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La lettera è promossa - fra gli altri - da Pietro Albonetti, Giuseppe Bellosi, Vincenzo Comito, Pietro De Carli, Massimo Manzoli, Maurizio Marangolo, Ivano Marescotti, Angelo Morini, Maria Paola Patuelli e Roberto Riverso

"Le firme che seguono - sia quelle di chi ha promosso la lettera aperta, che quelle di chi ha aderito - hanno una caratteristica che in tempi prepopulisti avremmo definito, senza l’imbarazzo di oggi, “popolo”. - si legge nella premessa alla lettera - Persone di ogni ceto sociale, di genere, generazione e formazione diversi, ma con caratteristiche comuni per noi importanti: abitiamo nella stessa provincia, Ravenna, respiriamo la stessa aria - in senso stretto e in senso lato - ci sentiamo cittadine e cittadini della Repubblica italiana, della quale conosciamo la storia fatta di ombre e di qualche luce. Siamo il popolo che è il grande protagonista dell’art. 3 della Costituzione, l’articolo della uguaglianza delle differenze. La luce più significativa è la nostra Costituzione e la storia che l’ha resa possibile. Per questa ragione siamo convinti che alla Costituzione ci si debba accostare con il massimo rispetto, senza le forzature che contingenze politiche hanno trasformato in terreno di scontro. Le Costituzioni nascono per dare fondamenta durature alla convivenza di un popolo. Il contesto che ci sta accompagnando al 4 dicembre 2016 non può essere considerato un contesto “costituente”. Per questa ragione - conclude la premessa - ci rivolgiamo alla cittadinanza della nostra provincia, proponendo un NO che vuole farci ritrovare una unità perduta e una unità che sia di lunga durata."

 

Lettera aperta alla cittadinanza della provincia di Ravenna: le ragioni del nostro NO!

Dai nomi che sottoscrivono questa nota, si vedrà che per generazione e storie personali veniamo da mondi molto diversi, a volte lontani. Ma siamo d’accordo nel pensare che sia necessario motivare il nostro NO al referendum del 4 dicembre. Le ragioni del nostro NO sono di merito e di metodo. Che il sistema politico in Italia - e la società intera - non goda di buona salute, è evidente. Corruzione ed economia sommersa diffusa, scarso senso civico, violenza sulle donne - tragedia che si ripete ogni anno -, evasione fiscale, clientelismo, precariato, tanta gioventù senza lavoro e diffusa perdita di lavoro senza speranza, degrado ambientale, trascuratezza nella cura del nostro straordinario paesaggio e patrimonio storico e artistico. Questi sono i grandi mali della nostra Repubblica, che hanno pervaso la storia del nostro paese. La responsabilità delle varie élites - politiche ed economiche - che si sono succedute nel corso del tempo è del tutto evidente.

 Ci troviamo quindi in una democrazia ammalata, ma non inceppata per ragioni “organizzative”, come i sostenitori del Sì dicono. Il nostro paese non è una azienda da rimettere in piedi, è una Repubblica dove la Costituzione non è stata attuata come si sarebbe dovuto. I mali sopracitati da questo derivano. Dal non avere onorato la Costituzione. Questa è la causa prima della malattia. Da qualche decennio è in atto un tentativo che ci sembra paradossale. Da più parti politiche - in teoria fra loro distanti - si è pensato che i mali italiani risiedano in una Costituzione troppo democratica, che fa perdere tempo, che non fa decidere in fretta. E che il male conseguente sta in governi che fanno fatica a governare perché il loro potere di decidere è debole. Sentiamo il dovere di smentire questo falso storico. Negli anni Sessanta - con questa Costituzione vigente - furono fatte grandi riforme, e lo stesso vale per gli anni Settanta.

La Costituzione vigente - nei decenni repubblicani - è stata più volte “revisionata”, in modo prevalentemente condiviso, senza la necessità di ricorrere ad alcun referendum. Ci fu un Referendum nel 2001, che revisionò il titolo V, riforma che ora è considerata sbagliata dagli stessi che la promossero e da noi che, disattenti, la votammo. Non fummo disattenti nel 2006, quando respingemmo la “riforma” costituzionale del governo Berlusconi. E da quel momento abbiamo pensato che nessuna disattenzione era più possibile. Vogliamo - a proposito di velocità decidente, che sarebbe il cuore della democrazia nuova - fare qualche esempio che riguarda il presente? Quando c’è la volontà e le condizioni politiche per farlo, si fanno leggi a velocità considerevole.

 L’attuale “governo del fare” con orgoglio dice che sono state fatte in due anni – tempi biblici? – leggi che ridisegnano molto cultura e società. Senza entrare nel merito, citiamo Sblocca Italia, La buona scuola, il Jobs Act. È, questa, una democrazia inceppata? Il problema reale allora è che si vuole una “nuova” Costituzione. Una Costituzione che rafforza i poteri decisionali dei governi, che sposta il centro dal Parlamento al Governo. E qui si apre un problema grande. L’articolo 138 parla di “revisioni” possibili, di “perfezionamenti”, come disse Meuccio Ruini il 22 dicembre 1947. Ma mettere al centro il governo è fare una “nuova” Costituzione. Sarebbe molto più coerente con la Costituzione vigente abolire il Senato e non toccare i poteri della Camera, che dare vita a un Senato non elettivo, ma di nominati, che avrebbe comunque poteri rilevanti. È la “filosofia” politica che cambia. Pochi esempi. Il Senato di nominati, 100 senatori, eleggono due giudici costituzionali. La Camera elettiva, 630 deputati, ne elegge tre. È chiaro il tentativo di “politicizzare e controllare” anche la Corte costituzionale, organo che dovrebbe essere rigorosamente super partes. Come, d’altra parte, il Presidente della Repubblica, che, invece, nella “nuova” Costituzione, potrebbe essere eletto, dal settimo scrutinio - in estrema ipotesi - con appena 220 voti (30%) su 730 deputati e senatori.

 Quale è la nuova cultura politica che sta prendendo piede, e che si evince da questa “riforma”, dall’Italicum, e da tanto altro? Cosa importa quanti sono i votanti, quello che importa è vincere. La democrazia dei vincenti, dei decidenti, dei potenti. È questo il futuro del “mondo nuovo” che ci attende? Altre considerazioni - fra le tante altre che si potrebbero fare - a proposito di cultura politica in atto. L’attuale Parlamento - anche Napolitano ne ha parlato senza nascondere un suo giudizio negativo sulla qualità di chi abita l’attuale Parlamento - è stato eletto con l’incostituzionale Porcellum. Nonostante questo, ha avuto la presunzione di dare vita a una legislatura costituente, su richiesta di un Presidente della Repubblica “prorogato” nel corso di una crisi mai vista prima, e sicuramente estranea allo spirito della nostra Costituzione. L’attuale “riforma” è stata quindi voluta da un Presidente della Repubblica e da un governo da lui incaricato. È questo lo spirito dei nuovi Costituenti? È questa la “restituzione dello scettro” ai cittadini?

 A questo genere di restituzione diciamo di NO. Un’ultima considerazione, a nostro avviso cruciale. Può una “nuova” Costituzione - perché tale è, “nuova” - nascere attraverso divisioni che stanno lacerando le Istituzioni, le forze politiche - anche al loro interno – l’opinione pubblica, l’intera Nazione? Se la Costituzione di ogni paese è, per definizione, la Casa Comune, la Legge delle leggi che contiene le differenze e le fa civilmente convivere, può la nostra democrazia - fragile per ragioni storiche lontane e vicine – permettersi il lusso di una comunità nazionale lacerata? Il nostro è un NO. È l’unica scelta che può riaprire la strada ad un rinnovato percorso comune.

 

Promotrici e promotori in ordine alfabetico

 

Hanno aderito:

RAVENNA

 

CERVIA

 

RUSSI

 

FAENZA e vallate del Lamone e del Senio Faenza, Brisighella, Solarolo, Castelbolognese, RioloTerme, Casola Valsenio

 

BASSA ROMAGNA Alfonsine , Bagnacavallo, Bagnara, Conselice, Cotignola, Fusignano, Lugo, Massa Lombarda, S. Agata