiamava con le amiche quel collega ventisettenne ombroso che da due anni la tampinava, e il «bravissimo ragazzo» ventitreenne studente di architettura che ha confessato «dispiaciuto» di aver ucciso la ex per poi chiuderla in una valigia e scaraventarla giù per una scarpata. Lo sappiamo, lo abbiamo già visto, avviene indipendentemente dall’età, dal livello di istruzione, dalla collocazione geografica o sociale. La cultura che affila le lame e lucida le pallottole si insinua, si mimetizza e si adatta per sfuggire alle difese di un organismo che non riesce a espellere la tossina letale, una tossina che più resistenze incontra e più si fa feroce per riuscire a sopravvivere e proprio lì dove non ci si aspetterebbe di trovarla.
Tra i più giovani, appunto. E invece accade. Accade che giovani maschi non siano capaci di digerire un rifiuto, di misurarsi con la libertà di una coetanea o di accettare una compagna che negli studi o nel lavoro corre più veloce e allora che fai, dove pensi di andare, stai qui con me: viva o morta. Hanno imparato, spesso senza nemmeno sapere come e perché, che è così che vanno sistemati i pezzi al loro posto e per questo sono portati a dichiararlo davanti agli altri uomini e davanti alla legge.
Può fermarli la minaccia di carcere a vita come quella contenuta nel ddl che istituisce il reato di femminicidio? Si direbbe di no. Invocare prevenzione-versus-repressione ha senso? Dovrebbe. Ma purtroppo le buone intenzioni affogano nelle lacrime di coccodrillo e nelle barriere ideologiche di una destra reazionaria che oppone a proposte minime e di buon senso come l’educazione sessuoaffettiva a scuola il fantasma dell’«ideologia gender» o il «ci pensi la famiglia». Mentre l’opposizione alza giustamente la voce ma sembra che faccia fatica a dare un nome alle cose.