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Conflitti globali In un’epoca che aspira a sotterrare il modello politico, sociale ed economico dell’Europa che conosciamo, i leader del continente sono alla ricerca di compromessi per rinegoziare il proprio posto nell’ordine mondiale in cui però, a meno di cedere a narrazioni militariste, non si può sostenere che oggi esista un’emergenza militare

La presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen con il vice presidente Usa JD Vance foto Ap/Thomas Padilla La presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen con il vice presidente Usa JD Vance – Ap/Thomas Padilla

Keep Russia out, America in and Germany down: ecco, nella sintesi del suo primo segretario, il britannico Ismay, la missione storica della Nato. Ora che Berlino ha impegnato sul prossimo decennio mille miliardi in difesa, infrastrutture ed energia sostenibile, siamo in una fase diversa.

Si può discutere del revisionismo di Mosca sui confini, delle provocazioni «ibride», di costi e implicazioni della dissuasione, ma è un fatto che i come e i quanto dell’offensiva di Trump & co. sollevano per l’Europa il serio problema del cosa fare. Qualcuno si ostina a sostenere che si tratti solo di tattica e che la sostanza non cambierà.

Ma sia chi ritiene che basti il libretto degli assegni, sia chi si oppone a più spesa sulla difesa in realtà fa i conti con il fattore tempo: quanto ci vorrà per essere autonomi? Se la posizione Usa non può più essere data per scontata, sono in ballo le capacità proprie. Lo stesso Trump afferma che le armi fornite agli alleati saranno versioni depotenziate, giacché non si sa mai che un domani gli siano girate contro.

DALL’OPPOSIZIONE, Merz aveva negato a Scholz il balzo sulla spesa che poi ha voluto fare egli stesso. Circolano insomma nuove formule di legittimazione politica che ci parlano di un’epoca nuova nella quale, per dirla con l’ambasciatore sudafricano negli Usa (subito espulso) gli slanci di Musk verso l’estrema destra globale e i dittatori di turno non sono che «il fischio per i cani». Un’epoca che aspira a sotterrare il modello politico, sociale ed economico dell’Europa che conosciamo.

I leader europei sono alla ricerca di compromessi per rinegoziare il proprio posto nell’ordine mondiale. Per decenni gli Stati uniti hanno soppresso qualsiasi idea di autonomia strategica europea. Attraverso la guida della Nato, hanno sempre agito come il principale fornitore di sicurezza in Europa. Per conseguenza, i progressi nello sviluppo di una capacità di difesa europea sono stati molto limitati. Non potrà più essere così: la scelta tedesca avrà ampie implicazioni per la disciplina di bilancio, mentre sulla difesa prevale l’opzione buy European, con disappunto dei partner extra-Ue, Regno unito in testa.

In realtà, per quanto il ministro Crosetto li abbia sminuiti, sviluppi più o meno recenti hanno posto sul tavolo la prospettiva di una difesa comune non certo da oggi. Il processo di integrazione prese le mosse proprio dal mercato comune dell’acciaio e del carbone (Ceca), nerbo dell’industria degli armamenti, proprio per sbarrare la strada a quei riarmi nazionali che, dirottati da forze politiche nazionaliste, hanno funestato la storia europea e mondiale.

A voler essere precisi, mentre l’articolo 5 della Nato lascia aperta la possibilità di valutare la necessità del ricorso alla forza in caso di attacco, l’articolo 42.7 del trattato Ue obbliga a essere solidali con tutti i mezzi a disposizione in caso di aggressione armata.

Il piano di «riarmo europeo» si snoda fra contraddizioni che dovrebbero indurre a una riflessione aperta. Il dibattito italiano, al contrario, è animato da posizioni apodittiche e strumentali. Si è discusso, magnificandone la portata, del voto dei partiti italiani a Strasburgo la scorsa settimana: un ballon d’essai privo di valore legislativo con cui la baronessa Von der Leyen ha fatto stancare i cavalli.

LA QUESTIONE difesa europea è senz’altro un tema emergente ma è difficile, a meno di cedere a narrazioni militariste, sostenere che oggi esista un’emergenza militare, l’impellenza di una specifica minaccia in atto. L’invocazione dell’emergenza consente il ricorso alla maggioranza qualificata, che neutralizza il veto ungherese, ma a scapito del controllo del Parlamento europeo.

Da più di un anno scriviamo qui di come diverse intelligence disegnino scenari in cui la Russia mette alla prova gli eserciti europei nei prossimi 4-5 anni. Al piano ReArm Europe è stato affiancato il titolo Readiness 2030: l’emergenza giustifica flessibilità al fine di «recuperare il ritardo». Iniziando con i sistemi di difesa aerea, il livello di preparazione militare europeo è ritenuto troppo basso per un’efficiente deterrenza.

Paesi come Francia, Regno unito, Germania e Italia stenterebbero a dispiegare una singola divisione da combattimento in meno di due o tre mesi. Insomma, l’Ue pare non riesca a trovare la strada se non nel governo dell’emergenza. Von der Leyen avrebbe potuto poggiarsi sui «poteri impliciti», previsti dal trattato Ue (art. 352): con l’approvazione del Parlamento e l’unanimità del Consiglio, la Ue può dotarsi di nuovi strumenti. Ma ecco la natura politica del problema: l’Ungheria di Orbán si scontra con la Ue da anni eppure ancor oggi, mentre proibisce i gay pride, non inciampa mai in sanzioni politicamente significative.

LA REGIA ora fa capo ai Popolari europei, soprattutto il triangolo Von der Leyen-Weber-Merz, che ormai gioca a tutto campo, mentre i «campioni nazionali» dell’industria della difesa (Leonardo, Dassault, Rheinmetall) puntano al salto di qualità. Oltre alla Germania, Polonia, baltici e scandinavi hanno da tempo avviato il riarmo e propugnano dottrine di difesa totale. Anche i Paesi bassi premono, sebbene la destra al governo stia alla larga dalla difesa europea.

Idem l’Italia, distante dall’Europa federale e in sintonia con Trump e Musk, magari in vista di sconti sui dazi. L’aiuto militare di Roma agli ucraini è andato eclissandosi, accompagnando l’affondamento del piano della Commissaria Ue Kallas, costretta a ripiegare sull’idea di aiuti volontari.

È possibile per gli europei muoversi a tutto tondo e ingaggiare Cina e Onu? Le difficoltà che stiamo vivendo, invece che spronare un serio confronto su quale modello di difesa ci serve in un nuovo ordine mondiale, sono invocate da chi irride, compiaciuto, l’irrilevanza europea. Le strategie di appeasement di Washington non toccano i problemi strutturali nazionali ed europei, e sono destinare a fallire miseramente.