Trecentomila in piazza a Istanbul, proteste nel resto della Turchia: fronte comune contro l’arresto del sindaco Imamoglu e i tentativi di Erdogan di eliminare il rivale alle presidenziali. I giovani figli di Gezi Park sfidano il blocco dei social e la repressione della polizia
Turchia Trecentomila persone a Istanbul contro l’arresto del sindaco. Centinaia i fermati, dieci giornalisti feriti, social rallentati e siti indipendenti inaccessibili. Il partito d’opposizione Chp terrà comunque oggi le primarie. E il candidato resta Ekrem Imamoglu
La protesta di massa a difesa del sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu – Ap/Francisco Seco
Da quattro giorni in Turchia centinaia di migliaia di persone scendono in piazza contro il governo centrale, con la rabbia rivolta principalmente verso la magistratura e il presidente Recep Tayyip Erdogan. Le proteste sono state accolte con violenza dalla polizia, che ha identificato e fermato oltre trecento manifestanti e avviato inchieste su quaranta persone per post sui social. Eppure ogni sera, davanti al Palazzo di Città di Istanbul a Saraçhane, centinaia di migliaia di persone si radunano dopo l’arresto del sindaco Ekrem Imamoglu e di altre cento persone il 19 marzo.
LE MANIFESTAZIONI si ripetono quotidianamente in tutto il paese, con una forte partecipazione giovanile. Il 21 marzo gli studenti universitari di Istanbul hanno organizzato una manifestazione nazionale e dichiarato il boicottaggio accademico, mentre migliaia di studenti degli atenei di Ankara, Izmir, Adana ed Eskisehir hanno combattuto contro la violenza della polizia.
Lo stesso giorno, a Istanbul, almeno trecentomila persone hanno partecipato a una protesta guidata dal principale partito d’opposizione, il Partito Popolare della Repubblica, Chp, di cui Imamoglu è membro. Un numero enorme, considerando che i ponti sul Corno d’Oro erano chiusi, i bus avevano cambiato percorso e molte strade erano bloccate dalla polizia per impedire l’accesso al punto di ritrovo. La stessa sera il leader del Chp, Özgür Özel, ha lanciato un appello: «Invito 86 milioni di cittadini a scendere in piazza il 23 marzo contro la dittatura».
La risposta di Ankara è arrivata subito, con toni criminalizzanti verso i manifestanti e il Chp. Il presidente ha definito la proposta di Özel una «via senza uscita» e i manifestanti «difensori dei ladri». Il ministro degli interni, Ali Yerlikaya, ha dichiarato «illegali» le manifestazioni sin dal primo giorno, nonostante il diritto di protesta sia
garantito dalla Costituzione. Secondo il prefetto di Istanbul, Davut Gul, gli scontri con la polizia avvengono perché alcuni manifestanti cercano consapevolmente di creare incidenti.
L’Unione dei Medici di Turchia (Tbb) ha denunciato l’uso massiccio di gas al peperoncino da parte della polizia, con gravi danni alla salute dei manifestanti. «Secondo la Convenzione sulle Armi chimiche, di cui la Turchia è firmataria dal 1997, i lacrimogeni non possono essere usati nei luoghi chiusi né sparati ad altezza uomo. Tuttavia, in questi giorni assistiamo al continuo uso errato di questi prodotti».
Anche i giornalisti sono stati presi di mira. Secondo il Sindacato dei giornalisti di Turchia e la categoria Basin-Is del Disk, il principale sindacato confederale del paese, almeno dieci giornalisti sono stati feriti direttamente e intenzionalmente dalla polizia durante le proteste.
«IL NOSTRO LAVORO viene impedito, le nostre attrezzature distrutte e subiamo la violenza della polizia. Colpire i giornalisti è un reato contro l’umanità», si legge nel comunicato stampa di ieri. Inoltre, l’accesso a diversi siti d’informazione è stato bloccato a livello nazionale.
Secondo il gruppo di monitoraggio dei media dell’università di Odtu, almeno dieci siti di collettivi femministi, partiti politici extraparlamentari, giornali online e movimenti universitari risultano inaccessibili, senza alcun provvedimento legale. Secondo l’osservatorio internazionale NetBlocks, dal 19 al 22 marzo l’accesso a diverse piattaforme social è stato quasi impossibile per almeno 40 ore a causa della restrizione della banda imposta dal governo centrale.
Con il tempo sono emersi nuovi dettagli sul percorso legale che ha coinvolto il sindaco di Istanbul e oltre cento persone. Mehmet Pehlivan, avvocato di Ekrem Imamoglu, ha dichiarato sui social: «Nonostante la riservatezza del fascicolo, alcuni dettagli sono stati diffusi dai media vicini al governo. I verbali dell’interrogatorio non firmato di Imamoglu sono stati pubblicati sui giornali e trasmessi in tv. Abbiamo poi scoperto che, per sostenere le accuse, sono state utilizzate dichiarazioni parziali di testimoni anonimi e diffuse intercettazioni non autorizzate e prive di integrità narrativa».
TRA LE ACCUSE ai detenuti con Imamoglu figurano anche incontri internazionali a cui avrebbero partecipato ufficialmente con membri del governo e consulenti del presidente. Intanto, mentre il caso Imamoglu attirava l’attenzione e le strade si riempivano, il Tribunale di Istanbul ha destituito il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, accusato di «propaganda per organizzazioni terroristiche». Centinaia di avvocati hanno manifestato a Taksim.
La Turchia si dirige verso una crescente rivolta popolare e un’escalation della repressione, mentre il Chp annuncia che terrà oggi come previsto le primarie per scegliere il candidato alle elezioni presidenziali del 2028, nonostante l’unico candidato, Ekrem Imamoglu, sia in detenzione provvisoria.