Diritto internazionale Il viaggio in Ungheria e il salvacondotto offerto da Orbán pongono questioni radicali sul diritto. E sfidano l’Ue: è ancora una potenza civile o è già quella del riarmo?
Sostenitori di Israele a Budapest – foto Janos Kummer/Getty Images
Il primo ministro ungherese Orbán accoglierà a Budapest con tutti gli onori un latitante. Dal 20 maggio scorso sul premier israeliano Netanyahu pende un mandato di arresto della Corte penale internazionale (Cpi) per crimini di guerra (affamamento, omicidio, attacchi intenzionali contro i civili) e crimini contro l’umanità (sterminio, persecuzione).
Sembra che si parlerà della deportazione degli abitanti di Gaza – il sogno di Trump – e Orbán appare a suo agio nel ruolo del bambino che esclama «il re è nudo». Ma il re era da tempo ben poco vestito.
Tutti gli Stati dell’Ue fanno parte della Cpi e sono obbligati a eseguire i suoi mandati, ma dopo la ripresa del massacro di Gaza il primo ministro greco Mitsotakis ha incontrato Netanyahu, con cui ha discusso di cooperazione nella difesa. È stato preceduto a Gerusalemme dall’Alta rappresentante per la politica estera dell’Ue, Kallas. E il governo tedesco ha criticato subito la decisione della Cpi facendo riferimento alla «grande responsabilità» che la Germania sente nei confronti di Israele per la Shoah: siccome i nostri bisnonni hanno sterminato gli ebrei, noi dobbiamo chiudere un occhio sulla mattanza dei palestinesi. Appena vinte le elezioni, Merz, imminente Bundeskanzler, ha dichiarato assurdo il mandato di arresto e invitato Bibi in Germania. Sempre ineffabile, il nostro Tajani dopo qualche tentennamento ha detto di aver «le carte» e che le scelte della Corte, «ispirate a principi politici», non sono fondate. Il ministro degli esteri di una repubblica democratica dovrebbe concedere qualche argomento in più ai suoi concittadini, ma noialtri i ricercati dalla Cpi li accogliamo simpaticamente o li riaccompagniamo a casa con un volo di Stato, come è avvenuto con Almasri. I francesi sono più seri: il governo ha fatto riferimento all’articolo 98 dello Statuto di Roma della Cpi. Il quale effettivamente stabilisce che nelle richieste di assistenza e di consegna la Corte non può violare gli obblighi che uno Stato ha in merito all’immunità diplomatica o a trattati sottoscritti. Ma l’articolo 27 stabilisce chiaramente che l’essere presidente, premier, parlamentare o diplomatico «non esonera in alcun caso una persona dalla sua responsabilità penale» e che «Le immunità o regole di procedura speciale eventualmente inerenti alla qualifica ufficiale di una persona in forza del diritto interno o del diritto internazionale non vietano alla Corte di esercitare la sua competenza».
Negarlo contraddirebbe il principio fondamentale della Cpi, esattamente la responsabilità penale per gli individui (articolo 25) per aggressione, genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra (articoli 5-8) . Del resto, i governi europei non si sono sognati di contestare il mandato di arresto per Putin.
Questo principio era visto dal giurista Hans Kelsen come decisivo perché si potesse realizzare la «pace attraverso il diritto». Le sue prime applicazioni dopo la
Seconda guerra mondiale, nei tribunali di Norimberga e Tokio, sono state inquietanti, e per molti aspetti anche i tribunali internazionali istituiti dopo la fine della Guerra fredda hanno replicato la «giustizia dei vincitori» denunciata da Danilo Zolo. La Cpi, invece, rispetta i principi di terzietà e non retroattività (articoli 22-24). Il suo grande limite, oltre alla relativa subordinazione al Consiglio di sicurezza dell’Onu (articolo 16) sono le adesioni. Fortemente voluto dal presidente Bill Clinton nell’epoca della globalizzazione trionfante e dell’ordine internazionale liberale, lo Statuto di Roma non è mai stato ratificato dagli Usa. Gli Stati parte sono 125, ma non comprendono potenze economiche, militari e demografiche come Cina, India, Indonesia, Pakistan, Russia. E Israele. Anche per questo l’appartenenza alla Cpi è sembrata un tratto caratteristico dell’identità europea. Almeno finché la sua attività si è rivolta verso figure appartenenti a Stati minori o a formazioni sconfitte.
Fino a poco fa nessuno dei condannati e degli inquisiti dalla Cpi era bianco.
Quando la corte ha cominciato a fare su serio, inquisendo anche il leader di un alleato chiave dell’Occidente, partner privilegiato dell’Ue, ecco lo scandalo. Come se il diritto internazionale potesse funzionare solo sulla base dei doppi standard; e riguardasse i popoli civili, come pensavano i suoi padri fondatori, mentre al di là dell’Europa si dà il «libero e spietato uso della violenza».
Sul teatro di Budapest si pongono questioni radicali. Il diritto può limitare la guerra, scongiurare i genocidi e i crimini contro l’umanità? E inoltre: l’Europa è ancora una potenza civile o è quella del riarmo? Che la risposta non si perda nel vento è affidato alla responsabilità dei governi e, soprattutto, alla mobilitazione dei popoli.